Part 4
Kriloff sembrava preoccupato, Ogareff diventava ogni tanto pensoso, solamente Loris conservava la propria fredda tranquillità. A mezzo il pranzo, un signore alto entrò nel loro gabinetto per farsi servire: aveva l'aspetto contegnoso di un funzionario, con due lunghe fedine rosse, la fronte un po' calva, gli occhi bianchi e gelidi; gettò uno sguardo sui tre giovani fissando per un momento Loris. Questi ebbe un sussulto impercettibile, che forse non sfuggì all'altro. Infatti, scegliendo il tavolo, andò a porsi di fronte a Loris in modo da poterlo guardare senza farne le viste.
La conversazione per un momento fu sospesa, ma Loris senza cangiare il tono della voce si mise a parlare del povero Rodion: lo sconosciuto involontariamente drizzò il volto ascoltando. Kriloff gettò a Loris di sottecchi uno sguardo imprudentemente meravigliato; Ogareff anche più imprudentemente esaminò lo sconosciuto. Era più di quanto bastava a Pietroburgo per destare sospetti.
Loris affettando molta dottrina parlò della nuova scuola criminale positivista, citò un autore italiano, raccontò di avere assistito ad altre esecuzioni capitali a Parigi e di essere andato nel mattino a quella di Rodion per farsi un'idea del sistema e del carattere russo. Ne era rimasto contento. Non vi era gran folla: evidentemente il popolo non osava assistere a tali spettacoli per timore della polizia, che riempiva tutte le strade e il campo; così era impossibile formarsi un concetto esatto delle impressioni del popolo a queste scene tanto ripetute di supplizio politico.
Loris parlava adagio, con voce limpida e tagliente. La sua faccia, quasi femminea, aveva una serietà aristocratica, dalla quale non trapelava alcuna passione: qualche volta alzava la mano in un gesto compassato.
— Avete mai visto morire sul patibolo? chiese improvvisamente ai due amici.
Ogareff, che indovinava un'intenzione riposta in questo discorso e seguitava a sbirciare lo sconosciuto apparentemente occupato della propria minestra, rispose:
— No.
— Eppure bisogna vederne. Occorrerebbe una rivoluzione come quella del 93 per compiere studi interessanti sulla differenza dei coraggi umani, fra quello del gentiluomo e del mugik, del malfattore volgare e del delinquente politico, che avendo perduta la battaglia viene immolato come prigioniero. Sciaguratamente viviamo in tempi troppo calmi. Tutti i criminali sono coraggiosi in faccia al patibolo, ma il loro coraggio è fatto d'insensibilità o di iattanza, più spesso di questa che di quella; generalmente è un complimento alla bestiale curiosità della plebe accalcata nella piazza. Quando invece il condannato, come nel caso di Rodion... non ho ritenuto che questo nome, sapete voi quello della sua famiglia? si volse interrogando ad Ogareff: pare fosse uno studente; nel caso di Rodion il coraggio viene dalla esaltazione; è una forma religiosa dello spirito, e quindi l'esecuzione diventa martirio.
— Questa è la vera parola, rispose Ogareff compromettendosi, come se il discorso di Loris tendesse unicamente a provare la loro intrepidezza.
— Forse! Non ho conosciuto Rodion: il suo attentato, come lo narrano i giornali, fu una puerilità; in simili condizioni è quasi impossibile uccidere uno czar. Più la selvaggina è importante e più è facile sbagliarla; aggiungete, seguitò con un sorriso, che non si può essere regicida di professione e farsi la mano a simili colpi. Ma quando il patibolo s'innalza sopra un'idea, è sempre più alto di qualunque trono.
Quest'ultima frase fu pronunziata con tale accento di calma che fece levare la testa allo sconosciuto: il suo sguardo s'incrociò nuovamente con quello di Loris.
— Voi Kriloff, che siete economista, proseguì Loris mescendosi un bicchiere di bordeaux, sapreste dirmi quanto costino al governo quegli otto metri, li ho misurati coll'occhio, di corda colla quale è stato impiccato Rodion, tenendo calcolo di tutte le spese di polizia, della Terza Sezione e del resto? Quanti chilometri di ferrovia si farebbero con quegli otto metri di corda?
— Non imitando lo czar Nicolò, che disegnò la prima ferrovia russa tirando colla matita un rigo sulla carta geografica e moltiplicando così tutte le difficoltà del terreno per costrurre la più stupida linea ferroviaria del mondo, credo che con tutti gli altri metri serviti alla impiccagione degli czaricidi negli ultimi vent'anni si costruirebbero quasi tutte le linee, di cui il nostro commercio interno abbisogna. Non vi è paese in Europa, ove le ferrovie costino meno che in Russia.
— Ma la polizia vi costa troppo.
Allora parlarono della ferrovia trancaucasea, della quale il generale Annenkoff stava occupandosi: la conversazione deviò.
Ogni tanto Ogareff e Kriloff consultavano Loris con un'occhiata; ma questi fingeva di non accorgersene. Il pranzo era alla fine. Anche l'altro aveva già ordinato il caffè e il cognac.
— Saremo in tempo? disse Loris a Kriloff abbassando la voce in modo da essere inteso dall'altro e lasciandosi apparire sul volto una improvvisa preoccupazione. Consultò l'orologio. Kriloff affermò di sì: parve che un imbarazzo si aggravasse improvvisamente sui tre giovani. Si affrettarono, chiesero il conto; adesso si dicevano qualche parola a mezza voce guardando con sospetto verso lo sconosciuto.
Il cameriere infilò loro le pelliccie. Appena fuori del caffè Loris si volse e vide lo sconosciuto che s'incamminava dalla loro parte. Alcuni fiaccheri vuoti erano a poca distanza; quindi Loris si fermò salutando Ogareff. Lo sconosciuto si avvicinava: egli mostrò di non vederlo.
— Ci vedremo dopo, mormorò Loris; lasciatevi trovare sulla piazza del teatro: e voltandogli le spalle salì con Kriloff sul primo fiacre.
Ogareff era tornato indietro.
Allora lo sconosciuto montò sopra un altro fiacre e li seguì: per mezz'ora fu una caccia. Le strade erano affollate, il freddo cresceva d'intensità perchè la notte si veniva facendo limpidissima; a un dato punto il fiaccheraio dei due giovani parve aumentare di velocità lasciando la grande strada del Maneggio. Si sarebbe detto che fuggisse; l'altro pure accelerò il proprio trotto, ma non abbastanza per non perderlo di vista ad una svoltata.
— Sferza, gridò lo sconosciuto al fiaccherista.
Ma quando questi lanciando a tutta corsa il cavallo girava lo stesso angolo, il primo fiacchero tornava indietro vuoto e al passo; lo sconosciuto si drizzò sui cuscini e credette di scorgere i due giovani allontanarsi lentamente a piedi lungo il muro a sinistra. Allora ordinò al cocchiere di rimettersi al trotto, li oltrepassò senza guardarli, lo fece voltare alla terza strada, nella quale scese licenziandolo e ordinandogli di proseguire. Egli invece ritornò nell'altra, accese uno sigaro e seguitò lentamente.
La distanza fra lui e i due giovani scemava.
Loris e Kriloff, che non lo perdevano di vista, si erano accorti di essere pedinati; ma in faccia a questo nuovo pericolo non avevano ancora scambiato alcuna parola. Il loro passo strideva sulla neve. Ogni tanto Kriloff sbirciava il compagno aspettando un ordine.
— Allunghiamo il passo; non lo guardare quando gli passeremo dinanzi.
Lo sconosciuto invece non resistè alla curiosità di osservarli. Loris svoltò a sinistra. I fanali della piccola strada erano più radi, sembrava vuota; improvvisamente si mise a cantarellare con voce tenorile il racconto di Lohengrin all'ultimo atto, pigliando Kriloff sotto il braccio. Nessuno di loro aveva angora rivoltata la testa.
— Ci segue, disse Loris, distinguendo il suo passo sulla neve; canta tu ora, e sta attento.
Si fermò sbottonandosi la pelliccia per cercare il porta-sigari nella marsina.
— Sei pur stonato? esclamò ad alta voce; se ti sentisse Ewlampia in questo momento saresti perduto.
— Non mi sentirà, con lei parlo non canto.
— Credi che ci guadagni molto così?
Lo sconosciuto era a pochi passi.
— Hai un fiammifero? chiese Loris guardando Kriloff in modo così strano che questi comprese.
— No, li ho dimenticati sulla tavola.
— Per Sant'Elia non fumeremo dunque sino a casa tua: un anno della mia giovinezza per un fiammifero!
Lo sconosciuto li aveva sorpassati senza guardare.
— Perdono, signore, lo richiamò Loris salutando del cappello e andando verso di lui colla pelliccia sbottonata, così che si vedeva il piastrone bianco della camicia. La strada faceva un gomito, era deserta.
— Mille perdoni, avreste la bontà di darmi un fiammifero?
L'altro si volse, e prima ancora d'aver risposto trasse di tasca una mano tendendogliela, ma la luce era così scarsa che la scatolina non si vedeva. Loris gli si avvicinò due altri passi: aveva un sigaro fra i denti, sporse la mano sinistra guantata, mentre coll'altra si riadattava il gibus sulla testa.
— Volentieri, disse lo sconosciuto.
Loris vibrò il colpo.
Lo sconosciuto cadde senza gettare un grido. Kriloff sbalordito non si muoveva; Loris proseguiva già senza voltarsi: allora Kriloff spiccò un salto guardandosi addietro, e lo raggiunse.
— Loris...
— È già morto, ne sono sicuro. Non allunghiamo troppo il passo, sarebbe imprudenza.
E dopo una pausa:
— Vedi, seguitò mostrandogli un lungo spillo, che rimise con flemma entro un fodero bruno, è un grosso ago scanalato. L'idea è mia, mi è venuta dalla siringa del Pravatz; il fodero impermeabile è pieno di acido prussico, e chiude ermeticamente mediante un anello di gomma. Ho fatto molte esperienze sopra dei cani: non uno che sia riuscito ad urlare.
Kriloff atterrato abbassò la testa allungando inconsciamente il passo: poi si guardò indietro, spiò davanti, tese in sè medesimo tutti i sensi per cogliere un rumore di qualcuno, che si avvicinasse. Fortunatamente la strada era vuota, ma l'altra, che la tagliava a un cento metri, pareva più frequentata.
— Accendi dunque uno sigaro per darti un contegno, disse Loris con accento ironico. Un'altra volta ti spiegherò il metodo di Lacenaire per uccidere: è ancora il migliore che si sia trovato. Uccidere subito, senza una precauzione, senza una paura, e nessuno può accorgersene. Credi tu che domani mattina si sarebbe saputo alla Terza Sezione se io avevo chiesto un fiammifero ad un signore, che passava per strada? Ebbene non sapranno nemmeno che io lo abbia ucciso, perchè le due azioni si sono compite colla stessa indifferenza.
Kriloff tornò a voltare la testa.
— Siamo in guerra, vita per vita.
Adesso un'immensa distanza li divideva, mentre il pericolo di prima li aveva avvicinati. Loris, che se ne accorse, si fermò all'imboccatura della nuova strada cercando cogli occhi un fiacre: lo vide, ma lungi; si affrettarono alla sua volta.
Quando vi furono saliti, e Loris ebbe costretto Kriloff a rompere il silenzio dando l'indirizzo al fiaccheraio, si sentirono spiritualmente più vicini. Quel fiacchero, che li conduceva al maggiore appuntamento della loro vita, li appaiava di nuovo.
— Ti comprendo, disse Loris piantandogli gli occhi in faccia così che il suo sguardo lo dominò subitamente: la morte di quell'uomo ti ha fatto paura. L'ho riconosciuto appena è entrato nel nostro gabinetto; era una spia del governo. Mi fu segnalato dal colonnello Lavrof a Zurigo: credo che a Ginevra una sera si sia tentato di ucciderlo.
— Davvero? rispose Kriloff, che quelle spiegazioni rasserenavano.
— Se non l'avessi ucciso, avrebbe forse indovinato dove andiamo, e domani mattina saremmo stati tutti e due chiusi nella fortezza Pietro e Paolo. In guerra si contano le battaglie non i morti. Adesso pensa tu a che punto vuoi lasciare il fiacre. Credi che le adiacenze della casa saranno sorvegliate dai loro?
— Non credo.
— Nemmeno vi saranno ridicole formalità massoniche alla iniziazione?
— Trepof me lo ha assicurato.
— Ne dubito: il nichilismo è un'ultima forma romantica.
Ma Kriloff non poteva distrarre la mente da quella uccisione:
— Il tuo ago è così sicuro? È stata la prima esperienza sopra un uomo? Dove lo tieni?
— Qui, nella tasca della pelliccia: la puntura è fine, ma vi cascano dentro tre o quattro goccie di acido prussico e la morte è istantanea.
Loris indovinando il desiderio di Kriloff trasse il pugnaletto di tasca. Non era più lungo di quindici centimetri, sottile come un ago da materassaio; una profonda scanalatura ne faceva quasi un tubetto che finiva a lingua. Bisognava dare il colpo verticalmente, perchè l'acido scendesse nella punta rigata da minimi solchi. Il manico era di osso nero, come il tubetto; si sarebbe potuto portarlo nella tasca esterna dell'abito, che tutti l'avrebbero creduto un termometro da medico.
Licenziarono il fiacre.
Erano le nove. La strada s'allungava davanti ai loro sguardi punteggiata dai fanali nel gran silenzio della neve, sulla quale i riverberi del gas accendevano tratto tratto come delle fiammelle: quasi tutte le botteghe erano chiuse; passavano poche carrozze. Dal secondo piano di una casa signorile, con cinque finestre illuminate, scesero gli accordi di un pianoforte.
I due giovani si strinsero al muro affrettando il passo.
— Ecco la casa, disse Kriloff mostrando a Loris un vasto fabbricato ricco, nel quale s'aprivano alcune botteghe. Da quella del tabaccaio e dall'altra del caffè prorompeva un gran lume.
Quando traversarono la strada, un signore uscì dalla bottega del tabaccaio e venne loro incontro.
— Siete pedinati? chiese a Kriloff senza nemmeno salutare l'altro.
— No.
— Allora andiamo.
Entrarono nell'andito: il dwornik li vide passare dal proprio casotto, fingendo di leggere un giornale. Salirono in silenzio quattro rami di scale; una porta si aperse innanzi a loro, penetrarono in un'anticamera quasi buia.
— Potete trarvi le pelliccie.
Colui, che li aveva introdotti, sembrava un popolano, basso e tarchiato, con una larga faccia e la voce di una grande bonarietà.
Kriloff e Loris, dominati da una indefinibile preoccupazione, si cavarono nervosamente le pelliccie rimanendo nell'eleganza delle loro marsine, poi schiacciarono i gibus, e si tastarono involontariamente i piastroni inamidati delle camicie. Si sarebbe detto che stessero per entrare in una sala da ballo. Kriloff, che doveva introdurre Loris presso il Comitato Esecutivo, col quale aveva avuto altre volte contatto, era adesso di un pallore eccessivo: l'assassinio, commesso dall'amico per strada con sangue freddo così spaventevole, gli faceva temere di un'altra scena. Perchè aveva egli voluto essere presentato al Comitato Esecutivo? Kriloff non lo sapeva ancora: Loris gli aveva parlato confusamente di un accordo da tentarsi fra il nuovo partito nichilista, che veniva reclutandosi fra i giovani, e l'altro caduto nell'impotenza dopo l'uccisione di Alessandro II.
L'anticamera non aveva altro mobile che una cassapanca, sulla quale ardeva una piccola candela. Quando Trepof ebbe accuratamente ripiegato le loro pelliccie, prese il candelliere senza trarsi la propria, e disse loro:
— Venite.
Traversarono due salotti, una sala da pranzo, due camere da letto: pareva un modesto appartamento borghese. In una camera da letto videro sospesi ad un attaccapanni alcuni abiti, un cappellino da donna; i porta-catini avevano le salviette, l'armadio delle sante iconi era aperto. Nella sala da pranzo alcuni bicchieri dimenticati sulla tavola, un piccolo vaso da caffè sopra la credenziera, della quale gli sportelli erano socchiusi, testimoniavano che l'appartamento era abitato. In un'altra camera, più vasta, parata di carta turchina, con quattro divani alle pareti, parecchie poltrone in mezzo, presso un piccolo tavolo di lacca, sul quale sorgeva un samovar, e due grandi specchi incastrati nel muro formavano come un salone. Il pavimento in legno era lustrato a cera, molti bracci di bronzo dorato ai muri erano carichi di candele, un lampadario con lumi a petrolio, ravvolto in un velo verde, scendeva nel mezzo.
Trepof si appressò allo specchio di sinistra, premè con un dito sopra una modanatura, e lo specchio girando su sè stesso scoperse un vano buio. Egli vi si inoltrò tenendo alta la candela; era un piccolo corridoio; si fermò ad una porticina, la spinse, e si trovarono in una saletta.
Trepof depose la candela sopra una sedia.
— Aspettatemi qui.
Quando rimasero soli, Loris guardò Kriloff sorridendo.
— Lo specchio girante come nei romanzi! Tu lo conoscevi già?
— È la terza volta che vengo qui.
— Saranno mascherati.
— Senza dubbio.
Un lampo passò nelle pupille verdi di Loris, che si volse esaminando la saletta.
Trepof tornò.
— Potete entrare, disse a Kriloff, e senza attendere risposta se ne andò per dove erano entrati.
Kriloff titubava.
— Andiamo, esclamò Loris, sul cui viso traspariva come un'impazienza di combattimento.
— Sii prudente, mormorò l'altro, e abbassando la testa quasi dinanzi ad un pericolo inevitabile lo precedette.
Passarono in un'altra stanza egualmente senza mobili, spinsero un uscio nero.
— Avvicinatevi, disse loro una voce, mentre un uomo con una maschera nera sul volto, respingendo l'uscio, si scartava per lasciarli passare.
La stanza era nuda, imbiancata colla calce: non aveva in fondo che un largo tavolo rettangolare, al quale sedevano quattro uomini vestiti borghesemente, con una maschera nera sul viso; una sedia era vuota e doveva appartenere a colui, che era venuto ad aprire la porta.
Loris entrò il primo, a testa alta, fissando coloro che lo aspettavano seduti; altre due sedie stavano dinanzi alla tavola.
Quegli, che li aveva introdotti, ritornò al proprio posto lasciando l'uscio aperto, e con un gesto invitò i due giovani a sedere.
Nessuno aveva ancora parlato.
Loris sollevando gli occhi al di sopra di colui, che sedendo nel mezzo aveva l'aria di presiedere il comitato, vide il ritratto di Alessandro II, e un'impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra a quella vanità, che aveva inspirato al comitato la bizzarra idea di sospendere il ritratto della loro vittima nella sala segreta delle sedute.
Tre di quei cinque membri avevano la fronte calva, coi capelli brizzolati; uno aveva una folta capigliatura di un biondo castano, l'altro i capelli neri, radi e pettinati piattamente sulla fronte. Evidentemente il loro travestimento non andava più in là della maschera.
Il silenzio si prolungava.
Loris seduto correttamente come nel salotto di una signora lasciava errare uno sguardo sicuro sui cinque sconosciuti attendendo: Kriloff invece si muoveva sulla scranna come incerto di alzarsi per parlare, e la sua nervosità si rivelava al modo, col quale tormentava inconsapevolmente il proprio gibus.
— Che cosa chiedete? gli si volse infine quegli, che pareva il presidente.
Kriloff balzò in piedi rispettosamente: era sempre così pallido; posò il gibus sulla tavola e con voce tremula rispose:
— Sono venuto a presentare il mio amico Loris Nicolaievich Repnine secondo il permesso, che mi avete dato.
Tutti gli occhi caddero simultaneamente sopra Loris, che rimase impassibile.
I cinque ascoltavano in atteggiamento rigido: un lume a petrolio riparato da un cupo cappello verde lasciava i loro corpi e le loro maschere in un'ombra fredda, che la bianchezza delle pareti sembrava aumentare; il tappeto verde, che copriva il tavolo, era qua e là macchiato d'inchiostro. Lo sguardo di Loris si fermò sul dito di uno osservandovi un sottile anello matrimoniale.
— Il vostro amico ha dunque qualchecosa di importante a comunicarci?
Poi improvvisamente con voce severa:
— Saverio Alessandrovich Kriloff, siete voi sicuro della sincerità del vostro amico? proruppe senza guardare Loris.
Questi volse il viso.
Kriloff rispose con voce ferma:
— Sì, garantisco sulla mia vita.
— La vostra garanzia non garantirebbe nulla se vi foste ingannato. Che cosa sarebbe la vostra vita in confronto degli interessi, che avreste compromesso? La punizione, che vi colpirebbe infallibilmente, soddisferebbe alla giustizia senza compensare il danno. Noi siamo sicuri della vostra onestà, la vostra intelligenza potrebbe nullameno essere stata sorpresa.
— Siete molto prudente signore, osservò Loris.
— Che cosa vuole da noi il vostro amico?
Kriloff si volse a Loris come invocando un suggerimento.
— Mi ha pregato di ottenergli questo abboccamento, che mi avete concesso sulla fede delle mie assicurazioni.
— E sulle nostre informazioni. Vuole egli essere dei nostri?
Kriloff cominciava a turbarsi. L'insistenza, colla quale il presidente affettava di non accorgersi di Loris, gli accresceva l'imbarazzo; temeva una parola provocante da questi, e non sapeva come rispondere a tale interrogatorio.
Ma Loris intervenne.
— Al fatto, signore. Voi mi conoscete altrimenti non mi avreste ricevuto. Se le vostre informazioni sono profonde avrete fors'anche indovinato il perchè vi abbia fatto chiedere questo colloquio.
Nessuno si mosse.
Loris proseguì:
— Anzitutto accettate i miei complimenti. Credevo che per arrivare sino a voi avrei dovuto passare per le vecchie farse di tutte le iniziazioni; siete moderni.
Loris, che s'aspettava una risposta, rimase impacciato del loro silenzio.
— Comprendo la prudenza della vostra maschera, seguitò con sarcasmo.
Il silenzio dei cinque parve diventare anche più intenso: stavano immobili. Kriloff aveva abbassata la testa. Sulla faccia di Loris passò un fremito.
— A che punto è la rivoluzione?
Il presidente si volse lentamente squadrandolo:
— A quale la desiderereste voi, che interrogate?
— Al punto che non aveste più bisogno delle maschere. Se il vostro Comitato, anzichè di congiura fosse di guerra, sarebbe noto a tutta l'Europa, e la rivoluzione in Russia sarebbe già cominciata. Poi girando su loro un'occhiata sicura: non venni, proseguì, a domandarvi informazioni settarie; mi sarebbero inutili, giacchè nessun vostro attentato raggiunse mai lo scopo. Quel ritratto di Alessandro II mi dice che pensate il contrario; nullameno a che servì quello czaricidio? Vi esporrò limpidamente il mio pensiero. Venni a chiedere e ad offrire alleanza. Chi sono? Dovete saperlo; i vostri amici all'estero vi avranno informato sul mio conto; se non volli mescermi alle loro conventicole, le conobbi; lasciatemi dire.
— Dite.
— A che servì lo czaricidio? Non fu che l'ultima fase di un duello durato dodici anni. Vi perdeste qualche migliaio di soldati fra morti e prigionieri, ma otteneste colla pubblicità dei processi l'apoteosi dei patiboli, eccitaste le simpatie colle fughe dalle carceri, sollecitaste le curiosità colle caccie ai gendarmi, mandaste all'estero molti emigrati, disseminaste apostoli nel popolo. A che pro? Eravate una setta contro un impero, un mollusco sopra uno scoglio. I vostri mezzi furono la propaganda coi giornali fra un popolo che non legge, l'assassinio politico fra un popolo che non si batte. I vostri emigrati che cosa fecero all'estero? Riviste e libri: i più frequentarono le università accattando diplomi per professioni. I rimasti in Russia produssero colle mine qualche guasto, che pochi muratori bastarono a riparare.
Uno dei cinque si agitò sulla scranna.
— Dite, ripetè il presidente.
— Chiedevate allo Czar Alessandro II una costituzione; ma poteva egli darla? Lasciamo come oggi si affermi che l'avesse già firmata alla vigilia della morte: sarebbe stata come tutte le altre riforme concessa con una mano ritirata coll'altra. L'esperimento di Pio IX a Roma nel 1848 vale per tutti: czarismo e papismo sono inconciliabili colla libertà; debbono essere distrutti non modificati. Perchè chiederla ancora nel vostro manifesto ad Alessandro III? Non si mendica al figlio, di cui si uccise il padre; è assurdo domandare al proprio nemico di suicidarsi: bisogna ucciderlo. Ma nessun regicidio uccise mai una monarchia. Il nichilismo non è più che l'ultima forma del romanticismo politico.
Loris sostò, ma una lunga corrente di pensieri lo spingeva.
— Dite, ripetè ancora il presidente.