Il Nemico, vol. I

Part 3

Chapter 33,690 wordsPublic domain

Il disordine della stanza si era fatto più vivo. Alcuni stavano seduti come a disagio sulle sedie, mutandovi incessantemente posa senza potervisi calmare: Ossinskj, col viso rosso per la troppa vodka bevuta, era tornato alla stufa quasi per equilibrare nel calore della sua irradiazione l'ardore, che gli bruciava le vene: Kepskj seduto sopra un divano si batteva la pipa sul ginocchio. Slotkin gironzava intorno alla scrivania torturandone i libri, mentre Fedor in piedi, col ventre appoggiato allo spigolo della tavola, fissava nella fiamma del lume a petrolio gli occhi lucenti e sbarrati.

— Siamo tutti vili, esclamò. Il Comitato Esecutivo chi lo conosce? Chi lo compone? Perchè non salva Rodion come salvò Krapotkine, Vera Zassulic, Giovanni Bokanosky, Leo Deuc e Jacopo Stefanovich? Gli studenti delle università dovrebbero essere già insorti per Rodion. Noi che non siamo niente, che non siamo nemmeno in rapporto col Comitato Esecutivo, che cosa facciamo qui a parlare di Rodion? Abbiamo paura: tu, Slotkin, ne hai forse meno di noi, seguitò con amaro sorriso, perchè hai osato almeno dire con noi ciò che non osiamo confessare a noi stessi. Sì, abbiamo paura; bisognava già aver fatto qualche cosa. Tu, Ogareff, sei migliore di noi; hai tentato di agire solo, arrischiando tutto. Hai ragione, siamo vili.

— Piangi, piangi, bambino, gli rispose sprezzantemente Lemm, i poeti son tutti così: tu hai paura della morte di un altro.

In quel momento suonò il campanello della porta: Andrea Petrovitch e Ogareff si slanciarono contemporaneamente fuori della stanza, tutti gli altri ammutolirono. Kepskj e Lemm si misero le mani in tasca, forse tastando un'arma.

— Tanto meglio se fosse la polizia! mormorò Fedor.

Si udivano dall'altra stanza le voci di Andrea Petrovich e del dwornik: poi scesero tutti, Ogareff e Pietro il mugik lasciando l'uscio aperto. Che cosa era? Slotkin, appoggiato alla scrivania, stese la mano verso gli scuri della finestra per aprirne uno e spiare sulla strada, ma si rattenne. Quell'attesa di appena un minuto diventava insopportabile.

— Suona, sussurrò con voce strozzata a Kepskj, indicandogli il violino sulla cassa del pianoforte.

Questi scrollò le spalle come giudicando inutile l'espediente, ma nullameno si alzò; la sua mano girando la chiavetta nella piccola serratura, della quale la piastrina intagliata d'ottone spiccava sul nero della cassa come un gioiello, tremava. Molte voci salivano.

Kepskj s'affrettò. Le prime note furono tremule, le voci arrivavano già all'uscio. Allora Kepskj pallidissimo si avvicinò al tavolo e, atteggiandosi a vero suonatore, attaccò vigorosamente l'aria del gran duetto d'amore nel terzo atto del Faust, mentre gli altri gli si stringevano attorno. Olga Petrovna, quasi obliata in quel momento, ma più indifferente di tutti, si accomodava un riccio sulla fronte.

— Aspetta dunque, Kepskj, gridò Andrea Petrovich dal pianerottolo: finalmente è arrivato Kriloff col violoncello.

Kepskj abbassò il violino senza che alcuno rispondesse: s'intese il rumore di una gran cassa che sbatteva nell'uscio entrando, poi la voce del dwornik che salutava Ogareff fra un rumore di passi, e finalmente l'uscio si chiuse. Il mugik entrò colla grande cassa del violoncello sulla schiena; dietro di lui, a gruppo, tornarono Ogareff, Andrea Petrovich, Leo Kriloff e un altro.

Slotkin fu il primo a gridare:

— Tu Loris! e si slanciò per abbracciarlo.

— No, questi ribattè: per ora non sono Loris Nicolaievich Repnine, bensì Monsieur Leon Blondel parigino, maestro di musica e direttore d'orchestra; così almeno abbiamo detto con Kriloff al dwornik.

— Tornato da quando? domandò l'altro, al quale la voce fredda del nuovo arrivato parve imporre rispetto.

— Presentami invece a questi signori, che non ho l'onore di conoscere, e dei quali sono venuto a fare la conoscenza.

Era vestito di un'elegante pelliccia di martora dorata e teneva il berretto di schoner in mano, girando sull'assemblea uno sguardo dominatore. I suoi occhi, di un colore indefinibile in quella luce fumida della stanza, erano pieni d'iridi e di fosforescenze come quelli dei gatti. Pareva assai giovane. I suoi lineamenti femminili, che una tenuissima e rada lanuggine alle labbra e alle guancie non bastava a virilizzare, acquistavano dall'energia dei sopracigli, di un colore più carico e leggermente aggrottati sotto la fronte alta e ripida, una durezza quasi antipatica. La mano, colla quale teneva il berretto, era sguantata, corta e larga, ma secca e nervosa come un artiglio.

Tutti lo fissavano: Olga Petrovna si era alzata involontariamente.

Slotkin gli presentò tutti quei giovani pronunciando semplicemente il loro nome: a quello di Olga Loris rispose collo stesso lieve inchino del capo, all'altro di Ogareff alzò la mano come per dire: è inutile, e salutò il giovane con un sorriso.

Nessuno aveva teso la mano: si sarebbe detta una presentazione di studenti ad un superiore.

— Ora, disse Loris, prima che Slotkin spiegasse a tutti chi egli fosse, dovremo scambiarci gli indirizzi. Il mio non posso darlo ancora: sono sceso all'Hotel de Londres, ma non ci resterò.

— Arrivi di lontano? chiese Slotkin.

— Da Parigi, rispose senza voltarsi. Avevo scritto a Kriloff: non ne avevi dunque parlato a questi signori? Tanto meglio! Sarà più facile intenderci. L'ultimo attentato di Rodion mi ha persuaso della necessità di ritornare in Russia. Ho saputo tutto a Parigi: chi era Rodion, come concepì l'attentato, chi ve lo spinse: so chi ora l'abbandona. Voi non conoscevate Rodion, signori, e il suo sguardo girò sulla piccola assemblea; nullameno siete i soli a Pietroburgo, che si radunino per constatare che non vi è nessun mezzo di salvarlo.

— Proprio nessuno? chiese Fedor, già soggiogato dal tono di quelle parole.

— Vi fosse pure, bisognerebbe rifiutarlo.

Nella stanza corse un fremito. Kriloff, che aveva finalmente aperta la cassa del violoncello, si volse anch'egli; Olga Petrovna incontrando lo sguardo di Loris abbassò il proprio.

— Quando si attenta alla vita di uno Czar bisogna esser sicuri di non sbagliare il colpo, altrimenti si rende spregevole la propria idea e simpatico il tiranno, che si doveva uccidere. Rodion ha meritato la morte: lo Czar non avrebbe che a graziarlo, perchè il ridicolo lo costringesse a suicidarsi. Noi andremo ad assistere alla sua esecuzione nel campo di Smolensko; è necessario che nessuno per ora ci sospetti. Un'impiccagione, esaminata a sangue freddo, basterà a guarire quanto rimane in voi del vecchio romanticismo nichilista.

Kriloff, che meglio di ogni altro, conosceva Loris, lo guardò stupefatto di ammirazione: Ogareff ed Ossinskj si consultarono con uno sguardo, Lemm come affascinato fece un passo verso di lui.

Egli pareva già intimo loro e, per lungo unanime accordo, maggiore di loro.

Fedor smarrito spiò nel volto di Olga: non osava rispondere.

Allora Kriloff, piegandosi sulla cassa aperta del violoncello, ne trasse molte copie di uno stesso libro, che depose sulla tavola. Era l'ultima opera — _Paroles d'un révoltè_ — del principe Krapotkine, stampata a Parigi e introdotta in Russia chi sa con quali rischi.

Loris gettò un'occhiata sopra un volume.

— Ancora un libro, disse lentamente: il loro tempo è passato come quello dei regicidii; le rivoluzioni non si fanno con mezzi così piccoli. Rodion, come Solovieff, trascorse la notte prima dell'attentato in un postribolo: i tiratori svizzeri si frenano invece con un mese di dieta e di castità per concorrere al gran premio nazionale.

S'interruppe con un gesto sprezzante.

— Avete le vostre carte da visita signori? Vi farò avvisare da Kriloff e da Slotkin dove si potrà radunarci. Ora sarà meglio che usciate per non destare sospetti. Come siete soliti, in questa casa, a regolare la vostra ritirata?

Tutti si affrettarono a trarre i biglietti da visita: Olga, che non lo aveva, scrisse colla matita il proprio indirizzo sotto quello di Ossinskj.

— Io, disse Lemm, parto forse domani per Mosca.

— Ci sarà da fare colà; e gli stese la mano, che l'altro strinse con evidente soddisfazione.

Cominciò la partenza: Loris, in piedi presso la porta, ricevette il saluto di tutti. Quello del conte Ogareff fu più amabile; evidentemente Loris distingueva il giovane conte dagli altri.

Andrea Petrovich, che non aveva ancora parlato, appena rimasto solo con Kriloff e con Loris, sentì come un imbarazzo: l'improvvisa autorità di quel nuovo arrivato, conosciuto solamente da Kriloff e da Slotkin, accettata senza protesta da tutti, gli si aggravava sul capo.

Ma Loris scorgendo molte copie del volume di Krapotkine sul tavolo, malgrado che ognuno di quelli se ne fosse andato nascondendone più di una sotto gli abiti, gli disse:

— Gettatele subito nella stufa; è inutile compromettersi per simili scempiaggini.

L'altro ubbidì, quasi con troppa fretta, senza che Kriloff s'opponesse.

— Ora scendiamo dal dwornik per spiegargli come io non abbia potuto dirigere nessun pezzo della vostra opera su Boris Godunof.

La spiegazione fu delle più facili.

Nella strada, al lume di un fanale, scorsero una figura d'uomo ferma nello sforzo di accendere indarno più d'un fiammifero per bruciare la punta dello sigaro.

— È Ogareff, mormorò Loris.

Poi, quando gli furono vicini:

— Ci aspettavate, conte?

L'altro, che non s'aspettava di essere chiamato con questo titolo, sorrise.

— Volevo pregarvi di venire a pranzo da me.

— Sarà meglio che accettiate voi il mio invito: ci faremo vedere in un camerino del Caffè Inglese. La prudenza è adesso di rigore.

II.

Due giorni dopo il conte Ogareff era nel proprio salotto bianco, quando un servo venne ad annunziargli la visita di Olga Petrovna.

Quantunque non fosse che d'autunno, il freddo nelle vie era molto intenso: aveva nevicato largamente nella notte, e un'aria fumida e greve rendeva più triste quella stagione, già per sè stessa poco gradevole in Russia per la violenta alternativa di venti, che raggelano e sgelano con pericolosa rapidità immense zone di neve e di acqua. Il giovane sibarita aveva preso allora un bagno di vapore e, ravvolto in un'ampia veste da camera di grossa lana bianca del Tibet, stava assaporando con voluttuosa lassitudine una sigaretta, lungo disteso sopra un divano. Il salotto, tutto bianco, aveva una strana fisonomia, pura e selvaggia. Le sue pareti tappezzate di pelli di orso bianco, dalle quali penzolavano qua e là come gemme le unghie inargentate, si confondevano colla volta parata di un'indefinibile stoffa bioccosa, che si riuniva capricciosamente nel mezzo per sostenere un antico lampadario di vetro carico di candele trasparenti. Un tappeto bianco, grosso e duro, le formava sotto un piano quasi troppo rigido, mentre due divani ricoperti in pelle d'orso, larghi e bassi, sembravano due letti, cui i cuscini delle spalliere ricamati di ceniglia e d'oro dessero un significato d'amore. Sopra un tavolino in metallo bianco, dalla forma bizzarra di tripode, presso la finestra velata da una doppia tenda, un samovar d'argento gorgogliava tenuemente nel silenzio caldo del salotto, già aromatizzato dal fumo della sigaretta. In un angolo, sopra un paravento giapponese, chiuso in una cornice di ramoscelli di una flora sconosciuta, passava per un cielo di argento opaco un gran volo di uccelli azzurri, rapidi e languidi, colle gambine penzolanti e nel lungo becco roseo un insetto verde.

Olga Petrovna, respinta dal calore intenso di quell'atmosfera, s'arrestò sotto la portiera restandovi incorniciata come un ritratto.

— Che vuoi, bella Olga? chiese il giovane conte senza levarsi dal divano, tendendole indolentemente una mano molle e robusta.

Ella venne famigliarmente a sedergli presso la testa, sulla quale lasciò errare la mano guantata. Il suo abito bruno pareva funebre fra tutto quel bianco, mentre la sua faccia, rossa ancora dalle sferzate del freddo nella strada, stentava a riacquistare tutta la propria delicatezza.

— Nemmeno tu ci sei stato? domandò con voce quasi rauca.

— No.

— Non c'era che lui.

— Me lo sono immaginato; poi dopo una pausa: e Rodion?

— Sublime! Ha mostrato come Rissakoff i polsi rotti dalla tortura. Non c'era quasi nessuno: già era presto.... freddo.

Olga si levò: forse la visione del patibolo le riappariva più terribile fra quel bianco, del quale il tepore le saliva sotto gli abiti e su per il volto a riscaldarle il sangue. A quell'ora Rodion doveva essere disteso, col collo rotto, sopra una panca nella camera funeraria: si sapeva che i medici dell'università dovevano fargli la necroscopia.

Mosse qualche passo su e giù pel salotto, poi si fermò davanti ad Ogareff, che si era seduto quasi compostamente.

— Abbiamo disobbedito.

— Disobbedito?!

— Sì, all'ordine di Loris: avremmo dovuto trovarci tutti nel campo.

— Una sua guasconata, che ti ha fatto molta impressione, disse Ogareff. Via, non pensiamoci più. Povero Rodion! ha saputo morire nobilmente; verrà forse anche per noi l'occasione, e allora ci ricorderemo di lui per imitarlo, se non saremo riusciti prima a vendicarlo. Adesso viviamo. Lo Czar può interrompere la nostra vita, ma non toglierle la primavera.

Nullameno la sua voce restava malinconica: afferrò Olga per la vita e, costringendola a sedersi sul divano, le cinse un braccio al collo.

— Sei stata a cena con Ossinskj l'altra sera? È dunque così forte, mia bella Olga, che abbia potuto fissarti? Raccontami la tua notte bianca fra questo bianco polare, che una volta ti piaceva tanto.

Olga alzò le spalle.

— Stanca pure di Ossinskj! esclamò l'altro.

— Di tutto.

Una profonda mestizia le apparve sul volto: si abbandonò sulla spalliera del divano e, sostenendosi la fronte sopra una palma, si mise a pensare. Le sue scarpine umide avevano lasciato un'orma sucida sul tappeto. Ogareff le si sdraiò a fianco; passò del tempo.

— Perchè sei venuta? le chiese improvvisamente.

Invece di rispondere Olga disse:

— È strano. Nessuno di noi conosceva il povero Rodion, eppure ci siamo compromessi sino all'ultimo per salvarlo; nessuno di noi conosce ancora Loris, ed è già il nostro capo.

— Tu pensi a lui: ti avrebbe già affascinata? Perchè no? proseguì tagliandole la risposta; l'amore è libero nella nostra teoria.

Ma ella senza levargli gli occhi in viso mormorò:

— L'amore libero non è forse che la libertà senza l'amore.

— Sei innamorata, Olga: tu sei venuta da me per chiedermi qualche cosa di Loris. Sciaguratamente ne so quanto te. Mi pare che posi.... è misterioso. Ho pranzato l'altra sera con lui al Caffè Inglese. Le sue maniere sono aristocratiche, ma vi si sente ancora un po' di sforzo: nullameno, lo riconosco, è un uomo superiore. Stassera pranzeremo assieme.

— M'inviti?

— Pranzeremo ancora al Caffè Inglese con Kriloff; tu potresti destare sospetti. Poi chi sa se Loris, aggiunse con lieve sorriso d'ironia, ne fosse contento. Mi pare che non ami le donne; gli ambiziosi come lui sono senza cuore.

— Lo credi ambizioso?

— Tremendamente. È rivoluzionario per rabbia di conquista: mi piace per questo.

— Come te; ti sei fatto rivoluzionario per odio della aristocrazia, che serve lo Czar. Tu sei uno scettico, ti arrischi per il piacere di comprometterti. Ma Loris non ti ha detto nulla dei propri disegni? Slotkin, che lo conosceva qualche anno fa, non ha voluto raccontarmi niente della sua vita: parla di lui con molta ammirazione.

— Vuoi che ti accompagni da lui? Ho il suo indirizzo: abita piazza Isaac N. 20, ha tutto un piccolo appartamento. Solamente non so se ci riceverà. Ma tu stai male! esclamò improvvisamente: il supplizio di Rodion ti ha sconvolta; aspetta, prendi una tazza di the.

Infatti Olga diventata pallida aveva le labbra tremanti e gli occhi gonfi.

Una crisi di pianto la sollevò.

— Povero Rodion.... morto come mio padre!

Ogareff, che le aveva già offerto la tazza del the, vedendola sollevata sorrise, e come per distrarla domandò:

— Perchè lo chiami questa volta tuo padre?

— Non lo so, è vero. Io non l'ho conosciuto, mia madre, parlando di lui, dice sempre mio marito: ella lo amava come uomo, non come mio padre. Io non ho nessuno. Mia madre vive della memoria di lui, e mi ha insegnato ad odiare lo Czar, ma non mi ama.

— Così sei più libera: la tua stessa professione ti da una indipendenza assoluta.

Ella s'alzò.

— Ho qualche visita da fare, rispose ad una sua occhiata.

— Non sei dunque venuta per me? le disse prendendole galantemente le mani e attirandosela sul petto senza che ella resistesse.

— Tu sei innamorato della principessa ora.

— Saresti gelosa? Quale complimento! esclamò dandole un bacio.

Ella lo lasciò fare. Il calore del gabinetto li ravvicinava: erano tutti due biondi, cogli occhi azzurri, rosei e giovani. Egli con quella lunga veste bianca stretta alla cintura da un grosso cordone, il collo dolce che gli si vedeva sotto la camicia smollata, sarebbe parso quasi una donna senza quell'aria quasi fiera della faccia: ella era più piccola, coll'abito che le guantava le spalle e il petto, i riccioli che le sfuggivano sotto il berrettino di martora, un po' fredda e rigida come un uomo.

— Non sederai? esclamò ricadendo sul divano e traendosela sulle ginocchia, mentre con un braccio le stringeva più vivamente la vita e coll'altra mano le tormentava i bottoni del corsetto. Ella ebbe ancora un istante d'indifferenza, poi gli piegò il capo sopra una spalla nascondendogli il viso nel collo.

Nel gabinetto bianco il samovar seguitava a gorgogliare.

Quando Olga se ne andò, gli disse:

— Mi racconterai poi che cosa ti ha detto Loris.

— Gli dirò che sei innamorata di lui.

— Per carità! gridò congiungendo le mani vivamente, con atto così femminile che l'altro ebbe un lampo di vera meraviglia negli occhi, e riassicurandola con un sorriso pieno di bontà le gettò un ultimo bacio per saluto.

Ma rimase pensieroso.

Le poche parole di Olga su Loris gli avevano richiamato alla mente il problema di questo sconosciuto, che presentatosi in mezzo a loro con Kriloff aveva subito assunto una specie di comando. Nè Kriloff nè Slotkin avevano saputo dire gran cosa sul conto suo: lo avevano conosciuto studente cinque anni prima alla università di Kazan, senza famiglia, non ricco, potente di pensiero e di coraggio; quindi era scomparso. Più tardi aveva scritto loro dall'estero; altri nichilisti lo avevano conosciuto in Francia giudicandolo con criteri opposti, ma riconoscendogli una indiscutibile superiorità. Nessuno lo aveva mai sospettato spia del governo, sebbene mostrandosi rivoluzionario non avesse mai voluto appartenere ad alcun gruppo.

Ora pareva ricco. Perchè era tornato?

Ogareff attratto verso di lui da una simpatia, nella quale resisteva segretamente un orgoglio di rivalità, aveva già accettato un invito al Caffè Inglese, e nella sera doveva ritornarvi a pranzo senza che Loris imponendoglisi nella conversazione gli avesse ancora rivelato alcun disegno. Il suo temperamento rimasto aristocratico malgrado l'assurda intrattabilità di tutte le idee nichiliste gli faceva sentire in Loris il tipo ideale del rivoluzionario dominatore e signorile. Loris lo trattava quasi con rigidezza inglese, mentre con Kriloff sembrava usare la famigliarità sottilmente umiliante di un superiore, che nessun caso di guerra o di lavoro potrà mai livellare coi gregari. Adesso le prime parole di Olga gli tornavano alla memoria: ella gli aveva chiesto subito perchè avesse mancato all'impiccagione del povero Rodion malgrado l'invito di Loris; la giovinetta lo aveva preso per un ordine, ed aveva obbedito. Loris era stato presente a quel supplizio, solo, impassibile. Perchè? Non era dunque una guasconata? Perchè assistere a quel martirio, che tutta la loro imprudente generosità non era riuscita ad impedire?

Ogareff perduto in queste riflessioni si scordava di essere aspettato al club e di avere un appuntamento colla bella principessa Strogonoff, una delle dame più eleganti di Pietroburgo.

Passando in victoria lungo la prospettiva Newsky vide Loris vestito con severa eleganza, a piedi, che gli fece un cenno. Ogareff rattenne tosto i cavalli, Loris gli si avvicinò. La fila delle carrozze arrestata un momento oscillò: i due giovani egualmente belli e signorili attrassero l'attenzione di molti passanti.

— Perchè non salite meco?

— Avrò l'onore di aspettarvi a casa mia sulle cinque, rispose l'altro inchinandosi.

Alle cinque Ogareff, in marsina e cravatta bianca, era nel salotto di Loris, che lo ricevette egualmente vestito.

— Avete fatto benissimo a vestirvi così. Il nostro pranzo al Caffè Inglese non potrà essere sospettato.

Ogareff si inchinò freddamente aspettandosi quasi un rimprovero per non avere assistito alla impiccagione del povero Rodion, ma s'ingannò.

— Ho dovuto affrettare l'ora del pranzo per un convegno importante, che potrò forse comunicarvi domani. Troveremo Kriloff per strada; vi ho fatto venir qui perchè è bene che il dwornik vi conosca. Io stesso verrò ad una cena, che voi darete ad alcuni amici del vostro club: così li conosceremo ed avremo relazioni sicure nel campo avversario. La vostra tattica di non ravvisare altrove gli amici, coi quali vi trovai da Andrea Petrovich, non è assolutamente buona, quantunque la vostra posizione sociale vi proibisca apparentemente simili relazioni. Però stamane avete ricevuto Olga Petrovna. È donna, e si crederà ad un capriccio di libertino: nullameno ella è già sospetta alla polizia; dovrete in seguito modificare le vostre relazioni.

— Come lo sapete?

— Lo so. Ora possiamo uscire: permettete che vada a mettermi la pelliccia.

Il conte Ogareff, rimasto solo, si girò gli occhi intorno esaminando. Il salotto aveva quel lusso volgare ed impersonale degli appartamenti, che si affittano; sullo scrittoio nero, senza libri, entro una sottile cornice di metallo bianco s'alzava un ritratto. Ogareff ebbe la curiosità di guardarlo. Era una litografia di un uomo, che sorgeva in piedi come per rispondere ad un interlocutore invisibile: un lembo di tavola gli arrivava al petto prolungandosi oltre la cornice assurdamente.

Loris rientrando lo sorprese intento in quel ritratto.

— Vi piace?

— Francamente, no: pare una faccia di assassino.

— Infatti è il più illustre assassino della storia, Giuda Iscariota. Un amico mio, a Parigi, ebbe l'idea di staccare la sua figura dalla cena degli Apostoli di Leonardo da Vinci. Guardate, seguitò togliendogli di mano il ritratto ed appressandosi al lume: Leonardo racconta d'aver girato lungo tempo pei vicoli di Milano cercando fra la plebe più abbietta il tipo di Giuda. Evidentemente dalle sue parole traspare l'intenzione d'ingiuriarlo, ma il genio del pittore ha invece trionfato della piccineria del cattolico. Osservate quanta durezza sulla faccia di questo uomo, che ha dovuto resistere alle illusioni di tutte le speranze umane e divine per vendere Cristo a trenta denari, annullando per sempre col ridicolo del prezzo il valore del nuovo Dio. Era impossibile rispondere più superbamente alla promessa di un paradiso, che ingannava i poveri lasciando sulla terra tutti i privilegi ai ricchi. Giuda ha saputo uccidere Cristo, il cristianesimo non è riuscito ad inventare una pena adeguata al deicida.

Quando uscirono tutti i fanali erano già accesi: nelle vie passava gran gente. Kriloff, che li aspettava, finse di imbattersi in loro ad una cantonata; era egli pure in marsina e pelliccia. I tre giovani allungarono il passo, e furono presto al Caffè Inglese già affollato dei soliti avventori; traversarono due grandi sale, dietro un cameriere che li condusse in uno dei molti gabinetti, ove non era posto che per due o tre tavole.

Il servizio era elegante, il cameriere parlava correttamente francese.

Sul principio i tre giovani rimasero soli.