Il Nemico, vol. I

Part 2

Chapter 23,705 wordsPublic domain

— Scempiaggini! La neve sola distrusse la grande armata. Senza la corazza di ghiaccio la Russia cadrebbe ferita a morte nel primo combattimento. Quando si ha la disgrazia di nascere russi, bisogna congiurare per farsi uccidere, altrimenti si è costretti a suicidarsi per sfuggire alla nausea di sè stessi. Io sputo sulla Russia.

— Viva la Russia e morte allo Czar! proruppe a bassa voce, con occhi scintillanti, Ossinskj.

L'altro alzò sprezzantemente le spalle.

— Morte allo Czar! ripetè il conte Ogareff, alzando un bicchiere colmo di Sauterne.

— Già, siamo ai brindisi! replicò Fedor con inflessione così insultante nella voce che tutti impallidirono: ecco il coraggio russo!

— Tu insulti dunque?

— Sì, perchè odio me stesso prima di tutto; mi vergogno di essere russo.

In quel momento Andrea Petrovich, che aveva seguito con visibile compiacenza la discussione, si torse verso la tastiera e, sorridendo ironicamente a se stesso, suonò le prime battute della grande marcia di Glinka nell'opera, — _La vita per lo Czar_ —.

— Tieni, gridò Fedor lanciandogli alla testa senza colpirlo un bicchiere d'acquavite.

Tutti sorrisero.

— La tua musica russa! Non a Pietroburgo certamente Rossini avrebbe potuto scrivere il Guglielmo Tell.

— Un'opera sopra un uomo che non ha mai esistito, ecco l'arte! osservò con voce stridula, ghignando, Sergio Nicolaievich Lemm.

— E che in Russia non esisterà mai. La Russia, che non ha saputo immaginare un Guglielmo Tell, non avrà mai un Garibaldi.

— La Russia, replicò Ossinskj, ha tutto ciò che voi altri le negate.

— Io, intervenne Ogareff, le nego anzitutto l'aristocrazia: dietro di essa si sarebbe formato il popolo. La Russia non ha nobiltà; il suo patriziato non fu mai che di cortigiani e di impiegati, vili i primi, ladri i secondi; l'uno e l'altro tutti due.

— Meglio così! insistè Ossinskj, tanto a quest'ora sarebbe corrotta come tutte le altre aristocrazie d'Europa. Basta guardare la Russia sulla carta....

— Sulla carta di Rittich?! adesso ci farai tu una lezione di geologia, perchè tuo zio fu amico di Krapotkine. Krapotkine! un geologo di cui l'Europa sorride, un rivoluzionario che scrive declamazioni a freddo nella tranquillità di Londra.

— Non rispetti dunque nessuno?

— Nessun russo.

— E i nostri morti, i soli martiri moderni?

— Tu credi ingenuamente che l'Europa ci ammiri, perchè in trenta attentati siamo finalmente riusciti ad uccidere un Alessandro II? Noi valiamo meno degli antenati di Ogareff: essi uccisero più di uno Czar senza tanti sforzi, con un complotto di palazzo. Intanto chi salva Rodion?

— L'epoca dei martiri non è ancora passata.

— Rettorica.... Chi non vince ha torto. Lasciamoli alle religioni i martiri, buoni per farne dei santi quando arrivano finalmente coloro, che vincono. La Russia è vile.

— Più della China, proruppe Ogareff. Nessun popolo ha per il proprio tiranno la fede del popolo russo, ed è un popolo già socialista nelle proprie istituzioni. Perchè congiuriamo? Pel popolo no certo.... almeno io. Io odio lo Czar e l'aristocrazia, che lo sostiene, non amo un popolo, che adora il proprio tiranno e serve a tutti.

— Bisogna educarlo, disse Boris Slotkin.

— Ufficio di pedanti: preferisco ritentare l'impresa di Rodion. Egli ha sbagliato lo Czar perchè il revolver gli ha tremato nella mano.... Forse era troppo freddo quella mattina, aggiunse ironicamente.

— Sei tu adesso, Ogareff, che fai della rettorica; ma il silenzio stesso del popolo russo fra il garrito di tutte le nazioni europee non dice abbastanza che il mondo moderno non ha che un'aspettazione, la Russia? Che facemmo, Fedor, nel passato? Nulla: ecco il nostro orgoglio; tutte le nazioni sono esauste, noi siamo vergini. Che faremo? Tutto. La Russia avrà Dante e Shakespeare, Michelangelo e Galileo, Darwin e Hegel; noi supereremo tutti. Fonderemo Oriente ed Occidente seppellendo autocrazia, monarchia, aristocrazia, democrazia sotto la formula nuova del socialismo, che solo in Russia può trionfare. La rivoluzione dell'avvenire, maggiore di tutte le altre sommate insieme, deve prorompere da un popolo vergine; il vecchio mondo non può che rigenerarvisi, e non tutto; molte nazioni vi scompariranno. Che cosa è l'Italia? La sede dell'ultimo papato e l'ospizio delle prime arti. La Francia si è consunta nella sua doppia missione di unità monarchica al medio evo e di rivoluzione borghese in questo secolo. L'Inghilterra non è che la prima unità mondiale del commercio, ottenuta col monopolio e destinata a perire sotto la libertà di commercio. La Germania è una nazione di allevatori di idee, sempre ultimi nei fatti. Noi ci formiamo. Siamo plagiari, tu credi, Fedor? I bambini lo sono forse? Siamo senz'arte? Ieri sì, oggi no; domani tutta l'arte sarà russa, perchè l'unico materiale nuovo d'arte è russo. Fra mezzo secolo saremo oltre duecento milioni: chi ci resisterà? Duecento milioni di uomini moderni! Gli Czar saranno allora lontani come i Kan di Tartaria lo sono adesso per noi. Ecco perchè tutto quanto ha un'anima oggi in Russia è con noi, pensa, soffre, odia di un odio fatto di amore, è pronto a morire con noi. Sì, Rodion morrà, e dopo di lui moriranno altri ancora, ma la Russia trionferà sul mondo e pel mondo. Ebbene, la nostra vita di ora è più bella di quando la libertà e la giustizia avranno trionfato. Chi sa se la felicità non annoi! Io preferisco la mia epoca; posso essere ucciso, ma posso uccidere affrettando la creazione di un mondo. La creta sotto la stecca dà mille volte più piacere del marmo sotto lo scalpello; il marmo dura, e la creta si sforma facilmente. Che importa? L'uomo non può gustare l'infinito della bellezza e dell'amore che in un attimo.

— Bravo! esclamò Andrea Petrovich.

— Chi dubita? Chi dispera fra noi? seguitò con accento entusiasta Ossinskj: tu, Slotkin, sei pessimista, eppure resisti: tu, Ogareff, disprezzi il popolo e arrischi tutto per lui: tu, Fedor, insulti l'anima russa, perchè non la senti ancora pari a sè medesima e alla gloria del proprio avvenire: tu, Lemm, sei uno studente proletario come me, che ha ricusato di entrare nello tchin per non servire a coloro, i quali aggravano la miseria del popolo: tu, Kepskj, hai disertato il ricco negozio di tuo padre per diventare medico e curare le piaghe della povera gente senza speranza di guadagno: tu, Andrea, ascolti nel silenzio del popolo le voci del suo spirito come Chopin....

— No, Chopin era un malato, rispose con impeto Andrea Petrovich, era un romantico. La musica sola può esprimere il sentimento russo di questo secolo. Fedor, tu hai ragione; tutto è assimilazione e imitazione in Russia. Noi viviamo di fronte al patibolo; solo la musica, essendo o prima o dopo la parola, può dare la voce di questa crisi, che è una tempesta sotterranea.

Ma Lemm si alzò, e mescendosi un gran bicchiere di acquavite guardò dileggiando il denso fumo delle pipe.

La stanza sembrava invasa da una nuvola, il samovar si era spento: i bicchieri, sparsi sul tavolo, lo avevano largamente macchiato, mentre il calore della stanza saliva ad infiammare tutte le teste già eccitate dai discorsi e dal bere.

— Chi salva Rodion? esclamò da capo Fedor con ostinazione di amore. Anche tu, Ogareff, perchè dargli un cavallo simile?

— Me lo rinfacci? Lo sai pure: venne da me Petrovskj a chiedermi il miglior cavallo; lo diedi.

— L'aiutante dello Czar, che cavalcava dietro la sua carrozza, ha nullameno potuto raggiungerlo; l'aiutante aveva un cavallo inglese. Che cosa valgono i cavalli russi? ripetè due o tre volte con caparbietà pessimista. D'altronde Rodion ha avuto torto: perchè ritentare sullo Czar il colpo fallito da Mirsky contro il generale Drenteln? Ah era bello! incontrare a cavallo, trottando, la carrozza dello Czar, freddarlo con un colpo di revolver e salvarsi al galoppo.... Troppo bello.... Povero Rodion!...

E questo nome ricadeva ogni tanto sulla conversazione spegnendola.

La sera calava sulla strada: nella vasta stanza l'aria non era più che un fumo, nel quale si confondevano mobili e persone, ma nullameno tutti seguitavano a fumare. Ogareff si era seduto famigliarmente sul tavolo, Andrea Petrovich non aveva lasciato il pianoforte, Lemm era andato ad appoggiarsi alla scrivania. Così piccolo e poveramente vestito, spariva quasi entro una vecchia giacca troppo ampia, che gli faceva una figura goffa; ma la sua faccia acuminata di volpe, a certi momenti, quando la luce della finestra vi cadeva di sbieco, diventava sinistra.

— Che facciamo qui? chiese improvvisamente: tu, Ogareff, mi avevi detto che avresti tentato un espediente tuo per salvare Rodion.

— L'ho fatto; aspetto la risposta qui.

— Qui!

— Oh! esclamarono in coro: da chi? Perchè non dirlo subito? Come lo sapevi tu solo, Sergio Nicolaievich?

— Aspettiamo, disse solennemente Ogareff.

— La solita parola russa, aspettiamo: ribattè Fedor.

— Finiscila dunque colle tue impazienze di artista, gli si volse Lemm. Tutti così voi altri creatori di frasi; credete di aver fatto qualche cosa quando l'avete detta, come se i fatti potessero svolgersi nella vita colla stessa imbecillità compiacente, colla quale si atteggiano nei vostri libri. L'arte non è che virtù d'istrioni e vizio di parassiti.

— Tu ebreo puoi dire così.

— Io, ebreo, ti dico che l'arte è il più vile dei lussi, perchè non ha mai divertito che i padroni; una statua di Michelangelo non vale un'oca, che almeno possa cuocere. L'italiano Sobrero, inventando la nitroglicerina, è stato più utile di Dante: domandalo al cadavere di Alessandro II. Dante ha potuto sognare di scendere all'inferno, Sobrero vi ha cacciato davvero Alessandro II. Finiamola una volta con queste aristocrazie delle arti e delle scienze: il popolo ha bisogno di ben altro, il paradiso deve essere sulla terra.

— Tu ne farai una cucina.

— Sarà sempre meglio che un tempio o un museo.

— Perchè non piuttosto una banca? replicò Fedor piccato.

— Vuoi dunque dirmi che sono nato ebreo? e la sua voce, invece di alzarsi, si assottigliò in un sibilo.

Tutti lo guardarono: parvero temere una contesa. Ma Sergio Nicolaievich Lemm, sempre appoggiato alla scrivania, seguitò:

— È vero, sono ebreo. Gli ebrei hanno fondata la oligarchia dei capitalisti per diventare i tiranni dei tiranni. Siccome non hanno patria, non concepiscono lavoro e capitale che nella forma più astratta e potente del denaro. Vedi, anche in ciò sono un popolo monoteista; ma questo popolo ha almeno ucciso un Dio, quello che oggi ancora adorano tutte le nazioni civili. Riconoscigli questo merito; colla morte di Cristo ha fornito un tema non ancora esaurito a tutti i poeti.

— Alla salute degli antichi deicidi, proruppe Ogareff alzando il bicchiere.

Ma nessuno rispose.

Evidentemente quella seduta, omai troppo lunga, cominciava ad opprimerli. Si erano riuniti presso Andrea Petrovich per parlare di Rodion, lo studente, che aveva attentato alla vita di Alessandro III, e che nessuno di essi conosceva personalmente, nemmeno Ogareff, quantunque si fosse temerariamente compromesso cedendogli il migliore dei propri cavalli sulla semplice richiesta di un altro studente. Ma secondo il solito non avevano che ciarlato. Erano tutti giovani; Slotkin, il più vecchio, passava di poco i venticinque anni, e non era ascritto neppure egli al nichilismo. Ma la veemenza delle loro opinioni, infiammate dai ricordi dei grandi drammi nichilisti, li preparava forse inconsciamente a qualche non lontana catastrofe, sebbene nel rilassamento sopravvenuto al partito dopo l'uccisione di Alessandro II, e nella ripresa tremenda delle persecuzioni poliziesche, nessuna impresa fosse ancora stata loro proposta.

Diventati amici a scuola e costretti a vivere separati dalle diversità delle loro condizioni, non si riunivano che rade volte con molte precauzioni in casa di Andrea Petrovich per concertare qualche pezzo della sua Opera su Boris Godunof, o dal conte Ogareff al primo piano del suo magnifico palazzo sulla prospettiva Newsky.

— Chi porterà questa risposta? tornò a domandare Lemm.

— Olga Petrovna.

— Naturalmente non verrà, osservò Lemm, che aveva per le donne un disprezzo anche più violento che per l'arte.

L'altro invece di rispondere andò a gittarsi sul divano.

— Io dormo.

Si fece silenzio: la camera era diventata quasi buia.

Allora Andrea Petrovich cominciò a suonare. Alle prime battute un brivido corse per la stanza, nella quale solo la luce rossastra della stufa si agitava a quando a quando sinistramente. Andrea Petrovich stava colla testa curva sulla tastiera, volgendo le spalle a tutti, immobile nell'ombra. Poi un'eco lontana di tamburi parve scandire la marcia funebre di Rodion guidato al patibolo da un battaglione di fanteria. Si sentiva il passo dei soldati battere in cadenza sulla neve col rullo scordato dei tamburi, mentre dalle campane delle chiese cadevano rintocchi d'agonia per l'aria fredda del mattino sul brusio della strada piena di popolo, che non osava parlare. Solo qualche singhiozzo scoppiava ogni tanto, soffocato indarno fra le dita convulse, intanto che i vicini sbalzavano sulle punte dei piedi per nascondere all'occhio vigile dei gendarmi quel pietoso. Poi una frase larga e poderosa riempì improvvisamente tutta la strada: le finestre, prima chiuse paurosamente, si gremivano di un'altra moltitudine pallida di una notte d'insonnia, cogli occhi ancora gonfi ed intenti nel condannato, che si avanzava a testa nuda, nudo sotto la lunga camicia bianca. Nessuno poteva parlare, nessuno si muoveva; una pietà disperata sollevava simultaneamente tutti i cuori mandando dal profondo di tutte le anime a tutte quelle labbra frementi un saluto supremo di amore. Quella morte, inventata dall'uomo colla condanna di un altro uomo, annientava istantaneamente nella orribilità del proprio mistero ogni coscienza. Perchè quel solo aveva voluto morire per amore della vita di tutti? E la musica, alta sul rullo dei tamburi, ondulava lungo la strada bagnando le fronti scoperte di quella moltitudine come un vapore intirizzente. Improvvisamente nell'azzurro del mattino la luce rutilò. Perchè compiangere dunque? La morte era più bella così. Infatti, all'apparire della forca nello sfondo della strada, una frase trionfale di guerra erompendo da quella musica di dolore e coprendolo il rullo dei tamburi sollevò tutta quella folla ad un urlo di ovazione. La morte era scomparsa, il martire splendeva nell'apoteosi del trionfatore. Invano i tamburi regolavano ancora sommessamente il passo dei soldati, che lo scortavano al patibolo; invano la gente restava allineata ai muri coll'immobilità delle statue, e la distanza dalla forca scemava mentre qualche nota del dolore di prima passava ancora attraverso le fanfare vittoriose come un uccello notturno sperso nel meriggio. La marcia funebre diventata marcia trionfale scrollava tutto colla propria sonorità; vi si sentivano ancora le ultime grida dei vincitori salienti dal fracasso delle rovine fra lo squillo giovanile dei coscritti capitati alla vittoria in quella prima battaglia.

— Ah! scoppiarono gridando Ogareff, Ossinskj e Karatajeff, come avventandosi in quell'ombra cupa della stanza verso una luce invisibile.

Ma la marcia non era finita. Il rullo dei tamburi tornò a battere in cadenza sullo scalpiccio affievolito dei soldati, che si arrestavano disponendosi a quadrato intorno alla forca: un rumorìo di voci oppresse si acquetò subitamente, s'intesero degli scoppi come di finestre spaventate che si chiudessero; poi i tamburi alzarono daccapo il loro rullo, lo crebbero, lo mantennero, lo mantennero, lo mantennero....

Il condannato non aveva potuto parlare.

S'udì un singhiozzo: era il poeta Fedor che piangeva.

Poi disse:

— Ora sono sicuro; nessuno può salvarlo. Tu, Andrea Petrovich, non avresti potuto scrivere per lui questa marcia funebre se non fossi stato certo della sua morte.

— Potremo almeno accendere il lume, osservò Kepskj.

— Tant'è andarcene tutti, tornò a dire Lemm, che non si era mosso dalla scrivania: Olga Petrovna non verrà.

— Attendetemi, ribattè Ogareff con impazienza; e così al buio, afferrata la pelliccia dal divano, uscì sbattendo duramente l'uscio.

— Bella congiura che facciamo qui! mormorò Stolkin, che non aveva ancora parlato: se capitasse la polizia, sarei curioso di sapere che cosa risponderemmo. La scusa della tua opera, Andrea Petrovich, mi pare magra assai; anzitutto, nemmeno hai cominciato a scriverla.

Un silenzio si appesantì sulla stanza. Lemm dalla finestra spiava nella strada, per la quale passavano frettolosamente poche ombre; i fanali non v'erano ancora accesi. Andrea Petrovich era andato nella cucina per ordinare al servo di portare un grosso lume a petrolio: quando questi entrò, Lemm chiuse nervosamente gli scuri della finestra. Allora tutti si guardarono. Il tavolo troppo bagnato di vino e d'acquavite, nel calore della stanza, esalava un acre odore di bettola; le pelliccie erano gettate sui divani e sulle sedie con poca cura: la cassa del violino di Kepskj, nera, stava ancora al medesimo posto sul pianoforte, e l'astuccio del flauto era appoggiato ad una bica di libri sul ringhierino della scrivania.

— C'è ancora della vodka? domandò Ossinskj per rompere il silenzio.

— Sì.

— Finiamo la carafa.

— Aspetta, disse Andrea Petrovich esaminando le bottiglie del Sauterne: vediamo se fosse rimasto un bicchiere di vino per Olga Petrovna.

— Non verrà, s'ostinò a ripetere Lemm.

Ma come a smentirlo s'intese aprire l'uscio sulla scala: tutti tacquero. Ogareff e Olga Petrovna entrarono; Ogareff era più pallido di lei.

— Nulla? domandò soffocatamente Fedor.

Ogareff non rispose. Tutti avevano già compreso.

— Lasciatemi sedere, disse Olga Petrovna niente meravigliata di essere accolta come un uomo, senza quella qualunque galante cortesia, che le donne giovani e belle sono abituate a trovar sempre. Fedor in piedi le allungò una sedia, mentre Andrea Petrovich, riuscito finalmente ad empire quasi un bicchiere preso a caso sul tavolo fra quelli ove tutti avevano bevuto, glie lo porgeva.

— Ecco, incominciò Olga Petrovna slacciando gli alamari della sua corta pelliccia e staccandosi dalla testa bionda il berrettino di lontra; voi, Lemm, lo sapete; credo di avervelo detto altra volta. Tre mesi fa salvai dalla difterite il figlio unico di Elia Romanovich Teghew, carceriere nella fortezza Pietro e Paolo: sua moglie Polia è affetta da una metrite, l'ho in cura anche lei; l'ho quasi guarita. Oh! esclamò, ma è caldo qui dentro! e si alzò per trarsi la pelliccia; Fedor l'aiutò tirandole simultaneamente ambe le maniche per di dietro.

— Buono il vostro vino! Elia Romanovich è ancora più pazzo per sua moglie Polia che per il suo piccolo Sergio; io glie l'ho resa, mi capite, si rivolse a Lemm, del quale la faccia scarna esprimeva nella sua fissità una ironia malevola. Elia Romanovich non poteva usare di Polia.

— Ora.... interruppe Slotkin.

Ma Olga senza badargli seguitò:

— Ero d'accordo con Ogareff; egli mi aveva detto: offri sino a trentamila rubli in contanti, subito, ad Elia Romanovich se acconsente a far fuggire Rodion. Il disegno era questo: Rodion è nella medesima cella, ove rimase due anni Krapotkine, e vi è guardato a vista da un soldato perchè non si suicidi; il soldato riceve la muta ogni sei ore. Nel lungo corridoio, ove dà la cella di Rodion, un altro soldato monta in sentinella colla baionetta inastata e il fucile carico. Elia Romanovich, quando porta da mangiare ai condannati, è sempre accompagnato da un secondino carico di una cesta. Avevamo pensato così: Rodion sulle dieci di sera avrebbe finta una leggera indisposizione, e pregato il sergente di guardia, che andrebbe a cambiargli il piantone, di chiedere una tazza di brodo. Eravamo sicuri che la domanda sarebbe stata esaudita dal direttore perchè Rodion deve essere impiccato posdomani.

Olga si fermò: la voce le tremava, il suo bel viso pallido, un po' slavato, si velò improvvisamente di dolore; parve che un nodo le stringesse la gola.

— Tira via, Olga, le disse a denti stretti Ossinskj che, allungati i gomiti sulla tavola fra i bicchieri, colla faccia sopra ambe le palme, le divorava convulsivamente sul viso quel racconto.

— È stato inutile: il disegno era questo. Elia Romanovich avrebbe offerto a Rodion, come per compassione, anche una piccola bottiglia di vino; Rodion ne avrebbe versato prima un bicchiere al piantone, poi un altro al secondino, deponendo la bottiglia e fingendo di volerne bere il resto dopo la tazza di brodo; nel vino ci sarebbe stata una forte dose di cloralio. Quindi Elia Romanovich avrebbe aiutato Rodion a mettersi gli abiti del secondino caduto addormentato come il piantone: sarebbero usciti dalla cella. Elia sarebbe disceso giù alla portineria; sulle dieci il picchetto è tutto nella stanza di guardia, a fianco della porta, e giocano. Elia avrebbe detto forte al sergente, schiudendo l'uscio: usciamo con Ivano Gravilitich a prendere dei sigari e della vodka. La sentinella avrebbe aperto senza sospetto, fuori nella strada....

Olga si volse con uno sguardo dolce ad Ogareff:

— Ci saresti stato tu colla tua telega e i tuoi cavalli più veloci.

Tutti guardarono Ogareff seduto sul divano colla fronte fra le mani.

— Ebbene, impossibile! Ha ricusato i trentamila rubli! Gli avevo già portati i passaporti falsi per lui, per la moglie e il piccolo Sergio; l'ho minacciato di abbandonare la cura di Polia, che ricadrebbe ammalata, così che egli non potrebbe più usarne; gli ho rinfacciato la guarigione del piccolo Sergio, che il suo medico Bouslaief aveva spacciato prima che io lo visitassi; ho pregato, ho pianto. È stato inutile.

— Vigliacco! mormorò Fedor.

— Sì, vigliacco: ha paura.

— Rodion sa del tentativo? chiese Kepsky.

— No.

— Quale opinione dovrà farsi del partito!

— Per un soldato, che muore, la guerra non s'arresta, ribattè Ossinskj.

Nessuno più parlò, ma una impazienza si dipinse sulle faccie di tutti. Evidentemente il loro convegno era terminato dopo quell'infelice comunicazione, per la quale Ogareff li aveva radunati in casa di Andrea Petrovich. Un profondo abbattimento umiliava ora il giovane conte, rendendolo come dubbioso di risollevare il volto. Salvare Rodion a lui sconosciuto, e pel quale si era temerariamente compromesso prestandogli mediante una finta vendita ad un sensale ignoto il proprio migliore cavallo; salvarlo, mentre lo stesso Comitato Esecutivo l'abbandonava, sarebbe stato il suo trionfo presso gli amici, e il suo ingresso forse nel Comitato medesimo, che nessuno di loro ancora conosceva.

— Ogareff, disse con voce commossa Fedor: tu piangi!

L'altro, per non mostrare le lagrime, si mise a frugare nella pelliccia rigettata sulla spalliera del divano, cercandovi il porta-sigarette. Olga gli abbracciò il collo per di dietro dandogli un bacio sulla guancia.

— Mio caro Dmitri, quanto sei buono!

— La seduta accademica è levata, proruppe con la sua vocina sardonica Lemm.

— Un momento, ribattè Ogareff con un sussulto nervoso sotto la sferzata, sciogliendosi con poca galanteria da quell'abbraccio: i suoi occhi, ancora bagnati di lagrime, gettavano fiamme. Leo Kriloff non si è ancora veduto: aspettiamo, forse ci recherà qualche notizia.

— Quale? Tutto è perduto, intervenne Slotkin appoggiando con un'occhiata Lemm.

— Chi ha maggior paura può uscire pel primo, disse Ogareff alteramente, dominandoli tutti colla signorilità di una posa involontariamente scultoria: quindi si curvò sul lume a petrolio per accendervi un grosso sigaro d'avana, che finalmente aveva trovato in una tasca.

— Accademia letteraria e parata teatrale, replicò Lemm senza mostrarsi offeso; sediamoci dunque per l'ultimo atto.

Ma gli altri restavano in piedi nervosi. Ossinskj s'era accostato ad Olga e, cingendole famigliarmente la vita, le domandava con chi passerebbe la sera.

— Ho due malati ancora da visitare.

— Vuoi venire a cena con me al Recreo? questa sera vi si annunzia una nuova ballerina spagnuola.

Olga accettò con un sorriso, guardandolo nei begli occhi neri.