Il Nemico, vol. I

Part 13

Chapter 133,562 wordsPublic domain

Tornò a girare nel corridoio, fermandosi sulla cima della scala e trovando in questa ritmica intensione di pericolo come un sollievo. Poi il bisogno di un rischio più vero lo vinse, e venne alla finestra per schiuderne i vetri, e spiare sulla piazza. Quando lo ebbe fatto, si sentì più calmo.

Il giorno scemava, anche fuori del teatro, in un crepuscolo piovigginoso. Loris tremò che non nevicasse nella notte, perchè Lemm da solo non sarebbe riuscito a stendere il filo. Allora si mise a scrutare il tempo; dirimpetto al teatro le case erano così alte, che intercettavano ogni orizzonte. Non poteva guardare che in su. Si era ingannato; quei toni plumbei del tramonto non annunziavano la neve. A poco a poco si fecero più trasparenti, e il cielo si purificò.

Dietro le sue spalle, nella sala, l'ombra si era addensata.

Se fra due ore i caloriferi non venivano accesi, il concerto era rimandato chi sa a quando.

Allora una serenità tragica gli si fece nella coscienza. Comunque fallisse il suo attentato, altri lo riprenderebbe, perchè dopo tanto sangue di scaramuccie era impossibile non scoppiasse la guerra. Egli perirebbe come un precursore, ma la sua anima col suo nome passerebbe nell'anima del popolo; e nei libri, nelle veglie, per le steppe e per le case, si parlerebbe di lui. Gli amici che non avevano osato seguirlo, rivelando il disegno della sua guerra lo innalzerebbero a condottiero ideale della rivoluzione. Adesso si persuadeva che un simile attentato non poteva riuscire.

Quando guardò l'orologio erano le sette; il concerto era rimandato.

Olga rantolava lievemente.

Cominciò la notte. Nell'aria, sempre più fredda, l'ombra e il silenzio diventavano così profondi, che il pensiero non poteva più interrogarli. D'altronde a che pro? Tutto s'acqueta nel silenzio e nell'ombra; la vita è appena un tremito della superficie, sotto la quale l'ombra e il silenzio custodiscono i segreti dell'infinito. Le generazioni, passate nella storia, adesso erano inutili come i viventi, che vi tramonterebbero; la felicità da lui voluta per le generazioni future sarebbe stata la suprema delle ingiustizie per le generazioni morte.

Il suo disegno si discioglieva nella tenebra come un fumo.

Olga gli dormiva vicino, forse precipitata anch'essa in un letargo fuori di sè medesima. Si ricordò le _Tre Morti_ di Tolstoi, e sentì che la più grande era la più semplice, quella dell'albero; rientrare insensibilmente nella terra, dalla quale si è usciti. La gola gli bruciava. Aveva le labbra secche, la pelle arsiccia malgrado la rapidità improvvisa di piccoli sudori, che gliela bagnavano gelandola. Era la fame colle sue smanie nervose e l'esaltamento della fantasia.

La sua volontà si raddrizzò ancora; bisognava lottare, era assurdo credere a quel cattivo contrattempo. Il concerto si darebbe domani sera.

Quasi quasi destò Olga per riprendere la conversazione riaccettando ora quello, che gli aveva offerto con tanta passione; sarebbe stata una maniera, non peggiore di un'altra, per passare la notte. Ma in quella superba chiaroveggenza, che gli riduceva al minimo il pericolo del concerto rimandato, comprese che, accettando l'amore di Olga, ne rimarrebbe imbarazzato per l'avvenire.

— Che cosa pensano i condannati a morte l'ultima notte, nella solitudine buia della segreta? si chiedeva Loris. Sentono essi il tempo e lo spazio diversamente dagli altri uomini, avendone già dinanzi il limite fisso? La morte, come pena, non è che la pena del pensiero costretto a discendere nella morte. Loris si trovava dinanzi alla morte, senza che il silenzio di quell'ombra gli permettesse una distrazione.

La notte fu lunga. Non potendo dormire, Loris tornò alla finestra. La sua coscienza, attratta dalla vita notturna della città, vi si obliò lentamente. Per lunghe ore i suoi occhi seguirono i passi di tutti i viandanti; i suoi orecchi si tesero dietro il rumore sordo delle carrozze, che si allontanavano per tutte le vie; contò più volte le finestre illuminate, assistè con una specie di trepidazione al loro spegnersi, e, quando tutto fu nell'ombra, il suo pensiero vi oscillò inconsapevole. La stanchezza stessa lo cullava. Giù in fondo al cuore, sotto ombre anche più dense, gli passavano, come pellegrini curvi, melanconie di altri tempi; mentre il suo sguardo, fiso sui fiaccheri allineati poco lungi dal grande caffè del teatro, vedeva nei loro occhi di fiamma illuminarsi e sparire qualche paesaggio primaverile della sua giovinezza. Stando in piedi appoggiato al muro, malgrado il freddo che ne radiava, si assopì; nessuno passava più, solo le guardie ripetevano il proprio giro come lugubri fantasmi attraverso un sogno. Sull'ultimo fiacchero rimasto all'angolo della via, il cocchiere a cassetta aveva reclinato la testa nel sonno. Mosca dormiva enorme nelle tenebre, senza un respiro, in una tranquillità di pietra. Poi l'ombra, già più tenue in alto, si diradò ancora facendosi quasi trasparente dinanzi all'azzurro immutabile del cielo; sui tetti, giù per le gronde, per le facciate delle case, dai ciottoli delle strade, rimbalzarono labili chiarori. Quindi l'ombra si assottigliò ancora, si macchiò di pallori lontani, lacerata da improvvise vivezze, finchè il bianco vi si fuse, vi dilagò, la sommerse.

Loris incantato vi si abbandonava.

La vita era ricominciata. La popolazione operaia del mattino invadeva già le strade a passi frettolosi, fra uno strepito di carrette, un cozzare di voci, un urto, un'onda di gruppi, che sboccavano e dileguavano a tutti gli angoli. Loris più stanco si lasciava ballottare mentalmente da quella folla, già allegra della fatica che l'attendeva, e rinfrescata, dopo una notte forse immonda, dall'aria del mattino. Era come uno di quegli ubbriachi sorpresi dall'alba, vacillanti per le strade, e che non ricordano più nulla.

Se qualcuno l'avesse scoperto in quel momento, non avrebbe opposto resistenza.

I primi raggi del sole batterono sui tetti, scivolando per le cantonate in mezzo alle strade, ad accendervi come dei braceri multicolori. Mosca si levava dal sonno sotto il sole; tutto sorrideva, le sue cupole, i suoi giardini, le sue case, le sue strade formicolanti e sonore, il fumo de' suoi camini tremolante ai soffi della brezza come un segnale, e dileguante nell'azzurro senza macchia.

Loris trovò Olga seduta nel palco, che lo aspettava.

— Il concerto non si darà più, ella disse.

— Forse!

— Allora? e nella sua voce rauca v'era come uno squillo di trionfo.

Loris indovinò la tragica gioia del suo amore, e rispose con fredda ironia:

— Aspetteremo che cominci la grande stagione invernale.

E si distese sul divano per dormire.

Olga lo covava con uno sguardo ardente. Dal momento che il concerto era stato rimandato, ella lo immaginava soppresso; voleva che fosse così, tutto era perduto. Fra un mese, o non avrebbero più avuto la forza di uscire o, tentandolo, la loro fisonomia scheletrale li avrebbe scoperti. Era la morte sicura, dopo un'agonia lunga quanto una luna di miele. Olga ne delirava di orgoglio, perchè Loris avrebbe dovuto amarla come l'unica donna capace di congiungere la propria passione alla sua idea. Associandosi all'impresa di Loris, ella aveva fatto anticipatamente getto della vita in quell'immenso attentato, del quale sentiva la logica pur ricusandosi alla sua atrocità; quindi ora s'abbandonava con gioia ad una morte innocente, che le farebbe finalmente trovare l'amore.

Era sicura di vincere.

Lasciò Loris sforzarsi invano a dormire, sorvegliandolo con una tenerezza di madre. Era suo, quel divano minato sarebbe il loro letto di nozze.

Tutto il mattino passò così; non si parlavano, ma non uno dei loro moti poteva loro reciprocamente sfuggire. S'intendevano silenziosamente, stringendosi in una lotta, nella quale Olga invocava la morte come un trionfo, e Loris resisteva sempre più debolmente. Nel teatro, sommerso dal medesimo crepuscolo, i loro occhi si abituavano a discernere molti particolari; non sentivano più così vivamente il freddo, la fame stessa diminuiva gli spasimi delle contrazioni allo stomaco. Solo un bruciore di sete, insistente, crescente, toglieva loro d'obliare la catastrofe.

Nè l'uno nè l'altra potevano parlare; quegli che lo facesse prima si sarebbe arreso all'altro.

E in quella sorveglianza appassionata, nella quale il tempo passava rapidamente, Olga si sentiva crescere di amore e di potenza. Le sue fibre di donna palpitavano, il sangue le correva più caldo al cuore, il rossore delle ore più sensuali della sua giovinezza cogli studenti tornava a colorarle le gote. Le pareva già di essere sotto una coltrice, stirandosi voluttuosamente.

Loris scese precipitosamente dal divano, uscì dal palco.

— Tornerai... ella mormorò nel pensiero pigliando quella subita fuga per un'ultima resistenza.

Dopo cinque minuti Loris rientrò:

— Hanno già acceso i caloriferi.

Olga non potè rispondere.

La sera, sulle otto e mezzo quasi, uscirono inavvertiti fra la folla, che entrava. Lemm li aspettava dinanzi alla porta del teatro.

— Ebbene? domandò slanciandosi imprudentemente verso di loro.

Loris respirò fortemente:

— Ho fame.

VI.

Da quel giorno tutto parve favorirli, ma le loro relazioni divennero più fredde. Olga e Lemm si evitavano, Loris invece pareva più calmo, come se la fortuna del primo tentativo avesse esaltato in lui la superstizione fatalista, comune a tutti gli uomini d'azione. Si sentiva sicuro che la prima neve cadrebbe di notte. Infatti, tre giorni dopo, l'azzurro del cielo s'imbiancò, e il freddo diminuì sensibilmente; erano i primi sintomi. A tarda sera la neve, aggirata da un vento impetuoso, cominciò a cadere sui tetti e sulle strade come una polvere.

Loris era pronto. Quando uscì di casa, suonarono le dieci e mezzo. La piazza sotto la bufera era vuota, pochi fiaccheri stazionavano presso il Piccolo Teatro, all'angolo del Kitaisky. Lemm lo attendeva; con un colpo di martello acuminato e infisso sopra un bastone doveva rompere la doccia della loro casa a fior di terra, poi ritornando e fingendo di scivolare avrebbe estratto rapidamente il capo del filo per stenderlo lungo il muro. A Loris invece l'impresa era più rischiosa per la maggiore lunghezza necessaria del tempo e la sorveglianza dei gendarmi intorno al teatro. Un colpo di martello in una delle sue doccie avrebbe certamente attirato la loro attenzione, mentre per cavarne tutto quel filo sarebbero stati indispensabili almeno dieci minuti. Loris si era quindi coperto di un lungo impermeabile bianco da cocchiere; contava scivolare inavvertito lungo il muro, e sdraiarsi fra la neve accanto alla doccia per forarla col trapano.

Tutta la difficoltà sarebbe nel non essere visto fra il turbine della neve, al momento di lasciarvisi cadere. Il candore dell'impermeabile e le raffiche del vento, costringendo i passanti a camminare colla testa bassa, dovevano aiutarlo. Per ultimo espediente aveva ordinato a Lemm di non abbandonare mai un angolo della piazza, dal quale potesse sorvegliare la doccia, e nel caso che una coppia di gendarmi vi si appressasse, di allontanarsi rapidamente facendo esplodere sulla neve alcune castagnole da lui stesso preparate. Sarebbe bastato accendere, colla brace dello sigaro, la loro brevissima miccia sotto la pelliccia. I gendarmi sarebbero accorsi alle detonazioni.

Lemm vide Loris dirigersi dalla parte opposta della doccia, girando intorno al teatro; in quel momento una pattuglia di gendarmi passava dinanzi ai grandi magazzeni dell'_Okhotnj riat_, un'altra era ferma al portone dell'Assemblea della Nobiltà. Il teatro fra il pulviscolo della neve si distingueva appena, i fanali lucevano fiocamente come attraverso una nebbia tempestosa. Il freddo cresceva. Tutta la piazza era già bianca, e si manteneva bianca malgrado il passaggio della gente e delle carrozze.

Lemm chiuso nella pelliccia, col berrettone calcato sugli orecchi, tutto bianco di neve, si diresse verso la casa di Loris. Di là potrebbe vederlo ritornare, perchè la distanza era più breve. Infatti gli parve travedere come un'altra bianchezza fra la neve, lungo il muro del teatro, qualche cosa di così vago che sulle prime ne rimase incerto. Non passava alcuno; allora fece qualche passo innanzi. Il raggio di un fanale, cadendo sull'impermeabile di Loris, ne trasse un bagliore così vivo, che Lemm non potè più dubitare. Era l'ultimo fanale prima d'arrivare alla doccia. Lemm respirò, e non vide più Loris. Tese l'orecchio per udire lo stridore del trapano, ma non ostante la sovreccitazione dei sensi non percepì alcun suono; l'aria e la terra erano diventate sorde colla neve.

Toccava a lui. Risolutamente si diresse verso la doccia all'angolo della casa di Loris, facendo mulinare la mazza come per giuoco, allentò il passo; aveva visto appressarsi una carrozza. Quello sarebbe il migliore momento per dare il colpo. Si mise alla cantonata, e quando i cavalli passarono rumoreggiando, perchè le loro unghie ferrate trovavano ancora il selciato sotto lo strato sottile della neve, fingendo di sdrucciolare diede una percossa violenta nel fianco della doccia, che risuonò cupamente. Gli parve di essere nel mezzo di una immensa esplosione; gli orecchi gli zufolavano, gli girava la testa così che per sottrarsi al pericolo di essere visto da qualcuno, che avesse udito quel colpo, si lasciò cadere presso la doccia. Nessuna pattuglia passava, nessuno aveva udito. Allora rinfrancandosi cacciò tre dita nella spaccatura della doccia, trovò il filo, tirò e, rialzandosi lestamente, lo distese per un paio di metri lungo il muro.

La sua opera era compita, era salvo.

Scrollò la neve dagli abiti, e si allontanò per postarsi all'angolo d'osservazione. Avrebbe voluto passare vicino a Loris sussurrandogli che tutto era fatto, ma, siccome questi non glielo aveva ordinato, non l'osò. Quindi scelse un mezzo termine, passando a non molta distanza. Però non vide e non intese nulla; Loris doveva essere sepolto nella neve.

Per non restare in vedetta sotto quella bufera, attirando senza dubbio l'attenzione di qualcuno, decise di fare il giro del teatro; così passerebbe una seconda volta vicino alla doccia. Un orgasmo crescente gli rendeva impossibile l'attendere. Che cosa era accaduto a Loris? Una pattuglia sembrò fermarsi per squadrarlo, Lemm si scostò lentamente dal muro del teatro senza osare di voltarsi indietro, solo all'angolo torse il capo, non vide alcuno. Pazzamente, si mise quasi a correre; voleva passare presso Loris gridandogli di far presto; poi s'arrestò. Loris vedendo un'ombra dirigersi verso di lui, potrebbe crederlo un nemico. La paura lo riprese. Invece andò a mettersi sotto il fanale alla cantonata della casa; così Loris indovinerebbe la sua presenza e, appena finita l'opera, gli verrebbe incontro.

Infatti, poco dopo, travide una massa bianca avanzarsi dalla piazza alla sua volta. Avrebbe voluto quasi gridare, ma istintivamente pensò che doveva andargli incontro coll'altro capo del filo, per fare la sutura in mezzo della piazza anzi che sotto quel lampione. Girò intorno uno sguardo, gli sembrò di essere solo. Si chinò, raccolse fra un pugno di neve il filo, e si mosse affrettatamente.

Loris avanzava adagio. Lemm indovinò che teneva fra le mani il rotolo, e camminava sul filo per meglio seppellirlo fra la neve; quindi si mise a fare altrettanto. Era il momento del massimo pericolo; un passante qualunque, traversando la loro linea, poteva urtare col tacco della scarpa nel filo, e fermarsi.

Loris gli disse, gettandogli sulle braccia l'avanzo del rotolo:

— Prendi la pinzetta dalla mia tasca sinistra, ho le mani intirizzite; annoda tu.

E si allontanò.

Lemm, che si era già cavato i guanti, fece rapidamente la sutura, nascondendosi il resto del filo nella tasca. Raggiunse Loris.

— Ora la Russia è nostra.

E la voce di Loris tremava dal freddo.

Bisognava restare almeno due ore sulla piazza aspettando che la neve crescesse così alta sul filo da celarlo assolutamente. Olga aveva l'ordine di spiare dalla finestra se qualche pattuglia si dirigesse verso la casa e, nel caso di una disgrazia, fuggire per l'appartamento di Lemm. Essi l'attenderebbero sulla piazza.

Per non destare sospetti si divisero in modo che uno di loro traversasse sempre la piazza, mentre l'altro se ne allontanava.

La neve cresceva bianca e polverosa coprendo tutto, soffocando ogni rumore, ammassandosi sui fanali, sui cornicioni, sulle inferriate, aumentando sempre. La notte ne diventava chiara, senza che il cielo si vedesse attraverso quel pulviscolo candido, che riempiva l'aria e impediva agli occhi di guardare in alto, mentre strideva ad ogni passo sotto le scarpe, stringendo intorno ai radi passanti come dentro un vortice.

Solo le pattuglie passavano lentamente, insensibili e solenni. Qualche volta si arrestavano sotto un fanale, o stazionavano ad un angolo; quindi riprendevano la marcia, vegliando sulla città immensa, che quella nevicata sprofondava nell'inverno. La loro grande campagna iemale cominciava quella notte.

Tre ore dopo Loris dormiva; Olga era ancora alla finestra colla fronte ardente contro i vetri, Lemm seduto davanti alla stufa beveva.

Da quel giorno Lemm non parlò più con Loris che come un soldato al generale; l'impossibile impresa, sognata tanti anni da tutto il partito nichilista, era compita per opera di uno solo, e non era che il preludio di un'altra maggiore. Con fretta febbrile Loris si occupava già dei preliminari di guerra. Aveva fatto stendere a Lemm una lista dei suoi correligionari più atti ad aiutarlo in quel disegno, sapendo che i più terribili nichilisti, come i più voraci usurai erano forniti dalla classe degli ebrei. Egli aveva sempre ammirato l'instancabile tenacia di quel popolo, durato solitario migliaia d'anni per dare all'umanità il concetto di un Dio unico, poi sopravissuto al bando di tutte le genti per aver negato coll'uccisione del Messia la nuova religione. Solo gli ebrei potevano accettare quella guerra al di sopra di ogni ragione di classe e di patria. Lemm, lusingato nel proprio orgoglio di razza, si era offerto per un giro nella Piccola Russia e nella Polonia, ove gli ebrei dominavano tutte le sorgenti della vita. Il commercio del grano era nelle loro mani, giacchè grandi e piccoli proprietari non vi potevano contrarre debiti che su pegno dei propri granai: l'odio degli ebrei verso i russi era anche maggiore di quello dei russi per gli ebrei.

Secondo il calcolo di Lemm, con centomila rubli di grano si poteva sollevare tutto un governo, se la fame di una più triste annata vi sferzasse la floscia pigrizia dei mugiks. Il primo esercito sarebbe di cosacchi, abituati a vivere in republica di brigantaggio, e piuttosto tributari che sudditi dell'impero.

— Quando mi ordinerete di partire?

— Attendo una risposta del principe. Guardatevi però dal fare il commesso viaggiatore di grano come il dentista. Vi diedi duemila rubli perchè vi fingeste dentista, e non ne avete speso alcuno per darvi questa apparenza.

Lemm impallidì a quel rimprovero, ma la sua natura d'ebreo aveva vinto sul suo temperamento di rivoluzionario, costringendolo a risparmiare ogni spesa inutile, forse nella vaga speranza di restare padrone della somma.

Ma Loris soggiunse poco dopo:

— Passerete dall'officina inglese Neill, via Mokhovaia, e comprerete una pila con un manipolatore Morse; pagate su quei duemila rubli. Avete studiato fisica, dovete intendervene.

Olga aveva assistito al dialogo arrossendo di gioia. Da molti giorni la sua faccia era diventata più malinconica e modesta. Si era messa a scuola di lavori donneschi da Matrona, tenendola lunghe ore presso di sè, specialmente quando Loris era fuori di casa, e provando un indefinibile piacere nella ripresa di questa educazione femminile. Le faccenduole casalinghe, che una volta le parevano una delle forme più abbiette del servaggio muliebre, acquistavano ora ai suoi occhi una mite poesia. I discorsi ingenui di Matrona sul proprio fidanzato, un operaio fonditore, ricco di un rublo al giorno di salario, col quale avrebbe messo su casa nella calma di un'esistenza, ridotta a pochi sentimenti e quasi priva di idee, agivano come una cura climatica sul suo spirito reso nevrotico da troppe orgie intellettuali e morali.

In cinque giorni Olga arrivò a cucirsi una camicia.

Il suo sogno era di fuggire con Loris in mezzo ad una steppa, per vivere sola con lui, sposata da lui, allevando due bambini, un maschio e una femmina. L'esplosione della mina non avverrebbe, essa non sapeva come, ma non avverrebbe; Loris guarirebbe anche lui da quella febbre nichilista per riconciliarsi colla vita, quale Dio l'aveva voluta. L'ateismo materialista di Olga era già scrollato. Qualche cosa di divino si agitava nel mistero oltre l'origine e il fine della nostra esistenza; una legge arcana regolava l'umanità, un'idea imperscrutabile comandava alla natura. Il volgare culto delle iconi, nelle quali il popolo trovava intercessori, non era che un tentativo dell'anima, come la scienza stessa, per arrivare sino a Dio.

Talvolta Olga non si riconosceva. Provava subite tenerezze per la mamma lontana, quasi un bisogno ineffabile di perdonarle quanto le aveva fatto soffrire, mentre una vergogna le veniva da quel libertinaggio passato, nel quale aveva calpestato tutti i riguardi. Era impossibile che Loris, malgrado l'affettazione della propria insensibilità, non sentisse ripugnanza per lei trascorsa attraverso gli amori di tanti studenti. Quindi rimpiangeva la delicata primizie della propria gioventù, quella poesia senza nome, che riluce intorno alla vergine e la fa sembrare come una stella, nella quale nessuno abbia ancora posto il piede. Perchè Loris non amava? Era sublime disperazione di nichilista, o nausea di poeta dinanzi alle bestialità della umana lussuria? Il pentimento, questa gloriosa rivincita dell'individuo sopra sè stesso, consacrata da tutte le religioni, basterebbe a rifarle nell'anima la spiritualità dell'amore?

In quella sua passione di vergine e di cortigiana diventava sempre più timida verso di lui, sino a tremare di parlargli; però con malizia donnesca si era messa a servirlo in ogni più piccola cosa, non permettendo più a Matrona di fargli il letto, nè di lustrargli le sue scarpe. La mattina si metteva per tempo ad origliare presso il suo uscio, e, se era desto, bussava timidamente chiedendo quando dovesse portargli il caffè. Il suo contegno, entrando nella camera, non poteva essere più modesto, nullameno egli vi sentiva la più intensa passione. Sulle prime aveva resistito mostrandosi più burbero; poi aveva ceduto alla mollezza di quei servigi, che non gli lasciavano ordinare più nulla. La sua terribile perspicacia gli aveva appreso subito il segreto di quella trasformazione, mentre la raffinatezza de' suoi gusti aristocratici, che gli facevano sentire la donna solamente nella signora, se ne irritava.