Il Nemico, vol. I

Part 12

Chapter 123,673 wordsPublic domain

L'operazione durò due ore senza che nessuna difficoltà venisse a prolungarla; Loris sudava meno per la fatica che per l'emozione. Quando ebbe piantati tutti i ganci, chiese ad Olga il filo; questa, nel porgerglielo sotto alle pelliccie, rimase paurosamente impressionata della sua faccia. Loris rosso, grondante di sudore, colla lanterna, che gli riverberava sul volto, le parve terribilmente sinistro.

Egli tessè rapidamente sui ganci un reticolato, disponendovi i trenta tubi su tre file; l'operazione più delicata era di congiungere il filo alle capsule. Loris si contentò di attivare la comunicazione elettrica soltanto colla prima fila; questa, incendiandosi, avrebbe infallibilmente determinato lo scoppio delle altre due.

Tutta questa operazione si era compiuta quasi in silenzio.

Allora cominciò il secondo problema di condurre il filo dal piede interno del divano, sotto il tappeto del palco e del corridoio, sino alla finestra, presso la quale Loris aveva riconosciuto poco prima, aprendola e chiudendola rapidamente mentre la sala era deserta, il passaggio della doccia. Ma Loris era stanco. A poco a poco tornava loro la confidenza. L'oscurità aveva una calma profonda, nella quale sentivano di essere soli. Loris consultò l'orologio, era il tocco; bisognava affrettarsi. Olga gli fece osservare che sarebbe meglio forare prima la doccia e gettarvi dentro tutto il filo, poi col suo capo superiore passare lungo i muri, dove il tappeto era fissato a ramponcini quasi invisibili; nulla di più facile che insinuarvelo sotto. La sola difficoltà sarebbe di traversare il corridoio dirimpetto al palco. Ma siccome il filo metallico presentava una certa rigidezza, con molta pazienza vi si riuscirebbe, spingendolo dritto come dentro una guaina.

Loris ne convenne. Per andare in quella sala si sorpresero da capo a camminare in punta di piedi, tenendo la lanterna quasi interamente chiusa sotto le pelliccie. La finestra dava infatti sulla piazza, così che ogni lume al di dentro poteva diventarvi pericoloso. Quindi Loris preferì aprirne adagio i battenti, per ricevere il lume della notte abbastanza serena; nessuno noterebbe di laggiù quella finestra spalancata o, notandola, ne sospetterebbe.

La finestra, che dalla piazza pareva piccola, era invece assai grande. Loris vi rimase, coi gomiti appoggiati al largo davanzale, guardando; giù nella piazza qualche attardato passava ancora rasente i muri, e i fanali disegnavano larghe isole luminose dai bordi fluttuanti nell'ombra, che pareva muoversi anch'essa. Mosca dormiva tranquillamente. Quella sensazione di abisso, che aveva provato sporgendosi nella sala dal parapetto del palco, gli ritornava ora dalla notte profonda. Non una stella brillava nel cielo.

— Andiamo, andiamo, si rivolse nervosamente ad Olga, che attendeva immobile dietro di lui.

Lo sguancio profondo della finestra lasciava poco spessore fra l'interno del suo muro e la doccia, ma bisognava calcolare giustamente l'angolo, e tenere ben dritto il trapano per incontrarla. Quando Loris ebbe prese colla massima esattezza tutte le misure, sporgendosi nell'ombra della notte dalla finestra, Olga gli formò nuovamente sul capo una vôlta nera colle due pelliccie, tenendone con ambo le mani le falde incollate alle pareti. Era una positura insostenibile.

— Accavallatemi, le disse Loris, che si era già sdraiato sul tappeto.

Nullameno, Olga s'indolenzì egualmente presto le reni. Era la parte più difficile del lavoro; non incontrando la doccia col primo foro, bisognerebbe tentarne un secondo, ma allora l'intonacatura del muro interno ne conserverebbe indubbiamente qualche traccia. Olga si sentiva ridicola, tenendo così Loris sdraiato fra le proprie gambe; lo intendeva soffiare ogni tanto nel foro per cacciarne la polvere, mentre la manivella poco oliata metteva sottili stridori come di sega. Egli ansava faticosamente. Ogni qualvolta la mano inesperta lo tradiva, dandogli l'improvvisa spasmodica paura di una deviazione, tutto il suo corpo sussultava. Olga ne rimaneva tremante come se quello spasimo le si fosse comunicato, e le mani le si allentavano sul muro, lasciando scivolare le falde delle pelliccie. Ah! un filo di luce, che fosse passato per la finestra, bastava ad avvertire le guardie della piazza.

Eppure, malgrado questo terrore, dal corpo di Loris le veniva un'altra sensazione voluttuosa, un desiderio inebbriante di essere stesa con lui sotto le pelliccie, abbracciati in una stretta di amore.

Loris si arrestò, raddrizzandosi così bruscamente, che Olga ne traballò.

— Non ne posso più, disse soffiando.

Olga non lo vedeva.

Ma appena seduto volle ricominciare. Il lavoro procedeva lentamente. La respirazione di Loris diventava asmatica, le sue ginocchia scivolavano sul tappeto nello sforzo di premere col petto sulla testa del trapano. Se Loris non avesse incontrata la doccia, tutto era perduto. Allora Olga dimenticò tutto il proprio orrore di quell'attentato per non sentire che la disperazione di lui dopo tanti sforzi eroici. Le sue labbra mormoravano istintivamente una preghiera; poi se ne accorse e ne fu sconvolta. Quel ritorno alla fede di fanciulla, per pregare da Dio la protezione a una tale opera, era di una empietà così atroce, che vinse tutta l'incredulità della sua educazione nichilista. Loris proseguiva sempre; evidentemente l'orgasmo gli cresceva le forze.

Finalmente il taglio della subbia stridè sul rame della doccia; Loris diede un colpo, e s'intese la subbia arrestarvisi nell'altra parete. La doccia era forata, ma Loris sfinito, invece di alzarsi, chiuse il vetro della lanterna e, tirandosi addosso la pelliccia, vi si rotolò. Così sudato si era accorto improvvisamente del freddo, poichè i caloriferi erano spenti da un pezzo.

Passò del tempo. L'orologio d'una chiesa suonò le tre del mattino.

— Se i vostri amici di Pietroburgo potessero immaginare una simile nottata! esclamò d'un tratto Loris.

A questa allusione Olga arrossì nell'ombra.

— Vi è piaciuto il teatro?

Ma la conversazione non potè legarsi. Olga rispondeva a monosillabi, intirizzita dal freddo, sentendosi lontana da lui come prima di entrare in teatro, nella solitudine del loro appartamento. Loris tornò ad aprire la finestra.

— Non nevicherà per qualche giorno. Guardate, quando il cielo è di questo colore, la neve è ancora lontana. Ho imparato questo, nella mia vita di pellegrino, da uno Strannik.

Per vincere il freddo dei piedi, Loris si pose a passeggiare per la sala; la sua ombra spariva e ricompariva, passando dinanzi alla finestra. Non aveva più fretta; nullameno bisognava finire. Toccò ad Olga, come donna, mandare giù per la doccia il filo, senza che s'ingarbugliasse, e ritirarnelo per saggiare come scorresse, prima di stenderlo sotto i ramponcini del tappeto. Il filo sufficientemente elastico non presentava difficoltà, così che Loris si convinse di poterlo al momento opportuno allungare sotto la neve, abbastanza rapidamente, da non destare sospetti. Quindi Olga dovette sdraiarsi sul tappeto, mentre Loris le teneva sopra le pelliccie per nascondere il lume della lanterna alle altre finestre; la difficoltà di traversare il corridoio davanti al palco fu lievissima. Olga non ebbe che da addoppiare il filo, attorcigliandolo perchè stesse più stecchito, e una volta nel palco girare il muro e riattaccarlo al capo, che scendeva nell'angolo, dietro il piede del divano. Loris fece colle pinze la congiuntura.

Non restava più che spolverare il tappeto della sala, presso il buco, e tappare questo col mastice; era d'uopo attendere il giorno.

Ora potevano dormire. Loris si strinse nella pelliccia, sdraiandosi sopra un divano. Era ancora tutto madido di sudore. Rialzò il bavero, si raggomitolò per ritirare i piedi dentro la pelliccia e, dopo essersi rivoltato due o tre volte per cercare la positura più comoda:

— Dormiamo, disse ad Olga.

Ma egli stesso stentò ad addormentarsi. Una gioia gli agitava l'anima, in quella prima calma, dopo l'immane opera compita. Si sentiva sublime ed orribile. La sua ragione, anchilosatasi nel sistema rivoluzionario entro al quale viveva da tanti anni, non vedeva più in quell'eccidio che una combinazione di guerra. Egli, generale incognito, v'era bastato da solo. Annibale sulle Alpi cercando coll'occhio Roma lontana, Moltke rileggendo nel silenzio del proprio gabinetto il disegno della guerra contro il secondo impero napoleonico, dovevano aver provato la sua stessa emozione di quel momento; almeno egli lo pensava. Quindi un fluttuare d'immagini gli intorbidò la mente fra un rombo di scoppio, che lanciava per aria quel teatro, mentre tutta la città urlava di paura, e per la Russia, oltre la Russia, tutti i popoli sollevati dall'enorme notizia domandavano chi fosse stato! Lo Czar era morto, morta l'aristocrazia.... Egli solo, padrone del segreto, si avanzava laggiù dalla steppa, alla testa di una moltitudine di mugiks montati su magri cavalli, non parlando loro se non per uno di quegli ordini brevi, che mutano la fisonomia degli uomini e delle cose.

A poco a poco si addormentò.

Olga rincantucciata nell'angolo dell'altro divano si scaldava le dita al tubo della lanterna, sotto la pelliccia. Anch'ella sussultava tratto tratto, ripresa da tutte le paure del freddo e dell'ombra, entro il rimorso di quell'immenso delitto, cui nessuna pena umana poteva essere proporzionata. Il suo cuore di donna, troppo piccolo per capire quella passione di Loris, si perdeva nell'amore di lui come in un rifugio, mentre egli invece dormiva tranquillamente sdraiato sulla propria mina. Come tutti gli uomini destinati a mutare la faccia della storia, egli portava seco una fatalità; il suo pensiero simile alla steppa sotto il sole non aveva un'ombra; il suo cuore...., Dio solo sapeva dove glie lo aveva messo. Olga sentiva il proprio amore, preso in quella fatalità, divenirvi egualmente fatale. Era bastato che quell'uomo si presentasse per trascinarla seco al di là di ogni fortuna, al di sopra di ogni ragione.

La lanterna le scaldava sempre più vivamente le mani; ella girò il vetro.

Il raggio cadde sulla testa di Loris, accendendogli un'aureola sui capelli. Il suo volto, in quel pallore del sonno, ora che i terribili occhi verdi erano velati dalle lunghe palpebre, sembrava anche più puro. Ella s'inginocchiò, depose la lanterna sulla spalliera del divano, al di sopra del suo capo, e gli prese la mano penzolante dal cuscino. La mano era fredda, ancora sudicia di polvere.

Loris si destò ritraendola istintivamente, ma ella gliela strinse.

Egli la guardava stringendo le palpebre per schermirsi dal raggio troppo vivo della lanterna, mentre il suo pensiero stentava a riordinarsi. Olga si schiacciò più convulsamente il volto sulla sua mano, soffocandovi i singhiozzi.

Loris nel malumore di quel risveglio improvviso s'accorse d'aver freddo; sprigionò la mano per chiudersi nella pelliccia, così che Olga sbattè quasi col volto sul cuscino.

— Oh! ella mormorò con voce fioca.

Loris la sollevò per le mani, se la mise seduta dinanzi, e con accento, che essa non gli aveva ancora sentito:

— Perchè amare, le disse, noi che siamo votati alla morte? Noi dobbiamo soffrire troppo per conservare ancora l'egoismo di non voler soffrir soli. Non piangete, Olga.

— A me sola, ella proruppe con un singhiozzo, deve essere tutto negato?

— Che cosa hanno di più le altre donne, che debbono vendersi per nutrire i figli o i genitori? Le conosco queste improvvise debolezze dell'anima, che si stanca nella solitudine della propria impresa; ma tutti coloro, che amarono abbastanza l'umanità per voler correggere la sua vita, si isolarono immolandosi alla gloria di una redenzione, nella quale erano la prima vittima. Guardate la leggenda di Cristo. Oggi una critica superficiale crede di aver ritrovato i nomi di tutti i suoi fratelli, e non s'accorge che Cristo, vero solamente come mito, non poteva avere nè madre, nè amante, nè figli. Egli s'ingannò, credendo che l'amore basterebbe alla redenzione della umanità, senza essere costretto a trasformarsi in odio durante la rivoluzione. È tempo di riparare questo errore. Coloro, che vogliono la giustizia, non debbono amare.

Ella aveva cessato di piangere, presa nel freddo di quelle parole, nelle quali sentiva vacillare una malinconia inconsolabile. Loris parlava adagio. Il raggio della lucerna, più basso delle loro teste, le lasciava in una penombra, disegnando una larga fascia ardente sul nero delle pelliccie.

— Come tutte le donne, voi chiedete un bambino, egli riprese: ma avreste avuto il coraggio di seguirmi in quest'opera, se foste madre? Vi è già abbastanza gente, che allunga questa catena di dolori senza che coloro, i quali si votano a spezzarla, ne ripetano gli anelli.

— Voi dunque non amerete mai? ella esclamò.

— Se amare significa fermarsi con una donna per creare un bambino, il quale cresca nella miseria attuale, non amerò mai. I miei figli sono nelle isbe, dove i padri e le madri sono costretti a non amarli per non rimproverare a sè stessi di averli generati. No, no: un bambino solo, che sia vostro, e non lotterete più per tutti gli altri; vorrete salvare solamente lui, e ne farete un carnefice per non lasciarlo cadere vittima. Ecco l'amore dei padri; l'amore dell'umanità non è così.

Ma Olga volle rispondere; quell'altezza di nichilismo non era umana, era un delirio di libri.

— Nemmeno voi, proruppe, potete vivere così. Se non vi avessi amato, non vi avrei seguito. Tutti gli altri vi abbandonarono, non perchè non credessero alla vostra idea, neppure io ci credo.... e sono con voi, che non mi amate.

— Ne sareste pentita?

— Non capisco più nulla: esigete la morte di coloro, che fanno soffrire, e non volete lasciare agli infelici quel solo conforto, che nessuna miseria può togliere. L'umanità è troppo grande; non si può amarla che in qualcuno.

I singhiozzi le ritornarono.

— Perchè mi avete presa?

— Credevate che vi avrei presa per amante? Vi associai all'impresa, perchè voi stessa vi offriste e perchè, vedendovi sola nel mondo, vi supposi il coraggio di combatterlo. Se il pericolo, che corriamo, è superiore al vostro coraggio, non avete assolutamente torto di rinfacciarmelo; le battaglie si perdono quasi sempre per non aver saputo valutare esattamente le forze dei propri soldati.

A questa ingiuria tutto il suo essere di donna si ribellò. L'ingiustizia di Loris era così pazza che ella sentiva di potergli resistere, ma cercando una risposta non la trovò, e questa impossibilità le ridiede il sentimento di tutta la propria debolezza femminile dinanzi al suo rifiuto. Allora una feroce speranza di essere scoperti le balenò al pensiero come una vendetta: arrestati tutti e due, impiccati assieme!

Loris fece un movimento come aspettando la risposta; poi si distese sul divano, allungò la mano alla lanterna, la spense.

Olga ripiombò nelle tenebre, immobile, ascoltandosi battere il cuore. Le pareva di essere morta al mondo, e di cominciare la propria veglia al buio, nella tomba, come una vestale sepolta viva.

Loris si era riaddormentato.

Al mattino coperse col mastice il foro della finestra; la tinta non vi si combinava perfettamente, ma sarebbe stato impossibile sospettare della cosa senza prima conoscerla. Poi non ebbe da fare altro. Olga era rimasta sdraiata sul divano, colla faccia rivolta al muro, fingendo di dormire. Alla poca luce, filtrante dalle finestre socchiuse dei corridoi e del palcoscenico, si vedeva l'ombra sprofondarsi nei palchetti, allungandoli come tanti anditi di una inesplicabile raggiera. Loris fantasticò che mettessero capo a tutti i castelli della nobiltà russa, lungi per le immense provincie dell'impero. Nel vasto palco imperiale l'ombra faceva lago; la cupola dorata della grande poltrona vi balenava incertamente come un faro lontanissimo fra tenebre notturne.

Per ingannare il tempo girò tutto il teatro, discese nella platea, entrò nelle sale di ritrovo, salì sul palcoscenico, e si mise dinanzi al tendone calato, guardando nella platea colle braccia incrociate come un oratore, che sta per incominciare un discorso. Avrebbe voluto parlare. Le poltrone vuote si allineavano sotto di lui, coi bracci aperti, attendendo. Palchi e balconi indietreggiavano dai parapetti, sui quali il velluto rosso, a certi punti illuminati, appariva come una macchia di sangue. Una parola sola sarebbe bastata a sbigottire tutto quel silenzio.

Tornò a girellare.

Brani di opera ascoltati altrove gli tornavano così vivamente nella memoria, che si sorprese a canticchiare come un ragazzo. Poi gli venne il capriccio di entrare in qualcuno di quei palchi chiusi, quasi per cercarvi le traccie degli sconosciuti, che vi tornerebbero. Quante belle signore vi sarebbero quella sera? Esse non erano che un vizio di più nella prepotenza dei padroni, una decorazione intermittente fra le decorazioni del teatro. Era tempo, era tempo. L'orgoglio satanico di quell'attentato gli riavvampò nella mente. Che cosa erano al confronto gli eroismi di guerra vantati nei libri? Il coraggio dev'essere intellettuale per essere umano. Nessun uomo si batte meglio di una tigre finchè attacca l'altrui vita o difende la propria; ma uscire dall'umanità per deviarne con un concetto personale la storia, precipitando di un secolo la rivoluzione, ecco il vero coraggio.

Girava sempre.

Salì per tutte le scale dei cinque ordini, tornò alle sale spiando dalle finestre socchiuse nella piazza. Quanta gente! Il rumore delle carrozze gli arrivava lassù, fra quella sensazione di silenzio, come un murmure sotterraneo; poi tornò a guardare nel teatro, non potendo sottrarsi al fascino della sua ombra.

D'un tratto s'accorse di aver fame; gli cominciava un freddo allo stomaco, simile a quello della paura. Sicuro di non poter mangiare, si mise in traccia d'acqua, ma non ne trovò. Solo nella latrina colava in modo, che non si poteva raccogliere. Tornò nel palco. Olga, sempre sdraiata cogli occhi rivolti al muro, non si volse nemmeno udendolo entrare. Egli la chiamò.

— Avete fame? Ho girato tutto il teatro, impossibile bere.

Loris sedette sul divano. L'attesa ricominciò lunga, schiacciante. Nel teatro, appena visibile, le ore non passavano più; il grande orologio dorato, sulla cima del palcoscenico, si era arrestato; nessun moto rompeva la vacua immobilità dell'ambiente. Loris aveva finito per sdraiarsi sul divano come Olga, guardando nel vuoto. Si sarebbero detti due viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, sopraffatti dalla noia stanca del viaggio, non mirando neppure fuori dello sportello il dileguare del paesaggio. Del resto, traversando la Russia, l'uniformità delle steppe è tale, che a distanza di un giorno il treno pare non abbia avanzato di una versta. E se il concerto fosse rimandato? Olga non ci pensava. Bastava che la Sembrich si ammalasse, perchè il teatro non si riaprisse più che per la serata dello Czar, fra oltre un mese. Loris, sforzandosi d'ingannare il tempo colle più bizzarre successioni di fantasia, si trovava sempre dinanzi a questa possibilità. Sarebbe stato il supplizio prima del delitto. I nuovi digiunatori di Parigi e di Milano avevano valicato sino i cinquanta giorni, bevendo quotidianamente qualche bicchiere d'acqua, e non avendo altra preoccupazione che la vanità dell'esperimento; essi invece dovrebbero morire di fame sul divano così incredibilmente minato, mentre il popolo vi scorgerebbe certamente un'espiazione. Perchè il caso, propizio sino allora, non potrebbe rivolgersi contro di loro, improvvisando una di quelle grandi tragedie, che passano poi dalla vita nell'arte?

La gente, entrando quella sera in teatro, li troverebbe morenti o morti, meglio morti! Loris aveva seco il pugnaletto.

Olga non parlava, egli s'irritò di quel mutismo. A che servono le donne? Di che vivono, non pensando mai che ad un maschio, anche nelle più tragiche catastrofi? Poi reagì contro sè stesso; si accusò di paura, si proibì di credere a quel pericolo. Ma in quell'ombra della sala il giorno non aveva ora, l'inazione diventava insopportabile. Si rimise ad aspettare qualche cosa, quasi qualcuno. Se il concerto aveva luogo, vi sarebbe forse una prova generale d'orchestra; allora si potrebbe persino tentare di uscire confusi coi suonatori. Gli inservienti non dovevano tardar molto ad entrare. Tese l'orecchio, gli sembrò d'intendere dei passi, una voce dietro il tendone. Nel palcoscenico, ad ogni sera di rappresentazione, vi sono mutamenti da predisporre. Si pentì di non essere passato dietro il tendone esaminando, perchè ora poteva essere imprudente ritentarlo. Consultò l'orologio; erano appena le dieci del mattino. Allora sentì che la giornata sarebbe di una lunghezza senza misura.

L'immobilità di Olga gli fece l'effetto di un rimprovero; ella non aveva dunque alcuna paura?

— Se non dessero il concerto questa sera? le chiese.

Olga volse il capo come aspettando da lui la risposta.

Loris tacque. Il cuore gli batteva, mentre per le vene gli serpeggiava un freddo sottile. Colla facilità delle spiegazioni materialiste, volle dirsi che ciò dipendeva solo dallo stomaco, e che una buona colazione l'avrebbe fatto ritornare tranquillo, ma non lo credette. Nessuna potenza di carattere avrebbe potuto mantenersi impassibile in quella situazione; la paura, questa irresistibile coscienza della propria debolezza, lo curvò dinanzi al mistero del pericolo.

Per sottrarsi a tale oppressione riaccese la lanterna, e riesaminò minutamente tutte le disposizioni della mina nella intelaiatura del divano. Era perfetta. Uscì dal palco, seguì passo passo, lungo il muro, il filo nascosto sotto il tappeto, sino alla finestra. Il mastice staccava di tono colla tinta del muro; bagnò la punta del fazzoletto colla saliva e, strofinando, diluì quella stonatura in una macchia più larga.

Ma il freddo lo sorprendeva; l'aria intorno era gelida. Tornò nel palco per dormire. Infatti, stringendo fortemente le palpebre, riuscì ad intorpidirsi, ma il pensiero gli oscillava come un'altra ombra, assumendo forme e proporzioni mostruose. La vicinanza di Olga, muta ed immobile, che forse lo disprezzava, gli dava un malessere intollerabile. In due bisognava almeno parlare; ma l'orgoglio lo ratteneva. Dovette cedere.

Sulle prime non trovava l'argomento; Olga economizzava le parole, e la sua voce aveva un suono tardo, di eco.

Quindi un rumore sul palcoscenico li distrasse, udirono parlare. Istintivamente si stesero sul divano, più basso del parapetto, perchè l'ombra li nascondesse perfettamente. Nel palcoscenico sorvenivano mutamenti. Distinsero fra uno strepito di mobili tintinnire i pendagli certamente di un candeliere, una scena abbassata con molto cigolìo di carrucole diè un tonfo sordo, battendo sull'assito. Le voci si alzarono dando ordini; poi alcuni di quegli uomini passarono dinanzi al telone, perchè i loro accenti si fecero così distinti che si compresero anche le parole.

Parlavano di una colazione.

Passò un'ora così; tutto ricadde nel silenzio

Si darebbe il concerto?

Loris tornava a dubitare. Per decidersi s'impose una prova, invocando che gli inservienti dei palchi venissero a spazzolarli. Sarebbe stato un grande pericolo, se colui incaricato della loro fila avesse avuto l'idea di guardare anche nel contropalco, dove avrebbero dovuto nascondersi, ma almeno sarebbero usciti dal dubbio. Questo esperimento gli parve una condizione fatta al destino, accettando un aumento di pericolo per sottrarsi all'irritazione della sua incertezza. Ma gli inservienti scopettavano sempre i palchi prima di ogni rappresentazione?

Intanto il teatro era sempre sommerso nella stessa ombra gelida.

A che ora si sarebbero accesi i caloriferi, se vi fosse spettacolo?

Quella sarebbe stata la vera prova; ma in quella stagione autunnale i caloriferi non sarebbero stati accesi che tardi. Allora si mise a giuocarellare con un bottone del divano, divertendosi a tagliarne il filo colle unghie; il filo teneva duro.