Part 11
Loris non tornò neppure a due ore di notte. Olga inquieta avrebbe voluto uscire per cercarlo, senza saper dove; ogni tanto le passavano nell'anima indefinibili terrori. Che fosse arrestato? Perchè no? Allora la polizia verrebbe in casa ad arrestare anche lei, troverebbe tutto, la melinite, il filo elettrico, la lanterna cieca.... tutto. Tutto sarebbe perduto. Ella ne provava uno scoramento senza misura, sentendovisi nullameno liberata come dal peso di un'immensa responsabilità: tutta quella povera gente non sarebbe più uccisa. Ma Loris!
Non voleva nemmeno pensarci. A quest'ora Lemm doveva essere rientrato: pensò di andargli a chiedere notizie di Loris; poi non l'osò. Quel piccolo ebreo le avrebbe fatto qualche cattivo scherzo, ora che le teneva il broncio. Ma questa paura le passò a poco a poco. Era impossibile che Loris fosse arrestato; aveva troppo ingegno, era troppo forte per smarrirsi in qualunque congiuntura. La sua fede in lui risfavillò d'amore. Loris ammanettato dai gendarmi.... Eh! via, se ne accorgerebbe prima, li eviterebbe, sfuggirebbe loro come sempre. Loris era un uomo superiore, fatale. La sua missione, maggiore di lui stesso, che gli impediva forse di amare come gli altri uomini, era la sua salvaguardia.
E la fanciulla si pentiva già d'aver dubitato un momento della sua potenza.
Dormiva profondamente da molte ore, quando un raggio di luce sugli occhi chiusi la fece destare di soprassalto; gettò un grido. Loris la guardava a capo del letto, tenendo un candeliere nella mano; il suo volto era raggiante.
— L'ho forata.
Allora ella comprese. Loris era rosso come non lo aveva mai veduto; alcune goccie di sudore gli scendevano lentamente sulla fronte, sotto la quale gli occhi verdi brillavano come due smeraldi. La fanciulla, che scotendosi dal sonno si era scoperta una spalla, abbassò gli occhi arrossendo, e si tirò il lenzuolo sul collo: pareva più bianca sul cuscino, cogli occhi gonfi, le labbra più tumide. Tutto l'orgasmo di Loris si sciolse. Ella lo guardava di sottecchi non osando pensare a nulla per non accrescere fra loro quella difficoltà misteriosa, ma nullameno sentendo che le coperte le disegnavano il contorno del seno, e ricordandosi, come di cosa già infinitamente lontana, che egli doveva avergliene veduta allora allora la sommità.
La fiamma della candela, che Loris teneva in mano, tremava vivamente.
— Buona notte, Olga.
Loris uscì a passo lento: ella cacciò subito il capo sotto le lenzuola, perchè non la udisse piangere.
L'indomani fu lunghissimo.
Lemm dopo una notte d'insonnia entrò nel loro appartamento di buon mattino, per vedere se Loris ed Olga fossero alzati. Era vuoto, con quell'aria di albergo senza nessun oggetto personale, che vi rivelasse una intimità. Le finestre socchiuse lasciavano filtrare una luce fredda e bianca. A poco a poco gli tornò la paura; sarebbe per quella notte! Tutte le disperate difficoltà di quell'impresa, nella quale la volontà di Loris l'aveva travolta, gli si alzavano dinanzi come fantasmi beffardi. Chi era Loris? Perchè gli aveva egli ceduto? Che cosa voleva Loris infine? Era tornato in Russia, ricco del danaro rubato al giuoco, coll'ambizione demente di dominare tutto, rivoluzione ed impero.
Adesso dormiva. Lemm, fermo dinanzi alla sua porta, si ripeteva incerto:
— Dorme?
Ma gli dispiaceva di crederlo: anche l'altra dormiva, o almeno stava a letto ripensando a lui, che era andato senza dubbio a visitarla nella notte.
La collera lo riprendeva sordamente, lentamente.
Loris invece dormiva davvero, mentre Olga era già alzata. Lemm, udendola girare per la camera, battè al suo uscio; Olga già vestita venne ad aprirgli.
— Sono le otto, disse Lemm, non sapendo trovare altro.
Olga lasciò sfuggire un'occhiata verso la camera di Loris.
— Non ho sentito nulla al suo uscio, proseguì l'altro; dormirà.
— Dite piano dunque.
— Uscirete oggi?
— Sentirò da lui: se voi uscite, tornate presto; vi potrebbero essere ordini.
— Ordini, ordini, mormorò l'altro con crescente malumore.
Olga rimase sola: non aveva più alcuna idea precisa. Loris le aveva detto che trattandosi di un concerto, potrebbe portare il cappellino e vestire quello stesso abito di casimiro, semplice e abbastanza di buon gusto, col quale era venuta da Pietroburgo: il giorno innanzi ella si era provato il rotolo del filo elettrico sotto le gonnelle, e aveva acconciato la guaina nella fodera del manicotto per nascondervi i pezzi smontati del trapano. Loris non uscì dalla propria camera che a mezzogiorno; aveva l'aspetto animato e gli occhi febbrili. Salutò Olga con maggiore amabilità del solito, e si mise subito, quasi puerilmente, a fare la rivista di tutti gli oggetti necessarî alla mina dentro al cassetto di un canterano. I tubi della melinite, non più lunghi e più grossi di un pacco da cento rubli in argento, gli trassero sulle labbra un sorriso indefinibile.
— Vedete, si volse ad Olga mostrandoglieli: la polvere ha pareggiato nel medio evo il villano al cavaliere; oggi la dinamite pareggia l'individuo alla massa.
Quel giorno andarono a pranzo nel villaggio di Kolomenskon, fuori della barriera di Serpoukof, a sette verste da Mosca; ma non riuscì loro di mangiare. Loris, contro la sua abitudine, bevve abbondantemente ripetendo parecchie volte ad Olga:
— Avete torto di non mangiare: è possibile che il secondo concerto sia rimandato di qualche giorno.
La sera, entrando nel teatro, rimasero vivamente impressionati della scarsezza del pubblico. Nè Olga nè Loris vi erano mai stati. L'immensa sala, bianco e oro, a cinque ordini, col parapetto sporgente dei palchi, così che le signore vi si vedevano intere, parve loro di una magnificenza solenne; v'era qualche cosa d'imperiale nel suo lusso e nella sua vastità, che nè il popolo nè la borghesia avrebbero mai potuto occupare. Il pubblico di quella sera, rado ed aristocratico, che vi girellava colla disinvoltura di una signorile abitudine, fece loro sentire anche più acutamente di esservi stranieri. Olga ne provò un'umiliazione, Loris un'offesa. Nelle serate di gala, quando tutte le loggie, i balconi, i palchi, la platea e il paradiso, rigurgitavano d'invitati scintillanti nelle uniformi gallonate fra la piena degli abiti femminili e lo scintillìo delle gemme e delle armi, lo spettacolo di quella sala doveva essere anche superiore a quello del palcoscenico, qualunque più fastosa opera vi si rappresentasse per quell'assemblea della nobiltà russa, raccolta intorno allo Czar più potente di tutti i re, e più uomo di tutti i pontefici.
Il grande palco imperiale era vuoto, coi candelabri spenti. Nel mezzo, la massiccia corona dorata della poltrona sembrava una piccola cupola; l'altro palco imperiale, di proscenio, Loris dal proprio non poteva vederlo. Olga non si era ancora affacciata al parapetto. Una calma di atonia si era fatta in lei, dopo quel primo sbigottimento, così che Loris dovette dirle di togliersi la pelliccia, e di avanzarsi per non aver l'aria di nascondersi. Allora Olga si sentì sul ventre la pressione del rotolo, che vi teneva nascosto, come se una stretta misteriosa stesse per soffocarla. Loris aveva cacciato nell'angolo più oscuro il manicotto, pieno dei pezzi smontati del trapano, e nell'ombra della portiera si vuotava le tasche: era riuscito a nascondervi dieci tubi di melinite. Lemm doveva arrivare tra poco, quando lo spettacolo sarebbe incominciato, con altri dieci; nell'intermezzo, tornando a casa in due, potrebbero portare il resto.
Loris si mostrava di una grande tranquillità, ma non parlava.
Il teatro si veniva lentamente riempiendo. Molte signore comparivano ai palchi in cappellino e abito da passeggio; parecchi uomini invece portavano la marsina e il piastrone bianco: giù nella orchestra i suonatori accordavano gli istrumenti. D'improvviso le fiammelle del gas raddoppiarono di splendore, e tutto il bianco e l'oro della sala scintillò, mentre le fisonomie e i colori della gente, uscendo come da una penombra, parvero incominciare lo spettacolo.
Lemm entrò; aveva anticipato.
Olga rimase impressionata del suo pallore.
— Se fossi un poliziotto, gli disse Loris, vi avrei già scoperto.
Lemm, che si riabbassava l'alto bavero della pelliccia, dietro al quale aveva cercato di nascondere la faccia, capì di meritare il rimprovero; ma tutto il suo coraggio non aveva potuto impedirgli di tremare passando per l'atrio del teatro. Nel palco si rinfrancò: erano in tre.
I venti tubi della melinite ammucchiati nell'angolo del divano, sul quale Olga sedeva, avrebbero potuto con qualche luccichio bianco attirare l'attenzione di un altro palco; quindi Loris, mettendosi al parapetto, ordinò a Lemm di passarli tutti sotto al divano. Anche il manicotto fu nascosto così. Appena compita questa operazione, rimasero più imbarazzati; non avevano altro da fare. L'orchestra suonava già la sinfonia del _Guglielmo Tell_, senza che ne avessero ancora afferrata una nota: quella condizione di spettatore, nella sua semplicità, diventava per essi assolutamente impossibile. Lemm rimase in fondo, presso la porta, invisibile nell'ombra: Loris si mise dirimpetto ad Olga volgendo le spalle al palcoscenico, in atto di ascoltare, ma perdendosi collo sguardo dentro al palco vuoto dell'imperatore. Olga cominciava a notare qua e là qualche signora.
— Avete riscontrato la finestra della doccia? chiese Lemm sottovoce.
Loris scosse la testa.
L'altro non osò proseguire. Come farebbero a trovarla nel buio? Questa difficoltà gli si ingigantì nel pensiero. E se non vi riuscissero? Se dopo tutto quel rischio l'attentato diventasse così impossibile? Quale ridicolaggine!
Ma la Nilson cantava la romanza di Elsa nel Lohengrin «_Aurette a cui affido_» e la sua voce pura come la musica di quelle parole, saliva da tutto il candore di quella sala, come un'altra luce bianca, in mezzo ad un silenzio così intenso, che nessun'altro della natura poteva somigliargli.
Lemm, poco sensibile alle impressioni artistiche, ascoltava; Olga aveva abbassato ancora più la testa, quasi quella confidenza d'amore, esalata nella notte verso le stelle da un cuore di vergine, la curvasse sotto i ricordi di altri amori, ai quali le stelle non avevano potuto sorridere.
Quando il pubblico sul finire della romanza proruppe in un grande applauso, Loris uscì dal palchetto. Olga e Lemm si guardarono istintivamente sotto la stretta di una medesima paura; dacchè erano entrati davvero in azione, tutto il loro coraggio stava in lui. Perchè Loris era uscito? Involontariamente, non sapendo indovinarlo, pensavano a qualche nuovo pericolo, che li sorprendesse, mentre egli non c'era.
La musica proseguiva passando ai loro orecchi come un indistinto rumore di acque o di fronde, in quella luce di meriggio, fra la sensazione di quel bianco, che evocava al loro pensiero un'altra bianchezza di neve; quando un'altra notte dovrebbero, con rischio anche maggiore, stendere per la piazza del teatro in mezzo ai passanti e sotto l'occhio vigile delle guardie il filo di comunicazione fino alla loro casa, e la neve seguiterebbe a cadere fitta e silenziosa. Il teatro bianco dormirebbe allora tranquillo nel buio sotto la neve, che s'indurirebbe sopra i suoi tetti, intorno alle sue mura, sino a quella sera di gala, che tutta la corte e l'aristocrazia moscovita v'entrerebbero fiammeggianti d'oro e di decorazioni. Essi, invisibili nel fondo del loro doppio appartamento, aspetterebbero il segnale del principe per gettare in aria quel teatro bianco nella notte illuminata da tutti i fanali della piazza, e farne una rovina inimmaginabile sopra quella folla di felici. Era un'immaginazione disordinata ed atroce, che dava loro le vertigini, costringendoli tratto tratto ad incantarsi in qualche particolare del teatro, colla fissazione al tempo stesso torbida ed intensa dei maniaci.
Olga notò al primo ordine una signora vestita di un abito giallo, bellissima. Vi sarebbe quella sera?
Olga lo pensava, quasi senza emozione, ammirando quella sua bellezza di donna destinata al piacere di uomini, che ignoravano ancora di quale odio potessero essere capaci gli addolorati da secoli. Nullameno essere così bella era una gloria incontendibile, che doveva bastare all'appagamento della coscienza. Se ella fosse stata così bella, Loris l'avrebbe già amata. Che importava tutto il resto? Che importa morire, quando si è avuto tutto dall'amore! Quella ammirazione le si fece così viva che dovette parlarne a Lemm; questi si allungò nell'ombra del proprio angolo per vedere la signora.
— Credete che farà molte difficoltà prima di concedersi? le rispose con una allusione ironica alla loro scena.
Allora parlarono. L'orchestra suonava un tempo della _Sacontala_ di Goldmark. Lemm non osava affacciarsi al parapetto, anche perchè non doveva essere conosciuta la sua intimità con Loris ed Olga: questa vi si era appoggiata e guardava giù nella platea, quando Loris tornò.
— La finestra va benissimo: usciamo, disse a Lemm.
Si rimise la pelliccia.
— Mi seguirai a distanza.
La prima parte del concerto era finita: la platea applaudì vivamente, mentre la Nilson sfavillante nell'abito bianco, con un ramoscello di brillanti nei capelli, si presentava alla ribalta, e indietreggiava sorridendo fra gli applausi. Tutta la gente si torse sulle poltrone chiaccherando.
Olga si ritrasse nell'ombra quasi respinta da quella intimità di conversazione.
Ma invece di ripensare all'eccidio del teatro si ricordò molte circostanze della propria vita, un pericolo corso da bimba cadendo nella vasca di un giardino, una sfuriata di busse ricevute dalla mamma per aver rotto dispettosamente un abitino che non le piaceva, la prima penosa impressione all'università, l'angoscia suprema dopo la laurea, quando, rientrando in casa, la mamma le aveva rinfacciato le necessità della loro posizione sociale. Bisognava vivere della professione, cercarsi una clientela, subire la concorrenza schiacciante degli altri medici, la sfiducia del popolo, il disprezzo dei signori, l'ironia delle altre donne educate femminilmente, e che nella sicurezza del proprio istinto comprendevano come quello non fosse mestiere da donna, giacchè una donna vi perdeva colla grazia di ogni ignoranza pudica la seduzione irresistibile del proprio sesso. Valeva meglio fare la sarta: era una professione d'eleganza femminile. La donna non può essere infermiera che per amor di Dio o per amore dell'uomo, ma per amore del danaro mai. E Olga, in quel teatro pieno di signorine, si sentiva ridicola; il primo di quei signori, che andavano pei palchi visitando le dame, l'avrebbe imbarazzata malgrado tutta la sua scienza d'università.
Allora la rivolta tornava a bollire nel suo cuore. Tutta quella gente allevata nel piacere erano i nemici dei lavoratori, giacchè non faceva nessuna delle cose più necessarie alla vita; che importava dunque la loro presenza nel mondo? Loris, più bello e più elegante di loro, li odiava. Olga non aveva ancora visto in quella sala chi lo pareggiasse: ma Loris non amava. Il pallore della sua faccia era freddo come quel bianco marmoreo della sala, mentre la sua parola aveva la luce abbacinante di tutti quei lampadari dorati, che incendiavano l'aria. Olga cominciava ad aver caldo, il volto le si colorava.
Un'idea la fece trasalire. Se la polizia insospettita di lei, sola, così seminascosta nell'ombra del palchetto, fosse entrata per arrestarla, ora che Loris era fuori al sicuro? Loris salvo, ella sarebbe morta per lui, terribilmente bella nella gloria di quell'attentato non riuscito, e nel silenzio sui propri complici, su lui, che la vendicherebbe. Si mise in quest'idea, l'ingrandì, la sminuzzò nei più inverosimili particolari, palpitandovi come dentro una scena vera. Nel teatro grande il chiaccherìo della gente s'intendeva appena; il caldo aumentava.
Erano le nove; alle dieci e mezzo tutto sarebbe finito, ella sarebbe sola nel buio con lui.
Loris e Lemm rientrarono recando il resto. Ella tornò subito al parapetto, come per nasconderli col proprio corpo, mentre rapidamente celavano tutto nel medesimo angolo sotto il divano. Poi Loris la chiamò:
— Saluta Lemm.
Questi non si era tratta la pelliccia; tremava visibilmente. Olga indietreggiò sul divano: non potevano parlare, ma Olga, restando nel pericolo maggiore, si mostrò più coraggiosa.
— Arrivederci, disse semplicemente.
— Ricordatevi le mie istruzioni, ripetè Loris, e d'un gesto lo spinse fuori del palchetto.
Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio: l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca. Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la porta appositamente.
Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.
— Tenetevi pronta.
Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente. Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra, stava per finire.
— Siete pronta?
Tese l'orecchio, guardò;
— Via! le gridò sottovoce.
Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.
Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.
Finalmente un rombo lontano li avvertì, che lo spettacolo finiva in un grande applauso, e simultaneamente nel corridoio ascoltarono un martellare di scrocchi, uno sbattere di porte, fra uno scalpiccìo, un fruscìo, e voci lievi, tutto un murmure di ruscello, che comincia a discendere. Qualche passo si affrettava già, l'onda degli spettatori si sospingeva, si arrestava nei gruppi agli usci dei palchetti, strisciando alle pareti, sul tappeto, colla sonorità di accenti fuggitivi, vaporando un sottile profumo dalle gonne raccolte, spumeggianti nelle mani. Qualcuno cantarellava fra i denti un brano di frase musicale; gli uomini passavano a torme rumorosamente; qualche fanciullo correva chiamando e ridendo con voce sottile, che passava le pareti; le signore battevano i piccoli tacchi fra il susurro delle sottane, delle quali talvolta l'amido mandava un suono di cartone.
S'intendevano già chiudere palchi e contropalchi a chiave.
La stessa idea colpì Loris ed Olga; se l'inserviente chiudesse il loro contropalco come gli altri? Il fiotto della gente decresceva, s'interrompeva; due uomini passarono discutendo ad alta voce, poi seguì un crocchio di signore, che urtarono gli abiti di seta alle porte, chiacchierando con un pigolìo di uccelli. La luce filtrante attraverso la fessura dell'uscio improvvisamente scemò; si spegnevano già alcuni becchi di gas. Dal fondo del corridoio s'avanzava l'inserviente a chiudere gli usci, ritirandone le chiavi, e facendole tintinnire in mazzo. Altri becchi si smorzavano; quel filo sottile di luce sotto la porta non era più che una fosforescenza. D'un tratto un passo pesante, alternato ritmicamente colla percossa di una canna, si avvicinò, sorpassò l'inserviente, che seguitava a inchiavare le porte dietro di esso colla medesima lentezza; quindi parve arrestarsi presso al loro contropalco.
Loris e Olga si strinsero uno contro l'altro.
Quell'uomo borbottava fermo nel corridoio dinanzi a loro; improvvisamente il colpo di una massa traballante rintronò nel loro uscio.
— Ahi lasciò sfuggirsi Olga in un grido di terrore. Loris, sentendosi la sua testa sulla propria spalla, le cinse il volto con un braccio e le schiacciò con una mano la bocca.
— Niente, niente, mormorò l'individuo, che era ubbriaco, e strisciando sulla schiena si raddrizzò.
Olga aveva la mano di Loris stretta violentemente sulle labbra; quella mano tremava. Adesso s'appressava l'inserviente; aveva chiuso a chiave l'altro contropalco presso il loro. Una vertigine passò agli occhi di Olga sbarrati nell'ombra. Era il momento supremo. Con uno sforzo mosse le labbra e diede un bacio sulle dita di Loris, che lo sentì.
Poi quella mano si distese.
L'inserviente era passato oltre, chiudendo solo il palchetto; erano salvi.
Loris mise un grande respiro, sotto la porta anche quella fosforescenza si era spenta. Tutto il teatro doveva essere caduto nell'ombra. Loris abbandonò il gancio, sul quale le sue dita si erano indolenzite, tirando, quasi per mezz'ora. Olga, che si aspettava un rimprovero per l'urlo gettato, rabbrividì invece sentendo Loris schiudere l'uscio sotto un impulso irresistibile di curiosità, ed uscire nel corridoio.
Cominciava il duello.
Aspettarono un'altra ora, seduti sul tappeto del corridoio per sottrarsi alla arrembatura dell'attendere ritti; intorno il buio era assoluto. Ogni tanto Loris, colto d'impazienza, girava il tubo della lanterna cieca, gettando nel corridoio un filo sottilissimo di luce, come un ragnatelo fosforescente. Quando si credettero finalmente sicuri, Loris tentò la serratura del palchetto; i primi stridori del grimaldello si ripercossero sotto la vôlta del loro cranio come colpi di mazza. Ma la serratura cedette quasi subito.
Erano nel palco. Affacciandosi tastoni al parapetto, perchè istintivamente Loris aveva rinchiusa la lanterna su quelle tenebre, che cominciavano già a raffreddarsi, ebbero l'impressione di un abisso aperto sotto i loro piedi. Ma una fretta febbrile non lasciò loro tempo a troppo lunghe emozioni. Anzitutto Loris voleva acconciare i tubi della melinite sotto l'intelaiatura del divano; si trasse quindi la pelliccia, dicendo ad Olga di fare altrettanto, e le distese entrambe aperte fra divano e divano così da formarne un tendone, che non lasciasse sfuggire alcun raggio di luce. La precauzione era inutile, se qualche servitore del teatro avesse pernottato nella sala, giacchè le pelliccie si scostavano tratto tratto lasciando filtrare il lume, e lo stridore del cacciavite, invitando i piccoli ganci nelle fascette del divano, traversava il silenzio di quel buio con una nota acuta di grillo. Olga, appoggiata al parapetto, teneva ferme colle braccia le pelliccie.