Part 10
La neve caduta in quei primi d'ottobre non era stata che una anticipazione dell'inverno, dopo la quale l'autunno aveva come rifiorito con quella soavità russa, ilare ed insieme malinconica, di cui nessun altro clima potrebbe dare un'idea. Loris aveva subito pensato ad approfittarne, giacchè solo colla prima nuova neve il suo disegno era possibile. Dopo le infelici esperienze di tutte le mine nichiliste, Loris per far saltare il teatro aveva trovato un'altra idea di una semplicità quasi pazza. Bisognava prendere un palchetto alla prima rappresentazione dei due grandi concerti consecutivi, già annunziati per la settimana ventura; restarvi non visti una notte ed un giorno, sino alla seconda rappresentazione, uscendone poi senza essere osservati. Ventiquattr'ore sarebbero più che sufficienti a disporre la mina: questa doveva comporsi di trenta chilogrammi di melinite, divisi in trenta tubi metallici, nascosti ad ogni probabile investigazione sotto l'imbottitura di un divano: i tubi, non più grossi di tre centimetri, rimarrebbero celati dietro la fascetta del sedile. Pochi fili di ferro, tesi a piccolissimi ganci invitati nelle fascette, basterebbero a sostenerli. Nessun inserviente incaricato della pulizia dei palchi avrebbe mai l'idea, scoppettando un divano, di cacciarvi la testa sotto per cercarvi una mina nella intelaiatura. Ma per incendiare i trenta chilogrammi di melinite, bisognava trasmettervi la scintilla elettrica con un filo: qui cominciava la follia. Non v'era altro modo che forare con un trapano sottile il muro esterno del teatro nel vano di una finestra, ove lo spessore fosse minimo, presso una delle doccie discendenti dal cornicione; trapassare anche la doccia, congiungere il filo ai tubi, facendolo passare invisibile sotto il tappeto del palchetto e della corsia sino a quella finestra, e riempire la doccia dei centotrentacinque metri, tanta era la distanza, di filo necessario per giungere alla loro casa. Poi aspettare la notte della prima nevicata; ma se la neve cadesse di giorno alzandosi troppo dal suolo l'impresa andava a vuoto; con un colpo di martello acuminato, passando lungo il muro del teatro, ove la doccia scendeva semiscoperta sino a terra, bucarla; chinarsi rapidamente fingendo magari di scivolare, con un piccolo gancio estrarre il filo, e stenderlo sulla neve sino alla doccia della loro finestra. Un secondo filo scenderebbe da questa doccia forata dall'interno all'altezza del balcone; bisognerebbe bucarla ancora dietro terra, cavarne il filo e congiungerlo coll'altro. Questa era la parte più delicata e terribile dell'operazione. Il filo conduttore, sottile, malleabile e bianco come la neve, sarebbe presto ricoperto da questa così che nessuno lo scoprirebbe più nell'inverno giacchè a Mosca la neve non si spazza mai nelle strade, sulle quali forma un altissimo strato di grossa sabbia candida, presto insudiciata di ogni colore.
Ma le guardie vegliavano sempre nella piazza del teatro, anche di notte. Loris aveva già studiati i loro giri e scelta la doccia: calcolava di non poter avere più di dieci minuti per forarla e stendere il filo; tutto al più si potrebbe con qualche strattagemma attirare le guardie un po' più lungi, e raddoppiare il tempo utile. Egli, Olga e Lemm, basterebbero ad introdurre nel teatro i trenta chilogrammi, i centotrentacinque metri di filo, e il trapano necessario a forare il muro. Olga si avvolgerebbe il filo intorno al corpo sotto le sottane, e nasconderebbe il trapano smontato nel manicotto: essi, uscendo e rientrando negli intermezzi, porterebbero sette o otto tubi per volta nelle tasche interne sotto le pelliccie. Quindi Lemm se ne andrebbe: al momento dell'uscita, quando si abbassano le fiammelle del gas, Loris ed Olga sarebbero già nascosti nel contropalco o in una latrina, dove meglio si potrebbe; e non uscirebbero dal teatro che alla rappresentazione seguente. Un mutamento nel programma teatrale sarebbe bastato a tenerli prigionieri chi sa quanto. Loris evitava di pensarci. In questo caso, se la neve cadesse di notte, Lemm doveva tentare di stendere da solo il filo.
Fra due giorni il principe avrebbe portato i trenta chilogrammi di melinite, fra cinque il teatro si aprirebbe per due concerti colla Sembrich e colla Nilson, i due soprani più celebri del mondo dopo Adelina Patti, e che incomincerebbero così la solita grande stagione teatrale. I concerti venivano dati a benefizio del grande Ospizio dei trovatelli, fondato da Caterina II nel 1762. Il primo era fissato per il prossimo mercoledì, dell'altro rimaneva ancora incerto il giorno.
— Dopo l'esperimento del dottor americano Tanner, Loris disse scherzando a Lemm, i digiunatori sono pullulati da per tutto; un digiuno di quindici giorni ci farà davvero capire quella fame, che uccide tanti nel popolo.
Olga e Lemm non discutevano più. Loris lo incaricò di comprare i centotrentacinque metri di filo in uno dei maggiori negozi di strumenti fisici, presso la barriera Pokrovskaia; poi si pentì. Lemm, offeso che gli si volesse così risparmiare un pericolo, insistè; ma Loris troncò ogni discussione dichiarando di fidarsi più di sè stesso; direbbe al negoziante di voler fare alcune esperienze sulla trasmissione della forza col filo elettrico secondo le ultime scoperte del grande elettricista italiano, Galileo Ferraris.
Infatti dopo due ore ritornò con un rotolo di filo bianco, fatto di tre capi attorti, difesi da un tegumento isolatore; il filo, abbastanza malleabile, era dello spessore di tre millimetri. Aveva comprato un trapano solidissimo di fattura inglese; ma vi mancavano le subbie, perchè quelle solite di fabbrica sarebbero state troppo corte. Ne aveva quindi commesse quattro, della lunghezza di quaranta centimetri, ad un armaiolo molto abile nelle tempre; tale informazione la doveva allo stesso negoziante, dal quale aveva comprato il trapano.
Durante i preparativi Olga e Lemm, ridotti a subalterni senza importanza, rimanevano inerti: la loro reciproca antipatia pareva cessata, senza che le loro maniere ne fossero diventate più amabili. Lemm, villano per natura e per educazione, disprezzava le donne; Olga, in quel primo ritorno alla propria vera natura, si sentiva sempre più impacciata da nuovi pudori fra quei due uomini, che sembravano non accorgersi del suo sesso. Loris le badava appena; Lemm, permettendo quasi sempre al proprio soldato d'ubbriacarsi alla bettola, passava la maggior parte del tempo con lei, quasi senza parlare, finchè Matrona non lo costringesse a scappare per l'armadio. Il suo umore sembrava peggiorare tutti i giorni: era scontento di sè, di Olga, di tutti; ammirava meno Loris, dacchè questi non gli appariva più nella calma della prima superiorità, si affaticava quindi contro di lui in sofisticherie sulla tecnica di quella mina. Qualche cosa la farebbe senza dubbio scoprire prima: allora bisognerebbe suicidarsi.
L'indomani stesso Loris ricevette una lettera del principe, che gli annunziava il proprio arrivo per la sera seguente. Il principe giunse sull'imbrunire alla barriera Miouskaia, in una droiska elegante, tirata da tre eccellenti trottatori: guidava un grosso cocchiere in livrea da campagna. Il principe, vestito da caccia, aveva due fucili chiusi negli astucci, un cane seter ai piedi, nerofuocato, e una piccola valigia di cuoio, robustissima, accanto sul cuscino. Il cocchiere gridò il nome del padrone alla guardia daziaria, che salutò rispettosamente: un sergente di polizia si avanzò nullameno, ma il principe, mostrando le armi e la valigia, gli disse semplicemente:
— Cartuccie da caccia.
Il sergente salutò come la guardia: il principe gettò loro un biglietto da cinque rubli.
Ma, scorgendo Loris poco dopo entro un fiacchero, ordinò al proprio cocchiere di fermare, e scese rapidamente. Loris lo imitò.
— Sapevate dunque che sarei arrivato stasera, gli disse il principe ad alta voce stringendogli affettuosamente la mano: vi ho portato tutto, la doppietta Hamerless e le grosse cartuccie metalliche, che mi avete ordinato.
Qualcuno si era arrestato a contemplare la scena; il principe, osservando colla coda dell'occhio lo stesso sergente, seguitò il discorso a più alta voce, poi ordinò al cocchiere di scendere all'Hôtel de Europe, e salì nel fiacre di Loris. Si erano messi la doppietta in mezzo, Loris teneva la valigia fra e gambe. Oramai annottava; il principe scese, dicendo a Loris, che fra un'ora lo avrebbe raggiunto a casa. Tutti ve lo aspettavano.
Il principe parve di una freddezza glaciale: quando Loris gli ebbe esposto tutto il proprio disegno nei più minuti particolari, rispose lentamente:
— Questo attentato è così improbabile che non può temere nulla se non dal caso.
— Lo aiuteremo, ribattè Loris.
Allora il principe mostrò loro i falsi passaporti, che si era procurato, comprandoli secondo il solito dalla polizia, perchè potessero servirsene nella necessità di una fuga. Loris li dichiarò inutili.
— Comunque riesca la cosa, entreremo subito in campagna: un regicida non può fuggire.
— Voi, disse il principe a Lemm, perchè non avete mutato nome? Forse per non destare sospetti anticipati, essendo troppo conosciuto a Mosca, ma questa ragione, eccellente ora, dopo sarà pessima. Voi sarete l'autore dell'attentato.
— Lo muterò dopo, se ne avrò il tempo.
— E voi, principe, domandò Loris, verrete a Mosca?
— Io stesso uscirò dal teatro per venirvi ad avvisare del momento più opportuno, a meno che, aggiunse con accento strano, non preferiate dar fuoco alla mina quando io pure sarò dentro.
Loris sorrise.
— Restate a cena qui; siamo invitati da Lemm; vi mostreremo il passaggio fra i due appartamenti.
Il principe accettò, ma siccome Olga non aveva ancora aperto bocca, le si volse:
— Voi siete medichessa.
Olga, che sentì l'ironia quasi impercettibile di questa osservazione, rispose piccata:
— Sofia Perowskaia era invece principessa.
Loris guardò Olga con simpatia, ma il principe, forse pentito di aver ceduto alla propria antipatia per tale categoria di donne nichiliste, parò tosto con un complimento:
— Se Sofia Perowskaia non fosse stata che principessa, non avrebbe ispirato a donne come voi la rivalità dell'eroismo.
Quando passarono nell'appartamento di Lemm, il principe non mostrò alcuna meraviglia della breccia mascherata dall'armadio; osservò solo che il prolungamento della distanza dal teatro, per evitare che la casa crollasse loro addosso, non gli pareva sufficiente. Era impossibile poter calcolare i contraccolpi dello scoppio: molti palazzi vicini screpolerebbero; qualcuno, malandato o mal costrutto, potrebbe addirittura inabissare. E guardò Loris.
— Voi concepite la guerra così: badate a non perirvi nella prima battaglia. È questa la stanza?
— No.
Lo condussero in fondo all'appartamento, in un gabinetto, che dava sul cortile della scuderia. Lì avrebbero collocato la pila, essendo la camera più lontana dal teatro. Vi rimasero tutti e tre in silenzio: Olga teneva una candela in mano. Lo stanzino doveva aver servito alla toeletta di una signora, perchè vi restava ancora un vago odore di muschio: nella volta erano dipinti degli amorini.
Improvvisamente si sentirono lontanissimi l'uno dall'altro in quel gabinetto, dal quale per opera loro sarebbe partita la morte di migliaia di persone. Olga guardava un fiore del tappeto, Lemm imbarazzato dalla propria qualità di padrone di casa, ospitando un principe, si era perduto nel sentimento di una solitudine sconfinata ed assurda; Loris e il principe tacevano. Una sensazione insopportabile di risveglio dal sogno tragico, nel quale vivevano da due settimane, li opprimeva. Perchè quell'attentato contro tanta gente? Perchè uccidere in una sola volta due o tre mila inconsapevoli? La vita reale non era così; era piccola, composta d'inezie, cominciava e finiva inavvertitamente. Essi pretendevano invece dominarne tutto il complesso vendicando ingiustizie di mille anni, quando coloro, che le avevano sofferte, erano già morti. Chi erano essi per arrogarsi tale diritto? In quell'appartamento abitava, poco prima, una famiglia felice, ignara di tutto il resto come l'altra gente. Perchè in quel gabinetto, destinato ai misteri eleganti di una signora, volevano mettere una pila per rovesciare un teatro sul capo degli spettatori inconsci? Lemm non lo comprendeva più: si ricordava confusamente, come di un particolare grottesco, che in quell'appartamento egli doveva essere, per quanti lo conoscevano, un dentista.
L'impressione ne fu tale, che si mosse; gli altri lo seguirono. Nella camera da pranzo sulla tavola v'erano molte bottiglie, il samovar, dei biscotti e un periok: Lemm lo aveva fatto comperare da un pasticciere. Non avevano altra cena. L'imbarazzo lo sorprese: tirò un cassetto della credenziera cercando i tovaglioli e le posate; non avrebbe voluto sfigurare in faccia al principe, del quale le maniere aristocratiche gli imponevano.
Anche questa volta Loris lo soccorse, spiegando al principe il perchè di quella cena; bisognava fingere di non mangiare in casa per allontanare i domestici.
La cena diventava sempre più triste. Il principe tentò con un ultimo sforzo di ritornare sui particolari dell'attentato: i nichilisti stessi ne sarebbero meravigliati.
— Ci rinnegheranno, osservò Lemm.
— Il nostro colpo sulla corte e sull'aristocrazia apre la guerra civile, proseguì Loris: se non oseranno accettarla subito per non sembrare assassini, dovranno subirla poi per non diventare nemici della rivoluzione. Avete letto stamane l'articolo di Katkof nella Gazzetta di Mosca?
— No.
— Katkof dichiara che gli Ouriadniki o i Kouriadniki, i mangiatori di galline, come i contadini hanno battezzato questa nuova gendarmeria, peggiorano le condizioni della sicurezza pubblica nelle campagne; i signori presi fra due fuochi, fra i banditi e i gendarmi, non vi possono più abitare. Vedete che le mie previsioni cominciano ad avverarsi; l'esodo della nobiltà dalle campagne aumenta tutti i giorni: una recrudescenza lo compirà. Bisogna impedire a Katkof di ottenere l'abolizione di questa gendarmeria campestre, che per rapacità di saccheggio si associerà ai contadini nella lotta contro i signori. Katkof sente già il pericolo, egli è l'unico uomo politico dell'impero.
— Lo stimate tanto? domandò il principe.
— Katkof ha improvvisato in Russia l'autorità del giornale, cui nessuno avrebbe nemmeno saputo pensare. Colla Gazzetta di Mosca domina l'impero; ha impedito con Pobédonostesf ad Alessandro III di concedere la costituzione ideata da Alessandro II, comanda ai ministeri, destituisce i ministri. Di tutti gli slavofili egli è il solo che sappia nettamente cosa vuole, e che cosa non sappiano volere gli avversari.
Ma Olga, che quella lotta fra Loris e il principe non interessava abbastanza, consultò l'orologio; Matrona non doveva tardar molto a salire per chiedere gli ordini dell'indomani. Se avesse suonato indarno all'uscio potrebbe concepire sospetti. Loris lo comunicò al principe; era tempo d'andarsene.
I saluti si scambiarono nell'appartamento di Loris.
Allora un'emozione s'impadronì nuovamente di loro; forse non si vedrebbero più, giacchè il più piccolo incidente poteva determinare la sorpresa dei tre cospiratori decisi a morire piuttosto che arrendersi. Il principe si sentì ancora più vecchio fra quel gruppo giovanile già sacro alla morte. La sua passione rivoluzionaria, accesa da un odio di marito ingannato, diventava volgare davanti al fanatico sacrifizio di loro, che s'immolavano all'avvenire del popolo.
— Addio, principe, disse Loris tendendogli la mano, sebbene si disponesse ad accompagnarlo.
— Perchè mi salutate? Non ci rivedremo quella sera?
— Forse!
Ma la sua voce squillò alteramente. Il principe strinse la mano ad Olga.
— Signorina, le disse colla inimitabile cortesia dei vecchi gentiluomini, indicandole Loris e Lemm: voi sola potete avere il supremo coraggio di non commettere imprudenze.
Olga commossa lo ringraziò con un sorriso; Lemm aspettava presso la porta per aprire, e si sentì rimescolare dal saluto affettuoso del principe. Appena usciti gli altri, il passo di Matrona su per le scale lo costrinse a nascondersi in fondo all'appartamento.
Matrona raccontò sorridendo ad Olga di avere incontrato l'ingegnere, tale credeva fosse Loris, con quell'altro signore, che le era parso oltremodo brutto. La ragazza, alta e grossa come un facchino, parlava ad Olga con tenerezza di bimba, perchè quei pochi giorni erano bastati ad innamorarla della medichessa. Avrebbe voluto passare con lei tutto il giorno se la mamma, costretta a surrogare spesso il marito nel suo ufficio di sentinella, avesse potuto concederlo. Olga invece la riteneva il meno possibile nell'appartamento. Quella sera Matrona era anche più espansiva, ma l'altra la licenziò quasi bruscamente. La ragazza se ne andò triste.
Olga era tornata nella propria camera, credendo Lemm già uscito; invece le comparve improvvisamente davanti.
— Che volete?
Il piccolo ebreo la guardava stranamente, quindi mettendosi a sedere con una famigliarità, che non piacque alla fanciulla, rispose:
— Che cosa debbo volere? Venivo a fare conversazione.
La sua faccia parve rabbonirsi, mentre i suoi occhi seguitavano ad esaminare Olga più intensamente. Anch'ella era triste.
— Pensate al nostro pericolo?
L'altra scosse la testa.
— Sono persuaso che saremo scoperti prima, così Loris ci avrà uccisi inutilmente; e seguitò esponendole con acutezza tutte le impossibilità pratiche di quel disegno da romanzo. Olga ascoltava distrattamente.
Nella camera abbastanza grande le cortine bianche del letto disegnavano un'altra tenda, sotto la quale l'ombra sembrava salire come un vapore da una coperta di seta azzurro-cupa, mentre l'armadio dorato ed istoriato delle sacre iconi si ergeva dappresso, nell'angolo, come un altare.
Due lampade di vetro cilestro vi pendevano innanzi immobili e spente. Nessuna eleganza femminile attenuava la severità fredda di quella camera. Olga vestiva ancora l'abito, col quale era giunta da Pietroburgo; solo due pianelline di bulgaro bronzato, che le lasciavano scoperto tutto il collo del piede, sembravano il principio di un'altra toeletta più comoda ed intima. Ma Olga non aveva mai posseduto abiti da casa o da notte. La sua graziosa testa bionda, abbandonata sulla spalliera della poltrona, aveva in quel momento una delicata espressione di sofferenza.
Lemm le si avvicinò: un tremito gli agitava il corpo piccolo e sgraziato.
— Vengo da voi questa notte? le disse con voce strozzata.
Ella balzò in piedi; si guardarono! Olga era livida, il suo viso sfolgorava.
— Che c'è? chiese Lemm meravigliato a quella trasfigurazione; ma il viso di Olga si scompose nuovamente in una fisonomia così dolorosa, che Lemm ne fu commosso senza poterla comprendere. Che cosa vi ho detto mai? So che non vi sono simpatico, ma non credo di avervi offesa chiedendovi ciò, che tutti i nostri amici vi hanno chiesto tante altre volte.
Gli occhi di Olga si appannarono di lagrime.
— Ma che cosa avete?
Il pianto di Olga l'imbarazzava: si sentiva ridicolo davanti a quel dolore, che capiva di averle dato, e del quale gli sfuggiva la ragione. Conoscendo Olga da due anni, aveva osato quella brutale galanteria senza troppo sperarvi, perchè si era già accorto del suo nuovo capriccio per Loris, ma non aspettandosi mai a tale scena. L'amore libero poteva permettersi tutto, e Olga diventava stupida mostrandosi offesa.
Egli tornò villano.
— Mi direte almeno il perchè?
— Chi vi ha dato il diritto di trattarmi così?
— Allora siete come le borghesi, che si sentono mancar di rispetto, se un uomo propone loro ciò che la natura esige dai sessi. Mi pare che, invece di piangere, potevate dirmi francamente che vi sono antipatico. Ecco la legge dell'amore: non vi piaccio, non parliamone più.
Ma Olga non si rasserenava.
— Per Dio! gridò finalmente l'altro: non vi ho già battuta, e uscì tirandosi dietro l'uscio.
Olga si rimise a piangere con grande dolcezza: le pareva di ritrovare in quel dolore tutte le delicatezze e le pudicizie di un primo amore. Si svestì, si coricò, avvolgendosi in questa nuova melanconia, come in un'altra coltre più fina, e cercando di addormentarvisi; ma quando intese Loris rinchiudersi nella propria camera, scese dal letto e corse alla sua porta, stringendosi entro la camicia nell'ombra. Vi stette qualche minuto in orecchi; poi la baciò, e tornò a letto.
L'indomani, dopo mezzogiorno, Loris tornò colle subbie, era serio. Mandò Olga a chiamare Lemm e si mise subito a provare una subbia nel trapano; aveva pure comprato i piccoli ganci a vite, una lanternina cieca, un cacciavite e una scatolina di mastice per dissimulare il foro del muro.
Lemm entrò accigliato.
— So quello che vuoi dirmi, ho visti i manifesti.
Olga si sentì stringere il cuore.
Il primo concerto colla Nilson sarebbe per l'indomani sera: Loris aveva già comprato un palchetto al secondo ordine. Non discussero.
Loris, mostrando a Lemm la lunga sottilissima subbia nel trapano, disse che bisognava provarla tosto forando il muro e la doccia del balcone: non dubitava della tempra dello strumento, ma temeva, deviando, di non incontrare la doccia sulla convessità della quale il più piccolo scarto avrebbe impedito il foro. Aperse quindi la finestra del balcone per riconfrontare, colla maggiore esattezza, le misure dall'interno e dall'esterno, e fissare il punto giusto; ma quando gli parve di averlo trovato, siccome bisognava forare all'altezza del pavimento, s'accorse che era impossibile manovrare il trapano. La rotazione della sua maniglia urtava nel pavimento.
Loris s'inasprì seco stesso; Lemm invece sembrava sorridere tacitamente come di un primo trionfo delle proprie critiche. Loris svitò la subbia, nascose il trapano nell'ampia tasca interna del pastrano, e se ne andò dicendo ad Olga:
— Siete libera d'uscire; non tornerò che a due ore di notte.
— Cominciamo male, mormorò Lemm con maligna intenzione, appena furono soli. Non ci voleva molto a capire, che un trapano così costrutto non poteva girare a fior di terra.
— Perchè dunque non l'avete osservato subito?
— Vi dispiace che io constati un suo errore? Spingereste molto oltre la devozione, che avete per lui!
— Non sono devota di alcuno, ribattè la fanciulla già diventata rossa: ma dal momento che non v'accorgeste subito di quel difetto, è inutile che ve ne vantiate adesso.
E voltandogli bruscamente le spalle, andò a chiudersi nella propria stanza; Lemm frenò a stento un'ingiuria.
Nella giornata non si videro. Olga la passò con Matrona, dalla quale si faceva insegnare un punto di merletto, parlandole sempre di lavori donneschi con siffatta ignoranza, che la ragazza ne strabiliava. Olga non sapeva nemmeno cucire in bianco. Lemm si lasciò condurre dal proprio soldato in una bettola presso il Giardino Zoologico, ove si ubbriacarono. Il vecchio soldato, che aveva la sbornia sentimentale, si commuoveva sino alle lagrime raccontando gli incidenti della sua lunga vita nell'esercito: aveva percorso due volte il portico verde, secondo la pittoresca espressione del popolo, passando sotto le verghe, prima che Alessandro II le abolisse.
Egli si cavava ancora il berretto, nominando lo Czar ucciso. Lemm si compiacque ad irritarlo scherzando su quello czaricidio.
— Voi siete dentista, _batuska_, esclamò il soldato agli estremi: mi avete pagato da bere, e vi dico la verità; quando si ha bevuto, la bugia guasta il vino. Ecco, io avrei strappato i denti ai nichilisti, che lo hanno ucciso, come facevo da ragazzo colle biscie. Ci si mette un pezzo di berretto in bocca, la biscia stringe e si tira: tutti i denti rimangono piantati nel berretto. Sì, _batuska_, bisognava farlo ai nichilisti, che hanno ucciso il nostro padre, Alessandro II.
— Lo faranno quest'altra volta a quelli, che ammazzeranno Alessandro III.
Il vecchio non s'accorse che a Lemm aveva tremato la voce.