Part 8
William dormì tranquillamente quattr'ore di fila. Quando si svegliò, i suoi occhi smarriti si fissavano su le persone e gli oggetti intentamente, come per riconoscerli bene; poi passava via, senza lasciar capire se li avesse o no riconosciuti. Le sue mani brancicavano nel vuoto, sfregavano le coperte; poi si tastava il viso, il petto, lo stomaco, e tornava a brancicare qualcosa invisibile. La sua voce era un lamentìo basso, interrotto, una specie di singhiozzo. Durò così due giorni. Al terzo riconobbe Hermann e gli strinse la mano; sorrise al dottore.
— Soffro molto — diceva; — soffro molto qui. — E indicava il petto.
— Non è nulla — rispondeva il dottor Cymbalus. — Passerà.
Quando questi gli tolse le fasce, Hermann vide su la spina dorsale e su l'occipite di William due piccolissime cicatrici, due graffiature nere; niente altro.
William si sentiva uscire a poco a poco da un profondo sbalordimento. Le idee gli erravano per la mente, gli sfuggivano, gli tornavano innanzi come nuvoloni sballottati da un temporale; poi cominciarono ad ordinarsi simili a una folla di persone entrate confusamente in una sala che riescano in fine a trovar tutte il loro posto. Capiva che doveva essere accaduto qualcosa di straordinario dentro di lui; provava un vuoto immenso e un benessere ineffabile, ma non si ricordava bene; credeva d'aver sognato.
Hermann, il dottor Cymbalus, il letto, la stanza, l'operazione subita non erano fantasmi creati dalla sua fantasia delirante? Si era forse ucciso, e quello stato di calma era la sua nuova esistenza in un mondo migliore?
Finalmente ebbe la certezza della realtà.
— _Consumatum est!_ — gli disse il dottor Cymbalus scotendo la testa tristamente.
— Ella è il genio del bene! — rispose William.
— Dite piuttosto il genio del male, capace di distruggere e non di edificare!
— Ah, dottore, come son lieto di non aver ascoltato i suoi consigli! Io gusto una pace, una felicità che non credevo possibili sulla terra!
V.
Infatti era una felicità vera. All'eccessivo tumulto dei suoi affetti succedeva un silenzio completo. I suoni gli aliavano intorno agli orecchi, sussurrandovi le loro note, senza decidersi ad entrarvi. I colori venivano a posarglisi sulla retina con la delicata precauzione di chi non vorrebbe farsi scorgere.
Quella parola misteriosa della malinconia dei tramonti, del mormorìo delle acque, del profumo dei fiori, delle linee della campagna, della serenità dei laghi, dello altero slanciarsi dei monti al cielo, del mesto sprofondarsi delle vallate; quella parola misteriosa che tutti cerchiamo, che tutti ci sforziamo di riprodurre, poeti, romanzieri, pittori, scultori, maestri di musica, quella viva ed eterna parola dell'universa Natura, egli non la sentiva o non la intendeva. Viveva come circondato da un'immensa solitudine, tra le vaste ruine d'un mondo una volta animato E si sentiva felice, e s'inorgogliva di sè stesso.
Come era superiore a quanto gli stava attorno! Nulla giungeva più a fare nessuna impressione su lui!
Ricordava sua madre, ricordava Ida Blùmer le sole creature ch'egli avesse immensamente amate e per le quali il suo cuore aveva tanto sofferto; ma non provava più nè commozione, nè rimpianto.
Era vendicato di esse!
Gioiva del suo trionfo.
Durante questo tempo, avvenimenti inaspettati mettevano sossopra il palazzo, della contessa K***.
La sventura avea spetrato quel cuore di madre, e il pentimento e il rimorso la conducevano alla casa del figliuolo così spietatamente abbandonato, e, una volta, fatto scacciare dai suoi servitori.
William abitava insieme con Hermann.
Quella stessa vecchia che un giorno lo introdusse nella stanza di studio del suo amico gli annunciò la visita d'una gran dama.
— Passi — rispose smettendo di lavorare.
Una signora vestita a lutto, con un fitto velo sul viso si presentava su la soglia. Esitava ad inoltrarsi.
William le era andato incontro. Allora quella signora avea sollevato il velo ed era rimasta a testa bassa innanzi a lui.
— Mia madre.
William non si era scomposto.
Ma la signora, fulminata da quella freddezza, lo fissò in volto. Non vi traspariva nessun indizio di commozione repressa. Suo figlio la guardava attentamente, ma con impassibile tranquillità.
Al grido straziante della contessa, e al vederla inorridita, William avea alzate le spalle ed era tornato al tavolino, a disegnare figure di geometria.
Otto giorni dopo, passando davanti a la casa dove si espongono i cadaveri delle persone perite di morte improvvisa o violenta, avea veduto molta gente affollarsi sull'uscio. La curiosità lo aveva spinto ad entrarvi.
Sopra una bara giaceva il cadavere di una giovine dai diciotto ai vent'anni.
Bella, vestita con eleganza, aveva i capelli rappresi sulla fronte e sul collo; gli abiti ancora bagnati indicavano il genere di morte scelto dalla infelice per finire i suoi giorni.
— È Ida Blùmer — egli disse; — la riconosco.
Condotto davanti al Commissario, vi fece la sua deposizione. La vista di quel cadavere lo aveva lasciato indifferente.
VI.
Eran passati sei anni.
Che cosa voleva dire quella stanchezza vaga, indefinibile che cominciava ad insinuarsi nella sua vita regolare e monotona? Quei confronti del passato col presente che gli erano stati cagione di tanta allegrezza, perchè ora prendevano un accento di lieve rimprovero?
Fu spaurito di questi sintomi e cercò di svagarsi.
Ma come sfuggire la memoria? Si vedeva perseguitato da essa perfino nei sogni. Giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto la stanchezza e la noia aumentavano. Non poteva far nulla per arrestarle; si sentiva inetto a resistere.
— La gran legge del lavoro!
Aveva un bel ricordarsene; non gli riusciva di lavorare. Si stancava, si annoiava sùbito. Gli mancava qualcosa che gli rendesse caro il lavoro.
La sua solitudine gli faceva spavento. I momenti più tristi della sua vita gli parvero preferibili, immensamente, a quella calma di morte che l'operazione del dottor Cymbalus gli aveva procurata.
— Mamma! Ida! Mamma! Ida! — chiamava ad alta voce, chiuso nella sua stanza, senza voler vedere nessuno.
Tentava di riscuotersi con quei nomi dal torpore che lo teneva incatenato fra i suoi terribili nodi.
Niente!
Quelle parole: Mamma! Ida! gli risuonavano nell'orecchio come due voci che non avessero mai avuto alcun senso per lui.
Ah, quell'ore di pianto, di disperazione di strazio mortale passate a guardar da lontano le finestre del palazzo K*** nelle notti d'inverno! Ah, quell'ore d'agonia, quando si struggeva di abbracciare sua madre che, perduta tra le feste e i conviti, più non si ricordava di lui! Quelle erano state ore! E quando i furori della gelosia, i folli propositi di vendetta gli avevano sconvolto il cervello, per il tradimento di Ida Blùmer? Che emozioni! Che divini dolori!... Ed ora, più nulla!
Un giorno corse da sua madre.
La contessa K*** si preparava per un viaggio lontano, nel momento che William saliva le scale del palazzo ricordando la trista scena di parecchi anni fa, essa si trovava nel suo elegante salotto, abbandonata su una poltrona col viso tra le mani, piangente. Una cameriera levava della roba da un mobile antico incrostato di avorio e di madreperla, e nominato un oggetto, aspettava che la sua signora le rispondesse sì o no con un cenno del capo.
William irrompeva nella stanza.
La contessa pareva ammattita dalla gioia. Rideva, piangeva, lo abbracciava, lo carezzava, tornava ad abbracciarlo.
William non rifiniva dal baciarla.
Il contatto di quelle labbra dovea fargli rivivere il cuore!
— Chiamami figlio! Chiamami figlio!
— Figliuolo, figliuolo mio! — ripeteva la contessa.
Il rimorso il pentimento, la gioia rendevano sublime l'accento di lei.
William smaniava; si scioglieva dalle braccia di sua madre, le metteva una mano sulla fronte per tenerle sollevato il volto.
Voleva contemplarlo bene e assorbire tutti gli splendori di quegli occhi!
— Qui le tue mani, sul mio cuore!... Premi forte!... Ancora più forte!
Ma no! No! Quel terribile gelo non voleva fondersi. Il suo cuore era morto per sempre! Non un palpito! Non una leggera emozione! Baciava forse una statua? Era un'infamia! Oh! Maledetta quella scienza che lo aveva così ridotto!
VII.
La mattina dopo, senza dir nulla al suo amico, William Usinger prese la strada che conduceva alla villetta del dottor Cymbalus.
Era giorno di festa. Allegre brigate di uomini e di donne, sparse pei prati che fiancheggiavano la strada, conversavano allegramente o ballavano al suono del violino e del contrabasso. William si fermava a guardare quelle persone felici; ma non capiva più nulla di quella loro musica, e di quelle loro canzoni. Quei visi sorridenti gli sembravano atteggiati a scherno o a disprezzo per lui.
Il dottor Cymbalus lo ricevette con la sua solita cordialità.
William gli espose quel che provava.
— Io non v'ingannavo, figliuolo mio! — gli disse il dottore diventato tristo e meditabondo. — Forse sarebbe stato meglio che vi avessi lasciato mettere in atto la vostra disperata risoluzione! Non credete per questo che vi fossi indotto da una vanità di scienziato, per tentar l'esperimento delle mie scoperte. Voi calunniereste il mio cuore d'onest'uomo che la scienza fa palpitare vivamente per qualunque creatura che soffre. Fui sedotto da una speranza; osai sperare che la Natura non sarebbe stata inesorabile. Eravate così giovane! Avevate tanto sofferto! Ma la natura non muta le le sue ineluttabili leggi.
— Addio dottore! — disse William.
— Abbiate coraggio, abbiate coraggio!
— Avrò coraggio.
Il dottor Cymbalus dalla finestra del suo studio seguì con l'occhio il giovane che s'allontanava a capo chino. Lo vide fermarsi per consegnar qualcosa al servo poi sparire nel campo vicino, dietro un folto gruppo di alberi.
S'udì un'esplosione d'arma da fuoco.
Il dottore corse in fretta, accompagnato dal servo, verso il punto dove Usinger era scomparso.
William giaceva a terra immerso in un lago di sangue, col petto squarciato da una terribile ferita.
Quando il servo consegnò al dottore il foglio ricevuto alcuni momenti prima, il vecchio scienziato lo aperse tremando dalla commozione, con le lacrime agli occhi. Esso conteneva queste brevi parole:
_Lascio tutto il mio patrimonio al dottor Franz Cymbalus ed al mio amico Hermann Strauss perchè con esso istituiscano una scuola gratuita dove si insegni ad_ AMARE!
Firenze, settembre 1865.
NOTA.
Quando _Storia Fosca_ venne pubblicata la prima volta parecchi critici, parlando di essa, si compiacquero di ricordare la _Curée_ dello Zola. Fu troppo onore per la mia novella, ma non senza un po' di ingiustizia.
_Storia Fosca_ è uno studio dal vero fedelissimo in quasi tutti i suoi particolari, e i personaggi di essa vivono ancora. Ho letto, stampato in una memoria legale, il verbale del brigadiere dei carabinieri che ne chiuse la catastrofe; e lo avrei qui riportato, se il farlo non mi fosse parso un'arditezza soverchia. Quel brigadiere, ignorando i nostri scrupoli letterari, ha detto tali cose con tali parole che nessuno scrittore naturalista, come ora li chiamano, avrebbe il coraggio di ripeterle al più spregiudicato dei suoi lettori.
Non dico questo per farne un merito al mio lavoro — la realtà di un fatto importa assai poco, quando i personaggi non riescono qualcosa di vivente anche nel mondo dell'arte — ma unicamente per dimostrare che non mi è mai passata pel capo la balorda idea di rifare in piccolissime proporzioni il gran quadro della _Curée_.
Nè intendo protestare contro la critica; sarebbe puerile. Voglio soltanto accennare per quale ragione, narrando alla mia volta gli amori di una matrigna col figliastro, io credo di non aver oltrepassato il mio diritto di artista.
Oggi che il romanzo e la novella son diventati un vero studio psicologico, i caratteri dei personaggi, l'ambiente dov'essi vivono, le circostanze che li fanno agire occupano talmente il posto del _fatto_, prima creduto l'essenziale, che lo stesso fatto può esser ripreso e studiato con varietà indefinita. Da esso, trasportato in altro ambiente, come da invisibile nucleo, si svolge e si forma un nuovo organismo di caratteri e di sentimenti, non più vaghi e indeterminati, ma concreti, determinatissimi, del tal posto, del tale anno; ed è il completo trionfo dell'individuo vivo sull'individuo astratto, sul _tipo_ classico, insomma una cosa perfettamente moderna.
Gli amori di una matrigna col figliastro, per esempio, non potevano considerarsi come novità neppure quando la _Curée_ fu pubblicata. La novità consisteva nei caratteri dei personaggi, nell'ambiente così analiticamente studiato, nei particolari assolutamente parigini, dell'epoca del secondo impero; talchè l'incesto diventava una cosa proprio secondaria di faccia a tutte le circostanze che lo avevano determinato e prodotto.
Non rimaneva forse anche tale trasportato in altri luoghi, fra notevolissime differenze di caratteri e di sentimenti?
Ed ecco perchè non credo che, scrivendo _Storia Fosca_, io abbia oltrepassato il mio diritto di artista. Nè avrei mutato di parere nel caso che, invece di studiarla dal vero, l'avessi inventata di sana pianta.
INDICE
_Avvertenza_ pag. vii
Tormenta » 1 Storia fosca » 45 Convalescenza » 69 Un bacio » 87 Contrasto » 99 L'ideale di Pìula » 115 Un caso di sonnambulismo » 131 Il dottor Cymbalus » 171
_Nota_ » 205
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (subito/sùbito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.