Part 7
Il Pardin esitò un momentino a porgere le mani, ma non impedì che il Maresque gliele tenesse unite mentre il Poisson gli stringeva ai pollici il suo piccolo strumento di acciaio.
Il signor Van-Spengel picchiò in vari punti del pavimento, indi smosse un mattone con la punta della sua mazza. Apparve una buca. Poisson ne estrasse parecchie scatole e due involti che depose sul tavolino. Il signor Van-Spengel aprì ad una ad una le scatole osservò gli oggetti d'oro, le pietre preziose, e le richiuse con cautela.
III.
Mentre il signor Van-Spengel eseguiva queste operazioni, il giudice Lamère e il dottor Marol avevano fatte altre e più minute osservazioni su le diverse ferite delle vittime, perdendosi in un ginepraio di supposizioni intorno al modo con cui gli avvenimenti eran dovuti accadere.
Un piccolo episodio li avea commossi.
Erano nella Camera della Marchesina.
— Perchè non l'avevano trovata uccisa là, ma nel salone di ricevimento? La Marchesina era ancor sveglia verso le due e mezzo dopo la mezzanotte. Che cosa faceva?
Il dottor Marol si accorse pel primo d'una lettera restata a mezzo, sul tavolino, ma non osò buttarvi gli occhi. La sua squisitezza di animo gli impediva di violare il segreto dei morti, il segreto di una signorina!
Il Giudice Lamère, invece, trattò quella lettera come un documento del suo futuro processo, e la lesse.
Eccola: fu pubblicata dai giornali belgi di quell'anno.
«Mia cara,
«Sono felice! Bisogna che ti dica sùbito queste due parole; le capirai meglio quando avrai letto fino all'ultima riga. Sono felice! Se ancora me le tenessi nel cuore, potrebbero farmelo scoppiare. Oh! Sarò sempre in tempo a morire. Oggi sono felice! Troppo felice!
«Figurati! Mi son messa a scrivere alle undici e mezzo di sera. È già l'una dopo la mezzanotte, ed ho appena incominciato. Ma in queste due ore e mezzo non ho fatto altro che parlare con te, ad alta voce, come se ti avessi avuta presente. Ah! mia cara!....
«La penna non corrisponde alla foga del mio pensiero, al tumulto de' miei affetti. Perchè le persone che si amano non s'intendono da lontano, senza scriversi nè parlarsi? Ecco: io duro fatica a proseguire, ed ho cento cose da dirti. Via, siamo serie!....
«Egli mi ama!
«Me l'ha detto questa mattina, in salotto, dove ci trovammo soli per due brevi minuti. Io tremavo come una bimba nel sentirlo parlare. Egli tremava più di me. Non intesi bene le prime parole; ma le compresi egualmente e gli risposi... così strampalata! Oh, fu di una delicatezza senza pari! Pareva chiedesse scusa di farmi felice.
«Scesi sùbito in giardino. Non potevo contenermi. Un fremito di piacere mi agitava da capo a piedi e mi rendeva leggera come una piuma.
«Lì tutto sorrideva; tutto era pieno di profumi. I fiori mi salutavano scotendo il capino su lo stelo con grazia indicibile; le acque delle vasche mormoravano mille cosette maliziose che mi facevano provare certi brividi!... Gioia fino allora ignorata!
«Correvo pei viali; mi fermavo; odoravo i fiori, li accarezzavo; agitavo con le mani convulse le acque della vasca...
«Pare impossibile che una parola ci possa rendere così! Volevo esser seria e non riuscivo. Mi sembravo che io profanassi il divino sentimento dell'amore, manifestando la mia allegrezza in quel modo così fanciullesco; ne avevo dispetto.... Ma tornavo a far peggio. Correvo di nuovo, saltavo... Poveri fiori! Quelle mie carezze li maltrattavano, ne guastavano le foglioline e le corolle, li sfogliavano anche; ma!... I felici sono crudeli, cara mia!
«Egli m'ama! C'era proprio bisogno che me lo dicesse? No, no!... Ma pure non vivevo tranquilla; dubitavo sempre, mi torturavo da mattina a sera: mentre ora!...»
Il signor Lamère e il dottor Marol avevano le lacrime agli occhi. Il cuore da cui erano sgorgate quelle righe piene di tanto affetto non batteva più!
Il Lamère e il dottor Marol si guardarono in viso stupiti vedendo entrare il signor Van-Spengel seguito dal giovane arrestato, tra le guardie. Il Van-Spengel pareva in preda a un fierissimo accesso nervoso. Metteva paura.
— Cancelliere — disse il signor Lamère, stendiamo dunque il verbale.
— Se ne risparmi la fatica — balbettò il signor Van-Spengel, avanzandosi barcollante, con un sorriso da ebete. — Il verbale eccolo qua!....
E presentava il suo manoscritto, dando in uno scroscio di risa convulse.
Era ammattito!
* * *
Il libro del dottor Croissart, interessantissimo per tutti i versi (egli è direttore del Manicomio di Brusselle) termina con profonde considerazioni su questo fenomeno di psicologia patologica, degne di esser lette e meditate. Egli conchiude:
«Quando vediamo il nostro organismo mostrar tanta potenza in circostanze così eccezionali ed evidentemente morbose, chi ardirà di asserire che le presenti facoltà siano il limite estremo imposto ad esso dalla Natura?»
Catania 25 Marzo 1873.
IL DOTTOR CYMBALUS
Da due anni Hermann Strauss lavorava assiduamente a un _Nuovo sistema della natura_; ma quel giorno la sua meditazione era stata troppo intensa. Perduto nella immensità d'un problema d'altissima metafisica, aveva finito coll'addormentarsi; e russava da più di un'ora quando fu bruscamente svegliato da un insistente picchiare all'uscio.
— Avanti! — borbottò, sbadigliando e stirandosi sulla poltrona.
Comparve una gran cuffia dov'era affogata una grinzosa testa di vecchia.
— C'è un giovane che desidera parlarle — biascicò la cuffia.
— Passi — rispose Hermann. — Chi diavolo può essere?
E aveva appena terminato di pensar questa domanda, che un bel giovane, alto di statura, biondo, pallido e in abito da viaggio, si presentava sulla soglia.
— William Usinger!
I due amici si abbracciarono affettuosamente.
— Sei arrivato oggi stesso?
— Si; e ripartirò domani. Ho bisogno di te.
— Son qua. Ma siedi; fumiamo una pipa.
— Grazie.
L'Usinger posò sul tavolino un grosso piego sigillato.
— Vo in America — egli disse; — lontanetto, è vero?
— Ci metterai un po' di più ad arrivare. Infine si va in capo al mondo e si ritorna.
— Si può anche non tornare...
— Certamente, quando si trova da star bene... Ah! È il tuo viaggio di nozze! — esclamò Hermann picchiandosi con la mano su la fronte e spalancando gli occhi cerulei sotto le sue lenti da miope.
Il silenzio di William lo sorprese.
— Hai già sposato?
— No. Ma parliamo di cose serie. Sono qui per un affare di grave interesse.
— Non sei sposo?
— No — replicò William seccamente.
— O dunque?
— Parto per l'America.
— Ma che cosa è accaduto'?
— Una cosa semplicissima: Ida sposa un altro.
— Tu l'abbandoni? Tu che mi scrivevi di amarla tanto?
— È lei che preferisce di sposare un francese.
— Francese per giunta! — esclamò Hermann dando un fortissimo pugno sul tavolino.
— Oh, per me val lo stesso, quando l'amato non son più io!
— Povero William! Tu vuoi dimenticare, tu vuoi.....
— T'inganni. Due donne non mi usciranno mai dal cuore: mia madre e lei!
— A proposito, e tua madre?
— Non ha voluto ricevermi.
— Nemmeno per farsi vedere, per farsi adorare in silenzio?
William scosse il capo tristamente.
— Tua madre dev'essere un'altra!
— È lei! Ne ho in mano le irrefragabili prove.
— Povero William!
— Mi sento vecchio, decrepito a venticinque anni. Senza famiglia, senz'affetti, senza speranze, senz'illusioni, che più ci faccio fra voi?
— Hai ragione. Va' in America: abbandona questa vecchia Europa che casca a pezzi da ogni parte. Va' in America. Buon viaggio! Là potrai presto rifarti il cuore. Buon viaggio!.... Ma è triste doversi dire addio forse per sempre!
— Ed ecco il motivo della mia visita — disse William molto commosso. — Questo plico sigillato contiene alcune carte importanti e le mie ultime volontà.
— Le tue ultime volontà?
— Riguardo a quel che lascio in Europa — soggiunse l'Usinger sorridendo. — Per l'esecuzione del mio testamento non bisogna aspettare la mia morte. Appena imbarcato, intendo non esser più vivo per nessuno di qui, cioè fra tre o quattro giorni. Non ammattirai; te lo avverto perchè tu non stia in pensiero. Ho venduto tutto. Questo plico contiene, in biglietti, in obbligazioni, in cambiali, quas'intiera la somma che ne ho ricavata.
— E pel tuo viaggio? Pel tuo avvenire?
— Non dubitare, ci ho pensato. Accetti?
— Ma di cuore!
Hermann avea le lacrime agli occhi. William, pallidissimo, faceva grandi sforzi per contenersi.
— Hermann — disse l'Usinger dopo alcuni momenti di silenzio; — promettimi di non aprire questo plico prima di quando ti ho detto!
— Anche più tardi, mio caro, se così ti fa piacere. Io già l'ho con me che non tento di distoglierti dalla tua trista risoluzione. Trattienti almeno un paio di giorni!
— Non posso, ho molte faccende da sbrigare. Volevo anzi, per far più presto, spedirti il plico con la posta; ma poi mutai pensiero. Ho voluto abbracciarti prima di lasciare l'Europa.
— Grazie, caro William! Mi hai fatto proprio piacere. Dove sei tu alloggiato?
— Alla _Blaue Stern_.
— Verrò a trovarti. Staremo insieme fino a stasera.
Quando Hermann Strauss rimase solo, accese la sua grande pipa, si calcò sulla fronte il berretto di pelle di volpe, incrociò le braccia e stette assorto, lungamente, cogli occhi fissi sul busto di Hegel collocato lì in faccia.
A un tratto si riscosse, si precipitò sul plico, ne ruppe i sigilli, prese il solo foglio scritto ch'esso conteneva, e, prima di averne letto mezza pagina, cacciò un urlo.
— Che io arrivi a tempo! Che io arrivi a tempo! — balbettava scappando fuori di casa.
II.
La _Blaue Stern_ era situata al punto opposto della città.
Hermann attraversò una viuzza, svoltò una cantonata, sboccò in una piazzetta, infilò due altre straducole contorte ed oscure, uscì nella via principale, e poi tirò diritto, correndo affannosamente, senza curarsi che la gente si fermasse a guardarlo. Giunto al portone dell'albergo non avea più fiato.
— William Usinger? — domandò al portinaio mezzo appisolato nel suo stambugino.
Il portinaio si scosse, si strofinò gli occhi e, guardandolo in viso, chiamò:
— Resi!
Comparve una donna sui trent'anni una vera paesana, grassa, bionda, untuosa. Il portinaio accennò ad Hermann che parlasse con lei.
— William Usinger è in casa? — replicò Hermann che sembrava sui carboni accesi.
— Glielo dirò sùbito.
E sparì dietro l'uscio da cui era sbucata.
Quei minuti di aspettazione parvero un secolo ad Hermann. Finalmente la Resi venne a dire che l'Usinger era andato fuori di buona ora e non era più tornato.
— Le sue valigie sono ancora qui! — domandò Hermann agitatissimo.
— Non ha valigie.
— Dovrà pagare il suo conto.....
— L'ha saldato.
— Dove trovarlo? Come raggiungerlo a tempo?
Hermann pestava coi piedi, si strizzava le mani, bestemmiava, guardando indeciso di qua e di là; quando eccoti l'Usinger.
— Ah! — urlò Hermann, correndogli addosso come se quello avesse tentanto di scappare.
— Hai aperto la busta! — disse William con piglio severo.
— Sì!
Hermann per precauzione lo teneva sempre pel vestito.
Montarono le scale, silenziosi. Entrati in camera, William buttò in un canto il suo berretto da viaggio e si lasciò cadere sopra una poltrona. Hermann rimase in piedi innanzi a lui.
— Hai perduto il cervello?
Lo rimproverava affettuosamente.
— Può darsi. Ma così che credi di fare?
— Il mio dovere d'amico.
— Un dovere inutile.
— William!
— Vorresti persuadermi di amare la vita dopo tutto quello che tu sai? C'è forse il mezzo di strapparsi il cuore dal petto e non morire? Hai tu il modo di rendermi freddo e insensibile come il marmo?
— Sì! sì! — esclamò Hermann.
A quelle ultime parole dell'Usinger gli era balenata nella mente una luce improvvisa perciò lo abbracciava con effusione. William stava a guardarlo stupito.
Il cervello del suo amico non aveva dato la volta?
Ma Hermann sorrideva, si fregava le mani dalla gioia:
— Ti basta l'animo di sostenere una dolorosa operazione chirurgica?
William fece una mossa di offesa.
— Mi prendi per un bimbo?
— Ti senti l'animo di sostenere una dolorosa operazione chirurgica? Te lo domando seriamente.
— Perchè!
— Per diventare freddo e insensibile come il marmo. Ti basta l'animo? Rispondi.
— Oh, sì! — disse William. — Ma questo è impossibile.
— Meno di quel che supponi. Tu conosci certamente, almeno di fama, il dottore Franz Cymbalus, uno dei più grandi, anzi forse il più grande dei fisiologi viventi. Le sue scoperte sul sistema nervoso sono le conquiste più straordinarie della scienza moderna. È stato mio maestro e mi vuol bene. Andremo a trovarlo. Il dottor Cymbalus ti salverà.
— È dunque un Dio cotest'uomo?
— Uno scienziato; val quasi lo stesso.
— Non credere che io m'illuda — disse l'Usinger. — Se acconsento a venir da lui, è solamente per contentarti. Abita lontano?
— In una sua villetta, a poche miglia dalla città.
— Su, andiamo!
E l'Usinger rispose con un'incredula scrollata di spalle al gran respiro di soddisfazione cacciato fuori da Hermann.
III.
Il dottor Cymbalus era seduto sopra una panca di legno con due bimbi su le ginocchia. Sorrideva, li accarezzava e rispondeva bonariamente alle vivaci domande di quelle due bionde testoline.
— _Domine, bona dies_ — disse Hermann dal cancello, togliendosi di capo il berretto.
Il dottore lo riconobbe, mise a terra i due bimbi che si perdettero pei viali, e andò ad aprire facendo con la mano un affettuoso saluto.
— Amico mio! — disse, introducendo i due arrivati. — Sono lietissimo di rivedervi. Signore, vorrei poter soggiungere altrettanto di voi; ma, se la memoria non mi inganna, non credo d'avervi veduto un'altra volta. Per questo non siete meno il ben venuto in casa mia.
— William Usinger — disse Hermann.
William fece un profondo inchino. Il dottor Cymbalus gli stese la mano.
— Maestro, il mio amico ha bisogno della sua scienza — disse Hermann, sorridendo all'Usinger.
— È ammalato?
— Più che ammalato: è deciso di ammazzarsi.
— Così giovane?
— Sì, maestro, così giovane!
— Non viene certamente da me perchè gliene fornisca il mezzo — disse il dottore. — Ma entriamo in casa. Ragioneremo con più comodo.
Il dottore condusse i due ospiti nel suo gabinetto di studio, vero caos di libri, di carte, di mappe, di strumenti, di boccette, di vasi, di cranii, di preparati anatomici, di scheletri umani. L'Usinger, entrando, sentì dei brividi per la schiena.
Il dottore sedè su la poltrona dietro il suo tavolino. I due amici gli sedettero di faccia.
Quella figura di vecchio scienziato era dolce e serena. La fronte spaziosa e solcata da rughe profonde, l'occhio vivo e scintillante nonostante le veglie sostenute per mezzo secolo in pro della scienza e dell'umanità; il labbro quasi sempre sorridente, la posatezza delle maniere, la bontà della parola, tutto rivelava in lui una natura elevata; di quelle che, dal sapersi più grandi delle altre, attingono la virtù dell'umiltà che le fa venerande.
— Voi dunque volete morire? — disse il dottor Cymbalus con accento di paterna ironia.
— Sì, o signore, — rispose Usinger freddamente.
Mentre Hermann raccontava, a grandi tratti, la dolorosa storia di William, il dottor Cymbalus teneva bassa la testa e gli occhi socchiusi; le sue labbra erano atteggiate a commiserazione profonda.
— Io non posso approvare la vostra risoluzione — egli disse all'Usinger quando Hermann ebbe finito. — I miei studi m'ispirano un immenso orrore per l'opera di rovina che voi meditate; forse, perchè mi trovo, più d'ogni altro, nel caso di misurarne la gravità. La mia età e i miei studi mi autorizzano a tenervi questo linguaggio. Le vostre sventure sono grandi: però voi dimenticate che la Natura non toglie nulla senza dar dei compensi. Nel mondo vi sono molti esseri che paiono condannati alla perpetua servitù di altri esseri superiori; nascono, vivono, muoiono senz'un loro apparente profitto. Fra gli uomini, nella vita civile e in quella della intelligenza, succede lo stesso. Il genio potrebbe dirsi una tremenda schiavitù; la scienza, un'orribile catena. Tutta la gloria e tutte le ricchezze di questo mondo non valgono a compensare la più piccola parte dei dolori che l'artista e lo scienziato provano nella creazione delle loro opere e nella ricerca della verità, che è creazione anch'essa. Voi dite di voler morire perchè vi è mancata la consolazione degli affetti domestici; ma chi vi dice che la Natura non v'abbia destinato ad esercitare le forze del vostro cuore e del vostro intelletto in una sfera assai più larga di quella della famiglia? La società si compone di tanti cerchi concentrici. La famiglia occupa il posto di mezzo; l'umanità l'ultimo, almeno nel mondo che noi abitiamo. Più in là della famiglia vi è la città; più in là di questa, la nazione; più in là ancora, le nazioni; un campo immenso, fecondissimo, ove quella piena d'affetto che vi tumultua nel cuore potrebbe trovare mille sfoghi. Quante vie non sono aperte alla vostra attività nell'istruzione, nella politica, nella milizia, nel commercio, nelle arti, nelle industrie, nelle scienze, perfino nelle occupazioni più spregevoli? Per una sublime fatalità, ogni minima influenza del minimo atomo contribuisce, coi suoi mezzi, al grande edificio del Progresso. La materia si trasforma e trasforma, alla sua volta, quello che noi chiamiamo spirito, pensiero. Vi siete mai reso conto della benefica legge del lavoro, la più perfetta esplicazione dell'amore? No, certamente. Per vostra mala sorte, vi siete invece concentrato in voi stesso; avete aumentato con crudele compiacenza la forza del male; avete già iniziato, isolandovi, quell'inconsiderata opera di distruzione che ora intendete di compire. Forse non avete mai provato la consolazione di beneficare i vostri simili.....
— Si, — lo interruppe Usinger. — Ma sopratutto (può darsi ch'io sia un grande egoista) ho sempre pensato a me stesso. Io ammiro la grandezza delle cose da lei dette, e mi addoloro di trovarle indifferenti per me, cioè troppo elevate pel mio cuore, per la mia indole, fors'anche per la mia stessa volontà. Ma se la sua scienza, o signore, non ha altri mezzi per giovarmi, mi affretto a chiederle scusa di questi momenti di noia. Li deve al mio buon amico Strauss; ma li perdoni a tutti e due.
— Maestro! — disse Hermann, stendendo le mani verso il dottore in atto di preghiera. — Maestro, bisogna salvare, a ogni costo, quest'infermo di mente. L'ho qui condotto con la fiducia che lei lo avrebbe salvato.
— Ma in che maniera, caro Strauss? — domandò il dottore.
— Mi son ricordato a un tratto di quella sua straordinaria scoperta, della quale lei diceva di sentirsi atterrito; di quella scoperta che lei vuole portar con sè nella tomba. per non mettere nelle mani della fanciulla umanità un'arma così terribile e di così facile abuso. Ebbene, Maestro, quella scoperta può strappare alla distruzione una vita vigorosa, un'intelligenza potente. Non vorrà lei stender la mano per salvare metà d'una creatura già decisa di perdersi intiera?
Il dottor Cymbalus guardava William fissamente. Questi aspettava con calma la risoluzione dello scienziato.
— E s'io vi rispondessi che non posso far nulla?
— Mi ammazzerei.
— Ma voi ignorate senza dubbio quella che Hermann mi chiede!
— No, signore. So che si tratta d'una operazione con la quale rimarrei freddo e insensibile come un uomo senza cuore.
— È un'operazione che qualunque meschino barbiere sarebbe capace di fare. Ma io provo ribrezzo a stender la mano sopra una creatura perfetta per guastarla senza riparo! Non vo' commettere un sacrilegio. Un ago, una lancetta basterebbero per turbare la maravigliosa armonia del vostro organismo. Qualcosa di voi perirebbe, come per incanto. Diverreste un uomo nuovo, una creatura senz'affetti....
— Non desidero altro — interruppe Usinger. — Le mie sventure provengono dal cuore. S'io fossi insensibile, se....
— Ah, ma un giorno voi potreste amaramente rimpiangere quello di cui ora volete disfarvi!
— No, non è possibile; soffro troppo.
— Badate! Allora la scienza sarà impotente a darvi il minimo aiuto. È la sua inferiorità di faccia alla natura, è la sua miseria attuale. Per dispetto, come l'ebreo della leggenda, voi potreste buttar nell'oceano la preziosissima gemma del vostro sentimento. Ma nessuno badate! ripeto, nessuno potrebbe più ripescarvela. Persistete ancora nella vostra risoluzione?
— Più che mai, mio signore!
Il dottor Cymbalus appoggiò i gomiti sul tavolino, mise la testa tra le mani e stette a riflettere per due minuti. Hermann guardava il suo maestro, trattenendo il respiro. William aspettava, tranquillo, facendo girare tra le dita gli orli del suo berretto da viaggio.
— Avrei amato — disse il dottore — che più della mia scienza vi giovassero i miei consigli. La vita è una bella cosa; credetelo a un vecchio che non può star molto a lasciarla. Dite di no? Dio faccia che un giorno non mi abbiate a dar ragione!
Il dottor Cymbalus scrisse una prescrizione sur un foglietto di carta e la porse ad Hermann:
— Dopo sei giorni di questa cura, tornate qui. Tenteremo.
Hermann si precipitò su la mano del maestro e la coperse di baci.
William si sentiva stranamente commosso.
IV.
Una settimana dopo, Hermann e William picchiavano al cancello della villetta.
In un angolo della camera larga ed ariosa era preparato il letto pel paziente. Sopra il tavolino rotondo posto nel centro, si vedevano due boccette con liquidi rossi e nerastri, fasce ripiegate, filacce e una piccola borsa chirurgica.
William guardò questi apparati con occhio indifferente.
Il dottor Cymbalus gli ordinò di mettersi a letto, poi gli somministrò il cloroformio.
Mentre Hermann, aiutato dal servo del dottore, rivoltava bocconi il suo povero William reso insensibile, il dottore cavava fuori dalla borsina due aghi e una lancetta, preparava due fasce e stendeva sopra cuscinetti di filacce un po' di quei liquidi rossi e nerastri delle boccette, che sùbito si rapprendevano.
Era soprappensiero.
— Lasciatemi solo — egli disse — e non entrate prima che io suoni.
Trascorsero dieci minuti; durante i quali Hermann, che origliava dietro l'uscio, non sentì altro nella camera che il passo affrettato del Dottore dal letto al tavolino e dal tavolino al letto. Benchè non dubitasse minimamente della riuscita, era agitatissimo. Tremava, non vedeva l'ora che l'uscio della stanza di William fosse stato aperto.
Il dottore suonò,
— Tenetevi pronti — disse, vedendo entrare Hermann e il servitore. — Appena si sveglierà, le sue convulsioni saranno tremende.
Un lento mugolìo annunziava da lì a poco il ritorno ai sensi dell'Usinger.
Le filaccie, trattenute da due fasce nel mezzo della spina dorsale e all'occipite, indicavano il posto dove l'operazione aveva avuto luogo, non vi si scorgeva traccia di sangue.
William stirò le braccia con moto convulsivo, poi le lasciò cadere come sfinite. Tentò svoltarsi, ma non riuscì. Lo lasciarono fare. Il dottore aveva raccomandato di intervenire soltanto nel caso che quello cercasse di strapparsi le fasce.
Il mugolìo diventava a poco a poco un urlo prolungato. William mordeva i cuscini, tormentava con le mani le lenzuola e le materasse, si agitava con tutta la persona, e urlava:
— Ahi! ahi! La morte! La morte! Ahi! Ahi!
Quando videro che tentava di strapparsi le fasce, Hermann e il servo lo afferrarono pei polsi. Era livido, con la fisonomia contratta, gli occhi terribilmente spalancati.
— Ahi! ahi! — continuava ad urlare. — La morte! La morte!
— Vi è da temere, maestro? — domandò Hermann ansioso.
— Tutto va bene — rispose il dottore con la sodisfazione dello scienziato che ha ottenuto una vittoria.
William restò per alcuni minuti come un corpo inerte. Il dottor Cymbalus gli tastava il polso.
— Le convulsioni ricominciano; saranno le ultime, ma più violente.
L'accesso riprese appena il dottore aveva terminato di parlare, ma non durò molto. William ricadde spossato.
— Lasciamolo riposare — disse il dottor Cymbalus. — Già si sviluppa la febbre. È la Natura che si solleva contro la violazione delle sue leggi!