Part 5
— Ed essa doveva occupare in quel giorno, in quell'ora, lo stesso posto della sua povera morta? Di lei che gli avea fatto provare le gioie più grandi e il più grande dolore della sua vita?... Ora che rimormoravano pel salotto quegli addii dolorosi, pur troppo gli ultimi?... Ora che gli si rinnovavano dentro l'orecchio quei singhiozzi soffocati dai baci più strazianti che mai scoccasse bocca di donna?.... No! No!
Quell'inatteso rifiorire di un affetto da lui creduto già inaridito; quei ricordi di sensazioni che diventavano in quel momento sensazioni immediate, lo sbalordivano, gli davano la tortura di un rimorso, gli producevano un improvviso disgusto.
Una gentile tenerezza gli si affollava al cuore da ogni parte del corpo; le pupille gli nuotavano in qualche cosa che aveva la soavità delle lagrime; i suoi nervi erano sopraffatti da una lassezza deliziosa, ch'egli si rimproverava fiaccamente:
— Debolezza di fanciullo!
Intanto l'assaporava con gusto, come un frutto conservato fuori stagione...
* * *
Una scampanellata arditissima, nervosissima, lo fece balzare in piedi.
— Era lei! La desiderata da tanto tempo! Lei, il fascino irresistibile della carne, per cui gli eran divampati nel sangue ardori così divoranti da farlo soffrire come se gli fossero corsi dei carboni accesi per le vene!...
Il campanello tornò a squillare, più nervoso.
Senza coscienza di quel che facesse, tremante dall'emozione, in punta di piedi, Alberto era arrivato fino all'uscio; ma nello stendere la mano al paletto:
— Vile! — sentì gridarsi dal profondo del cuore.
E il suo braccio si arrestò quasi paralizzato, mentre il petto gli ansava forte, e le gambe gli si piegavano al fruscìo di quella veste e al lieve rumore di quei tacchi che si allontanavano per la scala.
* * *
Verso le undici, Alberto entrava nel salotto della signora Moroni.
Il Palloni andatogli incontro, lo aveva tratto in disparte:
— Briccone! Ho un tuo segreto in mano; ma non temere, sarò discreto.
E siccome Alberto lo guardava negli occhi:
— C'incontrammo per le scale — gli sussurrò all'orecchio — ma feci le viste di non riconoscerla. Io andavo dai Cerri al primo piano.
Alberto gli rispose con un'alzata di spalle.
La signora Moroni era splendidissima. Egli la guardava affascinato:
— Com'era stato sciocco quella mattina! Oh, ma un'altra volta non avrebbe fatto l'imbecille!...
E cercava una scusa, quando la Moroni gli accennò di accostarsi.
— Come si chiama quel rimedio contro il mal di capo che voi vantate tanto? Voglio sperimentarlo. Che giornataccia! Credevo di ammattire!... Ne ho avuto per sette ore!... Quel rimedio è proprio efficace? Il dottore dice di no. Ma io voglio provarlo di nascosto del dottore... Chi sa? Potrà giovarmi davvero! Si chiama?...
— Guarana — rispose Alberto, inchinandosi dopo averla guardata negli occhi.
— Che bel giovane! — disse la signora Uzelli alla Moroni, mentre Alberto si allontanava.
— Imbecille, come tutti i bei giovani! — replicò questa seccamente.
* * *
Al tocco dopo la mezzanotte Alberto era ancora al Club disteso sul canapè, con le gambe allungate, le braccia incrociate su lo stomaco e la testa abbandonata su la spalliera.
— Un poema, caro amico! — gli diceva sotto voce il Gardini. — Un vero poema! È arrivata in casa mia alle tre e mezzo, inaspettata come un'apparizione...
Il Gardini parlava da una mezz'ora, profondendosi in esclamazioni, perdendosi in un lirismo di frasi e di gesti da far comprendere, povero diavolo! che aveva bisogno di uno sfogo perchè la sua felicità non lo uccidesse...
Ma Alberto si era quasi sùbito inabissato di una rêverie così profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico.
Milano, 15 Dicembre 1877.
L'IDEALE DI PÌULA
L'amico Pìula andava giù rapidamente in modo incredibile.
Ogni settimana gli lasciava grandi guasti sul viso, nell'andatura, nelle maniere, nella voce, dappertutto. Il colore della sua carnagione diventava terroso; alla coda dell'occhio gli si aggruppava un fascio di piccole rughe che si apriva a ventaglio verso le tempie e non conferiva ad abbellirlo. Altre rughe invadevano il collo, la fronte, le guance e gli davano l'aria d'un pezzo di cartapecora aggrinzita, nel quale fossero stati ritagliati due buchi paralleli: gli occhi. Ma tutto questo non avrebbe fatto grande impressione senza quell'andatura stracca, curvata con cui egli si trascinava da un luogo all'altro, senza quella sciatteria degli abiti, senza quel lamentevole suono della voce che pareva uscisse dalle cieche profondità dello stomaco, stavo per dire dalla pianta dei piedi, anzi da sotterra.
— Ma che cosa hai?
— Oh, nulla!
— Eppure....
— Ah!
Quell'_ah!_ lo sapevo a memoria. Significava il vuoto desolante del suo cuore, il gran desiderio della famiglia che lo tormentava da tanti anni, il suo ideale della vita che gli sfuggiva appena allungava la mano per afferrarlo.
Per questo si era buscato il nomignolo di Pìula, che nel dialetto siciliano significa strige. Era un sospiro, un lamento, un singhiozzo, qualcosa di così triste, di così malauguroso, come il canto della strige, che faceva proprio male a sentirlo.
Pìula aveva trent'anni, ma gli se ne potevano dare addirittura cinquanta. Occorreva la fede di nascita, col _visto_ del Sindaco e con tanto di bollo, per non credersi corbellati. Era andato giù in poco tempo, dopo parecchi disinganni: l'ideale lo consumava. La natura lo aveva impastato male. Una sensitiva, un poeta! Non già che egli avesse la debolezza di scriver dei versi, nemmeno per sogno; i suoi studi, fortunatamente, non gli permettevano di poter distinguere un endecasillabo da un settenario. La poesia l'avea tutta dentro, nelle sue viscere di sensitiva.
Bisognava sentirlo ragionare della donna dei suoi sogni! Venivano le lacrime agli occhi. Una lirica di tenerezza, un idillio, un cantico di adorazioni e di mistici rapimenti....! Ma quel sogno tardava troppo a trasformarsi in realtà.
Nel marzo d'ogni anno, Pìula sentiva l'assillo della Primavera vicina e rifioriva, come la terra; diventava allegro, spigliato. La sua folta capigliatura castagna provava più assidue le carezze del pettine e dell'olio coll'essenza di spigo, il profumo da lui preferito. I bianchi e lucidi petti delle camicie si avvicendavano frequenti tra lo sparato del corpetto. I colletti si contornavano d'una cravattina nera, vero nastrino di seta, accuratamente annodata. Il ferraiuolo di panno verde-bottiglia, dal collare un po' unto, cedeva il posto al soprabito nuovo color cioccolata; e le sue mani stupivano di sentirsi, le domeniche, imprigionate dentro guanti di pelle ch'esse dovevano certamente riconoscere; contavano più primavere, ma sembravano nuovi.
Erano i segni rivelatori dell'interno risveglio dell'Ideale.
In marzo Pìula ricominciava, da qualche anno in qua, la sua caccia alla moglie, farfalla indiavolata che non si lasciava acchiappare; e allora, nelle belle giornate, egli veniva da me, a invitarmi a una sentimentale passeggiata pei campi. Sintomo infallibile! Aveva qualcosa da confidarmi.
— Ci siamo?
— Eh! Eh!
— Via, non far misteri....
— Niente di serio! Dei progetti soltanto... Ma quest'anno voglio uscirne: o uguanno o mai più! L'ho giurato sul crocifisso.
— Bella?
— Simpatica; e poi, buona! È l'essenziale.
— Bravo. La conosco?
— Può darsi.... Ma, te lo ripeto, ancora niente di serio. Non ne parliamo, sarà meglio. Saprai tutto a cose finite.
Intanto mi accorgevo che l'amico ciliegia si struggeva di sgravarsi del suo segreto e lo tormentavo cambiando discorso. Pochi minuti dopo, con quella sua finta aria sbadata, mi aveva riportato al soggetto.
— Sono stanco di questa vitaccia di celibe; non ne posso più! Questa mattina ho dovuto attaccarmi da me due bottoncini della camicia... Cosa insoffribile! E mi son punto un dito tre volte!... La mamma, povera vecchia, si trovava alla messa; la serva badava in cucina, e... e con quelle manacce!... Insomma voglio uscirne; non ne posso più! Ho posto il dilemma a mio fratello: o lui, o io! A questo modo non si va avanti. Nino rifiuta. Dunque tocca a me di sacrificarmi sull'altare della famiglia. E son pronto!
— Anche l'anno scorso.....
— Oggi è un'altra cosa: affare finito. Con te parlo a cuore aperto: affare finito!
— Me ne congratulo, sinceramente.
— Grazie. Ho bisogno di conforti. La moglie è una terribile responsabilità! Mi tremano le spalle nel rifletterci.
— Non bisogna rifletterci.
— Poi càpita addosso una tempesta di figliuoli.....
— Orrore! Le gioie della paternità le chiami una tempesta....?
— Sì sì, gioie, non dico di no. Ma se ci rifletto su un pochino.....
— Non bisogna rifletterci!
— Hai ragione. Però.... Questa mattina era andato in casa del notaio. Che seccatura! Nel matrimonio non dovrebbero entrarci questioni d'interessi; mi ripugnano. Infine, il mondo è fatto così, e bisogna prenderlo come è. Dunque, era andato in casa del notaio. Avessi visto! Pareva l'anticamera dell'inferno, con sette diavoli di bimbi che urlavano, pestavano i piedi, strascinavano sedie, strillavano per la colazione, sudici, mocciosi, spettinati!.... Il notaio bestemmiava come un turco per farli star cheti. Eh, sì! E quelli, per risposta, urlavano più forte! Andai via col capo come un cestone, senza aver capito nulla dell'affare, convinto che di figliuoli non bisognerebbe farne più di due... Forse, ce ne sarebbe anche uno di troppo!
— Malthusiano! Mi scandalizzi!
— Oh! dico per dire. Io credo nella Provvidenza... Ma, infine, se il Signore si benignasse di non accordarmene più di due..... non me ne lagnerei.
— Già pensi ai figliuoli?
— Se è un affare finito! Mancano alcune piccole formalità. A me piacciono i conti spicci; non voglio aver noie coi parenti per questioni d'interessi. Sono un uomo di abitudini tranquille...
— Devo dirtelo? Sei troppo sottile, troppo meticoloso....
— Ma non si tratta di un affare; bensì di un matrimonio d'inclinazione.... quell'antica idea..... capisci?
— Ah!.... Capisco, briccone!
E Pìula mi diè una spallata, fregandosi le mani, sorridente, contento come una Pasqua. E filò una buona mezz'ora della sua solita lirica, del suo solito idillio, del suo solito Cantico dei Cantici. Era diventato un giovane di vent'anni.
Si arrabbiava di non vedermi convinto come lui! Quella volta le sue cose andavano bene; il così detto affare finito era davvero un affare finito!
Però il maggio e il giugno passarono in trattative, in un viavai dell'avvocato, del notaio, di amici intermediari che non finiva più.
— Insomma?....
— Si va avanti.... Una piccola difficoltà: il nonno si ostina a non voler fare una permuta da nulla. Capisci? A me preme di aver la dote raccolta tutta in un punto. Dovrei confondermi con un pezzettino di terra qua, un altro là? Se non ci potesse trovar rimedio, non fiaterei. Ma il rimedio c'è: la permuta con la vigna di Licciardo. Il nonno tiene duro per farmi dispetto; forse, ha un altro partito per la testa.... Ma la ragazza gli ha spifferato un no più tondo di così!
— Vuoi un consiglio? Lascia andare la vigna: ne parlerai dopo.
— No, è una mera picca, ho ragione io...
Ma ecco che nel luglio e nell'agosto Pìula ridivenne scuro scuro.
I capelli non mostravano più l'assiduità delle carezze del pettine e dell'olio coll'essenza di spigo. I petti delle camicie rimanevano in mostra fra lo sparato del corpetto quantunque fossero evidentemente un po' troppo sgualciti. La cravattina nera, stretta come un nastrino di seta, era stata sostituita da certe cravattacce a nodo scorsoio che mostravano i denti. Il viso gli si era disfatto in un paio di settimane come una pera mezza. E viveva appartato, evitando anche gli amici. Ai primi freddi dell'autunno aveva già ripreso il ferraiuolo di panno verde-bottiglia col collare un po' unto e, al solito, gemeva quei suoi ah! da vera Pìula, peggio di prima.
— Te lo diceva io?
— Oh, non me ne parlare! Chi poteva prevederlo? Volevano farmi passare per grullo; volevano abusare della mia passione per la ragazza..... Capisci bene che....
— Capisco benissimo!
— E poi, sai che c'è? Son contento di non esserci cascato. La ragazza... mettiamola da parte; un angelo di bontà. Non bella, se vogliamo, ma un angelo, una perfetta donna di casa, massaia, prudente... quel che ci vorrebbe per me; e se si fosse trattato soltanto di lei!.... Ma la parentela!.....
— Non è poi il diavolo!
— No, ma noiosa, permalosa, esigente, piena di pretese, con tanti fumi in testa pei suoi quarti di nobiltà, che più non valgono un fico secco. Non si vive di quarti, disgraziatamente! I quarti io li capisco accompagnati da centinaia di migliaia di lire; se no, fanno ridere.
— Però la dote della Paolina......
— Ne convengo, è discreta, sebbene un po' sparpagliata..... Ma col nostro brutto costume che lo sposo deve regalare i vestiti di nozze alla sposa e tutto il resto che vien dietro... Vuoi fare un po' i conti?
— Lasciamo stare.
— Mezza dote se ne va in fumo prima di averla tra le mani. E già avevo sentito sussurrare di un certo abito di velluto nero... Si esigeva un abito di velluto nero di seta!.... O che sposavo una principessa?
— Ah! ah!
— A questi lumi di luna! Con l'esattore sul collo che non ci lascia respirare!
— Ah! ah! ah!
— Ridi? Ah! ah! ah! Rido anche io e mi frego le mani! No, quel matrimonio non era proprio il mio ideale!
Non era il suo ideale.
Da quattro o cinque anni, ad ogni trattativa andata a monte, Pìula conchiudeva sempre:
— Non era il mio Ideale!
Avrei dato un occhio del capo per sapere precisamente quale fosse quel benedetto Ideale!
Povero Pìula! Mi faceva pietà. Questa volta era andato giù davvero; pareva invecchiato di cento anni. Io intanto avevo la fanciullesca crudeltà di canzonarlo:
— Ti ricordi di Ramsete III?
Pìula mi guardò in viso, con tanto di occhi.
— Di quel re d'Egitto, tuo contemporaneo? N'è stata scoperta la mummia il mese scorso.
Pìula scrollò il capo:
— Mummia! Mummia! Ma io mi sento più giovane di te; ho la giovinezza del cuore. Mummia sei tu che non credi più a nulla, nè sei capace di provare nessuna gentile illusione!...
— Idee egiziane, del tempo della ventesima dinastìa!
— Te lo proverò che son giovane ancora...
— Se dovrò aspettar questa prova!
Nel marzo dell'anno scorso Pìula, al solito era ringiovanito; relativamente, ma ringiovanito. E una domenica me lo vidi venire davanti raso di fresco, col soprabito color cioccolatte, coi guanti nuovi.... di tre anni fa, con gli stivaletti di pelle lustra; un zerbinotto! Fumava un virginia, prodigalità sorprendente; portava all'occhiello un garofano brizzolato bianco e rosso, vera insegna da innamorato. Stentai a riconoscerlo quando, fermatosi a pochi passi da me, si mise a guardarmi con gli occhietti strizzati e un ironico sorrisino su le labbra.
— Non me la dài a intendere — gli dissi.
— Ti ho fatto segnare per testimone — rispose.
— Testimone di che?
— Del mio.... contratto di nozze.
— Ooh! Ooh!
— Risparmia gli ooh! Fammi il piacere!
— Ed è già steso?
— Sissignore, in tanti bei fogli di carta bollata.
— Tu sei prudente; non sei capace di metterti al repentaglio di sprecar quella spesa: ma finchè non avrò inteso dal Sindaco le sacramentali parole...
Si trattava della figlia del _Vescovo_, il primo medico del paese: (non si è mai potuto sapere perchè lo chiamassero così). La Carmelina, figlia unica, aveva già passato da qualche tempo i vent'anni. Magra, lunga, moretta, con certi occhi sgranati.
— Non è un buon partito?
— Ottimo. Ma gl'interessi?
— Già belli e regolati. Soltanto...
— Ahi! Ahi!
— Soltanto...
E non era passata una settimana che Pìula declamava contro la società moderna, come un quaresimalista:
— Non c'è più sentimento nei cuori di oggi, ma liste di cifre!... Il matrimonio? Speculazione, affare! Le ragazze vanno in cerca di un grullo da fargli le spese, i babbi non pensano che sbarazzarsi delle figliole, con appena la camicia indosso!... Un galantuomo dee rinunciare alle dolcezze della famiglia, se non vuol morir disperato, di pura fame!... Il mondo va a rotoli! Solo i contadini possono prender moglie; vivono di nulla! Ma i proprietari? Tutti condannati al celibato forzoso! Una moglie per essi diventa un tracollo!
Povero Pìula! Anche la Carmelina era andata in fumo.
— Ma insomma — gli dissi — vorresti sposare soltanto la dote?
— Se si potesse! — rispose alzando gli occhi al cielo. — Sarebbe l'Ideale!...
Milano, gennaio 1879
UN CASO DI SONNAMBULISMO
Tra i tanti casi di sonnambulismo dei quali la scienza medica ha fatto tesoro, questo del signor Dionigi Van-Spengel è certamente uno dei più maravigliosi e dei più rari. Compendierò l'interessante memoria pubblicata recentemente dal dottor Croissart; spesso, per far meglio, adoprerò le stesse parole dell'illustre scrittore[2].
[2] _Un cas de sonnambulisme_ par le dottor Croissart. Bruxelles, Mennier et fils, 1873. Un vol. en grand 18 avec portrait. L'edizione è esaurita; non se ne troverebbe una sola copia nemmeno a pagarla a peso d'oro. Un curioso, confrontando la narrazione del dottor Croissart con una pianta della città di Brusselle, ha notato che i nomi delle vie sono stati cambiati dopo il 1873.
I.
Il signor Dionigi Van-Spengel ha cinquantatrè anni. È una figura secca, lunga, eminentemente nervosa, notevolissima sopra tutto pel naso e pel modo di guardare; vista una volta non si dimentica più. Il ritratto, disegnato da Levys, messo in testa al volume, è di rassomiglianza perfetta. La sua fronte, poco ampia ma molto elevata, è coperta di rughe che si alzano e si abbassano con continuo movimento come il mantice di un organino. Dietro di esse mulina un cervello che ignora il riposo. Il signor Van-Spengel si trova da venti anni alla Direzione Generale della polizia del Belgio, e ha preso sul serio il suo posto. In parecchie circostanze ha dimostrato di non essere stato per nulla l'allievo prediletto del Vidocq.
La sua pupilla, un po' neutralizzata da un par di occhiali da presbite, ha un'espressione affascinante; non guarda, ma penetra. L'uomo più onesto del mondo tenterebbe invano di sopportarla pochi minuti senza imbarazzo.
«La prima volta che conobbi il signor Van-Spengel, dice il dottor Groissart, fu per cagione di una sua malattia. Da sei mesi era travagliato da insonnia fastidiosissima: i medici di Brusselle e di Parigi non sapevano da che parte rifarsi contro un male così ribelle ad ogni energico trattamento. Giunto allora dalla provincia, una cura fortunata mi avea messo sùbito in mostra. Egli venne a trovarmi. L'impressione di quella visita non mi uscirà più di mente.
«Ragionando del suo male, il signor Van-Spengel mi guardava in viso con quell'aria scrutatrice tutta propria, che un po' gli veniva dalle abitudini del mestiere, ma che in gran parte mi parve dovesse attribuirsi al suo naso lungo, acuminato, un tantino storto e rivolto in su, un naso stranissimo.
«Dopo pochi minuti, non fui più buono di prestare attenzione a quello ch'egli diceva. Mi sentivo attaccato nel santuario della mia coscienza e badavo a difendermi. Non son facile a subire illusioni di sorta alcuna; ma la fisonomia di quell'uomo mi inspirava in quel punto un indefinibile senso di paura. Giunsi fino a fantasticare che egli adoperasse quel naso, pel morale, come lo spiego delle guardie daziarie alle porte della città; infatti esso ricercava tutte le fibre e si ficcava più oltre.
«Quando il signor Van-Spengel tacque, non ebbi alcun dubbio ch'egli non conoscesse il mio cuore quanto e, forse, più di me. Credetti anzi di sorprendergli su le labbra un sorrisino di trionfo. Fui, mio malgrado, costretto a chiedergli scusa e a pregarlo umilmente di ricominciare da capo.
«O indovinasse il motivo del mio turbamento, o rimanesse mortificato della mia disattenzione, il signor Van-Spengel fissò allora gli sguardi sul piccolo tappeto steso sotto i suoi piedi e non li distolse di là prima di aver terminato la seconda narrazione delle sue sofferenze» (pag. 6).
Il signor Van-Spengel è celibe. Non ha parenti. Vive con una vecchia che lo serve da trent'anni, ed abita un quartierino nello stesso ufficio della Direzione Generale di Polizia. Di abitudini regolarissime, passa leggendo le poche ore disoccupate che il suo posto gli consente. Mangia poco e, cosa più notevole, non beve vino.
È certissimo che la sera del 1 marzo 1872 il signor Van-Spengel rientrò nelle sue stanze più presto del solito. Era di buon umore e cenò con appetito. Si mise a letto alle undici e mezzo di sera; poco dopo la serva lo sentì russare fortemente. Alle otto e tre quarti del mattino (2 marzo) era desto. Il campanello avvertiva la Trosse che il suo padrone attendeva il caffè.
La Trosse assicura che l'aspetto del signor Van-Spengel era, quella mattina, preciso come il consueto, anzi un po' più sereno.
Nulla facea presagire la trista catastrofe della giornata.
— Il padrone — raccontò poi la vecchia — sorbì il caffè a centellini, esclamando ad ogni corso: stupendo! eccellente! Indi accese la sua pipa. — Sapete? mi disse; temo di aver dormito nove ore tutte di un fiato! — E diè in uno scoppio di risa. Io tentennai il capo, ma non volli contraddirlo.
All'una dopo la mezzanotte, la Trosse lo aveva sentito passeggiare per la stanza e muover qualche seggiola. Supponendo ch'egli si sentisse male, si era levata e, pian pianino, aveva aperto l'uscio a fessura. Il suo padrone, seduto a un tavolino, avvolto nella veste da camera, col berretto da notte, scriveva.
Alle nove e mezzo il signor Van-Spengel, terminato di fumare la pipa, si era levato.
Si vestì, secondo la sua abitudine, in fretta e in furia; si fece aiutare dalla serva a infilare il soprabito, e si accostò al tavolino per prendervi gli occhiali. La serva teneva in mano il cappello e la mazza.
— Che storia è questa! — aveva esclamato ad un tratto.
Era maravigliato di trovar alcune carte sul tavolino.
Prèsele in mano e lette le poche righe della prima pagina, il signor Van-Spengel si era fregato più volte gli occhi, avea guardato attorno, in alto e in basso, per la stanza; poi era tornato a sfogliare lentamente tutto il quaderno, osservandone con viva attenzione e con crescente sorpresa la scrittura fina e compatta.
— Chi ha recato queste carte? — disse bruscamente alla serva.
— Ma, signore!....
La Trosse sorrideva; credeva che il suo padrone celiasse.
— Infine, parlate! Chi ha recato queste carte? Non me ne avete detto nulla.
— Non so — rispose la serva vedendo la serietà del suo padrone. — Qui non c'è stato nessuno.
— Se è un scherzo — borbottò il signor Van-Spengel tra i denti — bisogna confessare che è ben riuscito.
Sedette su la poltrona più vicina, accennò alla serva di lasciarlo solo e si pose a leggere ad alta voce: _Rapporto al signor Procuratore del Re sull'assassinio commesso la sera del 1 marzo nella casa N. 157 Via Roi Lèopold in Bruselle._
E qui si fermò per osservare il calendario americano che pendeva dalla parete.
Il calendario segnava _2 Marzo_. Il signor Van-Spengel aveva strappato pochi momenti prima il fogliettino del giorno avanti.
— O il diavolo se ne mescola, o io ammattisco — riprese a borbottare. — Questa scrittura è mia! Non c'è che dire; è mia!
E picchiava col dorso della mano sul quaderno deposto su le ginocchia.
— Eppure non l'ho fatto io, no davvero!
— Se il padrone mi permette... — disse la Trosse aprendo timidamente l'uscio.
— Permettere che? — rispose il signor Van-Spengel stizzito.
— Vorrei rammentarle che questa notte _m'sieu_ ha scritto dall'una alle quattro, e.....
— Siete matta!
— Scusi; _m'sieu_ deve ricordarselo. Io mi son levata due volte credendo che si sentisse male; e tutte due le volte l'ho veduto a quel tavolino, occupatissimo a scrivere. _M'sieu_ vi ha poi dormito sopra, ed è forse per questo.....
— Dev'essere così! — esclamò il signor Van-Spengel dopo un momento di riflessione. — È strano ma dev'essere così. Sapete? In gioventù sono stato sonnambulo.