Il nemico è in noi

Part 4

Chapter 43,655 wordsPublic domain

Ma dopo che potè penetrare la vera ragione di quel muto dolore, Eugenio provò un vivissimo senso di dispetto, come se colei gli usasse così una prepotenza, un'inqualificabile soverchieria. Non ebbe il coraggio di rinfacciargliela; e rodendosi dentro, diventava, a ogni minima occasione, per ogni futile pretesto, incontentabile, stizzoso, aizzato da quel suo dispetto ingiustissimo — ne conveniva, qualche volta, da sè.

— Ma, infine, perchè non gli riusciva di provocare una resistenza; una scena da parte di lei?

Si arrabbiava.

La signora Viotti, zitta, rassegnata, deperiva intanto rapidamente, per quella vampa interna che le prosciugava il sangue e le struggeva le carni.

— Meglio lasciarmi morire! — avea deciso.

Eugenio, per convenienza, per scrupolo anche, condusse seco un dottore; ma la signora ricusò di riceverlo.

— Che dottore! Perchè mai? — ella diceva sforzandosi di parer tranquilla. — Sto benissimo.

E non si lamentava della sua sorte, neppure quand'era sola:

— Se Eugenio non mi ama più, che posso farci? Forse, son io che non ho saputo farmi amare durevolmente; forse, è questo il mio castigo! E sia. Ma io lo amo, e l'amerò fino al mio ultimo respiro. Voglio morir qui, in casa sua; non potrà scacciarmene morente!

Poi cedette, per contentarlo. A ogni visita, ella guardava fisso il dottore; volea leggergli sul viso la sua sentenza.

— Parli chiaro: è una cosa grave? — gli domandò una mattina che Eugenio non era presente.

Il dottore tentava di rispondere con dei _ma_, con dei _se_.....

— Non ho paura di morire — ella lo interruppe, per farlo uscire dalle reticenze. — Sappia che, se fossi in pericolo, avrei importanti disposizioni da dare.

— Per cautela, provveda — allora conchiuse il dottore.

— Ah!..... va bene! — ella mormorò.

Avvertito dal dottore che lo aveva incontrato per le scale, Eugenio entrò da lei insolitamente commosso; e vedendo affondato nei guanciali il volto quasi irriconoscibile della bellissima donna un dì amata, s'arrestò come se non lo avesse mai visto fino allora:

— Povera donna!.... Poichè deve morire, che almeno ella muoia credendosi sempre riamata! —

La signora Viotti lo guardava con gli occhi dolenti, come una vittima invocante misericordia dal carnefice; e quei suoi lunghi sguardi — un addio pieno di strazio — parevano domandargli dimessamente: Perchè non mi ami più: Perchè?

Da quel momento però il suo Eugenio cominciò a sembrarle di bel nuovo mutato.

— Guarisci presto — egli le diceva due giorni dopo, accarezzandole il volto dimagrito, ravviandole le ciocche dei capelli arruffate sulla fronte. — È la bella stagione. Andremo in campagna o a Sorrento come tu desideravi una volta. Cercheremo un nido, un piccolo paradiso di verzura e di sole, degno del nostro amore, degno di te....

La signora Viotti non rispondeva, non sorrideva neppure, a quelle carezze, a quelle promesse, ancora incredula e sempre decisa di lasciarsi divorare dalla sua gastrite. Ma da che egli rimaneva giorno e notte in camera, presso il letto di lei, e spesso la notte, dormicchiava, vestito, su un canapè, per esser più pronto a somministrarle una medicina e a cambiarle le pezze ghiacciate della testa; da che gli sentì ripetere, con lo stesso accento di prima, le dolci parole d'amore che l'avevano inebbriata fino ad offuscarle la ragione, fino a spingerla ad abbandonare un marito così innamorato e così buono da perdonarle tuttavia, s'ella avesse acconsentito; quelle parole piene d'incanto che Eugenio non le aveva mai più ripetute da un pezzo....

— Oh Dio!..... S'era dunque ingannata!..... S'era dunque ingannata?

Neppure lo stesso Eugenio, in certi momenti, avrebbe saputo distinguere s'egli continuava a rappresentare una pietosa commedia o se diceva davvero. Infatti, il rimorso d'aver contribuito, benchè involontariamente, alla distruzione di quella povera creatura, lo spingeva ad esagerare:

— Poverina! Muoia almeno contenta!

— Senti — gli disse un giorno l'ammalata. — Debbo confessarti una cosa....

Con le mani dimagrite, tremule per debolezza, ma che scottavano, gli aveva prese le sue e gliele stringeva forte:

— Fatti più accosto; posa anche la tua testa sul guanciale... Senti. Prima di morire, voglio confessarti....

— Oh, non siamo a questo punto!

— Forse!

S'era arrestata per guardarlo da vicino, nelle pupille; e gli passava una mano su la guancia, con la incerta carezza di persona rifinita dalla malattia.

— Senti.... Ti vedevo cambiato... Credevo che tu non mi volessi più bene e che io ti fossi diventata un peso insopportabile, una dura catena...

— Ma...

— Lasciami dire. Oh, non ti accusavo, non ti maledicevo; no! Vedi? Muoio per questo, e sarei morta disperata, senza fartelo comprendere. Perdonami!..... Ingannata dalle apparenze, ti calunniavo indegnamente..... Perdonami!

In quel volto pallido e scarno, le lagrime scorrevano, sgorgando più abbondanti dalle ciglia a ogni parola, a ogni frase; ed ella se le bevea con voluttà, impedendo che Eugenio gliele asciugasse:

— No, lasciami piangere!..... È così dolce!..... Lasciami morir così!

Nell'interrogare il dottore, egli provava una specie di esitanza, per paura che quello non indovinasse il suo egoismo di uomo che non amava più. Cercava, in alcuni momenti, di mentire perfino a se stesso, a quella intima voce della coscienza che lo rimproverava, inesorabile, a ogni domanda con cui egli sperava d'accertarsi che, presto o tardi, la sua tortura sarebbe finita. E, dopo tre eterne settimane passate attorno a quel letto, giorno e notte, senza aver mai respirato un soffio d'aria libera, il suo egoismo si sfogava in soliloqui brutali:

— Farà morire anche me, di sfinimento!

Ma sùbito, come per ammenda, la povera ingannata che smaniava dalla febbre, si vedea sopraffatta da un'effusione di carezze e di affettuosissime parole che parevano scaturirgli dal più profondo del cuore.....

— Ed erano una vigliacca finzione, un artifizio per attutire quella voce intera che gl'insorgeva contro! Aveva egli dunque due anime? Vivevano dunque due diverse persone dentro di lui, una buona e una cattiva?

Il dottore non si lasciava scappare una affermazione recisa:

— La malattia, gravissima perchè non curata in tempo, segue il suo corso; ma.....

A quel ma lasciato così sospeso, Eugenio provava, suo malgrado, un sollievo.

— Per certe anomale situazioni della vita, non c'è' altra soluzione che questa! — rifletteva freddamente. — Io non l'ho promossa, nè agevolata..... — soggiungeva, sùbito, per scusarsi.

Ma spiava ogni piccolo sintomo, ma notava ogni minimo cambiamento, raggirandosi, smanioso, attorno a quel letto, dove la povera signora, riarsa dalla febbre, soffocava gli atroci tormenti delle sue viscere, per non gridare, per risparmiargli il dolore di vederla soffrire, ora che si credeva sempre amata.

— Mi sento assai meglio, sai?

E le sue viscere si contorcevano, sotto la coperta, intanto ch'ella gli sorrideva e gli domandava dei baci.

Quella mattina ch'ella, già convalescente, si affacciò tutt'allegra tra i battenti dell'uscio del salotto, augurando al suo amante il buon giorno, questi, di cattivo umore, non seppe neppure usarle la cortesia di alzarsi sùbito da sedere e andarle incontro.

— Sono felice; non voglio più morire! — mormorava la signora Viotti, abbandonata deliziosamente su la poltrona.

Eugenio, rimasto in piedi, stava a guardarla; e aveva su le labbra l'equivoco sorriso — quasi una brutta contrazione — dell'uomo non più amante che vedeva ribadirsi una catena creduta prossima a esser spezzata.

Mineo, 25 Marzo 1885.

UN BACIO

Alla marchesa Bellati era stata data la penitenza di _contentare all'orecchio_.

— Oh! No, no! si rifiutava!.... Non avrebbe saputo da che parte rifarsi!

E rideva, faceva delle moine graziose, da bimba; ma il direttore del giuoco fu inesorabile. Le porse il braccio e la condusse attorno, aspettando ritto, serio come un ciambellano, che le persone delle quali ella si accostava all'orecchio dichiarassero di contentarsi delle sue proposte di penitente.

Le signore (ce n'era parecchie) si eran contentate quasi subito; la marchesa, senza dubbio, avea saputo indovinare desiderii e aspirazioni che, a quattr'occhi non temevano di scoprirsi. Gli uomini, meno un solo, l'ultimo, erano stati più gentili:

— Si eran dichiarati contenti della sola vista di lei.

Restava il barone Paolo Foli, bel giovane, capo ameno, che tutte le settimane, con tono di tragica serietà, invariabilmente soleva ripeterle:

— Marchesa, è inesplicabile come non siate già pazzamente innamorata di me. Questo però non impedisce che io lo sia di voi!

La marchesa, tutte le settimane, invariabilmente, gli porgeva a baciare con affettata sentimentalità la sua manina di vedova, bianca, vellutata, e rispondeva:

— È inesplicabile!... Ma pure è così!

Nelle serate di casa Bellati il barone Paolo Foli era chiamato l'_inesplicabile_. La cosa sembrava non andasse oltre i limiti di un semplice scherzo. Infatti fra gli invitati a Borzano, magnifica villa del conte Rampa, il barone quel giorno le avea ricantato il suo ritornello a colazione, in giardino, alla passeggiata, e, poco prima, anche nel salotto dove tutti si erano riuniti dopo il pranzo a terminar la serata ciarlando, facendo un po' di musica e, in mancanza di qualcosa di meglio, svagandosi con giuochi di società.

Il barone, vedendo accostare la marchesa, si era sdraiato su la poltrona con la fiera attitudine di un uomo molto difficile a contentare.

— Oh, sentite! — ella gli disse; — se fate lo schizzinoso, vi pianto.

— Per la grazia di Dio, c'è un direttore in salotto! — rispose il barone.

E additava il cavalier Vergati che se ne stava là, ritto, impettito, a pochi passi, tutto compreso della solennità del suo ufficio.

Il cavalier Vergati s'inchinò profondamente:

— Farò giustizia!

La marchesa, rassegnatasi sedette accanto al barone:

— Vi contentereste se fossi innamorata di voi?

— È poco; questo accadrà un giorno o l'altro.

— Impertinente!

— È sempre poco. Avanti.

— Se vi procurassi una bella moglie, con dieci milioni di dote?

— È troppo. La moglie mi guasterebbe i milioni.

— Dunque i soli milioni?

— Non saprei che farne; sono uomo straordinariamente virtuoso e modesto.

— Dio mio! — esclamò la marchesa impazientendosi e battendo i piedini.

— Parla di me?

— Che grullo!.. E se vi regalassi una cuoca?

— Ne ho già una in serbo, per sposarla _in articulo mortis_.

— La meritereste!

Andavano per le lunghe. La marchesa avea già fatto una trentina di proposte, ma il barone teneva duro, divagando, rispondendo cose assurde.

— Volete che ve lo dica io quando sarò contento?

— Sentiamo; sarà una stupidaggine.

— No, la cosa più semplice di questo mondo.

— Quando? Via...

— Ma prima bisogna fare una scommessa.

— Vada per la scommessa! Auff! Che cosa dovremmo scommettere?

— Quella mano.

La marchesa si guardava curiosamente la destra additata dal barone, voltandola e rivoltandola, senza capire.

— La vostra mano... di sposa.

— Ah! — fece la marchesa. — E in premio di che?

— Ecco — replicò il barone, accostandosele all'orecchio. — Io sarò contento unicamente il giorno in cui vi avrò dato (notate bene) senza il vostro consenso, senza vostra resistenza, ma tranquillamente, con tutto il mio agio, un bel bacio su la bocca. Volete scommettere?

La marchesa, diventata rossa come una ciliegia, s'era rizzata su la vita.

— Accetto — disse dopo un momento, con aria altiera, sorridendo. — E vi sembra la cosa più semplice? Ma sapete che siete...?

— Il più bel giovane e l'uomo più spiritoso di tutto il creato: è la mia opinione.

La marchesa si levò da sedere.

— Perdoni — disse il cavalier Vergati fermandola. — Il barone non si è finora dichiarato soddisfatto.

— Soddisfattissimo — rispose questi.

E si alzava alla sua volta, per inchinarsi con le braccia incrociate sul petto come un mandarino della China.

— Ooh! — esclamarono tutti.

* * *

Tre mesi dopo, nel salotto della marchesa Bellati, verso le undici e mezzo di sera non restavano altre persone che il barone Foli e il suo amico commendatore Vanzetti, un ex deputato scartato ultimamente dai suoi elettori senza che nemmeno loro ne sapessero la ragione.

La marchesa pareva stanca dalla fatica e dalla noia di quella serata: c'era stata troppa gente. Avea il capo grosso; si sentiva stordita. Sua madre, la vecchia marchesa, si era già ritirata nelle sue stanze.

— O che questi due signori non abbiano nessuna intenzione di andarsene? Se fosse soltanto il barone, lo metterei subito alla porta, dicendogli senza tante cerimonie che casco dal sonno. Ma col commendatore!

La marchesa chiamò la cameriera e, sotto voce, ordinò le si preparasse il letto:

— Sùbito; non ceno.... E quel commendatore che non si muove! Sembra lo faccia a posta.

Quello ragionava di ferrovie, di esercizio privato, di esercizio governativo, di treni che deviavano, di treni che non arrivavano più...

— Oh, il suo, il treno di quella discorsa non arrivava alla fine davvero!

La marchesa velava uno sbadiglio. Avrebbe voluto alzarsi da la poltrona; ma si trovava come asserragliata tra il commendatore e il barone, e le pareva sconveniente passare in mezzo a loro....

— Se quell'altro l'avesse almeno guardata in viso! Gli avrebbe fatto un segnale. Pareva impossibile! Un uomo di spirito come lui gustava l'esercizio ferroviario con una voluttà!...

E i treni del commendatore continuavano a partire, uno dietro all'altro, senza interruzione. Si scontravano, ammazzavano la gente, non si arrestavano mai....

La marchesa avea una voglia di urlare:

— Cinque minuti di fermata!

Ma il commendatore non lo lasciava respirare; s'infuocava, apostrofava il _Consiglio superiore del movimento_, se la prendeva col Ministro dei lavori pubblici e gli faceva certe lavate di capo!.... Poi veniva la volta del Parlamento.

— Tutto il marcio era lì! Non c'era più deputati, ma dei saltimbanchi.... dei giuocatori di bussolotti!... E il paese!... il paese!... il paese!...

La marchesa si era sdraiata su la spalliera della poltrona, con gli occhi socchiusi, il viso nascosto nell'ombra che la ventola lasciava cadere dal lato di lei. Si sarebbe detto che quella parola: il paese! il paese! ripetuta dal commendatore nell'entusiasmo della sua perorazione, avesse servito a vincere la resistenza che lei si sforzava di opporre alla forza del sonno. Da lì a poco il ventaglio le scivolava di mano.

Il barone fe' cenno al commendatore:

— Continui a parlare.

E si alzava adagino adagino dalla poltrona.

La marchesa diè un grido e si coprì il volto colle mani.

— Occorreva di un testimone — disse il barone. — Se non vi dispiace, caro commendatore, potrete anche esserlo, fra non molto, del nostro contratto di nozze.

Il commendatore guardava ora lui, ora la marchesa, interdetto.

* * *

Altri tre mesi dopo, il barone e la marchesa Bellati, diventata quella mattina baronessa Foli, partivano verso le cinque di sera pel loro viaggio di nozze.

Era una serata dolce. L'orizzonte si accendeva ancora delle tinte vive del tramonto con gradazioni delicate.

Presi per mano, i due sposi si guardavano teneramente, commossi, senza dire una parola, da vere persone felici.

Si eran voluti bene tanto tempo, in una maniera stravagante, quasi avessero canzonato!... Ed ora, non era sogno, facevano il loro viaggio di nozze!

La baronessa al dubbio lume della lampada del vagone sembrava una bellezza fantastica, con quel viso che aveva sfumature e delicatezze da pastello e, in mezzo, i grandi occhi neri un po' velati da graziosa indolenza. Lo scialle che l'avviluppava tutta le dava aria di levantina.

Sul tardi, il barone tirò sotto il lume la tendina azzurra. Un'ombra discreta invase il vagone. Poi scoppiò un bacio.

— Ah, cara mia! — le mormorava il barone in un orecchio. — Se tu avessi provato la dolcezza del primo! Quella sera....

— Va là! Non dormivo! Ti volevo bene, e...

— Non dormivi?...

Il barone Paolo Foli rimase male.

Milano, 30 Novembre 1877.

CONTRASTO

Alberto diventava più impaziente da un momento all'altro e guardava l'orologio con certe occhiataccie... come se questo gli facesse il dispetto di ritardargli le ore.

— Le dodici! Per arrivare alle tre di sera ci voleva addirittura l'eternità.

Il caminetto schioppiettava nel salottino con allegra fiammata. Pareva borbottasse: «Stai fermo, accosta la poltrona; facciamo quattro chiacchiere sotto voce; ho tante cose a dirti!» Ma Alberto ora andava su e giù, da un angolo all'altro; ora incollava il volto ai vetri della finestra e guardava nella via, senza dir nulla; i passanti gli parevano ombre.

Il cielo era grigio. Folate di nuvole scure spuntavano dietro i tetti e andavan via di corsa, quasi avessero fretta. Quelle nuvole pregne di pioggia, che pareva la rattenessero a stento per rovesciarla giù al primo scoppio di tuono, Alberto la vedeva fuggire pel cielo come tanti uccellacci di mal augurio.

Quel tempo minaccioso gli metteva l'uggia addosso.

— O perchè non splendeva una bella giornata di sole? Anche il tempo lo contrariava, gli faceva un dispetto, gli dimezzava la sua felicità, gli amareggiava uno dei più squisiti piaceri della sua vita di scapolo! Già, se cominciava a piovere, col rovescione che sarebbe venuto giù, lei avrebbe trovato una scusa per mancare alla promessa. Oh, non le sarebbe parso vero! Se l'era lasciata strappare a stento, dopo parecchi mesi d'insistenza, quasi per stanchezza!... La pioggia, sicuramente, sarebbe stata un bel pretesto!

E già le prime goccie battevano sui vetri, brillavano un momentino, e poi sbavavano.

Alberto, involtando nervosamente una sigaretta, masticava impropreri all'indirizzo della pioggia.

* * *

Si aggirò pel salotto a testa bassa, lentamente; prese in mano uno dei tanti volumi buttati alla rinfusa sopra un tavolino e si sdraiò su la poltrona, presso il caminetto. Il caminetto continuava a scoppiettare, a borbottare con le sue lingue di fiamma.

— Inutile! non posso leggere. Le lettere mi ballano sotto gli occhi. Son troppo arrabbiato.

E si allungava su la poltrona, abbassando le palpebre, strizzando la sigaretta fra i denti.

— Domani alle tre!...

Se lo sentiva ripetere all'orecchio da una voce affiochita dalla distanza, musicale, da un gorgheggio di usignuolo, da un'eco che sembrava gli arrivasse da una profumata regione tropicale verso cui si sentiva trasportato, come nei sogni, vertiginosamente.

— Ah quella bionda testa di donna!

Gli accendeva l'immaginazione di riflessi dorati, di rosei fulgori.

— E quegli occhi cerulei! Cerulei, limpidissimi, profondi; un'immensità di cielo! E quelle labbra! Così sanguigne da rendere smorta la bianchezza opalina della carnagione!

Quella testa di bionda maliarda gli faceva accenni civettuoli, promesse che avean l'aria di voler essere ripulse, inviti che pretendevano di parere concessioni pietose.

E il salotto gli si illuminava di un vasto incendio di sole, e il pianoforte aperto in un angolo vibrava da tutte le sue corde un fremito armonioso, senza che nessuno lo toccasse, per sola virtù della presenza di lei!...

* * *

Gran fantasticatore quell'Alberto! Glielo dicevo sempre; ma questa volta, bisogna convenirne, aveva ragione. Nei suoi panni chi non avrebbe fatto lo stesso? La signora Moroni era tale bellezza, da far girare il capo a un santo e fargli perdere il paradiso.

Girare il capo, l'ho detto a posta. In quanto a farsi amare, ecco, la signora Moroni era di quelle donne che si desiderano violentemente ma non si amano punto. Da prima, lo confesso, non ero di questo parere, non facevo distinzioni; confondevo scioccamente il violento desiderio con l'amore.

— Sbagli — mi disse Alberto una sera; — c'è una bella differenza. Il desiderio, sodisfatto, cessa, l'amore è un abbisso che non può mai colmarsi.

— Cessa anche l'amore...

— No; il vero amore si trasforma, non cessa.

* * *

— Le due!

Agli squilli argentini dell'orologio Alberto si riscosse.

— Avea dormito? Avea sognato? Avea fantasticato?

Si sentiva intorpidito. Il caminetto rosseggiava senza fiamma; la pioggia cadeva lentamente. Il cielo prendeva quel colore bianchiccio che precede il sereno. Il salottino nuotava entro una luce dolce, morbida, insinuante. Alberto se la sentiva penetrare per tutto il corpo, come il tepore di un bagno.

Non era più impaziente. Guardava l'orologio con altr'occhio; dubitava non andasse avanti:

— Possibile! Le due?

Quasi quasi gli dispiaceva che mancasse appena un'ora all'arrivo di lei.

— C'è da sentir fermare, da un momento all'altro, la sua carrozza al portone... Forse non verrà nemmeno in carrozza... La prima scampanellata all'uscio sarà la sua, certamente... Ecco, dimenticavo di lasciarlo soltanto accostato!... Lei voleva così, per non aspettare sul pianerottolo...

Ma rimaneva là, sdraiato, con la pianta dei piedi contro la brace, senza trovar la forza di levarsi; giacchè bisognava andasse egli stesso ad aprire, avendo, con un pretesto, mandato fuori di casa il servitore.

O che cosa era avvenuto dentro di lui? Ah! Di pensiero in pensiero, di ricordo in ricordo, avea perduto di vista a poco a poco l'imagine della sua bionda maliarda... L'avea lasciata per via, senz'accorgersene, come un compagno di passegiata che indugi erborizzando. Si era voltato uno o due volte, sbadatamente, senza curarsi di spettarla.... E il tradimento gliel'aveva fatto quel brontolone del caminetto.

Quattro anni fa, nello stesso mese, alla stess'ora, con una giornata egualmente piovosa, in quel medesimo posto.... Gli pareva un sogno! Povera Erminia! Singhiozzava, col volto nascosto tra le mani, riversata indietro su la spalliera della poltrona, desolatamente; e lui, pallido come un morto, con le mani giunte in atto di preghiera, la voce turbata dall'emozione, tentava di farle coraggio! Terribili momenti! Ma che fare contro quella forza brutale che spezzava, a un tratto, la loro catena di amore? Ella doveva partire col marito, senza speranza di ritorno! Quel colpo la uccideva! Già le pareva di accomiatarsi da lui dal letto di morte! Si sentiva schiacciato anche lui; sentiva mancarsi il respiro!

Povera Erminia! Egli lo vedeva ancora quel viso bruno e pallido, contornato dai folti capelli neri, pieno di profonda tristezza! La sentiva ancora quella voce soave, che sembrava scaturisse dall'intima profondità del cuore!

Come si erano amati! Come si eran sentiti fulminare, tutti e due, la prima volta che si eran visti!

E che delizia in quelle continue cure di eludere ogni sospetto, di addormentare ogni malignità, in quell'inebbriarsi della poesia del loro segreto come due giovanetti di sedici anni! E che tesori di piccole astuzie prodigate per passare insieme intiere giornate... o anche soltanto per vedersi mentre la gente li credeva distanti cento miglia l'uno dall'altra.

Divine follie! Sublimi abbandoni! Ineffabili ore di scoraggiamenti, di dubbi, di felicità spensierata! Delizie senza nome! Voluttà più dello spirito che della carne, in quella raffinatezza, in quell'elevatezza che scaturiva dal prepotente rigoglio delle loro anime innamorate!...

Al brontolìo del caminetto, al guizzo delle fiamme azzurrognole, ai bagliori di oro che montavano ondulanti in alto quasi volessero scappar via per la gola affumicata, tutto quel passato gli si risvegliava nella memoria, viveva una vita quasi più reale di quella vissuta una volta!

— Ma che! Le due e mezzo? Di già? Certamente le lancette dell'orologio a pendolo si scapricciavano a correre!

Così la bionda maliarda ritornava a inframettersi, importuna, tra lui e quei cari ricordi, con la sua aureola di biondi capelli elegantemente arruffati, la provocante serenità dei suoi occhi azzurri, le sue labbra porporine, la marmorea candidezza del collo e del seno, con tutte le seduzioni di cortigiana aristocratica che si concede e non si profonde, con quei suoi capricci di sensi e quella terribile freddezza di cuore che pareva calcolo e non era!