Il nemico è in noi

Part 3

Chapter 33,634 wordsPublic domain

— Giorgio ha quindici anni. Per ora è in collegio: poi verrà l'università; poi daremo moglie anche a lui...

— Ma tu non sei più un giovane...

— Sono ben conservato!

Nel viaggio di nozze erano stati scambiati per padre e figlia; ma il barone avea dimenticato sùbito quella cattiva impressione. Così il primo anno del loro matrimonio era passato tranquillamente.

La baronessa amava di vivere ritirata. Era seria, quasi triste; e il marito non sapea che cosa inventare per distrarla. Innamorato, volea farsi perdonare la sua età col mezzo d'altri compensi: e le profondeva regali.

— Ancora? — esclamava Cecilia a ogni nuova sorpresa del marito.

— Non è mai abbastanza!

E la baciava su la fronte.

Un desiderio lo tormentava:

— Se avesse avuto un figliuolo da lei! Oh, allora soltanto gli sarebbe parsa proprio sua!

Ma il figliuolo non veniva.

— Meglio! — ella esclamava quando il barone toccava malinconicamente questo tasto. — Non abbiamo Giorgio?

— Sì, sì, ma è tutt'altro! — rispondeva quello sospirando.

Infatti la loro casa non era allegra; vi mancava un raggio di sole.

Ella passava le giornate divorando romanzi e libri di viaggi. Non amava il marito, ma non provava ripugnanza di trovarsi sua moglie. I suoi parenti avevano voluto così ed ella avea ubbidito, senza che questo le costasse nulla. Certe volte sentiva svegliarsi dal fondo del cuore un sentimento indefinito, qualcosa che ella stessa non arrivava a capire, un bisogno, un'irrequietezza, una smania; ma confondeva il malessere dello spirito col malessere fisico, e consultava il dottore. Il dottore ci perdeva il latino:

— Nervi!

Le sue ricette non approdavano a nulla.

* * *

— Sai? Giorgio torna in famiglia — le annunziò una sera il barone.

Cecilia non mostrò nè piacere, nè dispiacere, ma una leggiera sorpresa:

— Ah!

Il barone avea creduto che il ritorno di Giorgio non le fosse gradito e, per scusarlo, s'era affrettato ad aggiungere:

— È un po' ammalato. I medici gli consigliano qualche mese d'aria nativa.

— Gli farà bene, certamente.

Ella continuava a leggere, distratta.

Il barone si sentiva su le spine; quella indifferenza egli la prendeva in mala parte.

— Quando? — domandò la baronessa dopo qualche minuto di silenzio.

— Presto.

— Bisognerà preparargli le stanze...

— Andremo in villa. L'aprile e il maggio li passeremo là. Ti dispiace?

— Anzi!

Il barone si era sentito togliere un gran peso dal petto.

* * *

La villa del _Gelso Nero_ era deliziosamente situata in mezzo a quel giardino di aranci, quantunque che non fosse molto bella con quel casamento a due piani. Dietro la siepe di nespoli del Giappone, di pomi e di peri che circondava la spianata, gli agrumi affacciavano le loro cime luccicanti, di un verde bronzino. L'aria era tutta imbalsamata dal profumo della loro _zàgara_.

Nei primi giorni, la baronessa e il figliastro si eran trattati con un po' d'impaccio. Giorgio non sapeva adattarsi a chiamare mamma una matrigna così giovane; a lei non riusciva di chiamarlo semplicemente Giorgio, e gli dava del _baronello_.

Facevano lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, insieme col barone. Qualche volta andavano anche soli, quando il barone s'intratteneva a dare un'occhiata ai lavori dei calabresi che sterravano la vasca. Così in meno di due settimane l'impaccio fra matrigna e figliastro era stato vinto. Già si davano del tu, e il barone n'era lietissimo.

Giorgio, gracile, bianco, pareva un fanciullo addirittura, con quei capelli d'un biondo cinericcio e quella straordinaria dolcezza dello sguardo. Però la sua voce, armoniosa, femminile, turbava la baronessa. Sentendolo parlare, ella lo guardava fisso. Tanta gentile freschezza le ridestava, tumultuosamente, le sue prime sensazioni di ragazza. Fremiti deliziosi le correvano per tutta la persona; il cuore le si gonfiava.

Quando passavano la mattinata nell'uliveto, sul prato smaltato di fiori e dorato dal sole, o in giardino — egli sdraiato bocconi tra l'erbe, all'ombra di un magnifico albero di arancio; ella seduta al suo fianco sul cuscino che Giorgio portava apposta — intanto che questi leggeva ad alta voce, con una monotonìa d'inflessioni efficacissima, Cecilia stava ad ascoltarlo lavorando all'uncinetto. Di tanto in tanto quei suoi begli occhi neri lampeggiavano fra l'ombra dei rami; poi restavano assorti in un punto lontano.

— Sai che in collegio t'odiavo? — le disse Giorgio una volta sbucciando un'arancia.

— Davvero? E perchè?

— Mi ero figurato che fossi brutta. Invece...

— Sono meno brutta che non ti immaginavi?

— Sei bella!

Glielo aveva detto sinceramente, con ammirazione di fanciullo, continuando a sbucciare.

La baronessa s'era alzata, e preso il libro messo a cavalcioni di un ramo, lo sfogliava inoltrandosi lentamente pel viale. Giorgio andò a raggiungerla per offrirle l'arancia.

— No, grazie.

— Metà almeno!...

— No, non ne ho voglia.

— Almeno uno spicchio!

— No.

E sorrideva, guardandolo negli occhi stranamente intenerita.

Giorgio le si era piantato dinanzi, porgendole lo spicchio presso la bocca, insistendo.

— Metà.

Cedeva, per compiacerlo. Giorgio mangiava l'altra metà:

— Come è dolce!

E assaporava.

— Via, lasciami leggere — disse la baronessa impallidita.

* * *

Ma quel ragazzo non s'avvedeva di nulla. Trovata in casa non un'intrusa ma una sorella, anzi qualche cosa di più, una amica, si sentiva felice.

— Beata giovinezza! — esclamava Cecilia nel suo interno.

Però non si mostrava sempre del medesimo umore con lui. Certe volte mutava da un momento all'altro, dalla dolcezza a un tono brusco.

— Ha i nervi — diceva Giorgio a suo padre.

— Ti senti forse male? — le domandava il barone.

— No; perchè dovrei sentirmi male?

— Giorgio mi ha detto: Cecilia ha i nervi.

La baronessa abbassava la testa e aggrottava le sopracciglia.

Il barone interpretava quell'atto a modo suo: ci vedeva lo stesso dolore che tormentava lui, il desiderio smanioso di quel frutto della loro unione che tardava tanto a venire!

La presenza di Giorgio dovea essere una continua irritazione di quel sentimento, un'offesa, involontaria, alle legittime esigenze di quel cuore! Lo capiva, pur troppo! Ma chi ne aveva colpa?... Ora che suo figlio s'era rimesso in salute, poteva ritornare in collegio. Intanto, c'era ancora da sperare!

Ma quando partecipò la sua risoluzione alla baronessa, questa si oppose:

— Quel ragazzo è ancora sofferente. Perchè tanta fretta di mandarlo via? Volete far sospettare che io, la matrigna, cerco di tenerlo lontano? Le vacanze sono prossime. In ottobre Giorgio si sarà rimesso del tutto...

E lui che credeva di farle piacere! Com'era lieto di scoprire che si era ingannato!

* * *

In città, la vita di Cecilia e di Giorgio scorreva più monotona. La lettura, il pianoforte potevano svagarli per qualche ora. Le giornate parevano eterne! La sera, durante la solita passeggiata pel viale alberato, fuori il Dazio, mentre il barone giocava a' tarocchi nel Casino di convegno, Giorgio diceva delle barzellette, osava delle confidenze come con un camerata. Una sera le raccontò la storia di un suo amoruccio a dieci anni, una vera fanciullaggine.

— E poi?

— Poi?... Nulla — rispose Giorgio.

Ella si era aggravata sul braccio camminando a passi lenti, muta, con gli occhi fissi nel cielo stellato. Poi aveva lasciato il braccio per ficcare le mani nelle maniche della mantiglia con un gesto da freddolosa, e aveva avuto il capriccio di andar quasi di corsa; poi si era fermata a un tratto:

— Voglio tornare a casa. La serata è troppo fresca... Sento dei brividi...

— Fa caldo invece!

E in casa si era svestita in fretta ed era andata a sedersi sul terrazzino, con la testa appoggiata al ferro della ringhiera, gli occhi socchiusi, dondolando la seggiola.

— Ninna, ooh! Ninna ooh! — cantava Giorgio, ridendo, agevolando con la mano quel dondolamento. — Ninna, ooh!

Al lume di luna che cadeva di sbieco dalla grondaia della casa, i capelli di lei e la mano appoggiata su la sbarra della ringhiera risaltavano luminosi; il resto della figura si velava nell'ombra: e in quell'ombra il bianco dei suoi denti brillava tra le labbra semiaperte a un sorriso.

— Ninna, ooh!

— Giorgio, sta' fermo! Sta' fermo!

E tentava fiaccamente di trattenergli la mano.

Ma Giorgio non smetteva, da ragazzo imbizzito. All'ultimo, improvvisamente, le soffiò sul viso e scappò via.

Cecilia s'era rizzata d'un colpo, come se quel soffio l'avesse frustata. Si mordeva le labbra, si passava le mani sui capelli, col petto che le si sollevava. Giorgio, battendo le mani, rideva in fondo alla stanza, nel buio.

* * *

Il barone era andato a Palermo; ed essi avean seguitato a fare il chiasso per gli appartamenti, rincorrendosi, nascondendosi dietro agli usci, proprio come due ragazzi, appena si sentivano stanchi di leggere o seccati di suonare.

Due volte erano andati al _Gelso Nero_ in carrozza, per poche ore, il tempo di fare una giratina pel giardino degli agrumi e di perdersi sotto gli archi a sesto acuto dell'uliveto, o sotto il pergolato che attraversava la vigna. Tornando, sul tardi, la Cecilia si rannicchiava in fondo alla carrozza, muta, guardando fissamente Giorgio con certi sguardi divoratori, quando lui non poteva vederla: e di tratto in tratto avea certe scossettine nervose che le faceano strizzar gli occhi e scuoter la testa.

Giorgio, rincantucciato nel lato opposto, non pensava a nulla; e se si voltava verso la matrigna e incontrava la punta acuta degli sguardi di lei, sorrideva a fior di labbra con puerile compiacenza, senza sottintesi. Allora sorrideva anche lei, tristamente, e stendeva la mano ad accarezzargli la bionda capigliatura che gli si arruffava su la fronte d'avorio, con una carezza da mamma; e il suo polso batteva più celere e la sua mano, piccola e bianca, tremava.

In uno di questi ritorni Giorgio, destandosi dalla sua indolenza, le disse:

— Domenica avrò diciassette anni; divento quasi un uomo.

Cecilia lo guardò come se queste parole significassero chi sa che cosa:

— Diciassette anni!

* * *

E la settimana dopo andarono di nuovo al _Gelso Nero_, questa volta a cavallo.

Era una giornata d'estate, col cielo leggermente nuvoloso, piena di tepori. Ma verso sera, quando essi già si apparecchiavano a ritornare, avea cominciato a venir giù una acquerugiola fina fina che sembrava un gran velo di tulle steso contro il sole al tramonto.

— Pioggia d'estate! — disse Giorgio osservando il tempo dalla finestra.

La baronessa guardava il cielo e la campagna muta, con la fronte corrugata, le labbra strette, gustando quel sordo e carezzevole rumore della pioggia sul fogliame che luccicava, agitato lievemente dal vento. Lontano, lontano, brontolavano i tuoni: il temporale s'avvicinava, preceduto da lampi.

I cavalli, insellati, nitrivano e scalpitavano sotto la tettoia della stalla. Ma la pioggia avea continuato a venir giù più fitta. Il sole era già sparito dietro montagne di nuvoli nerastri.

— O dove vuole andare, _voscenza_? — disse il massaio. — Pioverà certamente tutta la nottata.

La baronessa avea guardato Giorgio e, tutti e due, si erano messi a ridere:

— Che bella sorpresa!

Anche la massaia era comparsa su l'uscio della stanza col suo grembiulone bianco di traliccio:

— Doveva accendere i lumi? Preparare i letti? Cuocere un po' di verdura, _un filu di amareddi_, per la cena? C'erano delle uova fresche — il pecoraio, più tardi, avrebbe portato la ricotta...

— Oh, bene! Oh, bravo!

Giorgio ruzzava come un bimbo, intanto che la baronessa, addossata alla finestra, si mordeva lievemente la punta dell'indice, con li sguardi sprofondati nell'oscurità a traverso la nera campagna.

I canali scrosciavano sull'acciottolato davanti a la casa. Le fiammate dei contadini vi gettavano larghe striscie di luce rossiccia dagli usci aperti del pianterreno, e su quelle passavano, di tratto in tratto, strane ombre allungate. La voce di Giorgio — sceso un momento giù dagli uomini — scoppiava argentina fra le risate, a riprese. Un cane abbaiava.

Poi Giorgio era tornato su ridendo:

— Che grullo quel boaro! Lo canzonano tutti. Ha paura delle _Nonne_ che gli spastoiano le vacche per farlo arrabbiare! Una notte, dice, gli hanno anche impiastricciato quattro ciocche della sua zazzera; se lui le avesse tagliate, sarebbe morto sul colpo. Che grullo!

— E la biancheria da letto? Ah! ci tocca di dormire su le materasse, belli e vestiti!

Allora, mèssisi a rovistare i cassettoni, in fondo a un armadio, avean trovato due paia di lenzuola rimaste in campagna per caso. E rifacevano i letti, chiassosamente. Giorgio strappava il lenzuolo rimboccato; Cecilia fingeva d'arrabbiarsi:

— Come sei strambo!

E tornavano a rimboccare, ridendo, irrefrenabilmente, abbandonandosi a traverso il letto, l'una di qua, l'altro di là, tenendosi i fianchi, non ne potendo più. E così, daccapo, nell'altra camera attorno il letto di lui.

La cena era parsa deliziosissima.

— Ghiotti questi _amareddi_!

— Squisito questo pane dei contadini!

Seduti di faccia, coi gomiti su la tavola e il viso fra le mani, con le ginocchia che si toccavano, perduti in mille discorsi inconcludenti, indugiavano ad andare a letto. Giorgio un po' sonnacchioso, ella con li occhi foschi, luccicanti, le labbra umide e più accese del solito. Parlavano a voce bassa, a intervalli.

Giorgio si rizzò il primo, snodandosi la cravatta, e sbottonando la camicia, scoprì il suo collo tornito, più bianco della spuma, un collo da vergine. Cecilia lo accompagnò fino all'uscio della camera e rimase là, addossata allo spigolo, dopo di avergli appostata sbadatamente una sedia a piè del letto.

— Buona notte!

— Buona notte!

La pioggia veniva giù forte ma uguale con uno scroscio sordo sordo. Tutta la villa dormiva.

La baronessa cominciò a spogliarsi, lasciando cadere i capelli snodati su le spalle ignude. Si passava su la fronte le mani fredde, madide come quelle d'una malata. Tutt'a un tratto, così mezza svestita, barcollante come una persona ebbra, avea fatto uno, due passi verso l'uscio... e l'avea aperto, risoluta.

* * *

Era stata lei!

Al povero ragazzo non era mai passato pel capo che ciò potesse accadere.

Ah, tutto li avea preparati!

E avean continuato, insaziabili, come due esseri senza coscienza, come due bruti belli e giovani che tracannavano la coppa della vita, per esaurirla.

Nulla era venuto a turbarli: nè cura del presente, nè pensiero dell'avvenire.

Una figura, un fantasma non s'era mai rizzato in mezzo a loro! Ogni sentimento era stato soffocato da quel delirio di sensi scoppiato pari a un fulmine in mezzo alla loro serenità gioconda. Ella lo avea fatto tremare sotto la violenza del suo fascino; egli l'avea scossa tutta con la sua carne di fanciullo più bianca della spuma, fresca, vellutata, la soavità del suo sorriso, l'azzurro profondo del suo sguardo; complici: la libera solitudine, la cieca confidenza di chi non potea neppur sospettare e il cielo e la terra e ogni cosa, in quell'autunno siciliano che ha tutte le seduzioni della primavera con qualche cosa di più intimo e di più seducente.

* * *

Il pretore, il brigadiere dei carabinieri e due amici erano stati introdotti dal barone in punta di piedi, allo scuro.

Il barone avea acceso un fiammifero; la sua mano, che lo teneva in alto per rischiarare il gran letto nuziale a traverso le cortine, tremava convulsa.

— Per carità, signor barone! Siamo ancora a tempo, sia generoso!

Il pretore lo scongiura, stringendogli fortemente le braccia.

— È molto se invoco soltanto la legge! — avea risposto il barone.

Da quella mattina in poi le imposte del palazzo Russo-Scaro non sono state più aperte, chiuse per lutto eterno. La villa del _Gelso Nero_ è rimasta anch'essa deserta.

Quando lo zio del barone, il vecchio abate di San Benedetto, passa per caso davanti a quel palazzo che gli rammenta la catastrofe dell'ultimo rampollo della sua famiglia, abbassa la testa, accasciato:

— Se vedete una grande rovina — suol ripetere con la sua profonda amarezza di cenobita — dite pure, senza timore d'ingannarvi, che una donna è passata per là![1]

[1] Vedi la Nota in fine del volume.

Milano, 15 febbraio 1879.

CONVALESCENZA

Come udì il lieve scricchiolìo dell'uscio, Eugenio si voltò.

— Buon giorno — gli disse la pallida testina di donna ch'erasi affacciata tra i battenti semiaperti.

— Di già levata! — egli rispose freddamente.

La signora Viotti entrò, facendo un solo passo, con un soave sorriso su le labbra e negli occhi; e scrollava la testa per confermarlo nella sua sorpresa, non senza una lieve aria di rimprovero nel vedere ch'egli non le si precipitava incontro ad abbracciarla e a sorreggerla.

Eugenio, infatti, era visibilmente contrariato dall'inattesa apparizione di quella pietosa figura di convalescente dal viso scarno, da le occhiaie livide e infossate, da la persona esile ed alta, tutta ravviluppata nella mantiglia di raso nero foderata di martora.

— Ma, il dottore..... — egli disse, alzandosi dalla poltrona e gettando via il libro sul tavolino.

Ella scosse una spalla:

— Il dottore è uno sciocco.

Prèsala per tutt'e due le mani ch'essa gli porgeva, Eugenio, un po' accigliato, la condusse lentamente presso la finestra:

— Potevi aspettare qualche altro giorno.

La signora Viotti, senza punto badare al tono severo di quella voce, gli s'era slanciata al collo e lo baciava e ribaciava:

— Oh, come ti voglio bene! Come ti voglio bene!

Non sapeva frenarsi, e resisteva ai moti impaziente di lui che cercava di svicolarsene.

— Via, non fare il cattivo! — ella disse, scoccandogli un ultimo bacio, in distanza, nell'abbandonarsi, spossata da quello sforzo, su la poltrona.

E, rovesciata indietro la testa, con gli occhi socchiusi, mormorava a fior di labbra:

— Sono felice: non voglio più morire!... Siedi qui; non fare il cattivo!

Era stato un gran colpo di pazzia. Se ne accorsero quasi subito, dopo quattro o cinque mesi della loro vita di amanti; ma si accorsero pure di non trovarsi in pari condizioni, pur troppo! Mentre Eugenio, passato il primo bollore della passione, si distaccava da lei mezzo annoiato, mezzo sazio, naturalmente, senza che la riflessione vi concorresse per nulla; la signora Viotti — che aveva abbandonato un marito da cui si sapeva adorata e che aveva adorato anch'essa fino a sei mesi addietro, essendosi sposati per amore — la signora Viotti, all'opposto, sentiva legarsi ad Eugenio sempre più strettamente, di giorno in giorno, da uno di quei ciechi attaccamenti, per resistere ai quali non c'è ragione che valga.

Da Treviglio, dove Eugenio si trovava in villeggiatura, nella villa Savini, invitato da un amico, essi eran volati a nascondersi nell'immensità della capitale, in quell'elegante quartierino di Via Modena, al terzo piano; e durante il primo mese, ne uscivano soltanto la sera, a braccetto, per passeggiare pei quartieri nuovi quasi furtivamente, baciandosi lungo le vie solitarie, come se in casa, in tutta la giornata, ne fosse lor mancato il tempo! Non facevano altro, Dio mio! ma erano insaziabili.

Andando attorno, posatamente, parlandosi in un orecchio, stringendosi le mani, ella gli ripeteva spesso:

— Mi pare un sogno!

— Anche a me — rispondeva Eugenio.

Era proprio un sogno. Conosciutisi in una scampagnata, egli aveva appena avuto l'occasione di susurrarle qualche parola, così, per semplice galanteria, senza nessun'idea di far colpo, sapendo bene che quei due, marito e moglie, s'erano sposati per amore. Ma una sera, sul tardi, ritornando alla villa da una passeggiata faticosa, avvedutisi di esser rimasti molto indietro da tutta la compagnia, eran diventati a un tratto silenziosi, impacciati di trovarsi così soli tra i filari dei gelsi che costeggiavano la via, sotto quel cielo senza luna, nella penombra della sera che invadeva tacitamente la campagna al leggiero stormire delle fronde.

In che modo i loro sguardi s'erano incontrati? In che modo era spuntato su le labbra di tutti e due lo stesso sorriso pieno di stupore!.. E in un baleno, essa gli si era buttata tra le braccia, singhiozzante:

— Che gran male mi avete fatto!... Mi sento ammattire!

Eugenio, interdetto, turbato, rispose a stento:

— Ci chiamano... Non sente?

Ma nella nottata non potè chiuder occhio. Quella voce singhiozzante, piena di tanta passione, gli avea sconvolto il cuore e il cervello. Non credeva a se stesso:

— Amato fino a quel punto!

E due mesi dopo, nelle loro passeggiate serali per le vie della nuova Roma, essi ridevano ancora del terrore provato in camera di lei, nella Villa Savini presso Treviglio, una notte che suo marito avea dovuto correre a Milano per un affare urgentissimo.

Nel più bello, essi avevano inteso un piccolo rumore, secco secco.

— Han chiuso l'uscio della stanza di passaggio, di dentro! — ella balbettò, stringendogli un braccio, convulsa.

— Ah! Domani mattina saremo scoperti, tra le risa mal celate della servitù, e le ipocrite indignazioni delle altre villeggianti!... E mio marito! E mio marito!....

La signora Viotti si disperava, si torceva le mani, si strappava i capelli.

— Non può essere!... Zitta!... Vado a vedere.

E andato di là, a piedi scalzi, in mutande come si trovava, per accertarsene coi propri occhi, Eugenio era sùbito tornato addietro pallidissimo, mordendosi i baffi..... Un terribile quarto d'ora!

Smarrita, tremante da capo a piedi, vincendo ogni pudore, s'era levata anch'essa dal letto, e tutti e due presi per mano, barcollanti, erano andati insieme di là, dinanzi a quell'uscio fatale, per forzarlo, a ogni costo!.... E che infrenabile convulsione di risa, nel trovarlo ancora aperto com'egli, entrando, lo avea lasciato!

— Ero così agitato, per te, da traveder fino a quel punto!

— Ed io, te ne ricordi?..... Un sorso di acqua!..... Quasi svenuta sulla poltrona, tremavo e ridevo!.....

Così riandavano spesso i più piccoli fatti del loro breve passato; ella senza nessun rimpianto di quello che, fuggendo, avea lasciato dietro a sè: egli senza nessun pensiero dell'avvenire, come se la loro felicità di amanti avesse dovuto durare eternamente!

Quando la signora Viotti, avvertita dal suo fino istinto di donna, sorprese i primi sintomi del raffreddamento di lui, rimase stordita non altrimenti che da un colpo di martello su la testa. Non pianse, non gli disse nulla. E, messasi ad osservarlo, dissimulando la sua ambascia, ad ogni sintomo che le rendeva più evidente l'immensa sciagura, sentiva corrersi per tutto il corpo un veleno sottile sottile che le guastava il sangue, sordamente.

Da prima, Eugenio la vide deperire con un indefinibile sentimento d'inquietudine:

— Che cosa ti senti?

— Io? Nulla.

— Pure, mi sembra.....

— T'inganni.

Egli non insisteva. Sicuro del suo segreto, aspettava di poter scoprire qualcosa di simile nel cuore di lei:

— Allora lo scioglimento della crisi diventerebbe facilissimo: nè disperazioni, nè lagrime; una stretta di mano, una parola di compianto per la felicità volata via.... e festa! D'altronde, il marito di lei pronto a perdonarle e ad aprirle le braccia, aveva scritto ultimamente a un amico, perchè s'interponesse; e questi s'era presentato alla signora colla gravità di un diplomatico. Ella, oh, sì! — aveva avuto il torto di rispondere che non ammetteva perdoni nel caso suo! — Un'umile fierezza a sproposito!.... Ma, dopo quella risposta, non le aveva egli susurrato, abbracciandola: T'amo di più! Sei stata sublime?.... — E aveva mentito!