Part 2
— Non è niente!... Non spaventarti! Non è niente!
Egli si sforzava di rassicurarla, ma aveva nella voce uno sgomento maggiore di quello di lei.
— Siedi qui, riposati! Hai voluto lasciare troppo presto la camera.... Sarà un abbagliamento — chiudi gli occhi — prodotto dalla luce troppo viva.
Le accarezzava il viso bagnato di lacrime la baciava delicatamente su gli occhi; e intanto un fremito di sdegno o di ribellione gli infiammava il sangue contro la vigliacca crudeltà del Destino che si accaniva su quel povero corpo, su quella povera anima, su tanta fresca giovinezza, su tanto amore!
— Bisogna attendere: bisogna aver fede nella virtù medicatrice della Natura che ne sa più di noi — aveva detto il valente oculista consultato più volte.
A Pietro Borgagli sembrava che con l'oscurarsi delle pupille di Diana qualcosa si fosse oscurato anche dentro di lui. La voleva ogni giorno nel suo studio, seduta su la solita poltrona, come un misterioso genio tutelare, che taceva, e che però pareva tendesse l'orecchio per afferrar qualcosa di impercettibile per gli altri. Silenzio e atteggiamento che paralizzavano ogni sforzo di riprendere il romanzo interrotto o di scrivere qualcuna delle sue brevi novelle richieste con insistenza dai giornali e dalle rassegne per impegni trascurati da un pezzo.
Non sentendo il lieve stridere della penna su la carta, Diana domandava ansiosamente:
— Non lavori?... Non puoi lavorare?
— Sì, sì, lavoro. Stento un po', dopo tanto intervallo.
— Povero amor mio!... Io sono la tua cattiva influenza.
— Non dovresti dirlo neppure per ischerzo!
— Oh! lo dico sul serio. Chi sa che qualche volta anche tu non lo pensi?
— Diana! Diana!
Andava a inginocchiarsele davanti, prendendola per le mani, baciandogliele con lieve carezza, accostando il viso al viso di lei per osservare, desolatamente, quegli occhi limpidissimi da far credere che il non vederci più fosse una finzione, se si fosse potuto supporre tanta cattiveria in una dolce creatura di bontà come Diana.
— Vedi? Ti distraggo anche senza volerlo! Va', riprendi a lavorare.... Al romanzo? A una novella? Puoi dirmelo senza timore che io diventi gelosa dei fantasmi del tuo passato... Come sono stata stupida! Quanti dispiaceri ti ho dati! E il signore mi ha gastigato!... Sai? Però ora mi sembra di esserti più vicina, più intima... Mi esprimo male... Di volerti più bene, oh! assai più bene di prima. E mi pareva impossibile che ciò potesse accadere... Ma tu non sai che fartene dell'amore di questa povera cieca che impaccia la tua vita, che, soprattutto, t'impedisce di lavorare, di farti vivo con tanti tuoi ammiratori.... Lasciami.... dire....
Egli le turava la bocca! Non poteva sentirla parlare così, perchè l'apparente tranquillità della voce non riusciva ad ingannarlo intorno all'intimo significato di quelle parole di desolazione e di pianto segreto.
E le settimane passavano, e i mesi passavano nel torpido silenzio di quella solitudine dove Pietro Borgagli avea voluto rinchiudersi con colei che egli sentiva di amare sempre più, specialmente dopo i rapidi istanti — che poteva farci? — nei quali sentiva balenarsi in fondo al cuore un improvviso sentimento di rivolta contro il suo destino, un lampo di misero odio contro la innocente cagione di tutto questo.....
Ed erano i momenti nei quali Diana, stretta forte al cuore di lui, si sentiva pienamente compensata di ogni sua disgrazia; nei quali Pietro non sapeva in che modo scontare quell'involontario lampo d'odio che sembrava gli avesse lasciato qualcosa di attossicante nel sangue.
— Non lavori? Non puoi lavorare?
— Il romanzo procede bene. Più tardi ti leggerò gli ultimi due capitoli scritti.
— No, mi leggerai tutto a lavoro finito.
E il giorno dopo — e così ogni giorno — ella tornava cupamente a interrogare:
— Non lavori?... Non ti riesce come prima?
— Anzi!... Mi pare che il tuo alito qui...
— Non dire bugie!... Non sento stridere la penna... Ho buon orecchio, specialmente da che non ci vedo.
— Ho mutato penna. Perchè ti prendi il gusto di tormentarti senza ragione?
— Te tormento, non me!
— Cattiva! Cattiva! Cattiva! Bisogna che io punisca cotesta bocca calunniatrice!
Ed erano baci, ed erano abbracci deliranti, fino a che Diana vinta, spossata dalla commozione, non pregava:
— Basta, Pietro!... Basta!
Che pietà, ogni mattina dover condurre per mano nello studio, fino a una poltrona la bella creatura su le cui labbra appariva il caratteristico sorriso dei ciechi, e farla sedere, aggiustandole alle spalle e sotto i piedi i cuscini! Le si inginocchiava davanti, voleva che gli posasse le mani su la testa in atto di benedizione, e le augurava:
— Sogna, mentre io inseguo il sogno della mia opera d'arte!
Diana diveniva, di giorno in giorno, più chiusa, più impenetrabile, quantunque le rifiorisse sul viso una bellezza serena, gentile, una maravigliosa maturità di bellezza, che si rivelava pure in certe inflessioni della voce, in certe appassionate esitanze della parola, quasi ella avesse una pienezza di cose da dire e volesse assolutamente astenersene.
Questo formava la maggior tortura di Pietro Borgagli, gli produceva un senso di stanchezza, di acredine, di sordo terrore insieme. E pensando all'avvenire, egli levava gli occhi dai bianchi fogli che aveva davanti e che stentava a coprire di quella caratteristica scrittura, rivelatrice, una volta, dell'agile vivacità del suo pensiero di artista. E fissava a lungo la cara silenziosa, che si dondolava lievemente su la poltrona con le bianche mani aperte sui ginocchi, e gli occhi che non vedevano, eppur fissi lontano, nello spazio, quasi guardassero, intenti, una dolorosa visione.
Quella mattina, tutt'a un tratto, ella gli disse:
— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!
Gli parve ch'ella intendesse di dirgli: — Andiamo ad isolarci di più! — Per quanto vivessero segregati, ricevendo lui pochi amici, lei, e raramente, una o due signore, intimissime, che non potevano farle sentire l'offesa della compassione, pure qualcosa della vita esteriore penetrava fino a loro, anche coi confusi rumori della via dove ferveva fino a tardi la vita cittadina. Diana non potè accorgersi dell'oscuramento del viso, del gesto d'impazienza provocati dalle sue parole. Credè che suo marito, immerso nel lavoro, non avesse ben udito, e ripetè:
— Come dev'esser bella questa fine di aprile alla Roccetta!
— Se vuoi, vi andremo domani... domani l'altro... — egli rispose.
— Domani... Grazie!... Non ti dispiace?
— Perchè dovrebbe dispiacermi, se fa piacere a te?
— Grazie!... Domani!
La villetta, con l'intonaco azzurro sbiadito dal tempo e dalle pioggie, era stata fabbricata dall'avo di Pietro in cima a quella roccia che, da ponente, scendeva quasi a picco su la vallata sassosa, coperta più in là di erbe, di piante selvatiche, di alberi di ulivi.
Su la terrazza che permetteva di affacciarsi senza pericolo da quel lato, al ritorno del loro viaggio di nozze, i giovani sposi avevano passato serate deliziosissime, al lume di luna, in soavi colloqui, in più soavi silenzi, durante i quali i loro cuori si erano detti quel che le parole non avrebbero saputo mai dire!
E ogni volta che vi erano tornati, il maggior loro godimento era stato il rivivere le indimenticabili serate di allora — Ricordi? — E tu, ricordi? — quasi niente più potesse raggiungere le deliziose impressioni di quel passato.
Due sere dopo, attorno ad essi, su la terrazza alitava una frescura impregnata di selvaggi profumi campestri. Il sole stava per tramontare dietro la collina dirimpetto, tra una maravigliosa gloria di nuvole dagli orli d'oro, lanciando, diritti come frecce, nel cielo di tenue smeraldo, i suoi ultimi raggi; e Pietro, assorto in questo spettacolo che rapidamente vaniva sotto i suoi occhi, divinò, più che non vide, il gesto di angoscia con cui Diana si passava le mani sul viso, il crollo indietro della testa che rivelava la improvvisa risoluzione scoppiatale nell'animo; e, senza un grido, si slanciò ad afferrare l'esile corpo che, scavalcata la ringhiera, stava per precipitare nell'abisso della vallata a trovarvi la morte.
La misera resistette un po', si agitò, tentò di svincolarsi, ma le forti braccia di Pietro l'avevano già tirata dentro, su la terrazza, e singhiozzante, mezza svenuta, la portavano di peso in camera, deponendola sul letto.
Egli non osava di dirle una parola di rimprovero, quasi l'ingiusto ribollimento di acredine contro di lei, che gli amareggiava la bocca da due giorni, avesse contribuito a spingerla alla terribile risoluzione. Ed ora tremava di rimorso davanti a quel corpo disteso sul letto e che sussultava convulso; col terrore negli occhi di quel che sarebbe avvenuto, se egli non fosse arrivato in tempo per impedirgli di precipitare nel vuoto!
Diana alzò le braccia brancicando l'aria e chiamò con un fil di voce:
— Pietro! Pietro!
Sentendosi abbracciata e baciata impetuosamente, ella scoppiò in un pianto dirotto, di sfogo, di sollievo. E appena si fu calmata, Pietro, con dolce rimprovero, le disse su la bocca, come bacio:
— Perchè? Perchè?
— Per liberarti!
— Di che cosa?
— Di me, di me, che ti rendo infelice come uomo e come artista!
— T'inganni, Diana! La disgraziata sei tu che, forse, con un altr'uomo... Ho detto forse... Nessuno avrebbe potuto amarti come ti ho amato, come t'amo ancora, come sento di poter amarti sempre più!... Lo sai che, in certi momenti, ho avuto fin la stoltezza di rallegrarmi della tua cecità, geloso che i tuoi sguardi potessero, per caso, vedere qualcosa.... qualcosa da menomare, da rubarmi il tuo amore?
— Mi ripeti le belle cose che tu suoli scrivere.... Non mi illudi però.... Non è colpa mia, se ti ho fatto soffrire... Per questo... Oh, come sono stanca! Stanca in tutti i sensi, col sangue tutto sossopra, con improvvise nuove punture agli occhi...
— Riposa. Io ti veglierò a piè del letto...
— È già sera avanzata?
— Sono appena le sei e mezzo. Ma prima porgimi le tue mani, così, e giurami per la santa memoria di tua madre, che non tenterai mai più, mai più, in nessuna maniera... Ti figuri dunque che io potrei sopravviverti? Tanta poca stima hai di me?... Giurami!
— Te lo giuro!... Ma sarebbe stato meglio altrimenti!
— Come sei crudele, Diana!
Si era buttato, vestito, sul lettino accanto, per poter accorrere sùbito se Diana avesse avuto bisogno della sua assistenza. Non aveva chiuso occhio, agitatissimo. Alle altre sue preoccupazioni, si era aggiunta ora anche questa del possibile suicidio di Diana in un nuovo improvviso sconvolgimento della sua coscienza!
— Ah — pensava — si ha un bel voler essere forti, scettici contro le circostanze della vita! Arrivata a un punto, qualunque fibra più resistente vien tutt'a un tratto spezzata.
Nella sua prima giovinezza, egli cavava, anzi, dalle contrarietà, gran incitamento al lavoro. Aveva scritto molte delle cose più belle in momenti in cui un altro si sarebbe lasciato vincere da scoraggiamenti, da fiacchezze, da vili rinunzie.
Ora — e non poteva farne colpa ai suoi trentadue anni — non aveva saputo resistere come allora, quando era solo a lottare pel suo ideale d'arte. Si sentiva diminuito. Non amava più il lavoro; non trovava in esso le consolazioni, le sodisfazioni di una volta. La strana gelosia di Diana pel passato che le sembrava di veder rivivere in ogni pagina di lui, lo facevano stare in guardia, in sorveglianza che un accenno, una frase non dessero pretesti di turbamenti alla povera creatura innamorata. Si sentiva impacciata la immaginazione, diminuita ogni libertà di espressioni, di sentimento, di bollori, di passioni....
Era amato, è vero, come pochi potevano lusingarsi di essere stati amati; egli avea visto realizzare il suo gran sogno di bellezza e di amore non soltanto nell'Arte ma nella Vita; e colei che si agitava di tratto in tratto su quel lettino, e che, appunto per accesso di amore, poche ore addietro, avea tentato di morire, gli ispirava tale profonda tenerezza per la quale in quel momento non gli sembrava gran sacrifizio fin la rinunzia all'Arte.
— No, l'Arte non vale la vita! — ripeteva talvolta mentalmente.
Si sentì chiamare con voce così concitata da farlo balzare in piedi atterrito:
— Quella striscia di luce... Pietro!...
E prima che potesse rendersi conto a che cosa Diana accennasse, un grido acuto di gioia risuonava nella camera:
— Ti vedo!... Ti vedo! Pietro!... Pietro mio!
Quel che il valente oculista aveva dubbiosamente detto: — Bisogna aver fede nella virtù medicatrice della Natura — riceveva improvvisa conferma. La quasi identica violenta impressione che aveva prodotto la cefalalgia e poi la cecità, oprando ora in senso contrario, rendeva all'organo visivo la sua funzione non distrutta, ma impedita....
— Ti vedo! Ti vedo!...
Era un balbettamento; sillabe che pareva s'impigliassero tra i singhiozzi; singhiozzi che non riuscivano, tormentosamente, a sciogliersi in pianto; e mani che brancicavano quasi non fossero sicure della realtà che tornava a sorridere agli occhi...
Pietro, dapprima, aveva creduto a un improvviso sconvolgimento dell'intelligenza di sua moglie, all'estremo disastro tante volte temuto in quei tristissimi giorni, nei quali era stato condannato a passare le giornate nella buia camera dove ella soffriva gli strazi della cefalalgia... Appena però dovè convincersi del miracolo oprato dalla Natura, una gioia infantile lo sopraffece; poi un riso convulso, poi una commozione così profonda che somigliava allo stupore....
E siccome la viva luce che inondava la camera dalla finestra spalancata, abbagliava troppo la rediviva — non seppe meglio chiamarla in quel punto — egli si affrettò a socchiudere gli scuri.
La teneva tra le braccia, seduta sui ginocchi, quasi l'avesse ritrovata dopo lungo smarrimento, quasi avesse ancora paura di vedersela nuovamente portar via.
E, nel silenzio, essi sentivano i battiti anelanti dei loro cuori felici.
Per parecchi mesi s'immersero, con vivissimo entusiasmo, nella vita di società.
— Volete rifarvi del tempo perduto! — gli dicevano amiche, e amici che non si stancavano di festeggiarli.
— Hanno ancora tanta giovinezza davanti a loro! — rispose una volta la signora Marzani che non sospettava neppure dalla lontana il gran male prodotto da certe sue parole.
Sì, era vero; volevano rifarsi del tempo perduto, quantunque avessero tanta giovinezza davanti a loro. Troppi e troppi mesi erano rimasti in un isolamento che ora cercavano di scancellare dalla loro memoria, tanto era increscioso. Respiravano a pieni polmoni le salsedine delle stazioni balneari, viaggiando in incognito, perchè Pietro Borgagli odiava le interviste, i fotografi delle spiaggie, nè voleva che la gente guardasse come bestia rara lo scrittore che il caso della moglie, riferito dai giornali, aveva rimesso in vista, e del quale si annunziano prossimi volumi di romanzi, di novelle, e un dramma passionale.
Un giorno si era divertito a dir questo a un giovane ma importuno giornalista che lo aveva riconosciuto e additato ai bagnanti di Viareggio, costringendolo così a scappare di colà. Tutti i giornali avevano riportato la notizia, rallegrandosi del suo ritorno all'Arte e augurandogli nuovi gloriosi successi.
Gliene scrisse, lietissimo, il suo più caro amico, Leoni. Quella lettera, che arrivava da Londra, e dove ogni parola, ogni periodo parevano agitati da affettuosissima gioia li aveva raggiunti a Venezia, quando già si preparavano a tornare a casa del troppo prolungato pellegrinaggio, e produsse su tutte e due penosissima impressione. Non osarono comunicarsi, lusingandosi l'una e l'altro di essersi ingannati.
Diana aveva cominciato a notare che quella riposante tranquillità venuta dietro alle esaltazioni, alle concitazioni, ai tormenti, alla paura di risvegli del passato nel cuore del marito, alle momentanee sodisfazioni di scoprirsi illusa, al riprendere e rinnovarsi delle stesse esaltazioni, degli stessi tormenti, delle stesse paure, insieme con l'angoscia della sopravvenuta cecità, e col cupo orrore della tenebra dov'era sparito ogni sorriso di giovinezza; sì, aveva cominciato a notare che in quella riposante tranquillità c'era qualcosa di torpido, di insignificante, e che lei intanto vi si adagiava con vigliacca rassegnazione, quasi non avesse più altro da desiderare, da sperimentare, all'infuori delle giornaliere occupazioni casalinghe che in certe circostanze la prendevano forte, come non avrebbe mai creduto che potesse accaderle.
Da principio le era parso che ciò significasse stanchezza della vita di alberghi, di riunioni, di teatri, di concerti; vivo bisogno di riposo, di tregua almeno. Presto si accorse che era già, invece, un senso di esaurimento, un disinteressarsi di ogni idealità, un abbandonarsi alle minute cure esteriori della comoda vita che l'agiatezza le consentiva.
In quanto a suo marito, ormai, ella era assolutamente sicura di non aver niente da temere dal passato, niente dal presente e molto meno dall'avvenire.
Anche lui si sentiva evidentemente stanco, vinto da un torpore, che egli non avrebbe saputo dire se fisico o intellettuale. Per poco, in certi momenti, non credeva spenta o vicina a spegnersi ogni sua facoltà artistica; e non ne provava nessun rimpianto, come se questo fosse un fatto ordinario, nella natura delle cose. Gli pareva di averlo osservato precedentemente in altri, che intanto o non se n'erano accorti, o avevano voluto continuare per forza a produrre, dando misero spettacolo di decadenza.
Non aveva lavorato a bastanza? Ora poteva coscenziosamente riposarsi; ora poteva svagarsi leggendo i lavori degli altri, osservando la tempesta dalla spiaggia: la tempesta della critica, la tempesta del mutevole gusto del pubblico che si lasciava abbagliare dalle lustre dei ciarlatani dell'arte, e aveva quel che si meritava.
Leoni, tornato da Londra, era rimasto profondamente afflitto di ritrovarlo in questo stato d'animo. Non osava di credere ai suoi orecchi, sentendolo parlare, non con profonda ironia, non con desolante scetticismo, dell'Arte che ne aveva cinto di gloria il nome; e sarebbe stato indizio di un'evoluzione che poteva riuscire feconda, perchè l'ironia, lo scetticismo sono attività dello spirito capaci di rivelarsi in splendide creazioni.
C'era però nelle parole di Pietro Borgagli un'incredibile supina indifferenza.
— Ma è possibile? Tu mi fai strabiliare!
— Se è, vuol dire che è possibile — rispose Borgagli all'amico. — In certi momenti — in certi lucidi intervalli, forse tu pensi — me ne maraviglio anch'io. Sin dalla mia prima giovinezza ho lottato, ho fatto a pugni contro tutto e contro tutti che volevano porre ostacoli alla mia azione. Poi fu lotta diversa, inferiore, con le grandi difficoltà della forma, con le non meno grandi difficoltà dei soggetti che mi piaceva di affrontare. Vincevo perchè sentivo, fuori e dentro di me, qualcuno o qualcosa che voleva opprimermi, atterrarmi; e per ciò tutti i miei lavori, novelle, romanzi, polemiche, squillavano come trombe guerresche, avevano l'aria di correre all'assalto, anche quando erano soffuse di grande pietà, di sottile gentilezza, raggianti di poesia nella loro umile espressione di tristissima realtà....
— E non senti riaccendere, ricordando, le divine vampe dell'entusiasmo?
— Niente, caro Leoni! Non vedo più nessuno che mi si pari dinanzi per tagliarmi il passo; non vedo rizzarsi più davanti a me un qualche ostacolo che vorrebbe costringermi a tornare addietro. Forse ho sofferto troppo, ho fatto soffrire troppo; è anche lei nello stesso mio stato, e io la osservo, la studio con crescente orrore. Niente più vibra in lei... Ah, la sua divina gelosia! Ah, quelle convulsioni del suo organismo che produssero la cecità, che le riaccesero di nuovo, come sublime rivincita, la vista!.... Niente! Niente! A te posso dirlo: Ho passate intere giornate a rileggermi.... Ho visto ripassarmi davanti tutte le creature da me messe al mondo: ho provato — e ne sentivo rossore — un senso di ammirazione per colui che aveva lasciato così potente impronta su quelle pagine che a stento mi sembravano mie.... Niente! Niente! Che vuol dire questo?.... Guarda; ti si è spenta la sigaretta... No, non bisogna riaccendere una sigaretta spenta. Eccone un'altra: ne accendo una anch'io, e non ritorniamo su questo stupido soggetto. Ormai!... Ormai!
— Protesto!... Mi ribello! — esclamò Leoni. — Senti: tu hai scritto un mirabile libro: _Il Gran Sogno_. Devi — devi, intendi? — scriverne un altro che sarà, ne sono certo, il tuo capolavoro: _Tormenta_ (ti regalo il bel titolo) questa tua storia che — tu ancora non te ne accorgi — ti freme, ti ribolle dentro...
— Forse!... Forse!... Amico, fratello mio! Forse! — mormorò Borgagli.
Ma _Tormenta_ non è comparsa finora!
STORIA FOSCA
— Tu menti! — urlò il barone.
Era pallido come un morto, tremava tutto e fulminava cogli occhi il vecchio servitore che gli stava davanti, pallido anche lui, a testa bassa, col viso pieno di lagrime.
— Eccellenza!
E il vecchio giungeva le mani, in atto di preghiera.
Ma il barone si era slanciato su le pistole posate sopra il tavolino:
— Confessa che hai mentito! Confessa che hai mentito!
Soffocava, dalla rabbia.
Il vecchio portò le mani al viso, senza indietreggiare, senza difendersi:
— Ho detto la santa verità! Abbiamo un'anima sola; non voglio dannarmi!
Allora il barone sentì cascarsi le braccia; e guardava attorno, smarrito. Non credeva ancora alle sue orecchie!
La camera era inondata di luce. Per le aperte invetriate un sorriso di verde, un profumo di primavera irrompevano follemente dal giardino della villa. Il cinguettìo dei passeri sul letto e tra gli alberi, lo schiamazzo delle galline e dei tacchini nella corte, l'allegro abbaiare dei cani echeggiavano per la vôlta come un coro di festa, un'irrisione in quel punto.
Il barone avea rimesso le pistole sul tavolino, macchinalmente, barcollando, e si passava le mani su la fronte bagnata di sudore ghiaccio.
Gli pareva di ammattire; provava un dolore di morte; il cuore gli si schiantava! Ma... aveva proprio veduto, coi suoi occhi?
— Sì, eccellenza, con questi occhi!
— Coi tuoi occhi?
Giuseppe con una mano sul petto spingeva le pupille in alto:
— Giuro al cospetto di Dio!
— È orribile!
Il barone si torceva le dita, passava la lingua, su le labbra inaridite a un tratto e guardava per terra di qua e di là, senza sapere quello che facesse. Non aveva più forza di parlare; e interrogava insistente, con lo sguardo, il servitore che esitava.
— Sì, sì, ogni volta che il signor barone era andato in Palermo o era rimasto a dormire in villa al tempo della vendemmia e del raccolto delle ulive. Non si era risolto a parlare per paura di non esser creduto... Ah, lo aveva ben detto lui che la baronessa era troppo giovane pel signor barone!
Il barone piangeva come un fanciullo, con le gomita appoggiate a un mobile, e la testa fra le mani:
— Era orribile! Era orribile! Imbecille! Dovea prevederlo! La colpa era tutta sua, imbecillone! Ah, certo il diavolo gli aveva suggerito di rimaritarsi!
Il sangue gli montava a fiotti alla testa e gli sconvolgeva il cervello. Quei terribili progetti di vendetta che gli si abbozzavano nella mente, uno sopra l'altro, alla rinfusa, gli davano il capogiro. E dimenticava il vecchio Giuseppe singhiozzante in un canto.
— Grazie! — gli disse, facendo uno sforzo per ricomporsi e asciugandosi gli occhi.
— _Voscenza_ deve perdonarmi! Avevo rimorso di star zitto. Ed ora... che farà _voscenza_? Non si danni l'anima, non si danni l'anima! Lo mandi lontano...
— Mio figlio!... Mio figlio! — mormorava il barone, cacciandosi le mani tra i capelli.
* * *
Il barone Russo-Scaro era sui quarantanove anni quando avea sposato Cecilia di Pietranera appena di ventidue.
— Tu commetti una grande sciocchezza — gli disse suo zio l'abate di San Benedetto.
— Cecilia è la bontà in persona — avea risposto il barone.
— Sarà sempre una matrigna...