Il muto di Gallura

Part 4

Chapter 43,879 wordsPublic domain

Ma i parenti del Vasa non menarono vanto di questa vendetta per lungo tempo.

Verso gli ultimi di aprile, il vecchio padre del ferito vendicò suo figlio uccidendo Michele Tansu, e nascondendone il cadavere nella campagna di Aggius.[12]

Gli stessi nemici fecero correre in paese la voce della vendetta fatta, e si può immaginare quale impressione produsse negli aggesi la notizia ferale. Quella morte misteriosa e la sparizione del cadavere rendevano più luttuoso l’avvenimento. Le ire, le bestemmie i giuramenti di vendetta correvano di bocca in bocca. Gli uomini imprecavano i vivi, impugnando i loro fucili; le donne piangevano i loro morti, mandando al cielo grida strazianti.

Michele Tansu era fratello di Bastiano — il sordo-muto. Quando a costui fu comunicata la disgrazia che lo aveva colpito, poco mancò non diventasse pazzo. Colle narici dilatate, cogli occhi fuori dell’orbita fissò stupito l’incauto messaggero, quasi credendo scherzo la ferale notizia. Abituato ad esser deriso, tardò a prestar fede all’asserzione. Quando però un secondo, un terzo, tutti gli confermarono l’assassinio, mandò un cupo ruggito e prese la campagna.

Pareva un forsennato, quantunque tutti conoscessero Bastiano per un giovane di spiriti bollenti e facile all’ira, pure si era ben lontani dall’immaginazione che la morte del fratello potesse produrre in lui una così terribile impressione.

Tutta quella sera e il giorno seguente il muto corse la campagna. Andò di stazzo in stazzo, si spinse fino alla spiaggia, e visitò le cussorgie della Trinità e di Vignola, chiedendo sempre di Michele. Dopo aver cercato il suo fratello vivo, quell’infelice cominciò la ricerca del fratello morto: — visitò tutti gli antri e le gole; osservò attentamente ogni crepaccio di granito ed ogni macchia di lentischio, e si diede persino a graffiare con le unghie la terra, quando gli pareva smossa di recente.

Le sue indagini furono vane.

Spossato, stanco, fuori di senno, sedette su un’altura, e si diede a contemplare tutta la grande distesa della campagna sottostante. Volgeva intorno le pupille stralunate, chiedendo agli uomini il suo Michele, dilatava le nari, quasi volesse fiutare il sangue dell’assassinato; stringeva i pugni e li mostrava al cielo, quasi imprecando ad esso perchè gli negava il conforto di abbracciare un cadavere.

Il sole era sceso dietro ai monti dell’Asinara — le tenebre erano calate sulla natura; ma il muto non volle abbandonare il suo posto.

L’assassinio del fratello aveva destato nell’animo del muto tutti i peggiori istinti e insieme con essi un prepotente bisogno di sfogare il cruccio che covava nel cuore. La sua strada era stata tracciata dal destino, nè titubò un istante ad ubbidire alla voce insistente e misteriosa che dal fondo della sua coscienza lo eccitava al delitto.

Tornò a casa preoccupato, pensoso, ma calmo in apparenza. Non confortò i più stretti parenti che si disperavano — non badò agli amici che lo compiangevano, o fingevano compiangerlo per maggiormente irritarlo.

Pietro Vasa, sopra tutti prese a consolarlo in un modo singolare: più che condoglianze per la sciagura accaduta, pareva desiderio di fomentare l’odio in quell’uomo, facile ad accendersi.

Quel giorno il muto afferrò per la prima volta un fucile, e giurò di mai più riporre il piede nel suo paese. Gli uomini non l’avevano compreso — ed egli studiò il modo di farsi comprendere; la natura gli aveva chiuso la bocca — ed egli pensò di far parlare la bocca del suo fucile. Le sue smanie, le sue preghiere, la sua disperazione non potevano ridonare la vita al suo Michele; ma che perciò? Se non era in suo potere dar la vita ai morti, ben sapeva che avrebbe potuto dar la morte ai vivi.

Il giovane sordo-muto fin’allora trastullo dei suoi compagni, si innalzava terribile sopra gli uomini. Il sangue di suo fratello gli gridava vendetta; ma egli giurò di spargerne tanto — fino a placare l’ombra dell’estinto.

VI.

Una partita sleale

Era una splendida mattina — la mattina del 15 agosto 1850, giorno sacro dell’Assunzione, una delle feste più solenni della cristianità.

I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si errava qui e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della Vergine Assunta e del Rosario.

Dal campo del Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo, guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era Michele, il figlio di Antonio Mamia — il fratello di Mariangiola.

Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.

Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e di canti.

Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla poesia nel cuore e sulle labbra.

Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.

La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi; e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.

Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della Gallura — il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.

. . . . . . . . . . . . . . . Lu campu no si ’esti Di gala più, nè d’allegri culori: In abiti funesti Mi si mustra la rosa e l’alti fiori; L’albureddi frunduti Tutti pal me di luttu so’ vistuti.

Il paziente cavallo, colla testa bassa e con passo stanco seguiva lentamente il giovine conduttore, il quale interrompeva tratto tratto la sua canzone per sollecitarlo a camminare.

Il fanciullo era già arrivato a mezza strada, e misurava coll’occhio la distanza che lo divideva dal suo paese.

Giunto ad una svolta, mentre cantava i versi:

E di la primaera È vinuta pal me l’ultima sera.

si udì uno sparo di fucile.

La canzone spirò sulle labbra di Michele, il quale si fece pallido. Non ebbe neppure il tempo di guardare donde venisse il colpo: cadde prima sulle ginocchia, poi stramazzò supino, e chiuse gli occhi per sempre.

Il cavallo, con la testa bassa, continuò la sua strada inciampando ad ogni passo nella lunga corda che si tirava dietro.

*

Verso le due dopo mezzogiorno, la moglie e la figlia di Mamia erano sedute al telaio, nella loro casetta d’Aggius. La vecchia consolava la Mariangiola che non poteva darsi pace dell’abbandono di Pietro.

Ad un tratto s’intese come un mormorio confuso che man mano andava crescendo; come il tumulto di una folla che irrompesse nelle vie del paese.

Madre e figlia si fecero paurosamente alla porta; e un orribile spettacolo si offerse ai loro occhi.

Una folla piangente attorniava e seguiva due pastori, i quali portavano una specie di barella improvvisata con frasche d’elci e di lentischi. Su quella barella avevano adagiato il cadavere di Michele.

Furon grida, spasimi, lamenti che straziavano l’anima, e che la penna rifiuta di descrivere. I parenti, gli amici, le comari, le donne del vicinato, tutti aggiungevano i loro pianti al pianto d’una madre e d’una sorella che si strappavano i capelli, pazze dal dolore.

Fu subito chiamato Antonio Mamia, che trovavasi in campagna....

Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero — quello della vendetta.

Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo figliuolo, che pareva dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.

A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni con un linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (_attititu_) che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della famiglia.[13]

«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di gelsomino; — e per tanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura!

«I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; — e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!

«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso, carezzato dai venti ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu vigliaccheria!

«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si nascondevano dietro alle siepi per vederti passare e si mormoravano all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; nè più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!

«Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e scintillavano come il granito delle nostre montagne; — avevi i capelli biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas — e le guancie rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di Calangiunus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello — ed è perciò che gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!

«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino![14]

«Tu dormi — ma il tuo sonno è di morte. Nè raggio di sole, nè profumo d’aprile, nè bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.

«A te dunque la tomba, o Michele, a tua madre le smanie della disperazione; ed ai parenti il grido della vendetta. A noi soltanto, sconsolate figlie della Gallura, le tristi note del dolore!

«Piangi anche tu Mariangiola! — piangi con noi, o giovinetta tradita ai piedi dell’ara! Strappa dalla pura fronte la corona di sposa, e spargine i fiori sull’altare insanguinato, dove t’hanno ucciso il fratello! Va, ti rinserra nella stanza nuziale, non consacrata dal bacio d’amore; cingi la fronte con un serto di spine, e impreca ai Vasa ch’han deluso i tuoi voti!

«Oggi è un giorno di lutto. Venite, venite o vergini della campagna, ad intonar meco la canzone del pianto! Non vedete voi che il vento della sera reca in giro i pètali del fiore! Piangete dunque, o vergini sconsolate, poichè quest’anno i nostri mandorli non porteranno frutti!

«O fiorita ginestra dei campi d’Aggius, noi ti mandiamo l’ultimo saluto, giacchè forza umana non potrà ravvivare il tuo stelo reciso. Chi non darebbe la metà del suo sangue per rivederti in mezzo a noi? Nessuna vergine di Vignola negherebbe di posare le sue labbra ardenti sulla tua bocca di gelo, se un bacio d’amore potesse ridonarti alla vita! Ma il bacio di fanciulla innamorata non può destare alcun fremito vitale sulle membra irrigidite dalla morte!

«Piangiamo insieme, vergine di Gallura: — il nostro fiore è caduto! — »

Antonio Mamia sempre cupo e meditabondo, senza preoccuparsi delle nenie della fanciulla, si era piantato dinanzi al tavolo funebre, dove era disteso il cadavere, coi piedi rivolti alla porta d’uscita.[15]

Stette alcuni minuti con gli occhi fissi sul figlio; poi con voce calma, ma improntata di amaro sarcasmo, pronunciò lentamente le seguenti parole:

— Povero fanciullo! Han fatto una bella prova, togliendoti dal mondo! Per fermo al tuo assassino sarà tremata la mano nel prenderti di mira! Guai se non ti avesse colpito, mio povero figliuolo! — Può andar superbo il mio nemico del colpo fatto; e avrà ragione di vantarsene coi valorosi campioni della famiglia Vasa.

La madre dell’ucciso, intontita dal dolore, era sorda ad ogni parola di conforto. Accoccolata in un angolo della stanza, non pronunciava che queste parole:

_Lu mè còri_[16]

La morte di Michele aveva commosso e indignato tutta la Gallura. Era un fatto nuovo a memoria d’uomo; perocchè nelle secolari inimicizie si erano sempre riguardati come sacri i fanciulli e le donne; anzi il macchiarsi del loro sangue costituiva nelle vecchie tradizioni tal viltà, che non veniva mai perdonata.

Non solo si erano fin’allora rispettate le deboli creature, ma in ogni tempo era stata scrupolosa consuetudine differire la vendetta, sempre quando un nemico avesse incontrato l’avversario (a piedi o a cavallo) in compagnia di una donna o di un fanciullo. — A questo proposito mi piace far menzione di un’inimicizia sorta appunto in Gallura, per aver violato la generosa consuetudine. Nel 1775, non solo non si rispettò il nemico che trovavasi in compagnia di una donna — ma insieme a lui si uccise la nuora incinta (la pastorella Teodora) che sedeva in groppa dello stesso cavallo. E bastò questa viltà perchè fra due fazioni si accendesse una guerra sanguinosa.

La sera del 16 agosto la salma di Michele fu portata a seppellire nel piccolo cimitero di Aggius. Una folla di congiunti e di amici andò dietro al feretro facendo gran piagnisteo, come vuole l’usanza di quasi tutti i paesi della Gallura.

Il vecchio Mamia seguì cogli occhi il funebre corteo; soffrì torture atroci, ma ebbe la forza d’animo di non mandare un lamento, nè di versare una lacrima.

Mi si disse in Aggius, che due giorni dopo la morte del fanciullo, fu veduto il Mamia seduto sulla soglia della propria casa, fumare la sua pipa tranquillo in viso. Quella calma fece paura a molti! Era indizio certo, che quel vecchio meditava un sinistro pensiero.

*

Dall’altura del monte della Crocetta un uomo incappucciato guardava il corico funebre che s’incamminava al cimitero.

Quell’uomo era Bastiano Tansu — il sordo-muto. Era mestissimo, e commosso; poichè mentre reggeva con una mano la testa, coll’altra tergeva le lacrime che scorrevano abbondanti sulle sue guancie.

Era pietà vera? — era rimorso? Non so dirlo.

La voce pubblica aveva accusato Pietro Vasa come autore della morte di Michele; ma chi poteva asserirlo? Il vero feritore s’ignora quasi sempre in queste guerre fratricide; tutti i membri di una famiglia sono solidali nell’esecuzione della vendetta; poco monta conoscere la mano che ferisce; si sa che la mente è una sola, — e basta! — La morte di un nemico è sempre ascrìtta ad una fazione, non mai ad un individuo.

Il muto scese dal monte della Crocetta quando le ombre scesero sopra il villaggio. Egli s’internò nella campagna, poichè si era volontariamente proscrìtto dal paese natio, per sfuggire alla giustizia degli uomini:

Quella di Dio non la temeva.

VII.

La rivincita

Non eran trascorsi che cinque giorni dalla morte del povero Michele.

Nel cuore della notte quattro individui appartenenti alla fazione del Mamia erano raccolti in uno stazzo escogitando una pronta ed adeguata vendetta. Anche nel consumare un delitto si vuol mettere lo scrupolo e la delicatezza!

Si sceglieva la vittima sulla quale doveva pesare il loro cieco furore; e la questione era un po’ complicata, trattandosi d’un fatto singolare.

Per una legge barbara, convalidata in Gallura da un’antica consuetudine, alla morte violenta d’un fanciullo non potevasi opporre che la morte d’altro fanciullo, o di una donna. In altro modo non si potevano equilibrare le partite. Dente per dente, infamia per infamia, vigliaccheria per vigliaccheria: così era scritto nel codice gallurese, sanzionato da un odio implacabile.

Uno degli astanti pronunciò un nome, e tutti applaudirono alla felice idea, lodando chi l’aveva manifestata. I Vasa avevano ferito il Mamia nel più santo de’ suoi affetti — nell’amor di padre; orbene, i Mamia dovevano ferire il Vasa nel suo affetto più santo — nell’amore di figlio. Fra i due capi fazione doveva essere uguale lo strazio dell’anima; Antonio Mamia si era strappata la barba dinanzi al cadavere del suo giovane figlio — e Pietro Vasa doveva trascinarsi cieco d’ira dinanzi al cadavere della vecchia madre. Un rimorso doveva rodergli il cuore — quello di aver dato la morte a colei cui doveva la vita!

Il giorno dopo, verso sera, con passo tardo e vacillante, la madre di Vasa usciva al solito dal suo stazio della Trinità per recarsi alla vicina fonte. Portava sulla testa il tinello con l’_uppu_,[17] e nella mano destra il rosario. La vecchierella pregava; pregava sempre per il suo figliuolo, esposto agli agguati del nemico, — pregava per i suoi parenti e per i tanti padri di famiglia che minacciavano divorarsi l’un l’altro.

A mezza strada una palla di piombo la colpì nel petto, e cadde.

Fu trovata colà, agonizzante, con una mano sul cuore, e col rosario nell’altra. Pareva sorridesse alla morte.

Come tigre ferita Pietro Vasa accorse all’annunzio ferale; si chinò disperato sul corpo della madre; la scosse, la strinse al petto, la chiamò, la baciò, ma inutilmente. La vecchia aveva gli occhi socchiusi e le mani irrigidite dalla morte; respirava ancora, ma non riconobbe suo figlio.

L’amore che portava Pietro alla vecchia madre era un culto, una religione, un delirio. Anche oggidì si parla in Gallura della singolare impressione che ricevette il Vasa quando apprese l’orribile notizia. Non seppe mai darsene pace, e, finchè visse, bastò il semplice ricordo di quella barbara fine per renderlo crudele ed inumano con chicchessia.

— Vigliaccherie! gridò il Vasa. — Uccidere una donna, una vecchia cadente! A che dunque è ridotta la nostra Gallura? Miserabile razza dei Mamia! Il tuo valore non consiste che in simili imprese; ma ben altro è il nostro! Voi non siete buoni che a far posare cannocchie — noi però faremo posare fucili.[18] Vigliacchi, vigliacchi, vigliacchi!

Così esclamava Pietro, acciecato dal furore: e gli facevano coro i componenti la sua fazione; ma tutti dimenticavano che la prima vigliaccheria l’avevano commessa i loro, assassinando un povero fanciullo quattordicenne. L’uomo però non è che un egoista e nel misurare l’oltraggio ricevuto, dimentica facilmente quello che egli ha recato ad altri.

Inginocchiato vicino al cadavere della madre di Vasa, e assorto in profondi pensieri, stava Bastiano il muto. Egli ripensava fremendo alla cerimonia dell’_abbraccio_, compiutasi un anno prima nello stazzo di Giunchiccia. Colà egli aveva veduto il giovine Michele posar la testa sulle ginocchia di quella vecchia. L’uno e l’altro erano scesi nella tomba, vittime innocenti di un odio infernale. Il muto si asciugò una lacrima — e fu la seconda che gli sgorgò dagli occhi dinanzi ad un cadavere!

Il giorno seguente la salma della madre di Pietro fu portata nel piccolo camposanto della Trinità di Agultu. Tutti gli amici e i parenti alzavano al cielo i loro lamenti, nè mancarono le comari che improvvisarono le solite nenie, dove si encomiavano le rare doti dell’estinta, deplorando il tristo avvenimento.

L’assassinio della vecchia fu imputato dalla voce pubblica ad uno dei Pileri che aveva in moglie la sorella di Pietro Vasa. Il supposto feritore fu arrestato e la sorella di Pietro proclamò l’innocenza di suo marito, giurando a tutti che in quel giorno egli trovavasi presso di lei. I fratelli le tennero il broncio e non le parlarono più; ma la povera donna sfidò l’odio ingiusto del Vasa, e protestò sempre energicamente contro l’arresto del suo innocente marito.

VIII.

La posta al cinghiale

Dal giorno dell’assassinio della madre di Pietro Vasa, non vi fu più tregua. Era un continuo succedersi di combattimenti sanguinosi e di uccisioni: una caccia di fiere che si davano uomini contro uomini.

Era un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade. Sul far del giorno, prima di recarsi in campagna, i figli abbracciavano i padri — le sorelle abbracciavano i fratelli, come se mai più si dovessero rivedere. Non erano sicuri di ritornare la sera in seno alla famiglia. E lungo la giornata erano ansie, spasimi, trepidazioni; preghiere a Dio ed ai santi. Un ritardo li spaventava; una fucilata li faceva trasalire.

Nè avevano torto di temere a tal segno. Si correva rischio di esser uccisi in campagna, in paese, e persino sulla soglia della propria casa. Zii, nipoti, cugini, congiunti di terzo e quarto grado, tutti cadevano da una parte e dall’altra, senza tregua.

Potrei ma non voglio più oltre far nomi; la penna si rifiuta ad enunciare il numero delle vittime cadute in quell’eccidio. Perchè il lettore possa farsi un’idea delle stragi che funestarono la campagna d’Aggius dal 1850 al 1856, mi basterà accennare, che il numero dei morti fra le due fazioni superò la cifra di _settanta_, e che nella statistica dei cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove.[19]

I due capi fazione, senza mai stancarsi, continuarono ad eccitare i congiunti e gli amici alla vendetta e alla strage. Ed erano ben singolari quei capi! L’uno vecchio, freddo stratega, che dirigeva l’esercito dalla sua tenda; — l’altro giovane ardente, che era generale e soldato ad un tempo.

Pietro Vasa, fin dal primo attacco, aveva preso la campagna per sfuggire alle insidie dei nemici e dei carabinieri. Egli contava, sopra un braccio forte — sul braccio di suo cugino Bastiano il muto.

Costui, non solo aspettava che Pietro gli designasse la vittima da colpire ma non risparmiava il nemico se gli capitava fra i piedi. Il suo occhio come il suo fucile non fallivano mai! Quando stabiliva di disfarsi di qualcuno, i suoi occhi mandavano lampi, i suoi muscoli si contraevano e persino la sua lingua paralizzata sapeva trovare una parola; _lu tumbu!_ — parola che nel suo linguaggio di fiera significava: lo uccido!

Il muto era strumento del Vasa — e questi sapeva valersene perchè possedeva il segreto d’insinuarsi nell’animo di quel disgraziato che somigliava più ad una belva che ad un uomo.

Eppure — strano invero! mentre tutta la Gallura designava il muto come il più inesorabile dei sicari, nessuno avrebbe saputo nominare le vittime da lui immolate. Vi ha chi afferma, che Bastiano non odiasse e non perseguitasse che i soli uccisori del fratello. Quanti omicidi imputati ai Vasa, ai Pileri e ai Mamia furono invece commessi dal muto! E quanti delitti, al muto imputati, furono forse consumati da assassini che seppero nascondersi nell’ombra e nel silenzio!

*

Il vecchio Mamia era rimasto fin’allora incolume. Esperto generale, aveva saputo deludere gli agguati del nemico, e si guardava bene dall’esporre la sua vita. Dalla sua casetta d’Aggius, o dai suoi stazzi, sapeva dirigere i feroci scontri; che a lui dava il nome di giusta vendetta. Nessuno sapeva come e quando il Mamia uscisse di casa per visitare le sue campagne e i suoi stazzi; nè quando e come rientrasse nel suo covo.

Nel giorno di S. Giovanni il vecchio voleva recarsi alla campagna di Pietro Carlotto, situata a poca distanza da Tempio. Diversi amici lo avevano più volte avvertito di non fidarsi, perchè gli avversari potevano preparargli un brutto tiro. Il Mamia disprezzò i saggi consigli; continuò a fidare nella sua sagacia, e rispose agli amici ch’era troppo sicuro di sè.

La mattina del 24 giugno 1855 — giorno di San Giovanni — Antonio Mamia non mancò di recarsi alla solita campagna. Invano i suoi amici tentarono di dissuaderlo; egli fu irremovibile, e vi andò. Pareva che il destino lo trascinasse per i capelli sul luogo del supplizio.