Part 8
Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo: uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono.
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Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e, riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello di prora e sull'alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore».
Ma ritornando poi all'albergo, e passando lungo le mura del detto tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W. L'Enin.
Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò.
Non c'era dubbio: l'autore, anonimo come un poeta dell'_epos_, voleva significare, Viva Lenin!
«Come è plastico questo popolo d'Italia! -- fu il primo pensiero di Beatus. -- Era stato lui, il popolo d'Italia, ad abbattere il Sacro Romano Impero dell'Austria, che pure aveva per emblema il santo segno dell'aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le mura dei più venerabili edifizi: _Viva Lenin!_ Il santo segno dell'Impero fu abbattuto; ed ecco appare: _Viva Lenin._ È forse questa la nemesi della storia?»
Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano conoscenza della sua storia....»
Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma poi gli parve che se il popolo d'Italia avesse consapevolezza della sua storia, non sarebbe più il popolo italiano.
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Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.
I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio dell'autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e ciò significava indelebilità. E v'era in quei caratteri alcun che di stravolto, e ciò significava terrore.
La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io paura?»
«Se ti fa piacere, sì!»
«Vile borghese -- pareva ancora domandare la scritta -- non sono bello io?»
«Se ti fa piacere, sì.»
«Sai tu che ti posso fare del male?»
«Tutto mi può fare del male.»
«Mi dispregi tu forse?»
«Tutt'altro! Anzi meritevole di grande considerazione.»
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Di chi era quel nome: Lenin?
Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice. Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.
Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla città solitaria e santa?
Eppure era arrivato!
Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni d'oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto tempo non navigava più.
Ora navigava la nave del re dei bolcevichi.
Qualcosa deve ben navigare!
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Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava: anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell'antica gentilezza.
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Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo irreale.
Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal cielo i balocchi su le moltitudini.
Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu trasvolerai? Perchè farò io il miele come l'ape stolta per dare squisite vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune: in comune anche il più grande balocco: la donna.»
Così dicevano le genti.
E il re dei bolcevichi operava un'amputazione nella vita. Solo i lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra.
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Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe, tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi operai materiali della vita!
«Signor re dei bolcevichi -- gridavano a lui -- tu lasci indietro tutti gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti dell'intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è necessario per l'intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori».
Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata l'anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo. Sono essi dio, giudice, legge.
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Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re dei bolcevichi.
Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per l'altrui piacere i balocchi della vita!
Pareva l'anno mille, che attese l'avvento del nuovo Messia.
Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po' tremavano.
Come attorno al ferro incandescente si vede l'aria soffrire per l'immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini vaporava il calore dell'odio e del desiderio.
Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si sarebbero levate col furore dell'odio alla conquista del paradiso terrestre, promesso dal nuovo Messia.
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Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo, e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero?
Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d'Oriente, fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava, prima, a bere l'oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava, e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l'oppio e lo toglie dal giardino. D'onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa, perchè vuole ritornare al paradiso.
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E Beatus guardò ancora il tempio, sull'alto del quale San Francesco tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore».
E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu, mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch'egli vietò ai frati suoi che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto, e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non Ricchezza.
Anch'egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle, il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini era il grande concerto, l'acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi sono staccati dall'universo e dal mistero.
Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore.
Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte.
Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi forti denti!
E l'ignorante, anche!
Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge null'altro che un'antica legge di animalità.
Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato all'uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di mente si ripetono ancora.
*
Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati. Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo: l'uomo sospingeva l'uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo.
Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l'oceano della vita, e il re dei bolcevichi li spense.
Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell'anima, l'anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta altrove che nelle fantasie dei poeti? L'issopo che fa bianco lo scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le pustole all'umano rospo, le conoscete voi?
Follìe, fole, fantasmi!
L'uomo sospinge l'uomo, e il moto è rapido come vertigine.
Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi appose un numero.
Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.
Follìa l'uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu mangiato il pane dell'anima? No! E per un po' più di miserabile astuzia che tu possiedi, per un po' più di vile solerzia, per un po' di vanagloria, per un po' di feroce acume che è in te, domandi tu il privilegio?
Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.
Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell'anima costituiscono un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l'Empireo? Non esiste l'Empireo.
Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce bianca che fa smarrire la via, che importa?
«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l'esercito del re dei bolcevichi.
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In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come abbaglianti per un misticismo terreno.
E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la donna.
Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta!
Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era distruggere la vita istessa.
Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole tremende: _peccatum! mortale peccatum!_ Che valse?
Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della madre. Che valse?
Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà superba.
Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna, strumento della voluttà.
E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo: «è lecito usarne, non è peccato».
Non è vero? È degno di essere vero.
E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri. Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura!
Il re dei bolcevichi aboliva così l'immane, l'inane fatica dei padri e delle madri.
Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero d'ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon nutrimento, al buon allevamento.
Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino all'assurdo, con giustizia sino all'ingiustizia. La civiltà, come la serpe, mordeva se stessa.
Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il pianto.
*
Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza la coscienza che distingue l'uomo dall'uomo, fosse la morte.
Forse le lacrime sono anch'esse necessarie.
E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del padre e della madre, gli parve come un non nascere.
Pareva a Beatus di vivere entro un'atmosfera lucida per immoto bagliore: non v'erano più tenebre. Ma l'aria era irrespirabile: mancava il senso sacro della vita. L'equilibrio era folle: mancavano gli elementi imponderabili che la scienza ignora.
A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri.
_Capitolo XXIII._ -- Il figlio dell'uomo.
Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse era nato.
Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè non sorgerà un'altra verità. L'umanità è come il serpente boa; fa un pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un'altra verità.
Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta tenere in casa, così facessero pure.
Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio oppure una femmina. Ed anche non credendo al _pithecanthropus erectus_ del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra l'uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l'uomo, anche meglio vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine.
«In me, per esempio, -- dicea Beatus, -- ora si vede benissimo. Eppure...! Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità incantevole del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un bellissimo inganno».
E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio, sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa! Ora l'usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le veci.
Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva letto nei poeti o nei libri per l'infanzia, che i bimbi danno lietezza alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il popolo credeva negli angioli.
«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba».
Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè la morte dei figli. Dicevano _orbatio_, quasi privazione di luce. E _orbi_ erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. _Orbatio!_ l'uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco!
«Ecco: se io non avessi studiato il latino -- continuava Beatus nel suo vaniloquio -- non avrei questo pensiero.
«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino».
Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono dall'uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti in comunità, abolisce quel dolore dell'_orbatio_.
Ma abolisce anche quella gaiezza.
«È sorprendente! -- esclamò Beatus -- Per fare il re dei vari bolcevichi, bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio di toccare nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi».
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Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così, Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica.
Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia, ma nemmeno troppo intelligente: con un'anima sì, ma non con troppa anima. Un'anima -- ecco -- senza interrogativi. Quel tanto che basta a mandare avanti l'esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto, trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta perchè.
Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè no, saper fare le torte come le suore?
Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente.
Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere dell'alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle Mille e una notte. La sola cosa un po' preoccupante era quel furore che prende i giovani, anche i più pacati, in sull'aprirsi della pubertà, per cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire che dimenticano padre, madre -- come dice Cristo -- per quel furore. E se stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c'è tempo da pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l'idea di allevarsi in casa la creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva.
Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto? Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così.
Antigone conduce Edipo.
Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più Edipo, nè darà più sepoltura al fratello.
Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco!
Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona, la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche volta, muore una parte dell'anima, e il vecchio si mette a ridere, e dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.»
Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre.
Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando ti ordinerò la bara, caro padre?»
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Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?» Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così.
Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un'altra leggenda che aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma per i vecchi non ha avuto pietà.
Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è lui o è la nuova umanità che vuole così?
Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque parte si volge il piede, la terra ingoia.
Se non c'è un sostegno dall'alto, fuori della terra, si rimane ingoiati!
_Capitolo XXIV._ -- Le mammelle.
Ma la signora Alice non rispondeva.
Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle nutrici.
E allora Beatus ritornò a casa.
Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava.
Era sera, era freddo e pensava al suo letto.
E invece trovò il suo letto ancora occupato.
Da prima non capì da chi, e perchè.
Attorno al letto c'erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la signora Alice.
Ma la signora Alice disse: -- Buona sera, signor Beatus. Non la aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l'angiolo.
Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio.
La bimbetta diceva: -- Poverello, muore.
Scolastica non disse nulla.
Allora Beatus s'accorse che nel suo letto c'era qualche cosa.
-- Lo vuol vedere? -- disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus che per la prima volta vide, inorridì.
-- Quel bimbo ha cento anni! -- esclamò Beatus.
Il figlio dell'uomo e della donna aveva l'aspetto triste dei vecchi: la palla dell'occhio era scavata profondamente entro l'orbita; la pelle era di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro.
-- È nato così? -- domandò.
-- Oh, -- disse la bimbetta -- era così carino quando è nato.
-- Che malattia ha?
-- Ha fame.
-- Voi -- disse Beatus a Scolastica -- gli dovevate dare il latte.
-- Sì, con queste.
E mostrò a Beatus l'orrore delle sue mammelle.
-- Eh, mica tutte le donne -- disse la signora Alice -- hanno il latte. Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no.
Scolastica fece un gesto di rabbia:
«Quell'uomo che non capisce mai niente!».
Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate lagrime.
-- Vi domando scusa -- disse Beatus. -- E allora perchè non lo avete mandato a balia?
-- Così abbiamo fatto -- rispose la signora Alice; -- ma la balia appunto lo ha rovinato.
-- Dovevate prendere una balia in casa.
-- E dove la trova lei la balia in casa? -- disse la signora Alice.
-- Oh, si trovano -- disse Beatus.
-- Le vada a trovar lei -- disse Scolastica.