Part 7
Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono d'oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe una piccola ripetizione sul _Credo_, quel gran viaggio che fece Cristo: scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.
Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti. Nella chiesetta non c'erano che i bimbi e le bimbe della prima comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.
Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di bianco, presso l'altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle altre tre file le bambine.
Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli uomini e lievemente disse:
-- Monsignore tarderà un po'. Se vogliono intanto visitare il coro.... C'è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.
E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.
-- Quel signore? -- disse la monaca. -- Quel signore era Beatus, che si era soffermato a guardare quell'albero che fu detto del Bene e del Male.
Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva anche sembrare un _boudoir_. Il soffitto simulava, con artificio di pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì, dietro, c'è un'alcova». Se ne erano mai accorte le monache?
La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a enormi fogliami d'oro.
-- Qui c'è tutta la vita e miracoli -- disse -- del nostro santo Gerolamo.
Tutti dissero: -- bello! -- ma non si soffermarono su l'uno più che su l'altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello che faceva lì il Santo, non interessava.
Ma interessò molto Beatus.
In un pannello c'era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.
Nell'altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c'era un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire: «Dai, dai! Che ti farà bene!»
La scritta latina dicea: _Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo prophanam litteraturam castigaret._
-- Ma quel signore! -- disse ancora la monaca. -- Presto, presto! È arrivato monsignore.
E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.
*
Ma monsignore nella chiesetta non c'era. C'erano i bimbi e le bimbe inginocchiate.
Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.
Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.
Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende nere erano così dense che appena si scopriva un po' del pallore del volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si ricomponevano sempre con leggiadrìa.
Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così: «Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell'albero antico?»
Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un lembo della tovaglia dell'altare, ora il velo ad una bimba, ora bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora passava di cero in cero.
Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate! La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme, rette da quell'infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.
Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la tenebra alla luce, perchè incolpi me?»
Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del giardino, aveva come ondeggiamenti d'azzurro.
Cristo cammina presso l'azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai fanciulli, addita i gigli delle convalli.
*
Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.
Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè il nome di un alto prelato.
L'uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche della persona, benchè la nuca -- che sola si vedeva -- apparisse cinta da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.
Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette. Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui salì, e queste parole furono udite: _Omnis qui vivit et credit in me, etiam si mortuus erit, non morietur._
La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a Beatus; e Beatus se ne voleva andare.
-- Pazienza, -- gli sussurrò la signora Alice, -- ora dice la messa.
Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava altra cerimonia.
Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò. Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.
Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo, là dal giardino si udirono note anche più dolci.
Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.
Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel volto: un volto mansueto e chiaro.
Levava l'ostia.
La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava sull'altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l'«Ave Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».
Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose, inverosimili: e parevano verosimili.
Poi il volto dell'uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui, Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto bimbi o femminette.
Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:
-- Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell'anima: senza il nutrimento, anche l'anima muore....
Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote, e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano le parole. Poi dal ciborio d'oro levava il pane dell'anima, le piccole ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell'operare, comunicava.
Le bimbe bianche accorrevano, _uti cervi sitientes_, come i cervi sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di girasole.
Le bimbe comunicate si staccavano dall'altare in silenzio, ad una ad una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.
Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.
Beatus era molto malcontento di sè. Il suo _spirito critico_ lo portava a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la suggestione di quell'apparato scenico, è ben facile....»
Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo _spirito critico_.»
D'altronde monsignore era già lontano.
Dopo, la signora Alice disse a Beatus:
*
-- Mo' ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè di piazza o al caffè del lago?
Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.
La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus stava zitto.
-- E diteci qualche cosa anche voi, benedett'uomo, a queste creature che mo' sono santarelle.
Ma Beatus nulla dicea.
*
Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di innestare se stesso negli uomini.
Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.
Anzi quella continua bestemmia di _ostia_ che gli uomini hanno su le labbra, riconduce a pensare che l'uomo non tollera i portenti.
*
Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.
Pareva un quadro della vita.
La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.
Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad affrontare le onde nere. Ma dopo un po', sono imbevute, capovolte, sommerse.
Le rive dell'oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi di morti come il guano su le rive del Cile.
Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia attraversare le grandi onde, arrivare di là.
E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «_l'è mato, tuti dixe che l'è mato._»
Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che la signora Alice gli disse: -- Voi che non avete nessun vizio -- che si veda! -- avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe, fàtelo ridere.
_Capitolo XXI._ -- O Hymen, Hymenaee!
Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel movimento dell'anima.
Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per vedere che cosa vi succedeva.
Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere dell'anima. Oh, Beatus! _tu ti involvi, non ti evolvi!_
Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già avea sentito di ossequio.
Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una latrina.
Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo.
Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta della spesa, disse:
-- Fate venire quell'uomo.
-- Quale uomo?
Scolastica, col volto deformato dall'ultima gravidanza, era più orrenda che mai.
-- Quello che vi ha ridotta così, -- e col dito le accennava il luogo del nascimento.
Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in una tal via.
*
Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell'uomo non c'era, anzi non c'era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone. Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:
Lunedì, San Crispino, Martedì, San Crespiniano.
In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.
-- O che vuol fare il calzolaio? -- domandò l'omaccione vedendo quell'omarino, che si affissava nel suo lavoro.
Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse, venisse da lui.
*
Un giorno colui venne. -- È qui -- disse Scolastica.
Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c'era Loreto, la gabbia dell'usignolo morto e Ruggero Bonghi.
Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere con piacere l'antica conoscenza.
Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così, sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».
Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell'idiota: teneva le due mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere, quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie: quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un'epitome delle generazioni e delle vite: l'uomo!
Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: _nel ventre tuo si raccese l'amore_, e le parole del poeta gli parvero grandi come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la voce del poeta.
Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento!
Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima».
Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che l'uomo si potesse definire anche così: _homo iners_, l'uomo inerte! Che bella definizione!
Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli _industri uomini_, come furono detti da Esiodo, l'_audace stirpe di Giapeto_, come li chiamò Orazio, l'_homo sapiens_ di Linneo, l'_uomo sociale_ di Dante, l'_uomo economico_; sì tutti begli uomini. Ma l'_uomo inerte_ è più bello! L'uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell'aia, come la serpe al sole.
Quando ha fame, quando ha sete, quando l'ardore del senso si desta; quando un urto, un colore, il rosso, l'oro, lo percuote, allora si desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce ancora, e torna inerte. Chi era l'uomo? lui che era vigile, o coloro che erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all'_Accademia dei Lincei_! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a quella distribuita dall'_Accademia dei Lincei_.
Beatus cominciava a gesticolare, ma quell'uomo che stava inerte, levò la mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca di Beatus, che volava, e disse:
-- Be', lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa?
Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare, e disse:
-- Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità.
Lo stupì lo sguardo di quell'uomo: egli non capiva quella parola _responsabilità_.
Era un idiota.
Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l'idiota era lui. _Responsabilità?_ Quale? Non esiste responsabilità.
Quell'uomo capiva benissimo.
-- Ecco -- disse Beatus --, io vi volevo semplicemente dir questo, mio caro, che voi riconoscerete che siete stato voi.
E indicò la donna.
Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo ragionamento.
Disse:
-- Io o un altro, è lo stesso.
-- Come, come? -- disse Beatus. -- Non direte mica che sono stato io!
-- Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un altro. Chi lo sa?
-- Ma siete stato voi...!
-- Sì, sarò stato anch'io -- disse lui con mansuetudine, -- ma è stata lei, quel giorno, a fare _pst pst_ alla finestra, e allora io sono venuto su.
Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto _pst pst_!
-- Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare _pst pst_. L'ha fatto a me, ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore?
Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene.
Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e faceva _pst pst_. -- Non si vedeva nemmeno come era brutto.
-- Ah, tu sei carina!
I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori dell'umanità: _campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!_
Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò tutti e due e disse:
-- Dividiamo il _pst pst_ a metà.
Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero gallo.
Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il nascimento! L'uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara quella vita che correva al suo nascere.
Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così in genere, come per l'usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere.
Oh, fulgore degli antichi riti! _O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!_
E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate:
«La forza dell'uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero, scuotono le chiome d'oro.» Canta, per la notte, il grande inno d'amore! Ma l'impeto d'amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida dal semiaperto piccolo labbro».
Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico l'estirpazione.
*
«Beatus -- disse il campanelluzzo a Beatus -- bada che allora si trattava di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi».
-- E adesso come si rimedia? -- domandò Beatus.
-- Faccia lei -- rispose l'uomo con indifferenza -- una cosa che vada bene.
Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea:
-- Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo putiferio non succedeva.
-- Be', be', be'! questo poi è un po' troppo -- disse Beatus.
E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone eccitato, abbaiò.
Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto limite. Proprio il signore non ne aveva colpa.
-- Va là! che non ne avevi bisogno della guardia.
Beatus ringraziò.
In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche ricattarlo d'accordo con Scolastica.
Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti!
Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso.
-- Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! -- e soffiò su la palma della mano.
Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è una gran consolazione.
-- Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha.
Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere all'osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c'è doganiere che ci possa far pagare il dazio.
Beatus disse:
-- Ma, io, mio caro, non son ricco.
Ma quell'idiota fece un risolino e disse:
-- Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.
In fondo l'idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente ricco: aveva mangiato l'ostia, aveva una responsabilità. Forse -- cosa tremenda -- poteva anche avere un'anima, e forse immortale! Certamente aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.
_Capitolo XXII._ -- Il re dei Bolcevichi.
Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà dichiarato dall'avvenire. All'autore di questo _Capitolo_ la cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l'azione del racconto) e come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la prole», ecc.
Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. -- Se non è oggi sarà domani -- aveva detto la signora Alice.
E Beatus disse alle donne: -- Allora vediamo di far presto.
Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: -- Fate tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario. Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.
E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.
Ma quando all'albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po' ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto?
«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.»
Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri.
Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala da pranzo dell'albergo non c'era che lui e un prete.