Part 6
Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta sconsolata; e battè palma a palma.
-- Ih, _signo'_, il gallinaccio non c'è' più! Biagino se l'è mangiato.
Disse Beatus:
-- Dovevi stare più attenta.
-- Più attenta, _signo'_, che mettere la carne nella pentola? Biagino se l'è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro!
-- Nel nostro linguaggio così infatti si dice -- disse Beatus.
Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico: appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale, col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla, scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus leggeva.
«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona».
«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino.
«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore sentimentale alle immagini!»
La bimbetta ritornò e disse:
-- Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio. Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo.
Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira calci! Ma in origine anch'essi tiravano calci; poi presero il nome di marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci.
Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice.
Scolastica tornò in casa.
Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno.
*
Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi.
Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo piano.
-- Perchè questo fetore? -- si domandò Beatus. Ma la risposta fu data dal marchese stesso che usciva in quel momento.
Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente.
-- Ma lei sta bene, -- disse il marchese non senza stupore. -- La portinaia....
-- Precorre la storia -- continuò Beatus; -- e avrà annunciato la mia morte.
-- Questo precisamente no, -- rispose il marchese, -- ma la marchesa mia moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma anche laggiù la malattia _fa stragge_! Guarda, dicevamo, questa casa è la sola che sia rimasta immune....
-- E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato.
-- Già! E allora la mia signora sparge per le scale l'acido fenico.
Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far sentire tutte le sue parole.
Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale?
-- Io la prego, -- disse Beatus, -- di presentare le mie scuse alla signora marchesa.
In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto il marchese, saettò come fulmine.
-- Ah, signor cavaliere! -- esclamò il marchese, -- quel gatto è un masnadiero!
E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po' anche lui, il proprietario di Biagino.
-- Io le racconterò un fatto che vale per tutti, -- continuò il marchese. -- La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di triglie, splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi un chilo di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un nostro ospite: il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del riposo domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di un piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c'erano più!
Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la mortificazione di essere non soltanto l'agente dell'epidemia spagnola, ma il proprietario di Biagino.
-- E veramente, -- proseguì il marchese, -- il nostro ospite, che è anche un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla il caso all'articolo 429: _va esente da pena, e perciò è lecito uccidere o altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri, ma sorpresi nel momento in cui recano danno._ Soltanto non abbiamo sorpreso; e poi per deferenza verso di lei....
Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è nel codice: _è lecito uccidere._ Ringraziò della deferenza, e rispose riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino.
-- Questa cosa mi fa molto piacere, -- rispose il marchese; e dovea essere questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese tosto commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le rughe del volto: -- Perdoni se in momenti come questi non le stringo la mano.
E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo riservato che parea camminar sopra le uova.
Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il feudo».
_Capitolo XVII._ -- La scimmia a spasso.
-- Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, -- disse a Beatus la donna del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina, era sorprendente: era più brutta di prima.
-- Adesso dimmi, -- le domandò Beatus: -- dove ti piacerebbe andare?
La bimba brillò di gioia e disse:
-- Prima il cinematografo, ma dove c'è la....
E la bimbetta fece un nome di donna.
Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell'arte novissima del silenzio.
Non fu creduta tanta ignoranza.
La bimba, con l'aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni necessarie.
Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori: ma i veri signori.
Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini; sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini.
Le signore sembrano statue; ma fumano.
Lei voleva indicare un _tea-room_ o un'_hall_ di grande albergo, che ce ne sono parecchi sul Corso.
Beatus la condusse nell'un luogo e nell'altro.
Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po' di peritanza.
I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano _i sette peccati capitali, superbia, invidia, lussuria_, ecc., e condurci una bambina....
-- Ci vanno tutti, -- disse la bimba.
È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza.
*
Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre Dive e Divi: l'Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre cose del genere.
Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano molti soldati inglesi, lustri lustri, e l'orchestrina intonò: _It's a long way to Tipperary_.
«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!»
*
Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma un'altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti _musei antropologici_ che usavano una volta, dove si vedevano le figure di cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e morte.
Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.
-- Fumano, fumano, -- diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».
Anche diceva: -- Questo usa: questo non usa più.
Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?
Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.
La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la bimbetta.
-- Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!
E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era partita l'umanità; e quella gente così splendente rappresentava la perfezione dell'arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla bimbetta:
-- Il più bello, qui, sono io.
-- Oh! -- esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus.
-- Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io.
La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo riguardo: _L'è mato, tuti i dixe che l'è mato._
O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la _toilette_ all'interno della fronte; essi all'esterno. O uomo fuori dell'umanità!
Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si domandò:
«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?»
-- Tutte -- dicea la bimbetta -- col fidanzato.
Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati, un'altra signorina con tre fidanzati!
Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta.
La voce di lei era di adorazione e di beatitudine.
Vicino al suo tavolo sedevano due di questi _fidanzati_ in compagnia di una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all'altro, all'altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è _piaciato_, signorina? Ti è _piaciato_ più io».
La signorina sorrideva con dolcezza.
Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non c'era che un'enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si soffermava per guardare fra i ricami delle tendine.
«Spezzate!» -- disse fra sè Beatus. -- Ma poi pensò: «non spezzeranno che per sostituirsi».
*
Dopo il cinematografo e il _tea-room_, Beatus prese una carrozza e condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c'era un giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti e i fidanzati del _tea-room_, ma ammirava.
Diceva:
-- Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini. La cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca all'altalena; le formichine portano in trionfo quell'altro animalino. Guardate, guardate, _signo'_.
La cetonia tentava invano di raddrizzarsi.
-- Ah! i dolci animalini!
«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce _mantis religiosa_ che sta lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c'è tanta seta da irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini applicano la chimica all'industria della loro guerra con più perfezione degli uomini?»
Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo suonò e disse:
«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini».
E perciò Beatus disse:
-- La provvidenza di Dio è grande.
-- Allora quello che dice il libro di _Giannettino_, che la mia signora mi fa leggere, -- disse la bimbetta un po' delusa su la gran sapienza di Beatus.
-- Bada che è un gran libro _Giannettino_.
*
Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente ad un tratto disse:
-- Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati.
Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo che quei due erano fidanzati!
-- Da per tutto, -- continuava la bimbetta, -- ci sono fidanzati. La sera, poi! Camminano un po' e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di casa, quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un uomo: quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A che fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del fiume, creda che è pieno... Ah, quando sarò più grande, e avrò anch'io il fidanzato!
_Capitolo XVIII._ -- Scolastica.
Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un giorno non seppe trattenersi, e le disse:
-- Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma in circonferenza.
Era nell'ottavo mese.
Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì.
Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea perchè.
Disse poi:
-- Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto?
-- Come ho fatto....
-- No, non è la descrizione che mi interessi -- rispose. Quello che interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si capirebbero. Ma esisteva lì il documento.
E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un suggesto che porta una procreazione.
Quale poeta avrebbe composto un epitalamio?
Domandò non senza trepidazione:
-- E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato? quell'uomo che ho trovato qui?
Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta.
Ma Scolastica rispose subito:
-- Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui.
Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso.
-- E lui cosa dice?
-- Niente. L'uomo quando si è sfogato, è pari con tutti.
Quale inverecondo linguaggio!
-- Voglio dire se riconosce....
-- Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito a niente. Allora mi ha detto di andare all'ospedale e dire che ho un tumore. Molte ragazze fanno così. C'è qualche medico giovane che ci crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c'era un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un _avioma!_» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C'era una levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io non le avevo.
Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse:
-- Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete rimanere.
Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità.
-- Lo so da per me -- rispose Scolastica.
*
La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.
Ma poi Beatus domandò: -- E che cosa farete?
Scolastica rispose con tranquillità: -- Mi butterò a fiume con questo qui. -- E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.
«Infelice! -- pensò Renatus. -- Lei si trova in tale condizione che se anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe _le physique du rôle_. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi rispondere?»
_Capitolo XIX._ -- La mitragliatrice e i gigli.
Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi.... L'orologio era la _clèpsidra_; la superiora era la _camerlenga_; una vecchia, color di cera, era la _sepolta viva_, e non sapeva nemmeno cosa era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.
«Le torte delle monache! -- diceva con ammirazione la signora Alice. -- Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».
Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.
La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte perchè sono di piombo fuso.
Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice, invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava benefici effetti. «Perchè -- diceva -- la Elena si va un po' smaliziando. Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà».
La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura.
Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori.
*
Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva nello studio una piccola sveglia.
Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente.
Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la macchina trebbiatrice del tempo!
Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si fermò.
Il tempo si fermò.
E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode il tempo, lo abbiamo creato noi».
Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un tarlo famelico, a rodere il tempo.
E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano.
Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano, lontano, nel cielo.
«Lassù c'è un uomo con una mitragliatrice».
Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva.
E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico, ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece dipinse Cristo con le pupille velate.
*
A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse:
-- Si può?
Erano le bimbette per la prima comunione.
E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole. Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche. Davano la sensazione di cose immateriali.
-- Attente, bimbe, attente -- disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi per vedere dove era il pericolo.
Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: _Morte!_
Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio.
La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po' il suo volto color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome pallide d'oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita di immobili gigli.
Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori dell'umanità. Poi guardavano il pappagallo verde.
-- Siamo pronte, _signo'_ -- disse la scimmietta.
-- E queste chi sono?
-- Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura, perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C'era poi la monaca che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso; ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine.
Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò:
-- È vero, bimbe, che volevate morire?
-- Allora sì, adesso no -- disse una, movendo appena le labbra.
-- Oh, brave bimbe! -- disse Beatus. -- Voi non volete lasciare la mamma....
-- Ma -- disse l'altra bimba --, avremmo veduto il babbo, che è in paradiso.
-- Hanno il babbo che è morto in guerra -- disse subito la scimmietta.
E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir per l'Italia.
Ah, la storia d'Italia è fatta dagli innocenti!
*
Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio il velo e la corona alle bimbe.
Con quel ventre si accostava alle due bimbe!
E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza:
-- Signo', anche Scolastica tiene il fidanzato.
-- Che ne sai tu?
-- Tiene la creatura nella pancia. Non vedete?
Ma entrò la signora Alice.
Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole.
-- _Cavalie'_, e voi che fate? -- disse la signora Alice. -- Voi credete sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a vestire.
-- Devo venire anch'io?
-- Ma come? L'avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la festa.
Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una _redingote_ nuova con risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga.
-- Ma come è bello quest'uomo! -- disse la signora Alice.
La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche.
-- E quella donna non viene? -- domandò Beatus quando furono sul limitare.
-- E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che tiene? -- Così rispose la signora Alice. -- E voi due, avanti. E tu, Elena, con me.
*
Pareva la signora Alice la gran madre Cibele.
_Capitolo XX._ -- Il pane dell'anima.