Il mondo è rotondo: romanzo

Part 5

Chapter 53,873 wordsPublic domain

«Non ne incolpare Biagino -- disse Ruggero Bonghi. -- Lui non è stato. Il gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne mangiai gli ossi.»

_Capitolo XIII._ -- Beatus allontana da sè Scolastica.

Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto vedere.

Il suo letto era stato abitato, ma non da lui.

Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato d'ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c'erano un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l'inverno; e l'altro di crine che tiene fresco, per l'estate. Aveva anche lenzuola di lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne possedere arche di pannilini. Nelle notti d'insonnia, poteva anche rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo.

Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s'accorse che il letto era stato contaminato.

Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: -- Scolastica, -- disse dolcemente -- quando crederete, e prendendo quel tempo che meglio vi pare, io dico che ve ne potete andare.

-- Ah, Maria Vergine, finalmente! -- esclamò Scolastica. -- Così sarò libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. _Mègio le bombe dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così mato. I lo dixe tuti che l'è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el spazzin, lo dixe tuti queli che vien._

Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio.

Chi avrebbe mai sospettato -- si chiedeva Beatus -- una cosa simile in Scolastica? Non per l'età che era di difficile determinazione, ma per la configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini di comparazione più adatti.

Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio Dio! Questa donna è un antidoto!

Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure!

Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: -- _L'è mato, i lo dixe tuti che l'è mato. Son stada in tante case; mai trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor cavalier che l'è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi incarichi._

Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna, possedendo un'idea sola, ha bisogno di insistervi sino all'esaurimento. Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie.

Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di _contatti verbali_, come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che veramente Beatus ci aveva dato un po' motivo nel passato tempo.

Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell'esplosivo che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe operazioni delicate».

Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito.

«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus.

Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che l'olio era finito, o che il rubinetto dell'acqua si era guastato.

Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non toccate le carte, i libri. Vi possono far male».

Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne risentiva alcun danno.

Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri, no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto».

Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva: «Sentite!»

Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus.

*

Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta, dava tristezza a Beatus.

«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che abbia una gran gobba».

*

Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella ormai sapeva tutte le sue necessità corporali.

Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al portatore. «Via, Beatus! -- disse con se stesso -- Scolastica è una donna onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va più oggi a denunziare un furto?»

Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere: «Sono forse la sua serva, io?».

Scolastica però non se ne era andata: c'era, non c'era, entrava, usciva, lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà.

Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente.

Doveva esservi un letterato alla porta.

Disse la voce:

«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro».

Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus sentì domandare: «C'è il cavaliere?»

Sentì rispondere:

«Di là, nel suo studio».

Il visitatore entrò.

-- Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo.

Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo titolo.

_Capitolo XIV._ -- I "fessi" d'Italia.

Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l'Imperatore di Germania ne avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la spada sul pavimento del mondo.

Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale genere letterario gli aveva procacciato un processo _per oltraggio al pudore_. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio.

Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l'acciaio. Si può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l'aiuola; sradica tutti i fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato _giardin dell'Impero_.

-- Non si incomodi, cavaliere, -- disse il bel giovane. -- È l'affare di una firma.

Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la dichiarazione di Beatus che colui era _indispensabile ed insostituibile_.

Si vide un _no_ disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le labbra dicessero: _no._

Il volto del giovane si deformò un po'.

-- No? E, perchè?

-- Perchè non è la verità.

-- O ce l'ha lei in tasca la verità? Allora ce l'ho anch'io. Vogliamo ragionare, cavaliere?

E si sedette.

-- Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale....

-- Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla cattedra». Ma badi che la distinzione l'ha fatta lei, non io.

Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo.

-- Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade....

-- Anche a me, -- rispose Beatus soavemente.

-- Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non importa un fico secco.

-- Anche, -- disse Beatus.

-- E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare? Lei si sbaglia, caro cavaliere.

-- Ma lei chi è? -- domandò Beatus.

-- Io?

E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. -- Io? Io sono io.

-- Cioè? -- domandò Beatus con dolce curiosità.

-- Io sono un artista.

-- Sono morti altri che come lei erano artisti.

-- Sarà. Ma per me sono _fessi_.

Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all'epigastrio.

-- Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei chiama _fessi_, penso che siano proprio i _fessi_ a tenere in piedi l'Italia.

-- Organizzatevi allora, -- disse il bel giovane, -- e formate il sindacato dei _fessi_.

-- Non si può, caro, -- disse Beatus sorridendo.

-- E perchè?

-- Appunto perchè siamo _fessi_.

-- Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma?

Beatus fece no, con la testa.

Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano:

-- I _fessi_ d'Italia, vivi e morti, non lo permettono.

-- Ma non dica sciocchezze!

E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto.

-- Senta, caro, -- disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, -- senza che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più robusto di me, mi prende, lì c'è la finestra. Lei mi butta giù; ma io non firmo.

Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè.

-- Per Dio, -- disse il giovane, -- le tira lei le parole.... Ma parli franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale.

-- Oh oh! -- fece Beatus levandosi ancora.

-- Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa un nome....

-- E io ho invidia! -- interruppe allora Beatus. -- Ah, io ho invidia di lei.... Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà un nome, e io, no! Ma sa lei.... Sa lei la pietà che provo quando passo per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell'atmosfera, stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale è il nome!

-- La pensi come vuole -- disse il giovane --; ma allora se non è per vendetta, mi salvi dalla trincea.

-- In questo momento, veda, -- disse Beatus, -- lei ha detto una ragione che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda, veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero. Lei ha adoperato adesso una metonimia, _mi salvi dalla trincea_, cioè la causa per l'effetto: _mi salvi dalla morte._ Così che lei è vile.

-- Se le fa piacere, sì.

-- Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa, mi fa piacere.

-- Non vorrà credere però che io me ne offenda.

-- Oh, lo credo.

-- La mia morale non è la sua morale.

-- Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi dica una cosa: lei ama molto la vita?

-- Se l'amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho tutti i miei sensi?

-- Lei vuol dire con questo, -- disse Beatus -- che io ho perduto i miei sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi dica: lei la gode la vita?

-- Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender la vita!...

E l'elegante sua mano si atteggiò a rostro.

-- In questo momento -- disse Beatus -- lei mi ricorda l'uomo preistorico delle caverne.

-- Può anche darsi -- rispose il giovane, -- ma con tutte le raffinatezze della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere progredito con la sua morale del sacrificio?

-- Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. -- La tenne per un istante sospesa, come perplesso, e domandò: -- Lei non ha mai sofferto di mal di stomaco?

-- Io? Io digerisco tutto.

E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era veramente _indispensabile e insostituibile_.

_Capitolo XV._ -- "Quis est proximus tuus?"

Storia d'Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista del Campidoglio. Che nome! Ma _Capitolium fuit!_ Il somiero non vuol salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio.

Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia!

E in questa meditazione -- nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo la partenza del giovane -- questa voce si udì:

«Beatus, buon dì».

«Ciao, caro».

Era il pappagallo, animale calunniato.

«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha.

«E così il rosignolo morto non pensava all'oriente; nè il gallo vuol destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui».

E col ditino Beatus si toccò la fronte.

«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le pareti da cui pendevano i benefattori dell'umanità.

Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici.

«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?»

Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo: quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre.

Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera. E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire perchè, la lampadina alitò e si spense.

Alla luce dell'ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell'uomo che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l'uno sopra l'altro, e trovò l'elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia contento, con una _a_ di meno, ad essere una misura. Anche lei appartiene alla società dei _fessi_; e così anche lei, professor Galileo Ferraris, professor Pacinotti.»

Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove sono, e se ci sono, le candele.

Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era indispensabile.

Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio.

*

E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide questa verità, benchè fosse di giorno.

Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando Beatus infermò.

Allora Scolastica apparve proprio _indispensabile e insostituibile_.

*

Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono:

«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno. Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali.

Ma per Beatus non venne nessuno perchè c'era un'epidemia chiamata la _spagnola_, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta.

Ma il vero nome dell'epidemia non si sapeva, perchè il _bacillo_, quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente il suo incognito.

Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo umoristico. Comunemente si presentava sotto l'aspetto di un raffreddore dabbene, e poi, d'un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso, dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro!

E invece?

Ah, povero uomo!

E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l'alito, così si vide gente girare con la maschera di garza.

Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la loro merce. Molti _pescicani_, arricchiti con la guerra, temettero la _spagnola_ assai più della rivoluzione.

Uno di questi _pescicani_ aveva ordinato la carrozzeria per una automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi! Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie.

*

Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po' paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era abituato, e avevano anzi finito col salutarsi.

-- Lei ha vinto -- diceva il dottore, -- una gran battaglia!

-- Ma quale?

-- Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi della _febbre spagnola_.

E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge.

«Ecco i _leucociti_, i _fagociti_, mobilitati per la caccia alla _spagnola_. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di casa.»

*

Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa, la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un'ala di pollo: tutte cose rare nell'estate del 1918. E questa inquilina non soltanto portò il brodo e l'ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica sapeva dove erano e se c'erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello: _Quis est proximus tuus?_

E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere: lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l'idea di una figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta, legata con un nastro rosso. Pareva la figura del _diavolo zoppo_ nelle vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile, dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui Beatus, comparando quel suono col _ciacolar_ di Scolastica, gli parve che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto.

La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette _terra matta_ o _terra ballerina_. Nominava spesso quegli idoli che si vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella fronte?

La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti: faceva lei per casa; capiva e -- ridendo con gli occhi nerissimi -- guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo' -- dicea. -- Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se ne era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie lontane lontane a prendere le medicine.

Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia lontana lontana, e per grazia dell'amico dottore: una medicina tedesca, che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore.

E la città era grande.

Già calava la sera, e lei non tornava.

Mo' viene -- diceva la grossa donna del sud. -- Non si perde!

Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del sud.

E in silenzio attesero.

Suonò l'ora di notte.

Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva.

Raccontò sua ventura.

Si era smarrita.

Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva.

La gente si fermava e diceva: «Cos'è?»

«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in carrozza.

-- E la medicina?

-- Eccola qui --, e non sapeva più come avesse trovato la medicina.

La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: -- Mo' vedete, chi sa? è la Madonna.

Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella signora, ma vestita di bianco.

Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano intorno inginocchiate; un'altra volta apparve d'agosto, con tutta la neve bianca d'intorno; un'altra volta d'inverno, con tutti i gigli fioriti.

-- E perchè a me non appare? -- chiese Beatus.

-- E scusate -- disse la donna del sud con peritanza, -- voi siete un buon uomo, ma voi non siete innocente!

*

La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte? Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus su di un oceano.

Si assopì verso l'alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: _Quis est proximus tuus?_ E le tre dita erano levate sopra di lui.

_Capitolo XVI._ -- Le prodezze di Biagino.

Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta festante:

-- Guardate, _signo'_, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi. Sentirete che brodo vi faccio. -- E sollevò davanti a Beatus Renatus mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un'ala. -- Sette lire, _signo'!_ ma sta 'na femmina che è meglio assai.