Part 4
Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto candido.
-- Veda -- la avvertì Beatus saviamente -- i conigli non si devono prendere per le orecchie...
Ristettero tutti un po' a queste parole.
-- L'orecchio -- spiegò allora Beatus -- è il solo organo di difesa che hanno questi infelici animali. L'enorme padiglione che li fa così ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima....
-- _Com l'è curios!_ -- disse allora la donna, che in romagnolo vuol dire, _pazzerello_, _bizzarro_.
Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell'anno 1918, a un borghese civilmente vestito!
Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c'è tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in romanesco: -- _Ma non di' fregnacce!_
E tutti si misero a ridere. E Beatus anche.
*
Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse.
«E questa è la umana tragedia -- diceva tra sè Beatus riguardando ancora la grande Eva --: noi ci affatichiamo per acquistar _virtute e conoscenza_, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell'Umanità. Noi risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!»
Ma colei, vedendosi riguardata, disse:
-- _Che c'è da guardà? T'anderebbe?_
-- Può darsi, può darsi, -- disse Beatus. -- E perchè no?
E tutti risero; e Beatus anche.
_Capitolo X._ -- Cristo.
Beatus riposò alquanto all'albergo; poi essendo l'ora caldissima, e vedendo nella via deserta -- come sono deserte in Romagna -- un tempio elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d'estate.
C'erano a terra cumoli di macerie. -- È il campanile che è caduto per il terremoto dell'anno scorso, -- gli disse un passante.
«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva entrare; ma la porta era chiusa.
-- Spinga: forse vi saranno i muratori.
Spinse ed entrò.
Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente.
*
La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un'enorme sala rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che una chiesa.
Il soffitto lacunare, a rosoni d'oro, era in gran parte precipitato al suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell'uomo! Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera, fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo!
Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie.
Erano santi, erano profeti.
Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne.
Se l'organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a danzare con begli inchini.
Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti, Metastasio, il signor di Voltaire! L'Austria -- contro cui rombano oggi tanti cannoni -- regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli uomini lo invocano.
*
Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica, quando una voce lo scosse:
-- Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più consacrata.
Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale aveva cappello in capo, e la pipa in bocca.
-- E veramente -- aggiunse colui -- non ci si potrebbe entrare senza permesso. Ma già nessuno ci bada....
-- Perchè? C'è pericolo?
-- Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo muro, per modo di dire, è staccato.
(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche la nostra civiltà ha simili fenditure.)
-- E intendete restaurare o abbattere?
Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi, calce, arnesi dell'arte; e più specialmente perchè l'abside era tutta occupata da una enorme impalcatura.
Rispose il muratore: -- Non si sa ancora.
-- Mi pare però -- disse Beatus -- che l'abside abbia dei lavori per la sua conservazione.
-- L'abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta.
-- Si può vedere?
-- Venga, signore, se vuol vedere.
L'immensa abside era tutt'un affresco del Trecento, un'infinità di teste estatiche che venivano apparendo sotto l'intonaco. Un'infinita dolcezza, un'infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V'era un affresco che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa attesa del gran secolo.
Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico dell'eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch'egli ciò che non muore.
"Pare un canto del Purgatorio di Dante," pensò Beatus.
Ma poi l'occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del muratore.
Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che il muratore domandò: -- Lei mi conosce, signore?
«Ho trovato! È il sanculotto -- oggi diremmo, è il bolcevico -- della nostra età.»
-- Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più presto a raschiare -- disse l'onesto bolcevico.
-- Vedete, amico mio -- disse Beatus, -- questa antica purità religiosa offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo, tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? _Pictor bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII_, mentre queste antiche pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest'ombra di mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.
L'onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e lirica insieme:
-- Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto.
-- Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce l'età precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra cosa dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi, che fate i muratori.
-- Lei, signore -- disse il buon bolcevico -- non ha visto la Madonna.
-- Esiste anche una Madonna?
-- Questo che ella vede qui in basso, è l'abito: la testa è più su. Venga.
Beatus salì per l'impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante.
-- Siamo al sicuro?
-- Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori.
Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un'aureola a rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con penetranti pupille.
Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi.
-- Dicono che è molto bella, signore -- spiegò l'onesto bolcevico.
-- Infatti è impressionante.
Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa: piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince la morte.
Il muratore disse: -- Tutti quelli che l'hanno vista, ammirano le mani.
-- Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani! Se prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta.
L'onesto bolcevico guardò con curiosità quell'omino vestito da civile che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: -- Sono cose che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono più nè pur loro.
-- Eh, mio caro amico -- disse Beatus con aria compunta --, non si sa mai!
-- Per me faccia lei -- disse l'onesto bolcevico con indifferenza. -- Ma lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella.
-- Più bella di questa Madonna?
-- Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa.
Beatus salì ancora. E salendo, l'immensa sala da ballo del Settecento pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi.
-- Ecco --, disse l'onesto bolcevico.
Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo, e gli venne un po' da ridere.
Però era una strana enorme imagine.
Non aveva corona di spine in testa; non aveva l'aria spaurita dal martirio. Era una giovinezza forte e severa.
La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile, riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora, dolcissima.
Certamente quella testa di Cristo era l'umanità, ma fuori da questa nostra umanità.
Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!» Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò. L'onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa.
-- Vedete, amico -- disse Beatus additando Cristo --, quello è stato l'autore della più grande internazionale che mai sia esistita.
-- Se vuol vedere il Padre Eterno -- disse l'onesto bolcevico --, esso sta lassù su la cupola.
-- Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo -- aggiunse Beatus scendendo con precauzione dall'impalcatura --, che lei non abbia torto a volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro, fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.
_Capitolo XI._ -- Giulio Cesare.
Questo Cristo -- pensava Beatus uscendo dalla chiesa -- per quanto lo chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all'assalto, conquistano una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.
In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata. Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c'era un piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l'abilità di prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e ricondurli per qualche secolo ancora all'ovile. Era figlio di Venere, Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.
Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l'esercito, passava e svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in fondo l'arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.
«Ecco, dopo venti secoli -- pensò Beatus -- che i soldati d'Italia passano con l'elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»
Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata d'Italia: l'esercito che passava.
Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!
Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un'altra donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande sconcezza.
Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e sconvolgerla.
Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più. L'arco in fondo li vomitava, l'arco romano. Si sentiva nettamente il percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva, _indietro!_ Quel ritmo diceva, _avanti!_
Beatus guardò su in alto per vedere se c'erano dei fili che movessero gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono.
Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati; erano tutti i ragazzi dell'ultima leva. Sotto l'elmo di ferro si profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po', rigati un po' di sudore, il respiro un po' anelante: nessuna espressione. Tutti un'uguale espressione un po' abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l'esercito entro un'atmosfera di odio civile.
Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare, passano i soldati d'Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: _Res ad triarios redit._ Ora conviene dire l'opposto: _Res ad adolescentes redit._ Ma come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi, accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus. Allora ricordò che lagrima vuole dire: _corrosivo_. Questo corrosivo fa comprendere molte cose, ma abbrevia la vita.
Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni.
_Capitolo XII._ -- I discorsi degli animali.
Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe bisogno di suonare perchè la porta era aperta.
È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era aperta.... Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era ancora dell'opinione che la porta deva essere chiusa.
-- Sei tu, è vero, o impudica -- disse Beatus al bestiolo -- che sei scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia di uno spermatozoo; o viceversa!
Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di Ruggero Bonghi.
Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente abbaiando.
Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l'uscio di casa un prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell'estate del 1918. Arrivò sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto, un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era riconoscente.
Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova.
Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.»
Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la cosa d'inverno, seguitava d'estate. Passando poi dallo studio alla cucina, Beatus trovò la pentola dell'acqua che bolliva sul fornello, e allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo, ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda che ricopriva un ripostiglio, si mosse.
Beatus tirò la tenda, e vide un uomo.
-- Cosa fate voi qui?
-- Io esco, e basta! -- rispose quell'uomo.
-- Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale diritto lei è entrato in casa mia?
-- Sono qui per cose mie.
Beatus avrebbe voluto afferrare quell'uomo per il colletto; ma quell'uomo non portava colletto, e poi c'era sempre quell'impedimento della mano debole.
-- Voi direte il vostro nome.
-- È un delegato di pubblica sicurezza lei? -- domandò quell'uomo; e uscì con passo tranquillo.
Chi era costui?
Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo. Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani?
Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece alcuni segni con l'indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri, pendevano i ritratti dei benefattori dell'umanità, ma in quel giorno Beatus s'accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la clava.
*
Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.
Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: -- Lei la fa tanto lunga! Cos'ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane. Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d'una volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da mangiare ai pesci?
Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si tenevano nello studio di Beatus Renatus.
Scolastica continuò: -- Già che io mi adatto a stare in questa casa che par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di ricevere un mio parente.
-- Poteva dire -- disse Beatus -- che era un vostro parente.
-- Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a tutto!» Begli impostori!
Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei _superamenti_ dei servi e delle serve.
-- Sì, signore, mio parente -- continuò Scolastica --; figlio di mia zia e se vuol veder le carte, gliele farò vedere.
-- Io non discuto -- disse Beatus -- le vostre genealogie. Piuttosto: a proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?
-- Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!
«Vede lei -- disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui nel suo camiciotto russo -- la bella umiltà degli umili?»
*
Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi dall'altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il discorso.
«Non è mica vero -- pareva dire il bestiolo -- che mi abbiano accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre ritornata.»
Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino, animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà.
Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino, appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!»
Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C'era lì ancora la gabbia. Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti dei benefattori dell'umanità.
«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino. L'anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino! Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge, aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E lei ha scritto il libro _della republica_, -- disse Beatus a Platone, che anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. -- Un bell'affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò detto, aprì una finestra che dava su una terrazza.
Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo.
L'anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare dell'anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie d'inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio. Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù, spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina.
Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l'ammonimento a Pietro che rinnegò Cristo?
Il gallo non c'era più.