Part 3
Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol morire di polmonite?»
La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta». Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene nel _closet_. Forse, anche lì, un nubifragio.
Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare nella latrina o _closet_.
«Non si può: occupato», si risponde di dentro.
«Badi che ho molta premura».
La Sicilia apre l'uscio con occhi di minaccia.
«Oh, scusi....»
La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a chi voleva entrare: «C'è una signorina che sta poco bene».
*
Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile nell'aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava.
Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e disse:
-- Non è lei Beatus Renatus?
Beatus si riscosse nell'udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d'improvviso chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome. Perchè abbiamo noi un nome?
Beatus disse: -- Ma come, mi conosce lei?
-- Ero studente all'Università -- rispose il giovane. -- Non ricorda? Non ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo lei davanti alla porta dell'Università e lo pregammo di parlare? Io ero fra quelli, signore!
Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando l'Università fu chiusa e i giovani tumultuavano.
Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero, e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice. Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l'umanità. I loro ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon giorno, Beatus!».
Anch'egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore dell'umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano gli stadi superati dall'umanità: _mito_, _religione_, _ragione_. Si facevano tornei cortesi sull'_infinito_ se è cosciente o è incosciente; o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o perchè piacque ai benefattori dell'umanità di chiamarlo pappagallo.
Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la quale si manifesta soltanto dopo gli uragani.
Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la libertà insieme con l'uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a chi sta bene di salute.
Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i gnocchetti e l'acquiccia.
Gli parve che fra i benefattori dell'umanità e i bimbi che giocano all'anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la domenica, giocano alle bocce, all'osteria. Badate che, a pensarci bene, è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus! Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l'equilibrio, traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione -- terzo stadio del progresso -- non vedevano assolutamente più.
Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei, una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»
Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».
Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà. È la concezione materialista che trionfa. Sono i _mammut_ dei conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è morta! Cristo è morto! l'individuo è morto! Forse da qui due, tre mila anni risorgerà l'uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla, parla tu, o Beatus».
Ma Beatus non aveva saputo parlare.
Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore, ma la parola di fede non l'aveva proferita.
Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell'umanità, s'accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.
La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.
Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l'Italia: una adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime. Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l'età dei _mammut_?
Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita oltre i quarant'anni, era grave!
Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo perduto onesto giudizio.
Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva invariabilmente: -- Morto!
Tanti morti!
E Beatus si vergognò di esser vivo.
*
-- Oh, sì, molti morti! -- Del resto -- continuò il giovane -- finchè c'è legna da bruciare (e indicò i compagni nel _closet_) si va avanti. Sui monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera prodigalità.
Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza, con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?».
La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto:
-- Sono suoi amici?
-- Ci siamo conosciuti in viaggio.
-- Molto allegri.
-- Così! Due vengono dal Grappa; l'altro, quel siciliano biondo, con l'aquila d'oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero anch'essi strage.
Beatus non sapeva questo. -- In fatti -- disse il giovane -- la censura ne vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne senza ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai tedeschi son lecite; a noi no!
-- Voi siete allora -- disse Beatus -- come Gastone di Foix, che combattè a Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in omaggio alla dama.
-- Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a tariffa piuttosto alta l'onore di combattere per l'onore d'Italia. D'altronde è anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne faceva a meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta logica: la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il lusso di morire per far far più grande la patria. Ah, _dulce et decorum est pro patria mori!_
E un brivido corse per le pallide labbra del giovane.
Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: -- E lei perchè non prende parte alla festa dei suoi amici?
Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura.
-- Professore, sente?
Beatus ebbe un brivido. C'era come una buca nel cranio.
-- M'hanno levato -- disse il giovane -- un po' di cervello; ma per quello che deve servire, ce n'è sempre abbastanza. Piuttosto, sono rimaste alcune schegge che mi hanno paralizzato.
Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un bastoncello.
Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe».
Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse:
-- Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone braccia per farsi largo, caro professore.
*
La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si staccavano come lembi d'una ferita: sotto appariva l'azzurro: il treno navigava verso l'azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che sopra sempre vi ondeggia.
Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso bagaglio.
_Capitolo VIII._ -- Una notte a Napoli.
A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell'albergo. Pensava a quel giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una lucertola c'è il pezzo di ricambio!
Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi, se no tutti perderebbero il sonno come Beatus.
E poi c'erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto.
E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire.
Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia, come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole».
Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono figlie di Dio.
«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani, bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i vostri parassiti.»
*
Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di attendere l'ora di riprendere il treno camminando per le vie.
La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell'alto azzurro del cielo, spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni? Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i suoi re.
Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta. Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si incontrano _li mariuncielli_, quasi li desiderò.
Guardò il cielo per vedere se l'alba apparisse, tanto gli parve aver camminato. Ma l'orologio lo persuase dell'errore. Segnava il tocco appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l'alba non fosse mai apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della luna, sarebbe stata cosa naturale.
Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace pur su la nuda pietra!»
Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d'infante, che posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo. Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che pareano ombre bianche.
Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte? Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si era ristretta così via Toledo?
*
Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l'aspetto anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai _mariuncielli_, a uomini sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza. I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le stanze a terreno, dette i _bassi_, ancora illuminate. In alto, lì, non si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su l'altra casa. La casa dell'uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i grandi letti copertati, che arrivavan fin sull'uscio; si vedevano gran comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari.
Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei molluschi, che a Venezia sono detti _peoci_; lì, _cozze_. In una pentola erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le mani quel pane e disse a Beatus:
-- _Vulite 'a zupp 'e vòngole?_
Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto dell'albergo, così uscivano nella notte le meretrici.
Due di esse lo videro, e calarono dall'alto del vico su di lui. Erano giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che Beatus nulla capì.
Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi ne ebbe paura.
Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io -- pensava Beatus -- non capisca il dialetto napoletano; ma non c'è dubbio che questi suoni inarticolati riproducono l'uomo primitivo quando non aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.»
Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì.
*
Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo, splendente di amuleti. Beatus guardava.
«_Vui che vulite?_» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia. _Va, va!_
Quelle non dovevano essere meretrici.
Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l'uscio lì presso, un'altra donna lo fermò e sì gli disse: -- Signurì, quelle sono donne oneste.
Al buio non è troppo facile distinguere.
Domandò allora Beatus a quella donna:
-- Voi, dunque, non siete onesta?
Ella rispose:
-- La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella, vedete!
Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono pel tabacco alla gente di mare.
Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran tosse, ma disse: _So' i capellucci della criatura che tengo dint'a panza._
Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l'obolo per il nascituro.
*
Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma ecco, davanti un'altra porta, due donne lo presero a forza: una era assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali, che era dopo la porta.
Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. -- No, grazie -- disse Beatus -- non accetto.
Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del Carmine, di Monte Vergine, Sant'Anna.
Beatus si dolse della violenza usatagli dall'altra meretrice. -- Oh, no, -- disse colei --. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito e con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche.
Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di nobile aspetto.
Beatus guardò il ritratto e poi domandò: -- Perchè tieni lì quel ritratto?
La meretrice stupì.
Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al ritratto come alla Madonna.
-- La Madonna può veder tutto -- disse Beatus --; ma l'uomo che ti amò e che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai.
Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus.
Poi disse, quasi a sua discolpa: -- Si lavora così poco adesso con tutti gli uomini che sono alla guerra....
-- Dite _lavorare_?
Strana parola! Poi Beatus disse: -- No, non è bene che lui assista al tuo lavoro.
-- Hai ragione -- disse, e nascose il ritratto nel cassetto.
Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore:
-- Ma voi chi siete?
-- Mah! -- rispose Beatus.
E colei senz'altro lo lasciò andare.
*
Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino.
La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia.
Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate dalle mani del pizzaiuolo.
Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi.
*
Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della guerra, ma i giornalai strillavano: _L'omiscidio della Contessa._
Dal barbiere, all'albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai tavoli, non parlavano che dell'_Omiscidio della Contessa_.
In via de' Calzaioli, due giovinetti parlavano dell'_Omiscidio della Contessa_, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto.
Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le copertine disegnate a squisite oscenità.
-- A me -- disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese, dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco delle carni -- fa più libidine così, che vederle vere. E a te?
-- Oh, guarda! -- disse il compagno -- quello che ti volevo dire io. -- E ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta.
Poveri figliuoli.
E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri osceni.
_Capitolo IX._ -- I lavoratori dei conigli.
E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una città di Romagna perchè i treni, nell'estate 1918, avevano questa abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna sbiadiva come una vela in alto mare.
Beatus, che, per ragioni d'insonnia, spesso assisteva a questo spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta scritto: _fiat lux!_
Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via, la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende e risale, sin là dove essa si dilata all'obelisco del Pincio. Lo spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta dell'obelisco. Era decembre e l'aria pura e fredda che avvolgeva i grandi palagi, pareva rabbrividire per l'imminente passaggio del sole. Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l'atmosfera schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus, essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un demente.
*
Ma già a quell'ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V'era un uomo poderoso che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli, li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto all'altro gabbione e si formavano torri di conigli.
Queste operazioni erano rapide, e nell'occhio di Beatus formarono una visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti. Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l'erba spagna. Quell'uomo poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li precipita verso l'orco.
«Se però i conigli fossero gatti, quell'uomo -- pensò Beatus -- non si potrebbe mica prendere tanta libertà.»
Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace, mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato, sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna, come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva primigenia!
Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci.
Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e perciò lavoravano con alacrità.
Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo fermo davanti a sè quell'omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d'oro, prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a Beatus.
-- Bellino, eh? -- disse --. Lo vuol comprare?