Part 2
E in verità Beatus, benchè avesse la _panza_, cioè stomaco e intestino delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.
Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: -- Io v'apparecchio qua e voi ve ne andate là. Che avete? la tarantola in corpo?
È che Beatus cercava l'angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.
-- _Ih, quanta aristucrazia!_ -- aveva detto Pasquà. -- _Quando v'aggio dato 'a salvietta pulita p' 'a bocca nun basta?_
Era anche curioso Pasquà: -- _Vui m'avite a spiegà come fate: v'andate a curcà e leggite, pigliate 'u caffè e leggite, mangiate 'a minestra, e leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u'_ Don Marzio, _me volta 'a capa._
E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: -- Anch'io come voi tengo tanti pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a niente.
Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto _Storia_ -- _Ih, quanta storia!_ -- esclamò. -- _La so anch'io la storia come voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!_
*
Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo nirvana.
Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: -- Felice voi! Sempre di società anche la mattina!
-- Perchè?
-- Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.
-- Felice voi, Pasquà -- disse di rimando Beatus --, voi che potete dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle donne. -- E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.
Lo guatò torvo Pasquà e disse:
-- _Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio. Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le scarpe lustre!_
Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.
«Ecco una cosa -- disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo -- che contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza, perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».
E Beatus non sorrise più.
E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di Pasquà.
_Capitolo IV._ -- Pedagogia.
Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.
Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche variazione nei dialetti.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica, ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli adolescenti.
A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.
Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.
«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica voce. E allora il verso:
_Chiare fresche e dolci acque_ -- tremò su le labbra della signorina.
Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!»
«Ma io sto ritta!»
«No, lei sta storta!»
La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito negli ultimi testi della moda.
Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:
«Esca e si vada a vestire.»
*
Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:
«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:
«Il grido, _morte all'intelligenza!_ non ha valore se non quando si è percorso tutto il giro dell'intelligenza. Vero è che le democrazie scontano oggi l'errore di voler fare di tutti gli uomini animali pensanti.»
Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa: «La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia cerebrale».
Altre note poi offendevano l'intera nazione, come questa:
«Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».
Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile predicare la verità.
«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell'alba.
«I galli salvano l'umanità a prezzo del loro collo».
*
Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».
Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito allo stomaco.
Un'ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita. Rammentava il pollo, spennato da Gigia.
«È deplorevole -- diceva Beatus pensando al pollo -- che qualche volta lo stomaco umano reclami l'albumina animale. E se invece di una gallina fosse un gallo?»
Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non c'era più acqua nella piccola brocca.
Chiamò con voce dolce, decrescente: -- Gigia, Gigia, Gigia!
Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe risposto.
Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero mai fatte.
E scese per la colazione.
_Capitolo V._ -- Fragole e ale di pollo.
Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno ancora, fuorchè _Giggia_, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella, senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi piedi nudi nelle calze.
-- Voi che state facendo? -- domandò Pasquà a Beatus.
-- Caro Pasquà -- rispose Beatus --, vorrei fare colazione, e mi è sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un pollo nella pentola?
-- _Ce steva_ -- disse Pasquà -- _ma sono venuti due operai e se l'hanno magnato._
-- Due operai hanno mangiato un pollo?
-- _Eh, caro signore_ -- rispose Pasquà -- _mo' i polli li magna chi lavora._
E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.
-- Oh, le bellissime fragole -- esclamò Beatus.
-- Queste non sono per voi -- disse Pasquà.
-- E perchè?
-- _Questa è una cosa troppo fina, e co' zucchero e co' cugnac, meno di quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E poi scusate; mo' che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!_
E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.
Ora, siccome Beatus girava appunto l'Italia per rimproverare altrui, così gli dolse esser rimproverato dall'oste, e domandò:
-- Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?
-- _Ih, si vede! V'aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato, se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo paese? V'aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete quella tavola? Mo' arrivano le_ cocottes.
Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di _cocottes_ o di _ciantose_ ogni donnina un po' eteroclita.
-- _Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura, che va bene per vui._
*
Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e _cocottes_.
*
Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che le _cocottes_ o _ciantose_ erano giunte.
Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.
Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e cominciò: -- _Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale_ «Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.
Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due giovanotti consultarono prima le _ciantose_, e si sentì la voce di Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: -- _Più fine? Più fine di vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?_
A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice: «Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver vicino chi mangia pollo e fragole.
Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due _ciantose_ si tolsero i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in casa propria.
I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà.
Per quello che Beatus poteva distinguere, le due _ciantose_ erano due babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine. Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.
Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e accolsero in faccia l'acqua benedetta.
Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose Pasquà:
-- _Vui pazziate, compà_ -- disse. -- _Io vi apro una bottiglia che è una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!_
Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.
Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle _ciantose_: -- _Facite vedè!_
Era il modo come esse tenevano la forchetta.
Si provarono essi, ma non vi riuscirono.
-- _La vostra maniera è aristocratica_ -- disse uno --, _ma accussì non se ponno magnà li vermicelli._
Una _ciantosa_ intonò:
Mi chiamano Mimì il perchè non so.
I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si faccia una carezza.
Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.
Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle _ciantose_ disse forte ad uno dei due giovani: _cochon, mon petit cochon_.
Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu data all'orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato scoppio di risa. Allora anche l'altro giovane reclamò la sua porzione, e le due _ciantose_ la diedero in toscano: -- Schifosino, schifosetto, schifosone!
Ma quando le due _ciantose_ dissero:
-- Imboscato, imboscatissimo! -- i due giovani mostrarono di non gradire molto.
-- Ma se non c'è nessuno! -- disse una delle due _ciantose_.
Il giovane ammiccò a Beatus.
Le _ciantose_ volsero verso quella parte l'occhio protervo, videro l'omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta».
E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole, una delle _ciantose_ si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: -- _Mo è condita più meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda de Pariggi._
_Et ultra!_ parve assentire la compagna.
*
Beatus credette opportuno togliersi di lì.
Egli, l'illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più squisite grazie francesi.
*
-- Sono gentiluomini anche quei due? -- domandò Beatus a Pasquà.
-- _Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati; quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe' Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono_ plebbe, _ma tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera v'aggio stipato due fragole._
Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus.
«Dicono, -- rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà -- che la sociologia sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto».
Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio:
-- _Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò._
-- Caro Pasquà, -- gli disse Beatus -- l'aristocrazia non prende mai il caffè dove ha pranzato.
Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: -- Questa è per me.
-- _E se è vostra, pigliatevella._
-- Ma quando è arrivata?
-- _Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata._
Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò.
_Capitolo VI._ -- La morte del rosignolo.
La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta, ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe -- se la cosa fosse possibile -- insegnato da un calligrafo umorista per far dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte possono adottare un uguale carattere.
La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e deforme.
Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le mette in grado di scrivere la loro lettera d'amore. Infatti era Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d'amore perchè diceva le cose seguenti:
«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di galera, che sono diventati dieci per l'amnistia: e adesso fa il muratore a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè ammazzato nessuno!»
Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi, come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto perchè non aveva ucciso in guerra.
Ma quella frase plebea: _non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli_, che voleva significare che _non sarebbe morto combattendo_, gli fece vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano divorati dai vermi della terra.
La lettera continuava:
«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l'ha presa, e io son dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha tutto quello che vuole, e non c'è bisogno di far la fila; perchè ci portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva Scolastica».
*
Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica:
«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al rosignolo, e, a mezzodì, un po' di carne tritata, e che il suo cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l'acqua rinnovata».
Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo, aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle: accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali. Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili, ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti quel suo becco sottile con l'alterezza di una fronte.
«Ed è giusto -- diceva Beatus -- che non mi riconosca per nutrimento che io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare, forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto l'inverno a cantare.
Novena di Natale!
Era come una nostalgia dei paesi d'oriente, che lui, il nobile silvano aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi d'oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto!
Li rivedeva nel canto del rosignolo.
E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall'altro lato quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili: trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si gonfiava per la passione e non s'accorgea che Beatus si accostava. Ma se si accorgea, allora non cantava più.
Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»!
*
Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti, avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò canzonacce di caffè concerto: l'altra si atteggiò a sfinge, con i polsi aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia dentro il porta-uovo. E mostrava i denti.
«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus.
*
Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani.
_Capitolo VII._ -- L'acquazzone.
Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l'ospitale albergo di Pasquà.
L'afa incombeva grande, e l'azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva un offuscamento di tenebre.
Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto; e appena il diretto si mosse, trovò un'altra cosa rara per lui: il sonno!
Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da aeroplani austriaci?
No, un nubifragio.
Il cielo era -- come gli uomini -- in preda a un accesso di follia. Lampi e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo schiaffeggiavano.
La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento.
La gente atterrita diceva: «Ma da dove viene quest'acqua?»
-- Dal cielo -- disse Beatus.
Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota. «Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell'umanità era partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d'estate, come per una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.»
«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus.
«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore.
«Io apro l'ombrellino», dice la signora.
«L'acqua -- dice un altro signore -- schizza da tutte le parti. La vettura pare un crivello immerso nell'acqua.»
«Questi temporali -- dice un terzo signore --, sono una conseguenza dei bombardamenti sul Piave o su la Piave.»
Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo stretto di Messina, e ci s'affoga ora».
«C'è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il terzo signore.
«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi silurano un _ferry-boat_; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è avuta la fortuna di avere avanti di noi un _ferry-boat_ carico di truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi».
Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! -- dice la signora dell'ombrellino. -- Questo signore -- indica Beatus -- ha avuto giudizio».
Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano di inverno. Ma quell'ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era tedioso. Cedette il posto d'angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì pioveva con violenza anche maggiore e poi c'erano scorribande di gente. Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: _warm_, _kalt_. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta.
«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto».
«Ah, mio Dio!» squillò una vocina.
Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina, e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo ufficiale.
Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate.
Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l'esercito è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette? menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella, dicono _closet_: ma è lo stesso: _latrina_.
Ma la damina non è spaurita in mezzo all'esercito. Parla lombardo, e tiene testa all'esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei: «mio marito».
Più che dall'assalto dell'esercito, la damina sembra atterrita dallo schianto del fulmine.
«_Còppet_», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.)
«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo _invunnerabbili_». (È la Sicilia.)
«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.)
«Ma non usa più offrire il cuore alle signore -- dice Milano. -- Offriamo la giubba».