Part 1
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.
This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
ALFREDO PANZINI
Il mondo è rotondo
ROMANZO
MILANO __Fratelli Treves, Editori__ 1920 -- _Prima impressione_ (1.º a 12.º migliaio).
----
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
----
_Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la sua vita_.
Roma, gennaio 1920.
INDICE
I. Lo sputo. II. La giovane professoressa. III. Pasquà. IV. Pedagogia. V. Fragole e ale di pollo. VI. La morte del rosignolo. VII. L'acquazzone. VIII. Una notte a Napoli. IX. I lavoratori dei conigli. X. Cristo. XI. Giulio Cesare. XII. I discorsi degli animali. XIII. Beatus allontana da sè Scolastica. XIV. I "fessi" d'Italia. XV. "Quis est proximus tuus?" XVI. Le prodezze di Biagino. XVII. La scimmia a spasso. XVIII. Scolastica. XIX. La mitragliatrice e i gigli. XX. Il pane dell'anima. XXI. O Hymen, Hymenaee! XXII. Il re dei Bolcevichi. XXIII. Il figlio dell'uomo. XXIV. Le mammelle. XXV. Atrepsia.
IL MONDO È ROTONDO
Motto: _in omnibus charitas_.
_Capitolo Primo._ -- Lo sputo.
Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell'anima, non può stare attenta.
-- _Si tu stivi attiento, io nun te sputava_, -- disse quel cittadino del sud.
Forse voleva dire _attento_ a quel rombo gutturale che precede lo sputo dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.
Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza, afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè, non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia, attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro il cranio, che basti a stimolare questi manubri.
Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un'operazione di magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra, chiamate _tanks_, e così far paura a quel cittadino del sud, che già dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.
«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è per viltà».
La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato a guardare con curiosità.
Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che pure era di finissimo lino.
«Viltà, non direi: forse un po' di ribrezzo a toccare quell'uomo, come a toccare questo sputo.»
Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud, nessuno aveva veduto.
*
Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città del sud, si chiamava -- come è detto -- Beatus Renatus. Era un uomo assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto: _All'illustre Beatus Renatus_.
Dunque era un uomo ragguardevole.
Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza ossea del cranio.
Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po' ottenebrato e le armi inceppate.
Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva affidato a Beatus l'onorevole incarico di ispezionare le scuole, e perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l'Italia, e aveva preso molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.
Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche all'esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra, dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche, prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.
Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le scuole del sud.
Tanto nell'Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e scopriva il bel gilè con la catena d'oro, ovvero spiegava lentamente il fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata oratoria che si potrebbe dire all'inglese.
Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord, come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse più la catena d'oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del nord.
*
«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo tutte bestie».
Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.
Dalle capre Beatus levò l'occhio in su, e vide una colonna annerita dal tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa, il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l'elsa della spada. Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.
Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora del mondo.
Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.
E l'Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.
Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.
Mostruosa divinità la Storia!
*
Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po' di latte. Una donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.
Beatus bevve.
La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno sa più chi sia.
Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante, anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio, anche se non lo governavano.
Quale mostruosa finzione!
Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una persona vestita da gentiluomo.
Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!
*
Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza avvedersene nel giardino della città -- che lì chiamano _villa_ -- deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.
Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole nascente.
Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore Guglielmo di Germania.
«Io ricordo, ma anche ricordando -- disse -- non capisco.»
E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono niente. E buttano via il loro nome!
_Capitolo II._ -- La giovane professoressa.
E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.
Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di italiano.
Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane -- avevano detto a Beatus Renatus le autorità del luogo, -- e non priva di buon volere. Forse un po' vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po' alti ed è profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».
La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante passo e chiedendo scusa dell'ora e del luogo, con trepida voce cominciò così:
-- Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere un'anima gentile.... -- Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:
-- Ma chi glielo ha detto che io sono un'_anima gentile_? Chi l'autorizza a chiamarmi così?
La giovane donna rimase esterrefatta.
-- Sappia, lei, che io sono terribile.
-- Ma, signore -- disse la donna, -- si vede che lei è un'anima gentile.
-- Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una cosa grave se si vedesse!
E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.
-- Io volevo anche dir questo, signore -- riprese la giovane donna -- che la gentilezza italica mi dava speranza....
-- Ta, ta, ta! -- interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. -- Sa lei quale è il vero nome della _gentilezza italica_? _Debolezza italica!_ Ma lei ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo.
-- Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.
-- Oh!
-- Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo paese.
-- La risposta è intelligente! -- disse Beatus dopo alcuna lunga meditazione. -- Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.
Ella cominciò a parlare.
Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le parole timidette.
Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....
-- Benissimo, signorina -- diceva Beatus, ma voleva sottintendere: «benissimo con limitazione».
La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno davanti alle donne.
Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se stavano più attenti a lei che ai libri.
Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso di dover osservare che pur l'accento napoletano è grazioso.
Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: -- Del resto io non domando che la mia felicità -- rimase stupito, e guardò colei che domandava con tanta naturalezza la propria felicità.
-- Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.
-- Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici -- rispose Beatus.
Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione graduale dell'iperbole, come si usa con la morfina per guarire i morfinomani.
La _felicità_ per la signorina consisteva nell'essere trasferita in una grande città.
-- Io credevo, signorina -- disse Beatus -- che lei mi domandasse il contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di questa città?
-- Sì, signor Regio Ispettore.
-- Non ha qui lei la sua famiglia?
-- Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli....
-- Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al completo.
La parola _marito_ dipinse sul volto della giovane donna un amabile rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.
-- Signore -- disse ella -- non è possibile.
-- Oh!
-- No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in questo paese.
-- Questa è un'altra iperbole, signorina.
-- È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici. E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all'indice.
Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono a togliere lo zoticume, a che servono?
La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio Ispettore.
-- In una città grande -- disse Beatus --, la cosa mi pare ugualmente difficile per altra ragione.
Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.
La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.
-- Lei cerca la gloria, signorina? -- domandò Beatus.
Un'onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel volto della giovane donna.
-- La gloria.... Proprio la gloria, no -- disse titubando. -- Ma almeno farsi un nome.
-- Lei aspira a farsi un nome?
Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel volto della giovane donna, che domandava un nome.
-- Ma in che modo, signorina?
-- Scrivendo, signore! -- disse con trepidazione.
-- Scrivendo?
Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere. In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe trovato uno stile....
-- Lei cerca, signorina, quello che non c'è.
-- Che cosa?
-- Lo stile.
-- Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?
-- Non esiste.
-- Come? non esiste? Se non si parla che di stile?
-- Quando lei -- disse allora Beatus -- avrà conosciuto tutto senza conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l'agnello, e il pigmeo e l'eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio, allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non saprà più che farsene.
-- Non mai udii queste cose, signore.
-- Può darsi.
«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.
Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che producono una certa eccitazione.
La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti: un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società, qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.
-- Ha ragione, signorina -- disse Beatus. -- Questa, in verità, è una gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda, guarda! -- si interruppe di un tratto Beatus.
-- Che cosa, signore?
I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c'era.
Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al viale, era tutto uno strano barbaglio d'oro con iridescenze opaline.
E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.
-- Il più vile dei fiori -- disse la donna.
Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi, spontanei, l'estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e volgarmente son detti «soffioni».
-- Sembrano i fiori del sole, -- disse Beatus Renatus appressandosi.
Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la vista di lui non vi penetrava.
-- Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei, signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.
Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.
-- Oh, il meraviglioso ricamo! -- esclamò. -- Non avevo osservato.
-- Certo un meraviglioso fiore -- diceva Beatus. -- Pare figlio del sole.
Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.
-- Eppure -- disse Beatus -- io non ho avvertito un soffio di vento.
-- E io nemmeno, signore, -- disse la giovane donna.
-- Oh! -- esclamò Beatus -- anche per lei, signorina, non esisteva il vento, ma per i sensi del fiore, sì.
Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d'oro che fuggivano lievi per loro richiamo.
-- _Anima_, signorina -- disse Beatus -- vuol dire «vento»: un soffio di vento, {~GREEK SMALL LETTER ALPHA WITH PSILI AND OXIA U+1f04~}{~GREEK SMALL LETTER NU U+03bd~}{~GREEK SMALL LETTER EPSILON U+03b5~}{~GREEK SMALL LETTER MU U+03bc~}{~GREEK SMALL LETTER OMICRON U+03bf~}{~GREEK SMALL LETTER FINAL SIGMA U+03c2~}. Appunto _vento_ occulto ai nostri sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più sensibili di noi.
Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero -- anche senza che il campanelluzzo funzionasse -- che anche allora aveva parlato fuor di misura.
Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.
Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua domanda.
Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».
-- Roma o Milano?
-- Oh, signor Regio Ispettore -- esclamò la giovane donna -- Roma, Milano, il mio sogno!
-- Ebbene venga con me all'albergo e ne parleremo meglio.
Ma la giovane donna disse: -- Oh, signore, si sta così volentieri con lei; ma se io entrassi con lei nell'albergo, tutta la città questa sera lo saprebbe.
-- Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.
-- Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre donne.
-- Così che ogni donna -- disse Beatus -- è guardiana della virtù delle altre.
-- Ah, sì, signore.
-- Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose -- disse gaiamente Beatus.
La giovane donna non rispose.
Beatus disse:
-- È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.
Beatus guardò quella giovinezza un po' sfiorita.
Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.
*
La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.
_Capitolo III._ -- Pasquà.
Così Beatus tornò solo al suo albergo.
Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone si chiamava Pasquà.
Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco nella città scura, e portava il superbo nome di _Palace Hôtel_.
Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci. Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono un naturale appannaggio dei pavimenti.
-- Quando però non si tengono puliti, come è il caso -- aveva detto Beatus indicando gli angoli col ditino.
-- Tocca al facchino pulire -- aveva risposto con dignità il cameriere.
La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri animalini schiacciati.
Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto, non senza soddisfazione: -- Tempo di guerra, signore! -- che Beatus tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola di bucato!»
Quel cameriere portava il _frac_, ma tutto laccato di nero, sì che incuteva ribrezzo.
Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di bianco.
*
Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il _Palace Hôtel_, ed era andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di bucato, anche in tempo di guerra.
Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se occorreva qualche cosa, chiamava: «_Giggia!_ Carmè! Concettiella!» ma lui non si moveva.
Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari, idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a non far nulla.
-- Voi che guardate? -- aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.
Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse nella padella le uova con la mozzarella. E un'altra volta in quel dì, Pasquà pur disse: -- Voi che guardate? -- Egli guardava Concettiella che dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e spargeva penne e immondizie per la via.
Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l'arte con cui Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel _cocco mio_ seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: -- _Nun dite fesserie, pecchè voi guardate 'i femmine e nun 'a mozzarella._
*
Pasquà si moveva soltanto all'ora di servire a tavola. Ma non portava lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano _pincerna_: cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto aveva un po' di gaiezza.
-- Quando -- diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un cavatappi -- avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.
Era anche un po' prepotente Pasquà. Diceva: -- Voi volete sapere in cucina _che ce sta_. Non ci pensate. _Mo v'arrangio io._ -- E portava quello che voleva lui, e diceva: -- Quando io vi faccio riempiere bene _a panza_, non basta?