Il mistero del poeta

Part 9

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--Scusi--gli risposi dopo un breve indugio--la confessione che per lealtà Le dovevo fare gliel'ho fatta. Solo con un amico vorrei spiegarmi di più, Lei mi dirà che oramai non possiamo essere amici. Capisco. Però io Le conserverò sempre una grande stima e una grandissima simpatia; e se Lei fosse disposto ad ascoltarmi un'ultima volta con amicizia...

Tacqui e tacque lui pure. Passati pochi secondi mi alzai con un gesto di rassegnazione. Anch'egli si alzò, prese il cappello e la mazza.

--La ringrazio a ogni modo--gli dissi tristemente, avviandomi all'uscio--di essere venuto.

Egli mi guardò negli occhi, parve scrutarmi sino in fondo all'anima; poi buttò sulla tavola cappello e mazza, allargò con impeto le braccia, ed esclamò:

--Dica!

Fui, nella mia contentezza, per afferrargli le mani. Egli si restrinse in sè, mi diede un'occhiata diffidente. Finsi di non avvedermene e presi a raccontargli la storia del mio amore, rifacendomi dall'incontro con Violet a Belvedere di Lanzo. Quando toccai de' miei due sogni per dirgli l'effetto primo della voce di lei, Topler approvò ripetutamente del capo, come un medico che oda dall'infermo la descrizione di nuovi sintomi rispondenti alla sua diagnosi del male. Ma poi, mentre venni parlando dello spirito di miss Yves, delle sue idee amare e tristi, del bene che avrei voluto farle ricevendone da lei molto più, il vecchio, che prima se ne stava a capo chino, mi levò gli occhi in viso sì che potei vedervi sorgere un vivo interesse, sparire i sospetti, ritornare la stima.

Tacqui delle lettere direttemi da Violet e delle sue ultime confidenze. Dissi solo che Violet mi amava e che mi respingeva per voler mantenere la parola data liberamente al professor Topler. Soggiunsi che avevo fede, per tanti segni misteriosi, in una volontà superiore propizia a me, in una promessa divina di concedermi ciò che avevo sognato.

Topler mi guardò un tratto in silenzio, poi esclamò:

--E che intende farà?

--Tutto il possibile--risposi.

Egli si prese le tempie fra le mani, ripetendo sottovoce:--_Was für eine Geschichte, was für eine Geschichte!_ Oh che storia, oh che storia!--

--Senta--mi arrischiai a dirgli.--Lei non mi pareva contento, ier l'altro, che suo fratello sposasse miss Yves.

--Lasci stare, lasci stare, non posso aver detto questo--brontolò Topler come stizzito da un ricordo molesto, e stette ancora alquanto con la testa in mano.

--Io sono come un padre per mio fratello--diss'egli con voce commossa.--Io non ho che lui, ed egli, povero ragazzo, lo vede bene, s'immagina di avere Dio sa cosa, ma in fin de' conti non ha che me. Se questo matrimonio è un errore, bene--oramai l'ho accettato, l'ho accettato.

Ripetè fra sè--l'ho accettato--e stette pensieroso, mostrando nella fronte, nelle mobili labbra mute, nella inquietudine di tutta la persona un contrasto interno. Finalmente rialzò il viso ed esclamò con energia per far tacere tante occulte voci contrarie:

--Insomma, l'ho accettato!

E subito si rifece pensoso, inquieto. Le occulte voci non tacevano ancora; le leggevo sulla fronte, nei movimenti muti delle sue labbra. Sarebbe stato lieto che il matrimonio sfumasse, era fieramente tentato di darvi mano egli stesso, ma il dolore di suo fratello gli metteva paura. Quest'ultima angoscia superava ogni altro argomento. Povero vecchio, egli dava di gran rabbuffi a suo fratello, si burlava del suo chiaro di luna, ma lo amava colla tenerezza d'una madre.

--Vede, per esempio--uscì improvvisamente a dirmi--Lei ricorda che ier l'altro, uscendo dalla stanza di mio fratello, esclamai «solite storie!» L'avevo trovato a piangere come un fanciullo perchè miss Violet era stata così fredda. Io allora gli ho detto «e tu lasciala!» Sa cosa mi rispose? Mi domandò se volevo la sua morte. Capisce?...

Molte risposte e proposte mi fremevano in gola non convenienti, per un verso o per l'altro, a dire, qualcuna forse nemmanco a pensare. Quindi tacqui. Anche Topler cercava febbrilmente come coglier quest'occasione di liberar suo fratello senza spezzargli il cuore, non trovava niente, avrebbe pur voluto farsi aiutare da me, sentiva di non poterlo convenientemente fare, e taceva. C'intendevamo, nel nostro silenzio, a vicenda, anche senza guardarci; perchè se io guardavo Topler, egli guardava piuttosto le pareti e il soffitto. Così ci accordammo a trovare, senz'altre parole, che non c'era uscita, e ci alzammo da sedere, pressochè ad un punto.

Nel congedarmi da lui fui per domandargli se ci potevamo vedere ancora, e mi trattenni per non correre il pericolo della risposta peggiore. Mi parve delicatezza non stendergli la mano. Fu lui che per il primo ne fece l'atto e subito si pentì, pensando a suo fratello. Così ci separammo senz'alcun segno d'amicizia; pure nel cuore eravamo più legati di prima.

Scrissi subito a Violet:

«Ho parlato al dottor Topler, in questo momento. Gli ho detto che amo miss Yves, che ella mi ama e mi respinge, che Dio me la concederà.»

Recai immediatamente questo biglietto alla Posta, nella speranza che Violet lo potesse avere la sera stessa.

XXI.

Due ore dopo mi avviai verso il Rossmarkt, tanto per vedere le sue finestre. Camminavo adagio, evitando il chiaro di luna come se i rari viandanti potessero riconoscermi e leggere ne' miei pensieri. Nella Residenzstrasse udii voci e passi suonar dietro a me nella strada vuota; credetti poi distinguere il riso argentino della signorina Luise. Forse andava a casa Treuberg. Scivolai nelle ombre del Residenzgarten e sedetti presso la Mariensäule, ascoltando i passi e le voci che sopraggiungevano. Non riconobbi quella della Luise. La comitiva passò e si allontanò; in breve non udii più che il susurro delle fontane. La luna risplendeva in faccia a me sopra un lungo tetto erto a quattro piani d'abbaini, posava sull'alta statua di Maria, sulle vette degl'ippocastani fioriti di rosso, che il vento agitava. Pensai ad un lontano avvenire quando avrei ricordato questa notte di passione in Eichstätt, la luna, le fontane e le piante mormoranti, l'aspetto delle case straniere. Entrando nel Rossmarkt udii suonare e cantare. Le finestre di casa Treuberg erano aperte ed i suoni uscivan proprio di là; passai con un gran battito di cuore sotto il fanale vicino e andai ad addossarmi al canto oscuro d'un'altra casa. Tre o quattro persone si erano fermate in mezzo alla via ad ascoltare; in quel momento la musica cessò e i tre o quattro curiosi se n'andarono. La notte era così chiara e placida; speravo che Violet si affacciasse alla finestra. Non vidi mai nessuno. Invece un baritono cantò detestabilmente qualche cosa di wagneriano e poi una fresca voce di giovinetta disse con grazia _Haidenröslein_ di Schubert, che avevo già udita canterellare in un mite pomeriggio di novembre, fra le ultime rose della mia collina italiana. Allora la semplice poesia di Goëthe, la semplice musica di Schubert con quella loro spensieratezza piena di occulta malinconia, mi avevano stretto il cuore; adesso mi mettevano uno spasimo di dolor geloso, adesso mi torcevo le mani perchè la dolce _Röslein_ _auf der Haide_, la rosetta della landa, si confondeva nel mio segreto con la rosetta mia, con la rosetta della storia amara. «Il fanciullo disse: ti schianto; la rosetta disse: ti pungo.» Dio, povera rosa! Che voglia avevo di baciarla, di stringerla, di farle male e di piangere, rosetta, rosetta, rosetta mia, oh non _Röslein roth_, rosetta pallida! Non ressi ad ascoltar la fine e me ne venni via.

XXII.

Trovo fra le mie carte i seguenti versi, senza data, cui mi pare avere scritti quella notte, pensando al viaggio da Norimberga e alla colazione nel bosco. Prima di questo amore ho pensato male dei poeti che si mettevano a verseggiare quando l'arte, secondo me, doveva esser più lontana dei loro pensieri. Me ne pento. Ella potrà trovar fredde, amica mia, le interpolazioni metriche del mio racconto; pure è vero che io scrivevo versi allora come un altro avrebbe versato lagrime, senza pensare menomamente all'arte, per necessità e sfogo di passione.

Se parlo a l'altre dame e tu presente In disparte tacendo te ne stai, Te anelo e chiamo e stringo e bacio in mente, E tu in mente ne godi che lo sai.

Parlo altrui non so che, sorrido e soffro, Chi mi parla non vedo e non ascolto, Tutta l'anima mia con gli occhi t'offro Quando mi doni un lampo del tuo volto.

A te il genio, a te il cor, tu sei la sola, Sei luce, gloria sei, potenza e vita; Sei del Signor la tenera Parola A me ne l'ombra susurrata e udita.

XXIII.

L'indomani mattina, uscendo dall'_Aquila Nera_, m'incontrai faccia a faccia col professore Topler, che veniva a riparlarmi dei libri italiani. Mi crucciai in cuor mio che suo fratello non gli avesse ancor detto niente. Risposi che non potevo assolutamente incaricarmene e che il suo _verehrter Herr Bruder_ ne sapeva il perchè.--Oh oh!--fece il professore ossequiosamente.--Oh oh, bene! Oh oh, bene!--Nella cerimoniosa Germania non ho conosciute due persone cerimoniose come il professore Topler, che anche nominando suo fratello gli appiccicava degli aggettivi rispettosi. Vedevo che gli pareva scortese di lasciarmi così su due piedi, e che, mortificato dalla mia repulsa, non sapeva quale discorso tenermi.

--Iersera abbiamo fatto musica in casa Treuberg--diss'egli.

M'inchinai in silenzio.

--C'era--soggiunse--anche la signorina Luise.

M'inchinai daccapo. Egli attese ancora un poco, mi fece un profondo saluto e se n'andò.

La signorina Luise! Mi pareva che volesse un gran bene a Violet, e ciò la rendeva ben cara anche a me. Avrei voluto vederla, parlare con lei di miss Yves, ma non sapevo se fosse conveniente di farle una visita. Mi ricordai che mi aveva chiesti i versi italiani fatti per lei nel Bahnhofswald, e risolsi di portarglieli. Il vecchio Topler, scendendo meco dal Parkhaus, mi aveva indicato la casa dei von Dobra nella Marktgasse. Me la ricordavo bene per una statua della Madonna col Bambino infissa fra due finestre. Topler mi aveva detto che le signorine, orfane della madre, abitavano lì col loro papà, membro del Landesgericht di Eichstätt.

Suonavano allora le undici, e trovai che la signora Luise era uscita da una mezz'ora per andar a prendere una sua sorellina alla _Volkschule_ delle Benedettine nel convento di Santa Valpurga. Mi feci insegnare la via, passai dal convento, incontrai molte bambine che ne uscivano, ma non lei. Tirai avanti per la Westenvorstadt e la trovai poco lontano, in un prato lungo l'Altmühl, a coglier fiori con la sua sorellina. Mi chiese se andavo al Tiefenthal, e parve molto lieta di apprendere che invece ero venuto in cerca di lei con quei versi. Le domandai di miss Yves. Rispose che aveva passato una bella serata con lei in casa Treuberg, che una sua cugina aveva cantato molto bene e un signore di Monaco molto male.

--Sua cugina--diss'io--ha cantato _Haidenröslein_.

--Oh come lo sa,?--esclamò la biondina battendo palma a palma. Risposi ch'ero passato sotto le finestre di Treuberg, ed ella mi sgridò, mi disse che ero stato molto cattivo di non salire.

--Iersera ci sarebbe proprio stato bisogno di Lei--soggiunse--Il vecchio Topler voleva assolutamente sapere l'indirizzo esatto dei...

Nominò la famiglia di comune conoscenza che dimorava a Monaco.

--La zia Treuberg--proseguì--non lo ricordava bene. A me pareva che fosse così.

Me lo ripetè ed era esatto, ma io tacqui assorto com'ero nell'immaginar le ragioni di Topler. Pensai subito che volesse chiedere informazioni sul mio conto. E poi?

--Ci aiuti a coglier fiori--disse la biondina.--Non si pranza mai senza fiori sulla tavola, noi. Domani si ha gente a pranzo e andrò a prenderne di più belli nel bosco e anche a Waldmeister; ma oggi non ho tempo. Se ci aiuta bene, Le faccio poi fare un bel giro, si torna in città da quei pioppi là, sotto la Burg. Non è vero ch'è bellina la nostra Eichstätt? Questo edificio grande con il campanile è il convento di S. Valpurga, lo sa bene; e quell'altra chiesa a destra e la Jesuitenkirche, e quella più a destra è la Heiligengeisteskirche. E questi prati, non sono carini?

Ella chiacchierava e coglieva fiori e li gettava nel grembiale della sua sorellina, dove li faceva posare anche a me, sgridandomi quando i gambi non erano abbastanza lunghi. Io cercavo pure di ricondurla all'argomento di prima. Le chiesi se oramai miss Yves stesse veramente bene.

--Credo di sì,--rispose,--ma è tanto triste. Anche iersera quando mia cugina cantava era pallida pallida; ho avuto paura che svenisse. Ma già ci doveva essere qualche mistero iersera.

--Perchè?

--Perchè quando andai a casa Treuberg trovai Violet così turbata, così distratta! Ne domandai a lei, mi disse che non aveva niente; ne domandai alla zia, mi rispose ch'era diventata così da un quarto d'ora, dopo aver ricevuta una lettera. Fui poi presente quando arrivarono i fratelli Topler.

--Ebbene?

--Non so, si guardarono in un certo modo diverso dal solito. Il vecchio Topler poi non pareva più lui. Era così serio!--Sì, sì--soggiunse la signorina porgendo due labbrucci malcontenti--ma Lei non pensa che a Violet, non si occupa dei miei fiori.

Finita la raccolta, Luise ne fece imbarcare, ciascuno con un fascio di margherite, garofani chinesi e anemoni, nel rozzo canotto di un pescatore che ci portò all'altra riva dell'Altmühl. Ella m'indicò dal fiume la casa che il professor Topler stava preparando per la sposa e mi disse che miss Yves vi era già andata e vi doveva ritornare quel giorno stesso. Giudicava poi da qualche frase della stessa Violet ch'ella si sarebbe trattenuta ad Eichstätt molto meno di quanto aveva divisato prima. Non avrei dovuto stupirne, ma pure n'ebbi una stretta al petto. Miss Yves voleva dunque fuggirmi; se ora il vecchio Topler non parlasse a suo fratello, che potrei fare? Un momento prima avevo il cuore pieno di speranze; adesso tremavo di essermi illuso. La gentile signorina Luise dovette rimanere ben poco soddisfatta di me che guardavo stupidamente nell'acqua o nell'erba invece di mostrarmi amabile cavaliere, o almeno di ammirare la sua linda cittadetta accoccolata nella valle, la processione dei pioppi, e, là in alto, il fantasma della vecchia Burg in rovina. Tacendo io, finì anche lei con tacere. A pochi passi dalla città, ritornandovi, colse certe foglie odorose dicendo di voler portare a Violet il suo prediletto _sweetbriar_. Mi domandò quindi se intendevo andare, quella sera, a casa Treuberg. Prima avevo deciso di andarvi, ma poichè il vecchio Topler aveva chieste informazioni sul mio conto in Italia, e forse le attendeva per parlare col fratello, per pigliare una risoluzione definitiva, siccome una mia visita avrebbe potuto affrettare la partenza di Violet, mi parve opportuno di astenermene per ora, quantunque il sacrificio mi fosse doloroso; risposi che non vi sarei andato.

Accompagnai la signorina fino a casa, dove mi fece conoscere suo padre: un signore molto garbato che mi parve devoto suddito della bionda figliuola. M'invitarono al thè per la sera successiva.--Sarà contento--diss'ella con un sorriso.--Il nostro thè è eccellente.--Mi sentii arrossir forte. Il sorriso della biondina era il suo solito sorriso benevolo sulla bocca ma non negli occhi. Gli occhi brillanti dicevano chiaro: troverà miss Yves.

XXIV.

L'indomani sera mi recai a casa von Dobra verso le nove. Nella giornata non avevo veduto nessuno. Il signor Treuberg era venuto a portarmi una carta all'albergo e avevo ricevuto una lettera da mio fratello. Questi mi riferiva, scherzando, la voce corsa nel mio paese che il mio viaggio avesse uno scopo galante. Non so esprimere la irritazione, il disgusto che ne provai. Come mai s'era diffusa una voce simile? Mi sdegnavo, senza ragione, anche con mio fratello per quella odiosa parola: _galante_. Questa gente pettegola e stupida mi sciupava l'amore! Allora per la prima volta sentii orrore di far conoscere Violet a' miei concittadini, se mai giungessi a possederla. L'idea che il nostro amore e la sua persona fossero tema di commenti e di scherzi mi riusciva intollerabile.

Trovai le sorelle von Dobra sole con il loro papà. La signorina Luise era un po' meno brillante del solito; invece sua sorella, di cui prima avevo appena udita la voce, parlava assai e di tanto in tanto mi guardava, come mi parve, curiosamente. Una volta ch'ella discorreva con suo padre, Luise mi disse quasi sottovoce:--Il thè non sarà così buono come credevo.--Un quarto d'ora dopo di me vennero una vecchia dama, un giovane signore e una giovinetta che mi furono presentati da Luise come Haidenröslein, sua madre e suo fratello; con la dichiarazione che quest'ultimo era la unica spina di una così bella rosetta. Dopo ch'ebbero scherzato e riso alquanto, la signorina Haidenröslein domandò:--E miss Yves?

--Non viene--rispose la sorella di Luise. E soggiunse guardandomi:

--Ne siamo tutti così desolati!--Vidi Luise mandarle un'occhiata di rimprovero.

--E il vecchio Topler, almeno?--riprese l'altra.--Ho tanta voglia di udirlo! M'han detto che suona anche col naso e con le ginocchia.

--Non verrà neanche lui, credo--rispose Luise.

Non ne dubitai più; la causa di queste assenze ero io, e le sorelle von Dobra ne sapevano qualche cosa. Chi aveva parlato? Cosa era successo fra i Topler e miss Yves? Desideravano essi evitar me, o evitarsi a vicenda? La mia ebbra fantasia immaginava anche questo. E non saper niente, non potere saper niente! Il signor von Dobra mi parlava, forse dell'Italia, forse dei sandwiches preparati dalle sue figliuole. Dio solo sa come lo ascoltai e cosa intesi. Debbo sorridere ancora quando penso alle mie risposte assurde e a' suoi occhi stupefatti. Preso il thè, la cugina, di cui non ricordo il nome, cantò _Haidenröslein_. Stavolta mi toccò udirla tutta, ma n'ebbi una impressione diversa; per meglio dire, non n'ebbi quasi alcuna impressione, tanto era presa la mia mente dalle incertezze presenti. Poi la signorina cantò ancora, cantò fra l'altre cose un lungo duetto con suo fratello. Durante questo pezzo Luise sedette presso a me e mi disse sottovoce:

--Devo dirle qualche cosa da parte di una persona, ma ora è impossibile. Vado dalle Benedettine ogni mattina alle dieci e mezzo e poi nei prati.

Più tardi trovò un altro momento per dirmi pure in segreto:

--Credo che parta domani.

La sorpresa e la commozione mia nell'udire ch'ell'aveva una parola di Violet per me non si dicono. Non era ancora nè gioia nè spavento, perchè non potevo sapere quale parola fosse; quando intesi che miss Yves partiva all'indomani, sorse in me insieme al subito terrore, più forte del terrore, l'antica fede, la volontà indomita di vincere. Tornai tranquillo, complimentai la cantatrice, scherzai con le signorine di casa, lodai al loro papà l'Italia e i sandwiches, e mi congedai dalla compagnia col sorriso sulle labbra.

O luna tedesca, com'eri grande e spettrale, quella sera, in faccia a me, fra i tetti acuti di Eichstätt! La notte, la solitudine, il silenzio quietarono presto il mio orgasmo. Camminando, mi tornavano spontaneamente alle labbra alcuni versi pensati pochi mesi prima, nel passeggiare di notte la mia città:

È mezzanotte, al mio passo La strada vuota risuona Mentre men vo lento, lasso, E ai sogni il cor s'abbandona.

Le nere alte case gotiche Sfolgora un lume d'argento; Non so che peso di secoli, Che stanco dolor vi sento.

Tu in faccia mi splendi, o luna, Fra i tetti obliqui sorgente. Ahi che un'amara fortuna Pur nel tuo volto si sente.

Deserta, in cielo, tu sei; Di tanta gloria che fai? O luna, s'io non ho lei Splender poeta ch'è mai?

Passai dal Rossmarkt; la casa era tutta buia. Il pensiero che all'indomani sera Violet non sarebbe più là, che forse non saprei dove seguirla, mi diede un acuto ma breve spasimo. Passai gran parte della notte alla finestra, immaginando ciò che poteva essere accaduto in quel giorno, ciò che potrebbe succedere all'indomani.

La mia finestra guardava il fianco della fontana di San Villibaldo, e a poco a poco la figura benedicente del mansueto vescovo, con i piedi nell'ombra e la testa nella luna, mescolavasi ai miei sogni.

XXV.

Alle dieci la mattina seguente ero già fuori della Westenvorstadt. Luise comparve colla sua sorellina all'ora indicatami. Era molto pallida e seria; pareva commossa quanto me. Io aspettavo in silenzio che parlasse. Avevo inteso la sera prima, e ora il suo viso mi confermava che sapeva tutto; ciò e l'aspettazione affannosa mi toglievan la voce. Ella mi guardò, sorpresa del mio aspetto; quasi atterrita, mi parve. S'affrettò a dirmi che aveva per me un saluto, un solo saluto. Sentivo che aveva altre cose a confidarmi e non ne trovava la via; nè io trovavo la via d'aiutarla. Non seppi dirle che questo:

--Un saluto di miss Yves?

Ella non rispose; mi disse invece sottovoce e in fretta:--Voglio bene a Violet, mi rincresce che sposi il professor Topler.

Dimenticai ch'eravamo in istrada, le presi una mano, gliela strinsi. Un subito rossore le divampò in viso; ritirò la mano. Le chiesi scusa, ciò che la fece arrossire ancor più.--È un'idea mia--disse--quello che faccio,--Nessuno dovrà saperlo mai mai. Mi prometta che non dirà niente a nessuno.

Povera cara fanciulla, se avesse avuto ancora la sua mamma non avrei mai saputo nulla di quest'idea, probabilmente, neppur io; così seguiva il suo cuore caldo e la sua testolina immaginosa. Però esitava, aveva paura, come un ragazzo che conduce solo un cavallo ardente, ne gode e trepida.

--Mi prometta anche questo--soggiunse dopo una breve pausa--mi dia parola d'esser sincero con me. Pensa male di me, crede che sia una pazzia di mescolarmi in questa cosa?

--Ma no!--esclamai.

--Perchè--diss'ella--a casa mia lo crederebbero di certo. Però mi fido di Lei.

In fatto non so come la cara giovinetta potesse avere fiducia in me che conosceva appena, e certo il suo atto non era conforme alla prudenza del mondo. Credo averlo giudicato anche allora, quando disse: mi fido di Lei. Confesso che tacqui, con un lampo di rimorso, il mio giudizio e la pregai, palpitando, di parlare.

--Vorrei che la mia amica fosse felice--disse ella arrossendo ancora--e credo di aver capito come lo sarebbe.

Giunsi le mani in silenzio; una gratitudine, una tenerezza troppo forte mi facevan groppo alla gola.--Ho saputo tutto dalla zia--riprese Luise--che lo sapeva dal dottor Topler. Violet non mi ha raccontato niente. Mi ha detto solamente che parte stasera e che se vedevo Lei, Le facessi i suoi saluti. Allora la zia non mi aveva ancora parlato e mi meravigliai molto di questa partenza affrettata. Violet mi abbracciò, mi baciò, mi disse: cara bambina!--e niente altro. Io l'amo quanto posso, ma già lei mi tratta sempre così: «cara bambina, cara bambina!»

Le vidi gli occhi umidi.

--Ha torto--riprese--ma non importa. Ne chiesi a mia zia e capii subito che sapeva e non voleva parlare. Povera zia, quando voglio io!...

Stavolta gli occhietti azzurri scintillarono di malizia e di orgoglio. Ella mi raccontò poi che Topler aveva pregato sua zia Treuberg di chiedere informazioni sul mio conto e che intanto aveva interrogato Violet, la quale si era mostrata fermissima nel proposito di tenere la promessa data al professore, anzi lo avea caldamente pregato di tacere del tutto con quest'ultimo. Allora Topler era ritornato per consiglio dalla signora di Treuberg, la quale riteneva che di fronte a un contegno risoluto di miss Yves io mi sarei dato per vinto, e che quindi si potrebbe tacere ogni cosa al fidanzato. Perciò fu deciso che Violet, con un pretesto, partisse subito per Norimberga. Il povero Topler, nuovo a simili impicci, ora dava in escandescenze, ora cadeva in abbattimenti, ci si smarriva e si affidava in tutto ai consigli della signora Treuberg, che era una buona creatura, ma non la sapienza in persona, secondo Luise.

--E dunque?--diss'io storditamente.