Il mistero del poeta

Part 8

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Egli fece portare un lume e il caffè; immaginando di offrirmi uno squisito regalo. Il caffè, per verità, era detestabile, ma non mi pareva vero di legarmi sempre più con Topler, il quale mi confessò alla sua volta ch'era felice di conversare con un italiano.--Con Lei mi accordo--diss'egli--più che con parecchi dei miei compatriotti.

Poco dopo arrivò suo fratello da casa Treuberg. Miss Yves stava oramai bene; tuttavia il fidanzato pareva assai pensieroso e si ritirò quasi subito. Io mi alzai, ma il mio vecchio amico non mi permise di partire. Egli era venuto osservando suo fratello con l'attenzione di un padre e non sapeva nascondere le sue angustie. Mi disse che temeva suo fratello non si sentisse bene, e mi chiese licenza di andargli a parlare un momento. Quando ricomparve aveva una faccia piuttosto dispettosa che triste.

--Qualchecosa di male?--diss'io.

--Oh no no, _eine alte Geschichte_, storie solite.

Si tacque entrambi un poco, e poi Topler mi lasciò finalmente andare.

Prima di ritornare all'albergo passai sotto le finestre illuminate di casa Treuberg, e guardai lungamente la porta dove avevo oramai deciso di entrare all'indomani.

XVIII.

Erano appena suonate le due pomeridiane quando m'avviai a casa Treuberg. Camminavo a capo basso e ho nette in mente le ombre delle case lungo il marciapiede che seguivo. Fino al momento di uscire dall'albergo avevo molto fantasticato se la vedrei, se non la vedrei, se potrebbe parlarmi o no; postomi in cammino, non fui più in grado di pensare a niente.

Suonai e domandai della signora. La cameriera mi rispose che tutta la famiglia era uscita, che c'era in casa soltanto la signorina Yves.

Mi balzò il cuore. Provai una sensazione di sgomento e di riverenza, di gratitudine violenta verso Dio quasi come quando rifeci il sogno memorabile, come quando, a Belvedere, intesi per la prima volta la dolce voce.

--Allora--risposi--vedrò miss Yves.

La cameriera non domandò il mio nome, mi credette forse uno straniero amico della signorina straniera, e m'introdusse. Attraversammo l'anticamera; la cameriera aperse un uscio e disse:--Un signore cerca di Lei.--Vidi Violet che stava scrivendo.

Non era sola; una bambina leggeva presso a lei, un'altra giuocava con la bambola, silenziosamente. Miss Yves alzò la testa e mi diede il buon giorno con un lieve sorriso, tranquillamente. Non vidi che viso avesse, perchè voltava le spalle alle finestre. Le bambine mi guardavano, attonite.

--Lei scriveva?--dissi, in tono di scusa.

Violet mi rispose sotto voce, in inglese, qualche cosa che non intesi bene.

--Per me?--domandai.

--Sì--diss'ella.

--È subito finito--soggiunse.--Non posso dirle questo a voce.

Aspettai, accarezzando la piccola lettrice. L'altra piccina avea posata la sua bambola ed era venuta a porre il capo in grembo a miss Yves. Questa mi porse il foglio e si mise pure a baciare ed accarezzare la testolina bionda. Lessi stando in piedi presso al tavolino.

Violet non aveva cuore di dir ciò che scrisse, e io non ho cuore di riferirlo qui nella soave, squisita forma in cui lo conservo. Mi perdoni, amica mia, non lo darei a leggere nemmanco a Lei. Miss Yves si doleva, con parole accorate, ch'io non l'avessi obbedita, e diceva di aver consentito a parlarmi ancora, solo per la fiducia che dopo il suo racconto mi allontanerei da lei per sempre. Mi pregava quindi di usarle pietà, di non dirle parole dure, di congedarmi da lei con clemenza.

Io ero commosso sino al fondo dell'anima, mi mancava il respiro; Violet pure ansava, con una faccia smarrita. Stesi le mani come a prendere le sue. Ella accennò rapidamente alle bambine, onde compresi che, sola, me le avrebbe concesse.

--Lo prometto--le dissi in italiano, con voce soffocata.--Mi crede, non è vero?

Violet rispose, pure in italiano:--Sì.

E si alzò.

--Crede--diss'io--di potermi parlare subito?

Ella rispose ancora:

--Sì.

Penava a reggersi in piedi e si appoggiò alla parete fra le finestre. Le venni vicino; ero tra lei e le bambine.

--E se--le susurrai--dopo il Suo racconto La pregassi di essere mia moglie?

Ella teneva ora il capo chino sul petto, e lo scosse un poco senz'alzarlo.

--No?--chiesi angosciosamente--No?

--Non mi pregherà--rispose. La voce soave non s'udiva quasi più.

Restammo alquanto senza parlare.

--Allora...--diss'ella.

Si accostò alla bambine e parve ritrovare l'usata grazia serena. Diede loro un libro illustrato, le pregò di star tranquille e poi mi offerse di mostrarmi un albo di fotografie inglesi.

Sedemmo ad un altro tavolino nell'angolo più scuro della stanza. Nell'aprire l'albo Violet urtò leggermente un vaso di porcellana che portava delle rose sciolte. Una piccola rosetta incarnatina cadde sulle fotografie.

Miss Yves cominciò il suo racconto sottovoce, con gli occhi fermi alla rosetta. Parlando e parlando prese il fiore nelle mani, che si aprivano e si chiudevano con lenti moti convulsi, e non lo lasciò più.

Mai non vorrei raccontar per disteso la sua storia dolorosa e forse non lo potrei neppure. Molte cose non intesi, ed ella soffriva tanto nel dirle che non osavo pregarla di ripeterle. Io stesso soffrivo e preferivo cento volte non intender tutto.

Fino ai diciannove anni ell'aveva pensato che la sua imperfezione le togliesse di esser amata. Uscita di questo errore si era sulle prime alquanto difesa, poi aveva risposto alla passione con tale fuoco ed impeto che non si credeva capace di amare così mai più.

La udii raccontar le vicende angosciose di questo amore dicendo tutto, fermandosi quando la parola era dura a metter fuori, non togliendo mai nè le mani nè gli occhi vitrei dalla rosetta. La sua voce diventava sempre più rotta, sommessa e torbida; quanto a me, la gelosia, la pietà, il dolore, l'ammirazione e l'amore mi facevano in mente una sola tempesta. Era la storia del più appassionato e cieco fra i cuori, dell'anima la più fiera, e insieme la più equa verso chi l'avea fatta soffrire, la più grande persino negli errori suoi, nello sdegno, forse talora ingiusto, di ciò che la comune opinione pronuncia. Il suo amore era stato distrutto d'un colpo, non dirò come; ella s'era trovata quasi senza cuore fino al giorno in cui avea letto il mio libro.

Non versò, parlando, una lagrima sola, ma tutta la povera rosa perì, e sulla fine, le convulse mani che l'avevano unita si stringevano a vuoto come in delirio. Io le raccolsi, le chiusi nelle mie, le serrai sul mio petto, dissi piano qualche parola di conforto. Mi parve che la cara persona si elettrizzasse tutta, che piegasse a me, che gli occhi avessero un lampo di sereno. Le bambine la chiamarono in quel momento: miss! miss! Ella ritirò le mani e accennò che tacessero; non ci fu verso, dovette alzarsi, trascinarsi a stento fino a loro. Mi alzai pure. L'avevo confortata, ma col petto oppresso da un dolor mortale. Mi posi a camminar lentamente su e giù per la stanza, e feci alquanti giri prima d'accorgermi che miss Yves era ancora là al tavolino, col viso tra le mani. Me le accostai, le domandai:

--E questo matrimonio?

Ella scostò le mani dal viso ma non alzò gli occhi a me.

--Per i miei parenti--rispose.--Lo hanno tanto desiderato. Sono povera, sono un peso per essi. No, mi vogliono bene, ma non sono una figlia. Mio padre e mia madre sono morti.

Che pietà udirla parlare così sconsolata, con quella infinita dolcezza di voce, vederla tanto pallida e affranta, pensare che coraggio magnanimo e che tormento era stato il suo di raccontarmi tutto così! Avrei voluto stringermi la sua testa sul cuore, ma forse anche senza la presenza delle bambine non l'avrei potuto. No, non l'avrei potuto contro il dolore e l'orgoglio. Non sapevo che mi facessi nè che mi dicessi. Mormorai:

--Grazie, Dio La consoli, Dio La benedica.

Ella scosse ancora il capo in silenzio come per soffocar le lagrime e si mise a brancicar i petali sparsi della rosetta. Sapevo bene che la mia dolorosa pietà, il mio turbamento dovevano essere terribili per lei, quantunque preparata. Era uno strazio per me di saperlo, ma pure non potevo ancor dirle la parola che sentivo lottare e lottare in fondo all'anima mia. Violet fece atto di gittar da sè le foglie di rosa. Allora finalmente posai la mia sulla sua mano e le dissi con dolcezza:

--No.

Trassi una vecchia lettera, vi raccolsi ad uno ad uno i poveri petali dispersi. Ella mi guardava la mano senza dir niente e solo dopo alcuni momenti mormorò:

--Cosa fa?

Non potei rispondere, continuai a raccoglier le spoglie della rosetta ed ella non mi interrogò più. Una fogliolina era caduta sul pavimento. Violet si chinò a raccoglierla e me la porse.

--Povera rosa!--diss'ella.

Le presi la mano, gliela strinsi forte, ripetei:--povera rosa!--Subito gli occhi suoi s'empirono di lagrime.

--Starà con me--dissi--sempre con me. Nessuna rosa mi sarà più cara di questa che ha sofferto tanto.

Miss Yves non parve intendere ciò che volevo dire.

--Ho ucciso qualche cosa--diss'ella a voce bassissima--anche nell'anima Sua, non è vero?

--Credo di sì--risposi--ma vi è anche nata qualche altra cosa.

Era vero; mi pareva di esser passato per un gran fuoco e che i momenti fossero stati anni, e che il mio amore e il mio cuore si fossero trasformati interamente.

--Adesso--ripigliai--Ella mi è cara in un modo più profondo, in un modo più sacro; è tanto più unita a me di prima.

Miss Yves ansava, ansava e non rispondeva.

Le sedetti accanto, le susurrai all'orecchio:

--Violet, vuol essere unita a me interamente, davanti a Dio, davanti a tutti?

Ella trasalì, mi afferrò una mano, la strinse con lo spasimo nervoso di prima e mi disse piano, tenendo sempre il viso chino e gli occhi bassi:

--Non può essere! Non lo dica! Non lo dica!

L'uscio dell'anticamera si aperse; Violet ebbe appena il tempo di ritirare la mano, ed il signor Treuberg entrò. Sua moglie era presso un'amica malata e faceva avvertire miss Yves che non avrebbe potuto rientrare prima di notte. Promisi al signor Treuberg di ritornare presto per riverire madama, e mi congedai portando meco l'ultimo sguardo di Violet, uno sguardo appassionato e triste in cui mi si abbandonava tutta per un lampo e mi ripeteva insieme: Non può essere, non può essere!

XIX.

Vissi fino all'indomani mattina come un malato di terzana ardente che lavora con la torbida fantasia e non sa bene se goda o se soffra. Mi domandavo se il fiore dell'agave fosse veramente sbocciato a Belvedere di Lanzo, o se solo adesso incominciasse con tormento e con ebbrezza a lacerarmi l'anima per uscirne. Il mio amore per Violet si era fatto più intenso; la sua confessione ci aveva più avvicinati e stretti che nè lei nè io potessimo prevedere. E potevo io immaginare certe stranezze della mia natura? Avevo a difendermi, nel mio accoramento geloso, da un acre istinto che mi faceva desiderare Violet più impetuosamente perchè era stata tanto amata e aveva tanto amato ella stessa.

Alla sera mi recai da Topler. Non c'era; c'era invece suo fratello. Lo avrei evitato volentieri, ma non mi fu possibile, perchè mi aperse egli stesso; parve felice di vedermi e mi fece le più vive istanze perchè entrassi. Non sapevo spiegarmi, sulle prime, tale inopportuna cordialità; poi intesi che avrebbe voluto parlarmi di qualche cosa e non sapeva venirne a capo. Finalmente, dopo non so quante cerimonie, mi confessò arrossendo che sperava molto nel mio aiuto per scegliere alcuni libri italiani cui aveva divisato di offrire in dono alla sua fidanzata. Gli risposi che non ero in grado di accontentarlo. Rimase, naturalmente, sorpreso o mortificato, e si scusò col solito ossequio. Egli aveva un'aria così modesta e buona nella sua timidezza! Lo sentivo migliore di me che stavo per togliergli il suo tesoro, la sua speranza, la sua felicità. Fu quasi una consolazione per me di pensare che Violet mi aveva detto «non può essere» che non ci eravamo accordati contro di lui a sua insaputa.

Volli dirgli che avevo necessità, per motivi urgenti, di parlare a suo fratello. Più tardi egli ricorderebbe queste parole e il mio accento commosso, intenderebbe quanto mi fosse stato a cuore di non essere nè parer disleale. Il mattino seguente ricevetti questa lettera di miss Yves:

«Mi credo in dovere, benchè spossata a morte, di soggiungere qualche cosa circa il mio matrimonio, avendone parlato non bene nella commozione di poco fa.

«Ho dato liberamente una parola non inconsiderata. Conosco da un pezzo il prof. Topler, l'ho sempre stimato profondamente onesto e buono. Non potendo ricambiare il suo sentimento, lo pregai che si allontanasse da me. Egli obbedì, umile; continuò ad amarmi o ad aspettare nell'ombra. I miei parenti mi disapprovarono e me lo dissero. Dopo qualche tempo T. mi fece chiedere il permesso di vedermi ancora. Esitai lungamente, considerai la mia situazione di fronte a' miei parenti per la cui pietà vivo, considerai che la mia salute mi toglie di provvedere da me alla mia esistenza. Malgrado la mia grande stima e la mia gratitudine per T., l'idea del matrimonio m'ispirava un invincibile orrore; mi domandai se il suo amore, veramente alto e nobile, non potesse accontentarsi di una convivenza fraterna e del nome di sposo, se non gli potrei proporre una tale unione. Così feci, e la mia offerta fu accettata con gioia. Rimasi mortificata di pensare che forse quest'uomo semplice era più nobile di me, malgrado i miei raffinamenti di sentimento e d'intelletto. Questo fu per me il principio d'un nuovo scetticismo, il più amaro; divenni scettica verso me stessa. Una persona pia mi disse che ciò era buono per il mio orgoglio, che mi avvicinavo a Dio; non lo so.

«Veda se posso mancare alla mia promessa! Pur troppo temo avervi già in parte mancato, pur troppo fui già debole o forse malaccorta verso di Lei. Sento che non avevo neanche più intero il diritto di confidarmi a Lei. Fu la sua minaccia di parlare a T., che mi spinse.

«Ignoro se Le sarà di conforto il sapere che qui in terra una cosa amara mi dovrebbe in ogni caso dividere da Lei per sempre, che dovrei essere per lei soltanto un'amica fedele.

«Le ho detto cosa pensassi, fino ai diciannove anni, della mia imperfezione fisica. Mai non avrei creduto poter essere amata. Dopo i ventidue ho pensato invece che potevo ispirare un capriccio, anche una passione, ma che nessuno mi sposerebbe; e quand'anche uno potesse acciecarsi tanto, il giudizio de' suoi parenti e de' suoi amici, e, passata la prima ebbrezza, il suo stesso giudizio lo farebbero pentire in breve tempo. Ciò non rispondeva al mio ideale dell'amore, ma non ho accusato gli uomini di essere troppo bassi, mi son detta che non ne avevano colpa. Accettando l'offerta di T. ero sicura che anch'egli si pentirebbe, un giorno; ma lo conoscevo tanto buono, tanto umile, sapevo che mi conserverebbe rispetto e amicizia: non desideravo amore.

«Più tardi ho conosciuto il Suo libro, ho conosciuto Lei. Fin da Belvedere di Lanzo mi venne l'idea che forse potrei essere amata durevolmente. Sa cosa mi dissi allora? Tuo padre morì di paralisi a trentasei anni, hai perduto una zia e uno zio nello stesso modo, tu sei già tocca dal destino, non potresti esser sua, saresti colpevole. Dio mio, saremmo colpevoli!

«E ora, ne la scongiuro, non parli ai T., non faccia soffrire alcuno inutilmente, parta. Grazie della tenera pietà per la rosetta. Addio, l'ultimo addio!

«VIOLET YVES.»

Lessi, piansi, rilessi, baciai e ribaciai lo scritto, come se fossero le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue labbra, singhiozzando: no, no, non è l'ultimo addio, no! Non potevo a meno di dirle ad alta voce: non parto, ti amo, sarai mia, non è una colpa. Uscii subito e andai diritto a casa Topler per dir tutto al mio vecchio amico. Come lo avrei detto, come avrei giustificato un atto simile, cosa avrei chiesto e che ne sarebbe uscito, io non sapevo affatto. Non ne avevo la menoma idea.

A casa Topler non trovai nessuno. Seppi dalla domestica che il professore e suo fratello erano partiti colla famiglia Treuberg. La donna supponeva che fossero andati a Obereichstätt a vedere una fonderia e che avrebbero pranzato fuori, forse a Marienstein. Lasciai un biglietto per avvertire l'amico mio che avevo grande necessità di trovarmi con lui solo e che sarei venuto nella sera.

Chiesi dove fosse Marienstein e andai a passeggiare da un'altra parte, verso il Parkhaus, col desiderio di tornar nel bosco che avevo attraversato insieme a miss Yves, di star con lei come potevo. Il cielo era grigio, l'aria quieta e tepida. Sedetti sopra un banco delle _Anlagen_, trassi, palpitando, dal portafogli la busta dov'erano i petali della rosetta e immaginai alcuni versi da offrire a Violet. Finivano così:

Or nel mio amore v'ha un profumo santo, Una dolcezza tenera e nascosa; In quella sera ch'ella soffrì tanto L'hai perso tu, mia poveretta rosa.

Mi par rivedere, scrivendo, quel banco delle _Anlagen_ sopra una svolta della costa e del sentiero, la mite collina con i suoi alberi pensosi, l'Altmühl chiara giù nella valle. Sulla spalliera del sedile si legge forse anche adesso «V. Y.» Dalla mia adolescenza in poi non ero più stato tanto fanciullo! Mentre incidevo le due lettere sopraggiunsero dall'alto le sorelle von Dobra con un ragazzo e un gran bottino di fiori del bosco.

La signorina Luise parve tutta contenta di vedermi e andò subito a mettere il suo nasino sulle lettere.

--Queste non sono le Sue iniziali!--diss'ella, candidamente. Non le venne in mente che potessero esser quelle della sua amica. Sapeva della gita e mi fece una graziosa pittura di Obereichstätt, della chiesetta antica di Marienstein, e dei bei prati in riva all'Altmühl.

--Peccato--disse--che non ci siamo anche noi! Violet si divertirebbe di più.--Mi pareva che sua sorella disapprovasse tanta famigliarità con me e che volesse andarsene. Io pensavo, vedendola così bellina, così graziosa, che fortuna sarebbe stata se il professore Topler si fosse innamorato di lei.--Vengo, vengo!--esclamò la cara biondina impazientita dei cenni di sua sorella.--Ma prima voglio domandarle una cosa. Non è un orrore che Violet sposi quel brutto uomo? Lo dica, lo dica, lo dica!

Ella batteva il suo piedino e io non lo dicevo ancora, non lo potei dire. Invece il fratellino delle signorine, un monello di undici anni, esclamò senza altro:--È zoppa! Nessuno dovrebbe sposarla!--La biondina, inviperita, lo voleva battere. Il ragazzo scappò gridando che lo aveva detto papà, le sorelle lo inseguirono, udii la signorina Luise gittarmi un «adieu!» e non vidi più alcuno.

«Nessuno dovrebbe sposarla.» Ecco la dura prudenza umana, la prudenza dei savi, dei buoni, dei pii, di tutti. Mio padre e mia madre, con il loro gran cuore, con il loro alto carattere, non avrebbero detto diversamente. Violet stessa lo diceva nella sua lettera; era una colpa. Io avevo gridato nel primo impeto della passione: no, non è colpa; ma potevo proprio credere a me, a me solo contro tutti?...

Mi feci questa domanda e giudicai di slancio contro il mondo e la prudenza umana. Sia, mi dissi; soffriranno coloro che verranno da noi e noi soffriremo in essi; ma se adesso che non sono ancora, potessero scegliere, come non accetterebbero una vita terrena tribolata e breve, pure di uscir dal niente, pur d'intendere, pur di amare, pur di salire a una forma superiore ed eterna, dove queste miserie della polvere non seguono l'uomo? Nessuno dovrebbe sposarla. Almeno dicessero: nessuno dovrebbe amarla! E allora perchè è lei più dolce che non possa essere acerba qualunque pena, perchè ha un cuore fatto di passione, perchè sento io che sono in lei, solo per lei è la gloria e la potenza della mia vita, è la pace in cui sempre mi riposerò di qualunque dolore?

Palpito ancora, nello scrivere, d'amore e di collera; forse anche contro di Lei, buona amica, cui dedico queste memorie! Perchè mi figuro che anche Lei pensi come gli altri, e più avversari mi trovo a fronte, più sale il mio sdegno. Non è una colpa, mi ripetevo io allora in mente, e mi pareva di serrarmi Violet sul cuore, di convincerla con i miei baci, di dirle ch'era la mia sposa, il mio corpo, l'anima mia, il mio piacere, il mio desiderio per sempre; e che di ciò non daremmo conto agli uomini, ma solo a Dio.

XX.

Verso le sei pomeridiane di quello stesso giorno, quando stavo per uscire dall'albergo, il dottor Topler entrò da me.

--Eccomi--diss'egli.

Non lo attendevo e non avevo ancora pensato bene il modo d'incominciare la mia confessione. Vedendomi perplesso, Topler aggrottò le ciglia, prese quell'aria grave che molti prendono in ciascuna parta del mondo, quando temono si chieda loro del denaro. M'affrettai a dirgli ch'era venuto il momento di fargli sapere perchè fossi ad Eichstätt.

La sua fronte si spianò. Come si celasse nell'anima sua calda e franca una segreta punta di avarizia, non lo so, ma vi era; e certe tracce del sole e della terra sul suo abito nero non erano, lo seppi di poi, interamente effetto di trascuratezza artistica o filosofica. La sua fronte si spianò e i suoi occhi curiosi brillarono.

--È un debito di lealtà da parte mia--soggiunsi.--Forse quando Lei saprà perchè sono venuto ad Eichstätt...

--Ebbene?--fece Topler.

--Non saremo più amici.

Egli trasalì, si rizzò sulla persona, mi guardò a sopracciglia levate. A me premeva oramai d'arrivare in fondo, e ripresi:

--Ieri non era la prima volta che vedevo miss Yves. L'ho veduta in Italia. Sono venuto in Germania per lei.

Topler mi guardava petrificato.

--L'altra sera--continuai--a Norimberga, ho udito il loro dialogo davanti al caffè Sonne e ho saputo a che ora dovevo trovarmi alla stazione per viaggiar con Loro.

--Lei non sapeva--esclamò Topler--che miss Yves è fidanzata?

--Sì signore, lo sapevo. Lo sapevo da lei stessa,

--Ah! Miss Yves La conosce?

--Sì signore.

--Oh!

In questo lungo _oh!_ come sul viso improvvisamente severo del vecchio vi era meraviglia e biasimo.

--Miss Yves--esclamai--mi respinge. Ha fatto il possibile, prima perchè non venissi in Germania, poi perchè partissi subito. Lei ha potuto osservare che durante tutto il tragitto da Norimberga ad Eichstätt non mi ha rivolto una sola parola, mentre tutti gli altri hanno invece conversato con me.

--Ma allora Lei...--scattò su Topler, e s'interruppe. Dopo un lungo mugolio sordo, come chi esita davanti a una parola, riprese a voce bassa guardando qua e là per la camera:

--Avrei quasi detto che Lei...

--Che sono pazzo? Non lo credo.

--Questo lo capisco--replicò Topler bruscamente.

--Devo pure dirle--soggiunsi--che malgrado la volontà di miss Yves resterò qui e farò il possibile per vincere questa volontà.

--E cosa dovrò dunque dir io?--proruppe Topler.

--Che non ho voluto tacere ed approfittare dell'amicizia Sua per giungere copertamente a' miei fini.

--Questo lo ha già fatto! E adesso quale azione è la Sua di perseguitare una signorina che non è più libera e che La respinge?

--Signor Topler--risposi--non mi giudichi, non...

--Io La giudico!---esclamò Topler furiosamente.--Giudico Lei e le Sue azioni come mi pare e piace! E le proibisco di restare ad Eichstätt! Le proibisco di molestare la fidanzata di mio fratello!

--Scusi--replicai tranquillamente.--Miss Violet Yves mi ama.

Stavolta Topler mi appuntò al viso l'indice della mano destra, mi guardò a bocca aperta e non disse verbo. Parve che la sua collera si sciogliesse in stupore.

Dopo un minuto di contemplazione attonita i suoi occhi si ravvivarono improvvisamente, il suo viso si colorò. Trasse di tasca un grande fazzoletto giallo e rosso, vi guardò dentro, brontolò: è matto; poi si soffiò fragorosamente il naso, e, fatto un nero cipiglio, raggomitolandosi in furia il fazzoletto fra le mani, vi borbottò su a precipizio:

--È matto è matto è matto è matto.

--No, caro signor Topler--diss'io con un certo freddo sdegno nella voce--non lo creda.

--Ma cosa mi ha detto poco fa?--ribattè iracondo.--Non mi ha detto che miss Yves La respinge? E adesso vien fuori che L'ama?