# Il mistero del poeta

## Part 7

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Il signor Treuberg sturò due bottiglie di Rüdesheimer e le signorine v'introdussero capovolti due mazzolini del bianco _Waldmeister_, che doveva morire così, cedendo al vino il suo dolce profumo selvaggio. Mentre gli altri vi erano attenti come ad un rito sacro, potei guardare Violet. Gli occhi suoi ebbero ancora quell'angoscioso _no_; i miei dovettero rispondere di _sì_. Era seduta sull'erba e teneva fra le mani l'ombrellino chiuso. Chinò il capo, le congiunse in atto supplichevole. Io mi misi a parlare del Maiwein con la signorina Luise.

--Il vino ed il fiore--disse il dottor Topler--sono diverse espressioni del suolo tedesco e noi ne facciamo una sola poesia.

Non solo nel _Maiwein_ ma in tutta la silvestre scena vi era una poesia che il segreto dramma mi impediva allora di gustare, ma che ritorna ora serena nella mia mente. Si stava aspettando che l'odore del Waldmeister passasse nel vino, e io parlavo con la signora Treuberg dei nostri amici comuni. Ella ricordava lontani giorni passati con loro nella piccola città silenziosa, allegre partite in quello stesso bosco, mi descriveva fanciulli che io avevo poi conosciuti uomini, mi raccontava cose intime della famiglia, piaceri e dolori cui ella aveva preso parte come amica. Si ricordavano le idee, i sentimenti di queste persone lontane. Alla signora parerà impossibile trovarsi lì senza di loro, saperli dispersi nel mondo, non intendeva come i boschi potessero essere ancora così gai, verdi e odorosi, come i fringuelli cantassero ancora tanto allegramente quanto in quel tempo della sua giovinezza. Intanto il fidanzato di miss Yves e il signor Treuberg toglievano le provvigioni dalla cesta, e il dottor Topler parlava con Violet. Violet gli faceva delle domande che non intendevo. Mi parve udirgli rispondere qualche cosa sul Museo germanico e sul quadro di Kaulbach. Gli aveva ella chiesto come mi conoscesse? Voleva forse parlare prima di me?

Ecco la signorina Luise venir saltando in punta di piedi con un dito alle labbra, portarsi via, a gesti, i Topler e i Treuberg per far loro vedere qualche cosa. Rimasi ancora solo con miss Yves.

--Non dica niente--susurrò in fretta--prima di avere parlato con me. Spero che avrò la forza!--Oh mio Dio!--diss'ella coprendosi il viso colle mani. Poi riprese: Discorriamo un poco insieme adesso. Così Lei mi verrà a trovare in casa Treuberg. Non sono sleale, faccio questo perchè credo che quando saprà non vorrà più...

Non potè proseguire e passò qualche momento prima che gli altri tornassero. Intanto tacemmo ambedue. Sapevo che niente mi avrebbe diviso da lei, ma il cenno al suo misterioso passato mi empiva d'un inesprimibile sgomento amaro. In pari tempo l'idea di avermi presto a trovar solo con lei, l'idea che forse dopo questo ultimo sforzo ella cederebbe, mi faceva battere il cuore a precipizio.

--Oh Violet!--gridò la signorina Luise venendo verso di noi.--Se tu avessi veduto! due scoiattoli così carini! Correvano su e giù per un albero con le loro codine ritte, si fermavano a guardarci con quei cari musini, con quei cari occhietti!

Era ben carina anche lei, la signorina Luise. La sua snella personcina aveva una grazia deliziosa di movenze pronte in cui l'ultima gaiezza infantile si mesceva alle prime mollezze, al riserbo della maturità, e il vero _vergissmeinnicht_ tedesco fioriva nei suoi occhi cerulei. Sedette accanto a miss Yves, si mise ad accarezzarla, a parlarle sottovoce. Le ero tanto grato di questa tenerezza, essendo vietato a me un solo sguardo d'amore; pure le sue carezze, per la stessa cagione, mi facevan soffrire. Violet le strinse la mano, la baciò sui capelli.

Fu lei che mi parlò per la prima. Mi domandò se conoscessi la Riviera. Si scoperse che aveva passato alcuni giorni a Bordighera mentre io era a Ospedaletti. Avrei potuto vederla nelle mie passeggiate vespertine, seduta sugli scogli del Capo di S. Ampelio a contemplare, verso la Francia, il tramonto. Fui per dirle che una sera, ebbro di quel mare e di quel cielo congiunti in un fuoco immenso, avevo inciso nel macigno la parola _Love_. Era vero, ma mi trattenni. Ella pure non mi disse di avere inciso un nome, non il mio nome, sopra l'ultimo dei piccoli pini che ombreggiano la via dove, uscendo da un bosco di palme, sale verso Bordighera vecchia a scoprir la marina; e che le aveva fatto una profonda impressione di ritrovare quel pino, due giorni dopo, troncato dalla tempesta. Avevamo passeggiato ambedue fra Ospedaletti e Bordighera nel cuor di gennaio all'aurora, avevam veduta la luna pendere smorta a ponente sugli alti uliveti delle colline, e, attraversando l'altra boscaglia d'ulivi a mezza via avevamo veduto giù tra le frondi ondular in mare la lunga riga d'oro del sole nascente. Io parlavo con un turbamento profondo. Violet mi intendeva, la sua voce diventava sempre più sommessa, qualche volta tremava. Gli altri pendevano dalle nostre labbra. Quando si tacque la signorina Luise sospirò, annunciò che aveva un gran desiderio di vedere l'Italia, incominciò a dire i versi di Mignon e s'interruppe a mezzo.

--Dahin, dahin--esclamò il dottor Topler, brandendo le due bottiglie di Rüdesheimer:

Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn*.

* Colà, colà vorrei, o mio diletto, andar con te.

Si rise. Gli occhi di miss Yves s'incontrarono un momento coi miei. Ah non parlavano prudenti come avean parlato le labbra! Li volse subito altrove, ma io ne avevo già la dolcezza elettrica nelle ossa.

--Come sarebbe bello di vivere là--disse a mezza voce la biondina.

--Sì--rispose Violet nello stesso tòno--ma vorrei morire qui.

--E non vivere?--le disse il suo fidanzato timidamente, cercando di prenderle una mano. Violet la ritirò in fretta.--Sì, sì--rispose frettolosa, come per correggere la ripulsa--anche vivere.

Il signor Treuberg prese finalmente parte alla conversazione, esprimendo il parere che il Maiwein fosse pronto.

Il limpido Rüdesheimer così odorato di bosco e di primavera era mite, acquoso al palato, ma mi correva come fuoco nel petto, vi divampava in gioia. Ero ebbro di quell'ultimo sguardo e della speranza di stringermi un giorno Violet fra le braccia, mia sposa, mio corpo, anima mia per sempre. Degli altri il solo Treuberg e il dottor Topler bevevano. La signorina Luise compativa il vino in grazia del Waldmeister e si accontentò di libarlo. Lo mesceva invece a noi molto generosamente. Quando ne versò a me ed io la ebbi ringraziata, il dottor Topler mi disse che in nessun paese come in Italia aveva trovato tanta gente pronta a far su due piedi una fila di brindisi in versi; e che avrei dovuto improvvisarne uno per la signorina von Dobra. Accettai e mi ritirai un poco in disparte. Subito dopo udii acclamare gli sposi.--Tocchi dunque!--diceva quindi con voce concitata il dottor Topler:--beva dunque!--Non potevo vedere a chi parlasse; ma non era difficile immaginarlo. Dio, come Violet doveva soffrire, com'era doloroso e dolce per me di sentirlo!

Scrissi presto i versi cui nessuno poteva intendere tranne lei. Si volle ad ogni modo che io li recitassi; si era curiosi della loro musica. Fui ascoltato religiosamente dalla brigata grave e composta, come dai faggi e dagli abeti. Solo il signor Treuberg approfittò dell'occasione per mangiarsi l'ultimo _Würstchen_. Tutti gli altri, tranne miss Yves, mi guardavano a recitare.

A te, bionda fanciulla, io bevo il vino biondo, Il riso del tuo sole, de' colli tuoi l'odor. Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Bevo ed il vin divampami nell'estro suo straniero, Mi batte ed arde un novo cor di poeta in sen. Bevo e mi bacia un alito, un'anima, un mistero Che dal più dolce fiore de la foresta vien.

Violet fu richiesta di tradurre a voce le due strofe, e le tradusse speditamente, facendomi ripetere ciascun verso. Solo gli ultimi due la fecero esitare. Tradusse _mi bacia_ con _ich fühle_ (io sento), e provai in questa infedeltà la squisita dolcezza di essere inteso.

Ammirai quindi la sua perfetta disinvoltura nella parte che si era imposta di parlarmi o farmi parlare con lei. Tanta forza di volontà e di intelligenza era una rivelazione per me, che n'ebbi uno slancio d'orgogliosa gioia e compresi forse per la prima volta quanto sarebbe stata potente la unione delle nostre anime. Solo una volta smarrì, voluttuosamente per me, la signoria di sè stessa. Si parlava di letteratura. Mi avevano fatto confessare ch'era la mia occupazione, e il professor Topler, il fidanzato, mi disse, alludendo al brindisi, che d'allora in poi mi avrebbe ispirato la musa tedesca.

--Oh no!--esclamò Violet.

Tatti la guardarono sorpresi ed ella arrossì forte. Cara, non voleva ch'io rinnegassi l'arte della mia patria. La ringraziai cogli occhi, le dissi col pensiero che poteva star tranquilla; e risposi al fidanzato che, viaggiando in Germania, il Rüdesheimer, il Waldmeister, i ricordi di grandi e amati poeti potevano bene ispirarmi un momento, ma che mai non mi sarei legato ad alcuna musa straniera; nemmanco, aggiunsi con intenzione, alla musa inglese che pure aveva un vero fascino per me.

Topler seniore andava facendo da un pezzo segni d'impazienza e proruppe a esclamar che suo fratello non capiva niente, che portare il patriottismo nell'arte non era degno di un tedesco nè, con mio rispetto, d'un poeta.--Tutta la poesia--diss'egli--ch'è buona solo per voi italiani o solo per noi tedeschi, eccola!--e buttò a calci una bottiglia vuota giù per la china del bosco. Il professore cercò di giustificarsi, ma non aveva affatto inteso la questione. Suo fratello crollava a furia il capo e le spalle e si volse a me senza dargli più retta.--_Geklingel_--diss'egli--_und nichts weiter_*.

* Suono e niente altro.

--No, no--disse Violet sorridendo.--Lei è stato troppo cattivo, credo, con quella povera bottiglia. Credo che vi sarà stato dentro ancora qualche profumo del Reno e di Waldmeister.

Ella parlò quindi con graziosa semplicità della poesia puramente nazionale, della poesia popolare così ricca di fragranze naturali. La sua voce pareva anche più melodiosa del solito. Si dolse lievemente di non poter cantare alcun _Lied_, e sorrideva dicendolo; ma le si vedeva la tristezza amara negli occhi. Forse neppure lei aveva perfettamente intesa la questione, ma pure fummo tutti d'accordo contro il dott. Topler che per l'inno alla Campana di Schiller avrebbe dato tutto il _Wunderhorn_. La signorina Luise batteva i piedi dal dispetto: Dir male dei suoi cari _Lieder_! Così graziosi, _so nett!_ Non aveva dunque affatto cuore il dott. Topler?

Topler juniore la pregò di cantarne uno.--Sì signore--disse ella--perchè Lei è stato buono--e cantò con un fil di voce ma con grazia incomparabile, queste strofette in dialetto ch'ebbi più tardi da lei stessa, manoscritte. Non ne intesi, allora, una sola parola.

Und a gschnippigi gschnappigi Dalketi dappigi Na das is aus Muasst es hab'n im Haus.

Aber a willigi billigi Rührigi, gfürigi Das is a Leb'n Ko koan lustigers geben.

La cara fanciulla cantava appoggiata al tronco d'un faggio. Bionda, elegante, col suo bel visetto lucente di gaiezza e di malizia, pareva bene una piccola fata scherzosa della selva tedesca. Intanto sua sorella andava silenziosamente cogliendo fiori, la signora Treuberg, alquanto rossa in viso, guardava spesso i due fidanzati con una curiosità per me incomprensibile, Violet guardava alla sua volta, sorridendo, il vecchio Topler che seguiva attentamente la canzonetta con una mimica strana della fisonomia. Quanto allo sposo, poichè la signorina Luise cantava per lui, egli compieva con ogni scrupolo il suo dovere di tenerle gli occhi addosso. Non aveva una fisonomia mobile ed espressiva come quella di suo fratello; mi parve tuttavia vedervi un'ombra di turbamento. Pure il signor Treuberg gli faceva, ridendo, dei gesti, malgrado le occhiate di sua moglie, come per dirgli che la canzonetta pareva fatta apposta per lui. Avrei voluto poter godere a cuore tranquillo della graziosa scena che pareva tolta da una vecchia vignetta tedesca. Gli abeti sparsi tra i faggi improntavano di tristezza nordica la poesia del verde, dei fiori, delle macchiette; quanto al costume non mi era difficile immaginare un codino dietro all'arguto viso imberbe del vecchio Topler e molta cipria sulla testa bionda della signorina Luise. Ma col cuore che avevo, l'idea mi venne e mi passò ad un punto.

Quando la piccola fata ebbe finito il suo _Lied_, solo miss Yves le disse--brava.--Tutti gli altri mi parvero imbarazzati, meno il dottor Topler che taceva e durava a guardare la giovinetta col suo sorriso acuto. Ero incerto se domandare o no il significato delle strofette misteriose, quando la signora Treuberg propose di partire, e tutti si alzarono con un'aria di contentezza. Mi proponevo d'interrogare il mio amico Topler, ma Violet lo rimproverò dolcemente di averla abbandonata nel primo tratto di via e lo pregò di non ricadere in fallo. Soggiunse che avrebbe forse avuto bisogno di un secondo cavaliere. Mi accompagnai alla signora Treuberg e mi arrischiai a parlarle della canzonetta.--Non era a posto, non era a posto,--mi rispose.--Erano lodi di una sposina molto allegra e molto svelta. La nostra povera amica non può essere così.--Vidi che la biondina aveva intesa la propria storditaggine: per meglio dire, sua sorella gliela aveva fatta intendere. Prima n'era rimasta tutta mortificata; poi si era messa attorno a Violet, con mille carezze, con mille premure.--Povera amica!--susurrò la mia compagna.--Oggi cammina peggio del solito.

Si uscì, dopo brevi passi, all'aperto, sul dorso quasi piano della collina, dove un viale volge a sinistra verso Eichstätt invisibile nell'altra valle, e a destra corre via lungo e diritto l'orlo del bosco. Ricordo il liquido canto, davanti a noi, d'un'allodola perduta nella immensità serena. Violet si fermò come per ascoltarla. Gli altri discussero intanto se scendere direttamente ad Eichstätt o prendere a destra e scendere per il Parkhaus e le Anlagen.

--Temo--disse Violet--di dovermi riposare un poco al Parkhaus. Sono molto stanca.

Vidi tosto che non si trattava di sola stanchezza. Il suo fidanzato, mezzo tramortito, guardava lei, guardava suo fratello, non sapeva che si fare, aveva manifestamente paura di riuscire importuno per troppo zelo, mentre io subivo il crudele tormento di dovermi mostrare presso che indifferente. Violet desiderò sedere un poco e poi si ripose in cammino appoggiandosi alle sorelle von Dobra. Non diceva cosa si sentisse, ma aveva bisogno di fermarsi a ogni due passi. La signora Treuberg disse piano al vecchio Topler che sarebbe stato bene far salire un medico al Parkhaus. Topler alzò gli occhi al cielo.

--Scenderà con lei--mi diss'egli.--Adesso li accompagniamo sin presso al Parkhaus e poi noi due prendiamo le Anlagen.

Nel congedarmi dalla comitiva, dissi a Violet che sarei forse rimasto qualche tempo ad Eichstätt, e che speravo rivederla e in buona salute. Mi rispose ch'era ospite della signora Treuberg. Questa mi aveva già invitato a casa sua.

Appena fummo soli, Topler cominciò a brontolarsi, camminando via curvo con gli occhi a terra:--Oh che bestia! Oh che bestia! Oh che povera stupida bestia!

Non pensavo a domandargli di chi parlasse; ero nella massima angustia e pensavo solo al modo di procacciarmi presto notizie. Intanto gli chiesi coll'accento più indifferente che seppi, se la signorina fosse cagionevole di salute.

--Ma non vede?--mi rispose incollerito come se l'avessi offeso.--Non s'è accorto? Non ha osservato? Non capisce che non può camminare? E mio fratello la vuole sposare per forza! Non gli dice stupido?

--Oh no!--esclamai.

--Come, no?--gridò Topler.--Come, no, se lei sposerebbe me più volentieri di lui?

Non potei a meno di sorridere.

--È sicuro--riprese l'altro.--Per lui ha stima, s'intende; non vi sono in tutta la Baviera due caratteri d'oro come mio fratello; ma per me ha simpatia.

Non mi piaceva entrare in questo argomento. Ero fermo nel proposito, espresso a Violet, di manifestare le mie intenzioni, ma non era giunto il tempo: e intanto non stimavo leale giovarmi dell'ignoranza di Topler per ottenere da lui informazioni di carattere intimo. Lasciai quindi cadere il discorso e discendemmo in silenzio.

Uscendo da una fitta selvetta di giovani faggi e scoprendo la quieta valle dell'Altmühl, le prime case di Eichstätt, mi vennero in mente le parole dettemi da Violet, al Belvedere, sulla piccola città tedesca, dove la chiamava il destino. Non l'avrei creduta così divisa dal mondo e dalle sue vie, così mascherata di alture deserte. Quando vidi sotto il brullo monte opposto la sua cinta turrita, e giù ai miei piedi le torri della cattedrale, quand'ebbi percorsa quasi tutta la discesa senza incontrar mai anima viva, senza udire un suono di ruote nè di opere, l'idea di un triste e solenne destino congiunto a quel luogo risorse in me.

Toccando il fondo della valle, dove colossali pioppi congiunti da una folta siepe fiancheggiano le chiare acque del fiume, passando lo stretto ponticello che le cavalca, la solitaria cittadetta mi parve meno triste, e pensai che vi si potrebbe nasconder bene, secondo il precetto antico, una vita felice. Mi congedai dal mio compagno sulla porta dell'_Aquila Nera_, dove mi aspettava il mio bagaglio. Erano circa le due e Topler mi promise che mi avrebbe fatto sapere qualche cosa di miss Yves la sera stessa.

XVII.

Attribuivo il malessere di miss Yves alla sua emozione e allo sforzo di reprimerla! per cui le mie angustie non erano senza molta speranza che ella si rimettesse prontamente. Soletto in una camera d'albergo, andavo pensando alla mia situazione. Quando potrei veder Violet? Quando sarebbe bene di parlare al dottor Topler? Perchè intendevo fare la mia confessione a lui; ciò che gli avevo udito dire del matrimonio di suo fratello m'inanimava. Pensai pure a casa mia dove non avevo ancora scritto, alle meraviglie che farebbe mio fratello vedendosi arrivare una lettera da Eichstätt; pensai agli uffici pubblici che tenevo nella mia città e che avrei dovuto trascurare se l'attuale incertezza fosse durata lungamente. Me ne doleva, ma mi dissi che in quel tempo, più o meno breve, si sarebbe deciso che la mia vita avvenire avesse a salir molto in potenza o ardore di opere buone, o molto a discendere. Così tranquillai la mia coscienza, com'è sempre il primo studio di ciascuno che la sente inquieta; e quantunque il modo che tenni fosse dei più volgari e fallaci, posso affermare di avervi portato una fede profonda.

Il bisogno di parlare a Violet e ch'ella sapesse un giorno quali fossero stati, dopo il nostro incontro, i miei pensieri e il mio cuore, mi fece scrivere in certo quaderno, mio fedele compagno, quel che segue:

«Eichstätt, albergo dell'Aquila Nera, 11 maggio 1872.

«Cara, sono ancora con te. Chiudo gli occhi e costringo l'anima mia ad uno slancio, il più intero e veemente. Forse mi senti, ne hai ristoro. Quanto è debole lo spirito umano! Non posso durare in questo sforzo, sono ripreso dalle sensazioni del presente, e ciò mi rattrista come se dentro a me tante ali cadessero. Dovevo dire: quanto è debole il mio spirito. Ma solo adesso mi avvedo che la vanità egoista ha voluto dire in quell'altro modo.

«Sono debole di mente, sono vano. Il mondo non lo crede, ma che m'importa del mondo? A te, a te lo dico, a te che mi ami. Mi tormenta l'idea che tu non sappia, malgrado le mie lettere, quanto sia povera e inferma l'anima mia. Che dolcezza, che infinito riposo quando ti avrò detto tutto tutto, e m'amerai ancora! Sarà come un'ombra della vita ventura, dopo l'ultimo perdono.

«Dio, non oso quasi dirlo a me stesso! Vedo te che rileggi queste linee dopo lunghi e lunghi anni felici, quando non avrai più di me che la memoria e la speranza. È questo il posto d'una lagrima tua?

«Palpito, fuoco, amor diventa verso! Entra nei dolci occhi di lei, va immerso Nel fedele suo cor, sciogliti allora, Torna palpito, fuoco, amore ancora.»

Più tardi uscii dall'albergo, non senza la lusinga irragionevole d'incontrar chi venisse dal Parkhaus; non vidi alcuno. Prima di uscire avevo chiesto dove abitasse la famiglia Treuberg. M'indicarono una casa del Rossmarkt, piccola, bassa, graziosa; in fondo alla via si leva sopra i tetti il dorso verde di un colle. Non ci vidi altro segno di vita che le finestre del primo piano aperte. Tornando per la Residenzstrasse, sostai nelle ombre di un giardino ad ascoltar la voce blanda di una fontana, l'unica voce della strada deserta. Era domenica e me n'ero dimenticato. Mi venne allora il pensiero che l'uomo non dovrebbe lasciarsi signoreggiar così dall'amore, e mi sovvennero le parole di un libriccino che dai venticinque anni in poi io porto meco ovunque vado, gli _Essays_ di lord Bacon. Mi dissi però tosto che le parole del _Saggio sull'amore_ non facevano per l'amore mio, destinato a suscitar il fiore dell'agave. Allora tutto era tumulto, tutto era discordia nell'anima mia, tutto era fervore di una trasformazione che altri vi operava, che rendeva attonito me stesso, mentre sentivo in me il germinar oscuro di tante idee, di tanti sentimenti nuovi e persino gli occhi pareva che cominciassero a vedere in un modo diverso.

Verso sera uscii nuovamente e combinai il dottor Topler che veniva appunto ad annunziarmi il felice arrivo di miss Yves, la cui indisposizione era stata di breve durata. Mi domandò se mi trovassi bene all'_Aquila Nera_ e mi propose di accompagnarlo a casa sua.

--Lei mi piace molto, signor poeta--diss'egli _ex abrupto_.--Cosa diavolo è venuto a fare ad Eichstätt?--Come?--soggiunse, vedendomi esitare.--Lei non domanderebbe questo ad un amico?--Credo--risposi--che Le dirò perchè sono venuto ad Eichstätt, ma non adesso.

Il dottor Topler si piantò, come un quadrupede curioso, su i due piedi, la canna e l'ombrello, torcendo in su il viso a guardarmi senza dir nulla; e riprese la via.

Egli alloggiava con suo fratello, presso al monumento del vescovo S. Villibaldo. Volle che salissi--Mio fratello sarà a casa Treuberg--diss'egli.--Aspettava me pure a prendere il thè, ma non ci vado. Non posso sopportare nè il thè nè il padrone di casa. Ho capito stamattina che Lei ama molto la musica e voglio farle sentire della musica italiana.

Non potrò mai dimenticare la figura del vecchietto curvo che portava il suo lungo naso a destra e a sinistra sopra la tastiera, dietro al moto composto e agile delle mani. Quelle dita scarne, aggrappate come uncini ai tasti, si discorrevan sotto, non parendo quasi muoversi, una musica quieta, legatissima, serena con qualche punta di affetto e di scherzo.

Ogni tanto esclamavo--bello!--ed egli rideva muto, suonando; poi diceva suonando sempre--Sa di chi è? Sa di chi è?--Gli nominavo qualche nostro maestro antico. Rideva, suonava e non rispondeva.

--_Toplerus_--mi disse quand'ebbe finito il pezzo.--_Toplerus senior_, organista di villaggio.

Credo di avere interamente conquistato il suo cuore quella sera. La sua musica, così bella, non era originale; non riesce difficile a un compositore d'ingegno che abbia dimestichezza con le opere dei nostri primi classici scrivere in quello stile per modo da ingannar un dilettante; ma io, preso così alla sprovveduta, ne rimasi stupefatto. Topler ne era felice e mi fece udire non so quante _suonate_ e _toccate_. L'ultimo pezzo fu uno scherzo capriccioso intitolato _Nonnenschlacht_--Battaglia di monache--che Topler mi commentò suonando. Faceva oramai buio. Quando tacquero le ultime note gravi del pezzo che figuravano i rimbrotti rauchi della vecchia badessa e che Topler accompagnava con certi sordi abbaiamenti orribili, osai pregarlo di chiarirmi un dubbio, di dirmi se fosse sacerdote.

--No--rispose molto gravemente--ho voluto diventarlo un giorno e non ne fui degno.

Più di così non mi disse e più di così non potei saper mai, neppure in seguito.

