Il mistero del poeta

Part 6

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--Questa è una consolazione.--La mia memoria ebbe un lampo; era la voce dell'uomo che aveva conversato con Violet la sera prima, davanti al caffè Sonne. Mi affrettai a parlare, a consentire con lui, ma solo in parte, per pungerlo e trattenerlo. Ammirai la composizione del quadro e feci qualche appunto al colore, torbido e languido. Non so come glielo dicessi, perchè parlo un tedesco assai stentato e scorretto. Credetti che mi volesse mangiare.--_Wie! Wie! Wie! Es ist ja eine Gruft! Est ist ja eine Leiche!_--Come? Come? Siamo in una fossa! Vi è un cadavere!--Mantenni la mia opinione. Le ombre del quadro sono scure, ma non hanno profondità, la luce delle fiaccole sul cadavere è gialla ma non viva, il rilievo delle figure è scarso. Discutendo, lo sconosciuto diventava più mansueto.--Finalmente--disse egli--io non posso discorrere molto sul colore, io vado all'idea; l'idea è la linea che in natura non esiste, che esiste nella mente. La mia mente vede in quella del grande poeta che ha dipinto qui. Una grande idea! Una grande visione del passato! Cosa m'importa che sia languida o torbida? Mi fa più impressione così. Lei è francese, signore? Quando udì ch'ero italiano, mostrò una vivissima e lieta sorpresa. Mi afferrò le braccia.

--_Aus Rom, mein Herr? Aus Rom?_--Intesi che la mia risposta gli riuscì una delusione. Sperava che fossi di Roma o almeno di Venezia, o di Firenze; ma si rassegnò subito alla mia modesta patria lombarda.

--Oh Italia, Italia!--diss'egli--_Ille terrarum mihi præter omnes angulus ridet!_ Lei capisce?

--_Ubi non Hymetto_--risposi--_mella decedunt_....

Credo che mi avrebbe abbracciato; oramai eravamo amici.

Si visitò assieme le collezioni ecclesiastiche. Lo sconosciuto discorreva molto e piacevolmente. Non era la prima volta che visitava il Museo; non ne voleva vedere se non due o tre sale per volta. Infatti i custodi lo conoscevano. Ne udii uno che lo additava ad un collega, e diceva ridendo: _der Schwabe!_ Intanto era venuta l'ora della seconda distribuzione postale e mi congedai dal mio compagno, che volle ci scambiassimo le nostre carte di visita. Trasalii leggendo sulla sua: Dr. STEPHAN TOPLER. Non ero sicuro se fosse un prete o no; ma che fosse il fidanzato non era possibile!

XV.

La lettera di miss Yves mi aspettava all'albergo. È la sola che non ho conservata. La bruciai dopo averla letta o riletta infinite volte, in un impeto d'orgoglio, di gelosia, non potendo sopportare presso a me certe parole che mi dovevano guarire col ferro e col fuoco e solo mi mettevano una febbre amara, che conoscevo, che avevo prevista, che tanto più m'irritava quanto più ero sicuro di vincerla. Non ricordo l'esordio troppo bene. Miss Yves cominciava, mi pare, con attribuire in gran parte alla sorpresa il suo turbamento della sera precedente, e parlava poscia con gratitudine delle lettere in cui le avevo aperto l'animo mio: prometteva serbarne affettuosa memoria. Non dimenticai una sola delle parole che seguivano

«Vi hanno per me invincibili ragioni di non andare più oltre. Se lo facessi, mi risospingerebbero indietro i rimproveri del mio passato, l'impero del presente, le minaccie dell'avvenire.

«Mi sono convinta, dopo una notte di riflessioni non piacevoli, che devo essere ancora più dura di così. Fin da quando c'incontrammo la prima volta con simpatia ebbi lo stesso concetto della mia situazione che ne ho in questo momento. Io fui debole quando Le inviai quel fiore da Napoli e fui debole anche iersera. Devo impedirmi simili debolezze per l'avvenire, devo pregarla di considerare cessata ogni relazione fra noi, meno che nella memoria. Se Ella non accetta e cerca vedermi ancora dovrò mostrare d'aver perduta anche la memoria di Lei.

«Non è vero ch'Ella non m'infliggerà un simile dolore? Ciò che Le ho scritto è la mia inflessibile volontà. Se questo può temperare la sua passione, sappia che io ho amato anni sono come non potrò amare mai più e mi sarebbe vergogna se lo potessi. Ella non saprebbe rendermi nè felice, nè infelice quanto un altro mi ha resa.»

La mia mano vibrava di commozione tenendo questa lettera in fiamme. Erano parole false che s'incenerivano, era un'artificiosa freddezza che ardeva; tutte queste inutili menzogne sparivano fra lei e me. E se hai amato, le dicevo abbracciandola in mente con passione e con ira, se hai amato altri prima di me, cosa m'importa? Puoi tu sapere, tu che mi ami, quanto ti renderò felice? E qual è, in nome di Dio, il passato, qual è il presente, qual è l'avvenire che può toglierti a me?

Risposi sull'atto, così:

«Ho bruciata la Sua lettera. Un giorno, quando Iddio ne avrà uniti, Le potrebbe dolere ch'io la avessi serbata.»

Recato questo biglietto, di mia mano, alla posta, mi sentii sufficientemente tranquillo e andai a vedere la città.

Per verità pensavo molto più al momento in cui miss Yves mi avrebbe veduto alla stazione, al momento in cui mi avrebbe udito nominare Eichstätt, che ad ammirare la vecchia _Streusandbüchse des deutschen Reiches_, come i tedeschi chiamano Norimberga. Perchè mi proponevo far sapere a Violet il più presto possibile che andavo a Eichstätt, che conoscevo la meta del suo viaggio. Non cercai vederla; appena nel salire da S. Sebaldo alla Burg guardai un momento, dalla bocca della Theresienstrasse i balconi eleganti di casa Yves. Più tardi, andando al vecchio cimitero di S. Giovanni, dove dorme Alberto Dürer, passai dalla porta della fonderia senza nemmanco guardarvi dentro.

Pensavo più all'amore che all'arte. Confesso tuttavia che qualchevolta l'energia e la grazia di un antico artista mi esaltavano, mi traevano a sè, non sopra l'amore, ma sopra le cure e le incertezze presenti. Davanti al _Schönen Brunnen_, al tabernacolo di Adamo Krafft nella Lorenzkirche, alle porte insigni della Sebalduskirche mi assaliva la gioia della bellezza, mi gloriavo d'essere io puro artista, pensavo felice che l'amore di Violet avrebbe saputo trarre anche da me un fuoco d'idee e di opere. L'altra signora si diceva gelosa della Musa; ma Violet! Negli amori e nell'anima mia Violet vedrebbe sè, sempre sè, dappertutto sè, come il sole potrebbe veder sè in ogni cosa vivente. Quell'altra povera donna parlava di gelosia perchè non sapeva come si ama.

Mi ricordo che quando salii sul _Vestner Thurm_ pioveva, folate fredde di vento e pioggia entravano per le finestre senza vetri in quella stamberga a tetto, dove il custode della torre indicava placidamente, con la pipa, le altre torri, le chiese, i monumenti della città, poi le nebbie lontane, nominando con gran sicurezza paesi invisibili. Gli domandai da qual parte fosse Eichstätt. Quegli ripetè sorpreso--Eichstätt? Lei dice Eichstätt?--e, steso il braccio da una finestra, si diede a menar di taglio la mano verso il Sud, come chi dice un lungo, lungo cammino. Rimasi lì trasognato a guardare senza veder niente, senz'accorgermi del vento e della pioggia che mi battevano in viso.

XVI.

L'indomani mattina brillava il sole. Fui alla stazione un'ora prima del tempo. Solo allora, passeggiando su e giù per il piazzale deserto fra la Stazione e la Posta, mi venne in monte che Violet poteva aver mutato piano, che qualche impedimento poteva essere sopraggiunto. Torturato dalla fantasia mi rimproverai di non essere corso prima nella Theresienstrasse a vedere se i balconi dessero qualche segno di una levata mattutina della famiglia. Avrei voluto corrervi allora, ma tremavo di non essere in tempo, ed esitai tanto che la cosa divenne impossibile. Cominciarono ad arrivare le carrozze, e, per fortuna le mie angustie non furono lunghe, il landau di Violet comparve dal Frauenthor alle sei e mezzo.

Tre signore ed un cavaliere accompagnavano miss Yves. Ella era così pallida! Sorrideva però. La vidi scendere faticosamente di carrozza. Appena discesa si guardò attorno come per cercare qualcheduno; essendo miope non si accorse di me, che m'ero tenuto alquanto discosto. Poi la vidi entrare colle altre signore nella sala di 2^a classe. Pochi minuti dopo vi entrai io pure. Le compagne di Violet ridevano discorrendo col loro cavaliere, un uomo maturo, di qualcheduno che si faceva aspettare. A un tratto si affrettarono tutte, meno Violet, verso l'entrata. In quel momento io che camminavo su e giù per la sala le passai vicino e fui veduto da lei.

Non feci atto di salutarla, ma la guardai con volontà che lo sguardo parlasse. Ella trasalì tutta, mi parve che chiudesse gli occhi, girò subito il capo. Nello stesso tempo entrò alquanto rumorosamente con l'ombrello nella sinistra e una grossa mazza nella destra, colui ch'era atteso, il mio amico del Museo germanico.

Egli non mostrò curarsi molto delle altre signore che lo festeggiavano e andò diritto a stringere la mano di miss Yves. Violet era accesa in viso; i suoi dolci occhi non potean dirsi scintillanti, ma pur lucevano d'inusata luce. Il dott. Topler le sedette accanto e una bionda giovinetta della compagnia esclamò, battendo le mani, con una vocina brillante di riso:--Oh prego, prego, _bitte, bitte_, guardate Violet!--Vidi miss Yves arrossire ancor più e fare un atto d'impazienza, di rimprovero; udii il Topler prendersi beatamente, scherzando, tutto il merito di quei rossori, Violet disse certo alla sua giovane amica una parola acerba che non intesi, perchè la biondina fece un visetto mortificato e tutti tacquero. Io continuavo a camminare con un tal bollimento interno! Il dott. Topler alzò gli occhi, mi riconobbe e venne a me salutandomi in latino a braccia distese, come un vecchio amico. Diedi un'occhiata a Violet; ci fissava, pallida per la sorpresa. Gli altri pure ci guardavano curiosamente. Topler mi domandò se andassi a Monaco. Risposi ben chiaro e forte che non andavo a Monaco ma ad Eichstätt. Esclamazioni del signor Topler,--Allora viaggiamo insieme!--diss'egli.--_Misere cupis abire!_ Dobbiamo viaggiare insieme!--E mi raccontò che andava ad Eichstätt anche lui con altri amici. Poi mi voltò le spalle e corse tentennando sulla sua mazza e il suo ombrello a edificar gli amici sul conto mio. Il giorno prima non avevo mancato di sfoggiar quanto latino e quanta letteratura tedesca avevo in testa e m'ero fatto di lui un ammiratore; adesso intesi da' suoi gesti che stava raccontando a miss Yves grandi cose di me. Miss Yves avea fatto un viso gelido, pareva ascoltarlo appena. Al momento della partenza l'altro signore le offerse il braccio, le tre dame o damigelle si avviarono insieme e Topler volle venire con me. Mi disse che dovevo assolutamente stare con lui, che aveva tante cose a domandarmi sull'Italia dove intendeva recarsi, per la terza volta, fra poco. Insomma mi trovai, senza la menoma indiscrezione da parte mia, in una stessa carrozza con miss Yves che era turbata quanto me, non volgeva mai il viso dalla mia parte. Pigliammo posto il più lontano possibile l'uno dall'altro. Le due amiche si guardavano sorridendo e poi guardavano me, come scusandosi per gli eccentrici modi del loro _Schwabe_. Mi dicevano con gli occhi: che ne penserà Lei? Topler non se ne dava per inteso, mi tempestava di domande sulle novità edilizie di Roma e di Firenze, sui restauri di Venezia e sulla musica italiana moderna. Rispondevo come potevo, e allora era un veloce fuoco di commenti vivacissimi; ora la gioia, ora la collera gli scintillavano dagli occhi e persin dai capelli. Notai però che se parlando di Roma gli toccavo del Papa e degli ordini nuovi, diventava muto, mi sfuggiva subito di mano. In musica era un antiwagnerista furibondo, un focoso ammiratore dei vecchi maestri italiani, specialmente di Clementi. Dapprima si parlava soli, lui e io; ma poi egli si posò a gittar motti a destra e a sinistra come uncini, strappando qua un sorriso, lì una parola e gli riuscì di cucire un dialogo generale. Solo non venne a capo del silenzio di Violet.

Io non parlavo che per lei. Si finì con discorrere un po' di tutto, d'arte, di natura, d'Italia e di Germania. Era per Violet che dipingevo Venezia alla giovinetta bionda, curiosa del mare, delle gondole e dei colombi. Ell'aveva l'aria di non conoscere l'amore, di non pensarvi mai; e io dissi che il silenzio molle, lo strano aspetto, l'aria obliosa di Venezia erano per le anime ferite, bisognose di amare dimenticando.--Allora Venezia non è per me--diss'ella volgendo a Violet il suo visetto sfavillante di riso, mentre una fiamma correva le guance di questa.

--Silenzio e oblio si trovano anche ad Eichstätt--osservò il dottor Topler--e adesso vi si trova pure un orribile ponte di ferro, forse come quelli che avete fatto a Venezia. Non ci sono più Alpi con questa civiltà. Barbari noi, barbari voi, barbari tutti.--Il signore viene ad Eichstätt--soggiunse parlando agli altri.--È un italiano molto più ardito di Cristoforo Colombo. Viene a scoprire Eichstätt.

Tutti si sorpresero che uno straniero desiderasse vedere Eichstätt, un paese, secondo il Topler, tanto deserto e triste che persino l'Altmühl, il fiume, ci veniva a malincuore e il più lentamente possibile. Forse lo disse per pungere le signore, che infatti protestarono vivacemente. M'accadde di nominare que' miei conoscenti di Monaco dai quali avevo appresa l'esistenza di Eichstätt. Le signore esclamarono, la biondina battè le mani. Erano, mi dissero, loro intimi, carissimi amici. Topler fece--ah, ah, ah!--tutto contento. La biondina non capiva come Violet non trovasse strana l'avventura. Mentre le altre mi chiedevano di una di quelle persone che allora si trovava in Italia, ella si mise a interrogare sotto voce miss Yves e poi ad accarezzarla, a susurrarle non so che all'orecchio, probabilmente delle dolcezze. Violet un po' negava del capo, un po' sorrideva, un po' pareva seccata, ma non parlò. Fu il dottor Topler che la vinse.

Egli le lanciava ogni tanto delle occhiate inquiete, e, poi che vide la biondina parlarle, borbottò a quest'ultima una domanda cui ella rispose sottovoce--no, dice che non ha niente.--Egli non parve tuttavia contento.

Correvamo oramai lungo l'Altmühl fra i poggi boscosi e i prati che ridevano al sole nel mattino vaporoso. Topler mi disse:

--Tutta questa poesia è ben tedesca.

Ciò ne condusse a parlar di letteratura e di lingua. Io tirai subito in campo l'inglese. Parlandone non guardavo Violet, temendo tradirmi, destare almeno un sospetto. Dissi che l'amavo molto, che su certe labbra mi suonava più soave di ogni altra, che talvolta era tanto rapida, limpida e delicata da somigliare, quanto è possibile, al pensiero.

--Sente, sente, sente?--disse, interrompendomi, il mio amico Topler a miss Yves,--È contenta?

Violet mormorò qualche parola che non s'intese.

--La signorina è inglese, capisce?--mi disse Topler.--Io sono un vecchio gufo selvaggio della Selva Nera che adesso vuole diventare un pappagallo della buona società e farà le presentazioni in regola.

Tutti risero, meno Violet ed io. Topler si pose a frugare nel suo portafogli.

--Credo di dover principiare da questo signore che non parla--diss'egli accennando del capo al suo compagno, una faccia buona e insipida che in fatto non aveva aperto la bocca due volte.--Prima però devo ricuperare la carta di visita del signore italiano, perchè il suo nome è bellissimo, ma molto più facile a conservare nel mio taccuino che nella mia memoria.--Il signor Treuberg--ripresa dopo aver trovata la mia carta--il signor*** Devo fare esercizio di pronunciare questo nome. Il signor***, la signora Treuberg, la signorina Tecla von Dobra e la signorina Luise sua sorella.

Restava Violet. Un lampo sincero degli occhi suoi mi disse: evitate questa commedia! Ma era troppo tardi.

--Il signor***--ripetè Topler coscienziosamente--miss Yves.

Io salutai e Violet non potè a meno di piegare un poco il capo. Per fortuna il treno entrava allora in una lunga galleria ch'è tra Pappenheim e Dollnstein; nessuno badò più a noi. Topler era ansioso di guardare il paesaggio, mi faceva vedere, con grandi esclamazioni, gli scogli bianchi sparsi per il verde delle praterie. Poi un gran sasso con poche rovine in testa e poche casupole ai piede, cinto di mura medioevali, lo trasse fuori di sè.

--Presto siamo ad Eichstätt--osservò la biondina, la signorina Luise. Allora Topler parve tornare dal cielo in terra.--Le bottiglie?--diss'egli.--Avete le bottiglie?--Il signore taciturno lo rassicurò; le bottiglie c'erano. La signora Treuberg, che pareva la più legata con i miei amici di Monaco, disse una parolina all'orecchio di Topler. Questi si volse a me tutto esultante:

--Queste signore le fanno un invito--diss'egli.--Lei sa cos'è il nostro Maiwein?

Confessai che non lo sapevo.

--Lo saprà oggi. Queste signore le offrono di far colazione con noi nel bosco.

La signora Treuberg confermava sorridendo. Ella mi spiegò che la città di Eichstätt è lontana dalla stazione e che un sentiero vi conduce attraverso il bosco, dove si farebbe colazione. Se andavo con loro avrei potuto raccontare ai comuni amici di aver veduto il Bahnhofswald ch'essi avevano molto caro.

L'anima mia era tanto presa da un solo pensiero, era tanto attenta ai menomi casi di ogni momento, che se non l'avessi riveduto più tardi non ricorderei il quieto verde grembo del Giura di Franconia, dove la solitaria stazioncina di Eichstätt si affaccia alle rotaie fra colli selvosi e deserti. Un signore, salutato allegramente da' miei compagni di viaggio, venne allo sportello ed aiutò Violet a scendere, mentre il dottor Topler agitandogli incontro le braccia, vociferava non so che cosa a tutta velocità.--Il mio signor fratello!--mi disse fra una schiamazzata e l'altra:--_Toplerus junior!_--Egli ed io scendemmo gli ultimi. Intanto il fidanzato di miss Yves parlava colle signore stando a fianco di Violet, pallida come una morta. Se ne scostò un momento per porger la mano a suo fratello e aiutarlo a discendere. Questi mi presentò; ci scambiammo un cenno di saluto senza stringerci la mano. Il signor Topler juniore parve non aver capito molto di questa presentazione e mi guardò tra l'ossequioso e lo sbalordito, fino a che suo fratello lo spinse via a due mani brontolando e additandogli Violet, che s'era incamminata verso la stazione senza attendere il suo braccio.

Egli era piccolo e tozzo di statura, mostrava circa quarantacinque anni. Aveva i capelli bruni, i baffi biondi, corti, una fisionomia poco intelligente, una simpatica guardatura, piena di timidezza e di bontà; aveva nell'insieme l'aria dell'uomo più felice e più impacciato di questo mondo. N'ebbi una impressione inesplicabilmente penosa. Non mi sentii geloso di lui; lo giudicai alla prima occhiata di coloro che noi uomini volentieri vantiamo alle donne come degni di essere amati, sapendo che non li ameranno. Ciò che io provavo somigliava al rimorso, alla improvvisa coscienza d'una slealtà. Non avrei dovuto io dirgli ch'ero per lui un nemico mortale? La limpida sincerità del suo sguardo mi strinse il cuore.

Mentre Topler seniore mi guidava a consegnar il mio bagaglio all'omnibus, udii la dolce voce, ancora più fioca del solito, dire qualche cosa che suscitava proteste e lamenti, specialmente della signorina Luise. Pareva che miss Yves proponesse di rinunciare alla colazione nel bosco, che temesse del tempo o che fosse stanca. La biondina aveva quasi le lagrime agli occhi e offriva le braccia dei fratelli Topler per portare l'amica sua; il fidanzato, che aveva certo apparecchiate grandi cose per la refezione, non osava insistere e guardava mogio mogio ora noi, ora miss Yves, ora le sue provvigioni; queste ispiravano al flemmatico signor Treuberg una repentina eloquenza contro la proposta. Topler seniore intervenne con l'usato impeto e annunciò poi a me, che mi tenevo un poco in disparte, come il _maiwein_ si sarebbe fatto e bevuto nel bosco. Infatti vidi scintillare il visino della signorina Luise, che cinse con un braccio la vita di Violet, le baciò una spalla, corse avanti saltellando, trillando, battendo le mani e poi si voltò per dirle in faccia, con uno slancio d'effusione, due versi di cui non avrei mai capito il primo senza l'aiuto del dottor Stephan:

Du, mei flachshaarets Deandl, I hab di so gern.

Avevamo a fronte le ripide salite ombrose del Bahnhofswald. Mi parve che miss Yves faticasse molto. Il suo fidanzato le parlava e le parlava, tutto premuroso e umile; si capiva che ringraziava, si scusava, che sospirava una parola affettuosa.

Ho davanti a me, in questo momento, alcune foglioline secche, alcuni anneriti fiori di _Waldmeister_ del bosco di Eichstätt. È solo nell'immortale pensiero umano che la bellezza e la giovinezza della natura diventano pure immortali. Se chiudo gli occhi vedo vivo in me il fiorellino bianco quale Topler seniore e il signor Treuberg me lo fecero osservare nelle prime frescure dei faggi. Sento il suo mite odore nell'odor forte e vitale del bosco, odo il cicalìo dei fringuelli e dei tordi, le voci e le risate delle signorine sparse davanti a noi, nel profondo verde, in cerca di Waldmeister. Solo non odo nè vedo Violet, che ci segue col suo fidanzato. Le signore ora compaiono, ora scompaiono sui dorsi e dentro i seni della costa, si gettano strilli di gioia ad ogni conquista, ci domandano degli sposi.

La signora Treuberg gridò a suo marito di andar a vedere se miss Yves si sentisse male. Il signor Treuberg, che s'era fermato a soffiare e a farsi vento col fazzoletto, prese un'aria malinconica e discese.

--Adesso non sarà buono a risalire--mi susurrò il dottor Topler.--Io La prego di non prendere quest'ottimo signor Treuberg per un esemplare della nazione tedesca!

Dibattè le mani in aria, scotendo via, a capo chino, un frettoloso riso muto.

--Prenda me, piuttosto--diss'egli poi--prenda mio fratello, benchè noi siamo molto diversi!

Guardò in giù. Non si vedeva ancora nessuno.

--I Tedeschi sono spesso buoni e pazienti--soggiunse--come cammelli; e spesso s'innamorano come non so quale altra bestia più romantica. Questi due lati del carattere tedesco li ha mio fratello. Voi lo vedete, pare pieno di birra ed è pieno di chiaro di luna. Quanto a pazienza, vedrete che adesso verrà su con miss Yves in un braccio e il signor Treuberg nell'altro. Io sono molto diverso, molto diverso.

Intanto la signorina Luise e sua sorella litigavano poco lontano per alcuni fiori che la prima aveva colti e che l'altra diceva non esser vero _Waldmeister_. Adesso la vocine della biondina parevano piccoli colpi di becco. Rideva, ma credo che avrebbe pianto volentieri. Chiamarono il dottor Topler, e poichè con lui riuscirono solo a litigare in tre, chiamarono poi anche suo fratello e il signor Treuberg, appena sopraggiunti. Così rimasi solo, per un momento, con miss Yves.

Ella pallidissima, si diede subito a chiamare la signora Treuberg con la sua voce soave che moriva a due passi.

--Violet--diss'io. Non aggiunsi altro, ma forse non avrei potuto dir niente di più appassionato e umile. Ella mi guardò, malgrado sè stessa, un istante. Pareva uno sguardo severo, ma v'era bene in fondo l'amore. Gli occhi miei ne dovettero brillare, perchè si affrettò a dirmi:

--Quello che fa, Le pare leale?

Una luce mi balenò in mente e risposi con impeto:

--Lo dirò.

--Dio, no!--diss'ella.

Non fu possibile parlare, ma io ero felice della mia e della sua risposta. Era un'acuta dolcezza di sentirsi supplicar da lei con tanta angoscia, di sentir che non si teneva sicura del suo proposito, dell'avvenire.

Ci raccogliemmo per la colazione a pochi passi dal viottolo, presso una tonda macchia di sole che brillava sull'erba tra la corona dei faggi e degli abeti, sotto un occhio di cielo azzurro. Qualche tronco mozzo vi nereggiava nel mezzo.