Il mistero del poeta

Part 5

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Corsi al cimitero dei protestanti. Non dubitavo che miss Yves l'avesse visitato. Interrogai il custode, ma non ne potei spremer niente. Gliela descrissi, lo pregai di fare attenzione ai visitatori, caso che la signorina ci capitasse. Mi pareva probabile che volesse rivedere la pietra di Shelley prima di partire per la Germania. A Roma non avevo che questo fioco lume, non sapendo il nome dei parenti di lei, e andavo ogni giorno a Porta San Paolo, trovavo ogni giorno la stessa risposta sconfortante. Frequentavo il Pincio, la chiesa anglicana, tutti i luoghi ove potevo sperare d'imbattermi in lei. Era un vivere tormentoso, un continuo crucciarmi di non poter essere contemporaneamente dappertutto, di perdere forse la mia fortuna per un minuto di ritardo o d'anticipazione. Correvo sempre, la sera mi sentivo morire di stanchezza e l'implacabile cuore mi martellava ancora: «va, va!»

Intanto era venuta la fine di aprile. Forse miss Yves aveva affrettato la sua partenza dall'Italia e io non potevo durare a quella febbrile fatica; fermai di cessare dalle mie vane ricerche e di partire per Norimberga. In questo tempo avevo scritto a Violet due volte; la prima da Napoli, la seconda da Roma. La scongiuravo, s'era vicina a me, di rivelarsi. Nella seconda le indicavo pure la pietra di Shelley per luogo di convegno. Per designare il giorno avevo calcolato largamente il tempo necessario alle lettere per andare a Norimberga e tornare. Stetti nel Camposanto quattr'ore ad ascoltare il silenzio mortale, a vedere ondeggiare nel vento le rose banksiane sulla torre in rovina dietro Shelley, a leggere e rileggere:

Nothing of him that doth fade But doth suffer a sea-change Into something rich and strange.

Immaginai che i versi arcani incisi sulla tomba del poeta parlassero del mio amore. Fiorirebbero solo, chi sa con quale splendore strano, nel mondo promesso cui occhio mortale non vide. Come non mi bastava una così lontana, incerta speranza, con che disperata passione abbracciavo in mente la donna mia, la sposa mia viva, palpitante di questa vita che muore, la difendevo, stringendola sul mio petto, contro l'ignoto, chiedevo a Dio, per pietà, un giorno, un'ora sola!

Ella non venne. Partii col treno della notte per l'Alta Italia, e pochi giorni dopo, il sette maggio, correvo sulla via del Brenner.

XI.

Chiedevo invano ai boscosi poggi, ai pendii fioriti, all'Eisack sonoro se avessero veduto Violet. Che inesprimibile senso d'incertezza e di angoscia mi possedeva, come mi accresceva trepidazione il corso violento e sicuro della locomotiva! Se miss Yves, pensavo, non fosse ritornata, se mi allontanassi da lei! Era la prima volta che passavo il Brenner e ancor più mi pareva solenne quell'uscire dalla patria, quel novo aspetto delle cose, quel sentire al di là di tante gelose montagne enormi il mistero ormai vicino di un grande paese non conosciuto se non per le nuvole che me ne portavan fantasmi, per i venti che me ne portavano suoni di poesia malinconica e di musica strana. Le acque deserte del Brennersee, vive come un occhio profondo, mi parvero, quanto il lago di Nemi alla signorina tedesca, _märchenhaft_: e poco dopo, alla stazione di Innsbrük, passeggiando lungo il treno, in un vento furioso, tra il viavai della gente straniera, credevo veramente sognare, aver varcata la soglia di un mondo fantastico.

Ero, durante il viaggio, in questo singolare stato d'animo, che più mi avvicinavo alla meta lontana, a Norimberga, più avrei voluto differire il momento di giungervi, differire i giorni in cui, se trovavo Violet, avrei conosciuta la sorte mia. Il mattino dopo il mio arrivo a Monaco passeggiavo per tempo le verdi solitudini dell'_Englischer Garten_, tutte placido sole e sfondi nebbiosi, tutte vive d'ali per le ombre e di trilli. Sostai in riva al lago torbido e immobile, contemplando quella pace di natura che tanto riposa dopo un lungo viaggio. La sensazione che avevo provato ad Innsbrük tra i rumori delle locomotive, della gente e del vento mi riprese più forte. Il sogno era stavolta così dolce e torbido, _so süss, so trüb_! Ero nel paese dove aveva vissuto miss Yves, respiravo quasi, nell'aria, i pensieri di lei, e l'acqua opaca, i vapori in cui sfumava ogni cosa lontana mi circondavano del mistero che circonda i sogni.

XII.

Partii per Norimberga con un treno del pomeriggio. Quando uscimmo dalla blanda valle erbosa dell'Altmühl per correre, fra sterminati orizzonti, diritto al nord, non era lontano il tramonto. Assorto in una sola idea, scosso ad ogni momento da vampe di accese immaginazioni, non avevo quasi mai avuto coscienza del paese così diverso dall'Italia che veniva continuamente mutando sugli occhi miei; ma pure la mobile visione si mescolava al mio pensiero, lo colorava, in qualche modo, di sè. Guardando, nello splendore del sole cadente, la quieta Altmühl così azzurra tra l'erbe dorate, riposavo un poco, mi venivano immagini di un avvenire sereno. Quando non la vidi più, il mio cuore riprese a palpitar forte. Sapevo che Norimberga non era lontana, il sole infuocava un rossastro paesaggio solenne di alte pinete e di sabbie immense, l'aria soffiava fredda, e se porgevo il capo a guardar dove ci portasse la locomotiva, non vedevo all'orizzonte che nebbie; sentivo il nord, mi pareva che quello fosse il vero cielo, il vero paese di un'anima come Violet. Là mi aspettavo di trovarla ancor più grave e triste, ancor più chiusa nel cupo fuoco del suo cuore. Ma la troverei, la troverei?

Verso le otto mi affacciavo dai tozzi baluardi medioevali, dai passaggi bui del Frauenthor a un largo di lastricati tra due scomposte fughe di case aguzze, a torri che salivano giganti, sul fondo, nei misti chiarori del crepuscolo e della luna. Norimberga, l'enigma, era davanti a me.

All'albergo domandai della famiglia Yves. I camerieri non la conoscevano, il padrone nemmeno. Questi ne chiese a due signori che stavano cenando. Uno di costoro sapeva soltanto che vi era una fonderia Yves nella Burgschmiedstrasse. Non posso dire l'impressione che mi fece il nome _Yves_ pronunciato con indifferenza in quella sala d'albergo.

The very music of the name has gone Into my being.

«Persin la musica del suo nome è infusa nell'esser mio.» Il mio orecchio coglie nella voce che lo pronuncia ogni intimo disaccordo con la musica eterna che suona dentro a me; e più è grande, più ne soffro.

Uscii la sera stessa, girovagai a caso, pensando che l'indomani mattina andrei nella Burgschmiedstrasse, trovando intanto una voluttà profonda nel mescolarmi quanto più potevo, fra le ombre della notte, a questa sognata Norimberga, nel pensare che l'una o l'altra casa potrebbe forse esser la casa degli Yves e qual cuore avrebbe Violet se sapesse ch'io passavo sotto le sue finestre. Questo era un mondo ben più fantastico che la valle dell'Inn e l'_Englischer Garten_. Entrai nell'ombra della nera Lorenzkirche, dietro alle cui torri enormi si alzava la luna, discesi e risalii per ineguali andirivieni di vie, ora scure ora sfolgorate nel mezzo da una lampada elettrica, sospesa in alto. Intorno al fulgor d'argento nereggiavano le case vecchione, con i lor grandi cappelli aguzzi, tutti scolpiti, aggruppate per diritto e per isghembo, ciascuna secondo il proprio talento. Passai pei vicoli tenebrosi da un bagliore all'altro, e so d'essermi fermato gran tempo sur un crocicchio pendente al fiume, con la sua lampada nel mezzo, fra cinque o sei bocche di vie inclinate per ogni verso. Ombre silenziose andavano e venivano nella intensa luce bianca. Mi ero fitto in mente che mi fosse più probabile di abbattermi in miss Yves sull'incontro di tante vie; e mi tenevo sicuro di riconoscerla da lontano, almeno all'andatura. Ma il tempo passava, le ombre dei viandanti si facevano più rade, la mia speranza veniva meno. Finalmente, adagio adagio, me ne partii.

Venivo su per la Königsgasse, che lì è stretta e scura, verso il mio punto d'orientazione in quel mondo sconosciuto, le torri della Lorenzkirche presso alla quale alloggiavo. Un _landau_ scoperto, senza fanali, che mi precedeva al passo, si fermò quasi dirimpetto al caffè Sonne.

Un piccolo signore ne discese, chiuse lo sportello e vi appoggiò i gomiti parlando vivacemente ad alta voce. Subito dopo udii un riso e un'altra voce che mi pietrificarono.

--_Sie Böser!_ Cattivo!

Era Violet.

Mi fermai, palpitante, a due passi dalla carrozza. L'uomo voltò il capo verso di me. Allora girai dietro la carrozza, mi fermai in mezzo alla via, fingendo di guardare il tetto e i pinnacoli della casa Nassau che spuntavano nel chiaro di luna. Violet e colui continuarono a parlare, lei in tono affettuoso, egli in tono gaio. La voce sconosciuta non era giovanile. Pareva che disputassero sul vedersi o non vedersi all'indomani.--E così?--disse finalmente miss Yves.--A posdomani mattina?--A posdomani--rispose l'altro.--Alla stazione alle sei e mezzo.

Si salutarono. L'uomo entrò nel caffè e Violet si chinò avanti per parlare al cocchiere. Allora io dissi abbastanza forte i due primi versi della poesia tanto a lei cara:

Ah no, se tu m'ami, vorrei Posar nel più fondo vallon.

Ella si voltò di slancio a me ch'ero già allo sportello. Le presi ambo le mani; per alcuni istanti non fummo in grado di proferir parola, nè lei, nè io. Faceva scuro, ma eravamo così vicini ch'io potei vederle negli occhi e sulla fronte la stessa improvvisa passione cupa di quel felice momento in cui, letti per la prima volta i versi dell'amore e della morte, mi aveva guardato in silenzio. Ella gittò quindi un'occhiata al cocchiere, ritirò le mani rapidamente,

--Qui?--mormorò in italiano--Come è qui?

--Lo domanda?--risposi.--Come mai lo può domandare? Vengo da Napoli.

--Oh viene da Napoli!--esclamò in tedesco.--Bravo! Si ferma? Oh!--soggiunse, stavolta, in italiano e nel tono di prima.--Non doveva venire! Dio mio, perchè è venuto?

Tacque un istante e poi mi chiamò sottovoce, deliziosamente, per nome; ebbe ancora come un sussulto, uno slancio represso di tutta la persona verso di me.

--Addio!--riprese.--Non posso più restar qui e non La posso rivedere. Hanno anche avuto sospetti, per le lettere.

--Non mi può rivedere?

La mia voce dovette suonare molto accorata!

--Mio Dio!--rispose miss Yves.--Egli sa se voglio farle del male. Forse non dovrei far questo, ma senta; dov'è alloggiato?

--All'albergo _Zum rothen Hahn_, qui vicino.

--Domani avrà una mia lettera. Addio! Il Signore La guardi. E grazie di tutto! Non sono mica un'ingrata, sa.--Addio,--riprese in tedesco,--se non ho il piacere di rivederla, si diverta e buon viaggio. Mi saluti Napoli e lo scoglio.

Si era intanto venuta levando un guanto e mi stese la mano, che afferrai con ambe le mie e baciai.

--Mi dica dove sta--susurrai.--Non verrò, ma me lo dica!

--La prego!--rispose, atterrita, disperata, come se si difendesse a un punto da me e da sè stessa.--Le scriverò. Addio!

--Mi dica--replicai--se quegli che parlava con Lei...

--No no!--diss'ella, e sorrise. Solo quando sorrise le vidi lagrime negli occhi.

Mi balenò un sospetto; che fosse già sposa. Glielo dissi; non lo era ancora.

--Non importa--diss'ella.--Lo sarò.

--Lei mi ama,--risposi,--non cedo. Lo sappia bene!

Furono le ultime parole. Violet ritirò la sua mano e disse qualchecosa al cocchiere. La carrozza partì, andò a voltarsi nella vicina piazzetta e mi tornò incontro al trotto. Passarono i cavalli, passò miss Yves salutando col capo, passò tutto, rumore e visione, giù nella discesa ombrosa della Königsgasse.

Andai all'albergo e mi chiusi nella mia camera a palpitar senza pensiero nella dolcezza intensa del momento appena trascorso. La idea che là, ond'eran venuti i sogni profetici, veniva pure quest'ultimo incontro, questa offerta suprema, era per me di un'evidenza fulminea. Avevo trovata miss Yves, sapevo che mi amava e ch'era tuttavia libera; adesso toccava a me non perdere un solo momento.

All'indomani riceverei la sua lettera. Mi apprenderebbe qualche cosa su queste nozze certo imminenti, sulle ragioni che ve la costringevano? Forse; ma intanto dovevo informarmi per mio conto. Cercai subito, sulla pianta di Norimberga, la Burgschmiedstrasse, dov'era la fonderia Yves. Se gli Yves non abitavano colà, mi vi farei almeno indicare la loro dimora. L'incognito e Violet si erano dati appuntamento alla stazione per le sei e mezzo del mattino; trovai nell'orario che fra le sei e le sette partiva un treno per Monaco.

Prima di coricarmi apersi la finestra, guardai la selva di tetti acuti e le torri della Lorenzkirche, oltrepassate oramai dalla luna, che ne inargentava gli alti trafori gotici. Contemplai lungamente la città dove aveva vissuto miss Yves, dov'ella, chi sa in qual parte, stava allora pensando a me. Provai l'ebbrezza spirituale del viaggiatore che giunto in un paese d'antica fama vede tutto insolito e grande intorno a sè, e discopre, non senza commozione, che fra questo ignoto paese e il proprio sentimento vi è qualche affinità misteriosa; che anche quest'altra parte della terra è un poco, non sa come, la patria sua.

XIII.

L'indomani mattina uscii di casa alle cinque e mezzo. Piovigginava, la nebbia velava, in fondo alla contrada, il torrione rotondo del Frauenthor. M'incamminai verso il posto dove avevo incontrato Violet. Non si vedeva anima viva, il caffè Sonne era tuttavia chiuso, si udiva solo la quieta voce della vicina fontana di bronzo. Per andare nella Burgschmiedstrasse dovetti attraversare la città grigia di nebbia, deserta, fantastica nella sua venerabile vetustà; vidi fra ponti potenti un fiume scarso, avvallato entro due argini di casupole nere, coronati di torri e di pinnacoli persi nei vapori; vidi squisiti monumenti intatti di un genio morto; vidi santi, frati, guerrieri di quel tempo antico, pietrificati sugli spigoli delle case, infissi sopra le porte, sui parapetti delle logge, sugli esagoni balconi ogivali sporgenti dalle facciate. Pareva che le generazioni umane fossero spente e il sole oscurato da lungo tempo, che quelle vie fossero una visione magica del passato, ed io un'ombra.

Trovai la fonderia Yves poco fuori del Thiergärtnerthor. Un tale, fra l'operaio e il soprastante, mi disse che gli Yves abitavano nella Theresienstrasse, e m'indicò pure il numero della casa. Gli domandai se il padrone sarebbe venuto, più tardi, alla fonderia.--Quale?--mi rispose.--Sono tre fratelli.--Allora parlai di quello ch'era stato in Italia e seppi ch'era tornato con la signorina da venti giorni, che non stava troppo bene, che veniva poco alla fonderia, ma che all'indomani vi sarebbe venuto certo. Chiesi se all'indomani non intendesse invece partire per Monaco. Quegli affermò che era impossibile. Prima di partire mi arrischiai a domandargli se gli operai non preparassero un regalo alla signorina per le sue nozze; mi disse di non saperne niente.--Sapete almeno--soggiunsi--quando si fa il matrimonio?--No,--rispose con indifferenza--questo non mi riguarda.

In dieci minuti fui nella Theresienstrasse, passando accanto ai viali ombrosi della Burg, dove forse Violet soleva passeggiare, e trovai, presso una fontana, la casa indicatami. Era elegante, nello stile del Rinascimento tedesco, con i balconi sporgenti e i pinnacoli dal cappello chinese sugli angoli del tetto. Due finestre vicine, al primo piano, avevano fiori. Erano quelle di Violet? Stava ella forse scrivendo a me? Chiesi a una donna, che attingeva acqua alla fontana nella sua gerla di metallo, se quella fosse la casa Yves. Non lo sapeva. La pioggia cadeva ora più fitta e tutte le finestre restavano chiuse. Passai e ripassai davanti alla casa, non sapendo se fosse bene o male di farmi vedere da Violet, non potendo staccarmi dal posto. Finalmente vidi un _friseur_ aprire il suo gabinetto, ed entrai, sperando cavar qualche cosa da costui; un giovinotto in abito nero ed occhiali, che pareva uno studente di metafisica. Anche nel salutarmi al mio entrare aveva l'aria di affacciarsi con pena e stupore dall'origine delle idee a questo basso mondo, male rischiarato con poco chiaror di nuvole e una sottile fiammella di gas. Ne estrassi a stento che la casa vicina apparteneva ai fratelli Yves; che gli Yves erano celibi e tenevano presso di sè una nipote, la quale doveva sposarsi presto ad un tale professore Topler; che il professore Topler aveva vissuto parecchi anni a Norimberga ed insegnava attualmente nel ginnasio di Eichstätt. Appresi altresì che il Topler toccava la quarantina, ch'era piccolo e grosso e portava i baffi. Gli stessi occhiali del flemmatico parrucchiere mi parevano stupefatti; certo non gli era mai toccato discendere dalla metafisica per un avventore altrettanto curioso.

Eichstätt? Il nome non mi era nuovo; mi sembrava averlo letto il giorno prima sulla fronte di una stazione solitaria fra colli e boschi, e fors'anche udito dai miei amici di Monaco. Uscii nella strada assai soddisfatto di questo primo raggio di luce. Pioveva ancora, nessuna finestra della casa Yves si era aperta. Pensai di ritornare all'albergo e di cercare Eichstätt nel mio Baedeker.

Vi trovai ch'è una piccola città molto antica, a cinque chilometri dalla sua stazione sulla linea Norimberga-Monaco. Certo miss Yves sarebbe andata ad Eichstätt, l'indomani; certo vi sarei andato anch'io. Mentre stavo pensando come spiegherei, occorrendo, la mia andata colà, bussarono all'uscio e un cameriere venne ad avvertirmi che nella sala da pranzo c'era persona dalla quale potrei avere le informazioni chieste inutilmente la sera prima. Discesi e trovai un signore dall'aria franca e cordiale, che stava mangiando e conversando col padrone. Mi rivolse subito la parola per dirmi che conosceva perfettamente gli Yves, padroni di una fonderia, onestissime persone; non facevano buoni affari come una volta perchè la costruzione delle macchine, _der Maschinenbau_, era in decadenza, a Norimberga; ma si reputavano tuttavia solidi. Capii che m'aveva preso per un viaggiatore di commercio. Egli stesso si avvide tosto che desideravo altro, e mi prevenne chiedendomi se volessi informazioni personali. Risposi con la maggior disinvoltura possibile di non tenerci gran fatto. Avevo conosciuto uno dei fratelli Yves in Italia, e passando da Norimberga m'era venuta la curiosità di saperne qualcosa. Il signore me ne fece allora molti elogi stando sulle generali e soggiunse che il viaggio d'Italia non aveva rinfrancata la sua salute. Quando seppe che restavo poco a Norimberga, e che non avevo intenzione di visitare gli Yves, ne parlò più liberamente. Il discorso arrivò subito a Violet. Il mio interlocutore non le aveva parlato che due o tre volte, ma n'era entusiasta e capii bene che la teneva di gran lunga superiore per ingegno, coltura e sentimento, agli zii, e che, secondo lui, ella non poteva avere, in casa Yves, una buona respirazione morale. Gli zii erano galantuomini, ma troppo nel _Maschinenbau_; alquanto bisbetici, per giunta, e d'idee anguste. Il padre di Violet aveva fatto il pittore, si era accasato in Italia, ed era morto in Inghilterra poco dopo la sua giovane sposa romana, lasciando non ricca l'unica bambina. Gli zii l'avevano raccolta.

Ora miss Yves era sui venticinque anni. Si era detto che, parte per la sua infermità, parte per una certa storia di anni addietro, avesse rinunciato al matrimonio; poi un bel giorno fu annunciato che sposava il signor Topler. Questo signor Topler era un professore molto stimato, molto rispettabile, ma non troppo adatto, pareva, ad una giovine signora di gusti squisiti come miss Violet. Insegnava nel ginnasio di Eichstätt. Il matrimonio, stato differito più volte, doveva celebrarsi alla fine di luglio, immediatamente dopo la chiusura delle lezioni.

Tutto ciò mi fu raccontato a riprese dall'incognito signore col quale avevo finito per fare colazione, onde agevolare il dialogo. Quando disse _una certa storia di anni addietro_, mi sentii male al cuore. L'avevo inteso subito che la tristezza di Violet era il guasto lasciato da una gran tempesta di passione; lei stessa, parlando meco e scrivendomi, aveva alluso a un simile passato; pure soffersi come se prima vi fosse stata in me una irragionevole speranza che Violet non avesse detto il vero. Non osai chiedere una spiegazione lì per lì. Si parlò d'altro, dell'arte a Norimberga, di Veit Stoss e Krafft, del Museo germanico. Il mio interlocutore mi disse che se volevo avere un'idea del professor Topler guardassi, recandomi al Museo germanico, l'antico frate di pietra ritto sul canto della Karthaüsergasse. Allora avventurai in tono indifferente una domanda sulle vicende passate di miss Yves.--Cose vecchie,--rispose colui,--cose tristi. Troppa fede negli uomini!

Egli aveva finita la sua colazione, e con queste parole si alzò, lasciandomi l'animo ancora più amaro e turbato di peggiori pene, di peggiori sospetti. La fantasia non mi dava pace, mi mostrava continuamente immagini che non poteva nè spengere, nè sopportare. Dovetti soffrire molto, stancarmi il cuore prima di trovare quasi rinnovata di freschezza, di dolcezza, di ristoro, almeno per qualche tempo, l'idea che adesso Violet amava me.

XIV.

Con la prima distribuzione non ebbi alcuna lettera. Risolsi di passare al Museo germanico le tre ore che mancavano alla seconda. Mi aggiravo da un'ora per quel laberinto di alte sale, di scale marmoree, di chiostri gotici, dove zampilli mormorano nella penombra e una fioca luce cade dai cristalli dipinti, colora sculture sepolcrali. Sostavo talora a guardare da una porticina aperta il vivo verde di un cortile, a respirar l'aria chiara e pura, e guardavo appunto il colossale Orlando di Brema nel cortile, non so se ventesimo o decimonono, quando udii dietro a me una voce che mi parve riconoscere. Mi voltai; un vecchio signore dall'aspetto ecclesiastico parlava adirato con un custode che lo ascoltava sorridendo. Conoscevo una voce simile, sì; ma l'uomo non l'avevo mai veduto. Egli inveiva contro l'asineria di chi aveva levato non so qual San Giorgio di pietra da una casa di Norimberga, per collocarlo nel Museo. Poi lasciò il custode e mi passò davanti tutto fremente per uscire nel cortile a vedere d'appresso l'Orlando. Nel passare mi piantò in viso gli occhi furibondi come per dirmi «e Lei non mi dà ragione?» Vestiva tutto di nero, era piccolo e alquanto curvo; al fuoco degli occhi contraddiceva l'apparenza senile della persona. Fece rapidamente il giro dell'Orlando e ripassandomi davanti mi borbottò con una spallata «Cement!» Mi domandai ancora dove diamine avessi udita quella voce.

Lo ritrovai in una cappella della chiesa che ha le collezioni di arte ecclesiastica. Era seduto davanti al quadro di Kaulbach, dove il giovane Ottone III, dopo un banchetto in Aquisgrana, irrompe con i suoi compagni d'orgia, per un capriccio di ebbro, nella tomba del grande imperatore Carlo, e ne scopre al chiaror delle fiaccole il cadavere in trono, maestoso e terribile. Lo sconosciuto sfogava la sua ammirazione da solo, ripetendo «bello! bellissimo!» Si alzava dal suo sgabello, correva a fiutare, quasi, col suo lungo naso aguzzo, le figure, e tornava frettoloso a sedere. Mi vide e mi disse, tutto ancora scintillante in viso, ma di piacere: