Il mistero del poeta

Part 4

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«Non voglio morire, no, se mi ama; se è libera non voglio il sepolcro sulla montagna, nè il sepolcro nella valle, voglio te che sei la speranza e la fede, la vita e la luce. Voglio portarti sul mio petto, forte con te, forte per te, attraverso le cose e gli uomini, amici o nemici, fino all'altra sponda, fino a Dio. Non mi parli di sponsali, non mi parli di vicende che furono, io l'amerò tanto che Lei crederà nell'Ideale come io vi credo, e noi saremo uniti quanto i due nella leggenda sublime del Diletto, Essa è islamita, suona così:

«Un'anima pellegrina giunge dalla terra alla dimora del Diletto, batte alla porta. Una voce dall'interno chiede: chi sei? L'anima gli risponde: son io.--Non vi ha posto--suona la voce--non vi ha qui posto per te e per me.--La porta rimane chiusa.

«Allora l'anima ridiscende sulla terra, passa un anno nel deserto a pregare, piangere e far penitenza. Poi risale alla porta, vi batte ancora. Ecco la voce che dice: chi sei? Ella risponde tremando IO SONO TU. La porta si apre.

Che dolcezza immensa! _Io sono tu_. Possa Ella sentire più fortemente qui una tale parola scritta da me palpitando, che non l'abbia sentita presso al cuore silenzioso di Shelley e le rose funebri dove Dio gliela fece trovare la prima volta! Ho la ferma fede che le nostre labbra se la potranno dire un giorno. Lei non sa la mia storia, Lei non sa il mio sogno, Lei non sa il destino, non il destino, l'Amore infinito che ha pietà di noi due; e dice che parte, che non vuole amicizia nè corrispondenza alcuna con me! Oh come non sa, come non intende e qual errore di dire che ha amato troppo! Dovunque lei vada io pure andrò; Ella non ha amato abbastanza.»

Il Leopardi di miss Yves era in sala di lettura. Vi misi dentro la mia lettera. Il libro aveva un leggero profumo, il profumo delle sue mani, della sua persona, mi metteva le vertigini.

Ella discese qualche minuto dopo suonato il pranzo, in una elegante toelette nera, con lunghi pendenti di turchesi che le stavano assai bene fra i crespi capelli biondi e il collo bianco, delicato. Era con Mrs. B., ma forse non avrei avuto un altro momento opportuno; le porsi il libro. Appunto perchè il momento non era opportuno, m'intese. La vidi esitare un attimo.

--Non lo posso portare a pranzo--diss'ella con un lieve sorriso.

--No--risposi--ma credo v'abbia dimenticato qualche cosa di Suo.--Violet esitò ancora, poi prese il libro e ne tolse la lettera.

--Andiamo--disse l'altra.

Durante il pranzo gli occhi di miss Yves non si volsero a me che una volta. Ella si alzò da tavola prima della frutta e scomparve. Era impazienza di leggere la mia lettera? O proposito di evitarmi? La seguii col pensiero. Stava leggendo, aveva letto, combatteva con le ombre del suo cuore. Penoso momento! Vinceva lei? Vincevano i fantasmi nemici? Era duro di non saper nulla, di non poter aver un segno. Però aveva presa la lettera. Mi dissi che avevo torto di dubitare e di temere, che Dio non mi avrebbe deriso, non mi avrebbe mandati quei sogni e lei per togliermi poi tutto così.

Seduto in faccia allo scoglio sovrano, condussi mentalmente a fine la poesia sgorgatami dal cuore alla mattina:

Se lunghe, amare furono le tenebre, Degna è quest'ora tutto di soffrir; Di rifiorente giovinezza irrompermi Sento nel petto gl'impeti e gli ardir.

Sublime Iddio che mi darai la morte, Ed or mi doni un più potente amor, Sia benedetta la mia dolce sorte! Qual onda al cielo, a te si slancia il cor.

Sentivo che avrei amato, felice o no, sino alla morte, ed anche in questa consapevolezza era un'acuta felicità. Il pensiero della morte mi brilla sempre davanti ne' miei più forti ardori di spirito, però in forma diversa; nelle commozioni che mi ha dato il sentimento intenso della natura, specialmente se misto ad occulte amarezze, ho sospirato di sciogliermi nelle cose; nelle commozioni dell'amore ho desiderato un mondo più alto, il mondo della luce e della vita che mi sentivo in cuore, tanto diverse da ogni luce e vita terrena, tanto superiori.

Quella sera miss Yves non discese più.

IX.

All'alba dell'indomani udii due carrozze fermarsi davanti all'albergo. Mi balenò un sospetto, balzai alla finestra. Vidi una carrozzella e una carrettina; presso quest'ultima una catasta di bagagli che i facchini stavano già caricando.

Quand'ebbero finito, un signore ed una signora uscirono dall'albergo, seguiti dall'albergatore e dai camerieri. Riconobbi subito miss Yves.

Rimasi alla finestra, istupidito, guardando come se fosse una partenza ordinaria, del tutto indifferente a me. Non credo però che avrei potuto muovermi, nè parlare. Miss Yves fece salire in carrozza suo zio, l'avviluppò bene in iscialli e mantelli, poi scomparve un momento fra gli ippocastani. Tornando alla carrozza, alzò il viso verso la mia finestra; quindi salì accanto a suo zio. Tutti salutarono e la carrozzella partì.

Dicono che sia piacevole di ricordarsi, nel tempo felice, della miseria; nelle ore più felici mi ha sempre fatto male di ripensare a quella. Il pensiero vi corre ancora, qualche volta; subito un fremito mi prende al petto, mi sento un piombo sul cuore e dico a me stesso: «No, no!» Non è la sola voce mia che dice così nel mio interno; non l'ascolterei, forse; è pure la voce della Diletta. Mi pare che la dolcissima voce abbia lagrime. Cara, io so quanto ti affanni il ricordo di tutto ciò che soffersi, amando te, per la tua resistenza, e ascolterò anche adesso il tuo «no, no» come quando me lo dicevi stringendoti a me in un abbraccio angoscioso; non descriverò quei momenti.

Ell'aveva lasciato una lettera per me. Se, smarrito nelle ombre della notte più nera, vedessi balzar su dall'orizzonte il sole, non mi farebbe un effetto diverso da quello che mi fecero i noti caratteri. Devo anche dire come mi batteva il cuore e che le mie mani tremanti non riuscivano ad aprir la busta?

Violet scriveva:

«Lei non mi ha ascoltata, ha voluto farmi soffrire molto. Ora vede ch'è stato inutile; ora tocca a me di far soffrire Lei, benchè Iddio sa che non vorrei far soffrire mai alcuna creatura vivente, è in ciò non mi piace distinguere chi mi vuol male da chi mi vuol bene. Quando leggerà queste righe sarò lontana.

«Se mi ama non mi segua. Perderebbe la mia simpatia e la mia stima. Ah, non so come esprimere questa mia intensa volontà! Posso immaginarmi che siamo ancora insieme e Le domando la Sua parola. Se io la domando con affetto nella voce e con lagrime negli occhi, vorrà Lei negarmela? No, sento di stringere la Sua mano mentre Lei risponde: sì, prometto.

«Non so la Sua storia, dice Lei, il Suo sogno, il destino! Ah ma e Lei, dunque? Sa Lei la storia mia, il destino mio? Dice che mi farebbe credere all'Ideale. Io vi credo già, ma esso non esiste su questa terra, esso è altrove, è un errore terribile di cercarlo qui. Ella si figura ch'io sia l'ideale Suo e che sarebbe felice con me. Io sono talmente convinta che s'inganna! Ha sognato, sì, lo credo, e sogna ancora. Mi ha Ella solamente veduta bene? So che ciò non potrebbe adesso raffreddare il Suo sentimento, ma dica: ha Ella solamente veduta la mia infermità? Lei è poeta, mi risponde di sì, e che anzi mi vuol più bene per questo. Ma sarebbe sempre così? Non è mica per la infermità, del resto, o almeno non è principalmente per essa che combatto il mio cuore.

«È poeta. Altrimenti, come avrebbe potuto amarmi in così breve tempo? Io La conosco da tanto più. Forse la mia voce per Lei (oso dire così!), forse la Sua poesia per me sono come una musica che fa provare vera gioia o vera tristezza ma senza soggetto, e quando tace, tacciono anche questi sentimenti vani.

«La sublime leggenda del Diletto non è per noi. Si consoli se questo può consolarla! Non è per alcun'altra coppia umana, se non in qualche fugace momento che dopo si espia, il Diletto, l'Essere a cui si dice «io sono tu» è nella casa misteriosa, non si vede, non si è veduto mai. Solo in un freddo amaro senso gli uomini posson dirsi l'un l'altro «io sono tu.» Significa: ecco, sono debole, ignoro, amo, erro e soffro come te.

«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà, oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano, in me stessa.

«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la casa del Diletto.

«VIOLET YVES.»

Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a _table d'hôte_ perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla! Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.

Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina petulante perchè fuggissi.

Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni, stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.

Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta. Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città» non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.

La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo fornirle indirizzo alcuno.

Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato, all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti. Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta, aprendolo, vi lessi:

Perì l'inganno estremo, Or poserai per sempre Stanco, mio cor...

e che allora baciai il libro. Mi pareva quasi che il poeta unisse nella sua desolazione mortale le anime nostre. Però il sottile profumo che diceva dal libro l'alta gentilezza e anche la tristezza di lei, diceva altresì una dolce parola di fiori, incomprensibile ma consolatrice.

X.

L'idea di viaggiare m'era venuta in fatto, ma l'abbandonai subito. Mi ritirai in campagna. Mio fratello e una cognata erano ai bagni, e Lei sa che non abbiamo vicini; mi trovai dunque affatto solo; era il mio desiderio.

La sera stessa del mio arrivo le scrissi, Non sapevo ancor bene, incominciando la lettera, dove l'avrei diretta, e non sapevo neppure se fosse opportuno scrivere così presto. Le stelle e una voce interna mi dicevano «scrivi, scrivi!» Appena prendevo la penna in mano mi assalivano i dubbi, la pesavo ancora. Finalmente le tempeste del sì e del no presero insieme un solo furioso corso. La penna non poteva correr tanto. Raccontai questi miei dubbi, queste paure, la voce delle stelle che vedevano in quei momenti lei e me, la prepotente voce interna. Dissi che avevo potuto compiere il sacrificio di non seguirla, solo per la mia ardente fede che Dio ci avrebbe uniti. Ora lo confesso, la mia fede soffriva spaventose eclissi! Cercai dirle quale cammino avesse fatto l'amore in me dopo la nostra separazione, come avesse oscurato ogni altro sentimento tranne il sentimento della Divinità, col quale si confondeva, perchè lei, Violet, era una parola di Dio, susurratami nell'ombra. Finalmente le dicevo che, come il mio presente e il mio avvenire le appartenevano, pure doveva appartenerle il passato, e che volevo raccontarglielo tutto.

Così feci in più lettere. Scrivevo ogni giorno, e sempre le impressioni del presente erano miste alla storia del passato. Non spedivo lo scritto che una volta per settimana e dirigevo le lettere a Norimberga. Non conoscevo Norimberga, ma avevo degli amici a Monaco e mi venne in mente di pregarli ad informarsi se dimorassero colà tre fratelli Yves, industriali. Seppi così che vi dimoravano veramente e non dubitai che le mie lettere non capitassero, girando per lassù, a miss Yves.

Scrivevo, di solito, a tarda notte. Con quale indicibile desiderio, con quale impeto le aprivo il mio cuore, che voluttà era di dire a lei antiche colpe, antiche miserie di cui prima non avevo quasi osato parlare a me stesso! Ospiti amari della mia coscienza si levavano uno dopo l'altro ed uscivano. Qualcuno vi dormiva in fondo, dimenticato. Si svegliava a un tratto, tocco da questo fuoco nuovo dell'animo, si rizzava, mi batteva. Un lampo di dolore, un impeto di lotta, una vampa vincitrice; era scritto, era fuori di me per sempre. Che ristoro! E dicevo anche il poco bene che mi pareva aver fatto in qualche occasione; lo dicevo colla gioia d'un bambino che dopo aver confessato un grosso fallo si affretta a dire, tutto palpitante, tutto sorridente di speranza, le piccole opere buone che pure ha. Talvolta, finita la lettera, mi correva su dal petto al volto un riso come d'infermo che rapidamente risana, mi si bagnavano gli occhi. Poi giungevo le mani, mi dicevo «crederà, crederà» andavo a guardar le stelle, a ripeter loro «crederà, guarirà con me.»

La mia vita esterna si dice in due parole, ma la mia vita interna è un fortunoso dramma, che mi occupò molte lettere. Miss Yves non mi rispondeva e non la richiedevo nemmeno di rispondermi. Volevo solo preparare un futuro momento, poichè non sapevo dove, non sapevo quando, ma certo un giorno sarei andato a tentar l'ultima prova, a chiederle, con la mia voce, di esser mia.

Quand'ebbi detto tutto della mia vita sino all'incontro con lei, le mie lettere diventarono anche più gradevoli a scrivere. Ella non poteva specchiarsi nelle acque torbide del mio passato; solo ne avevano qualche luce i due sogni! Ma ora l'immagine sua viveva in me, pensava ne' miei pensieri, amava nel mio cuore, ogni giorno più intensamente, tanto che ne stupivo io stesso, dubitavo talvolta di amare una miss Yves ideale, distinta dalla vera, e provavo il bisogno, per sincerarmene, d'immaginar la cara persona, l'amor felice, perdendone quasi il lume degli occhi e il respiro. Oramai parlarle di me era come parlarle di lei stessa.

A mezzo l'autunno mi venne in mente di comporre un romanzo. All'idillio non pensavo più, tra per l'essermi stato suggerito dall'altra signora, tra perchè trovandomi la testa piena di motivi non solamente patetici ma anche comici, il verso m'avrebbe fatto impedimento. Ne scrissi subito a Violet; le scrissi, mano a mano, le prime idee confuse che mi vennero e tutti i pentimenti per cui passarono, le ritrassi le figure vere da cui volevo prendere i miei personaggi. Oggi pensavo un modo di aggruppare e di sciogliere i nodi della azione, domani ne pensavo un altro. Le scrivevo tutto. Sapevo di guastare così l'effetto futuro del libro sopra di lei, ed ero appunto felice di sacrificare una soddisfazione perchè ella sapesse tutto tutto dell'anima mia, i miei tentennamenti, le aridità della fantasia, la parte del caso nelle mie trovate artistiche. Volevo essere amato senza fine, ma l'idea di farmi ammirare da Violet più che non meritassi, mi metteva orrore come un inganno.

Dopo un mese d'incessante lavoro fantastico il mio manchevole ingegno non era ancor giunto a concepire un intero piano di romanzo che mi soddisfacesse. Non ne avevo in mente ben chiari che i primi tre o quattro capitoli. Intesi che ostinandomi a immaginare tutto il romanzo di primo getto, avrei finito con darmi per disperato, e mi buttai addirittura a scrivere, nella fiducia che, piantata bene l'azione, si sarebbe poi svolta, anche più naturalmente, da sè. Trascrivevo regolarmente il mio lavoro per Violet e glielo mandavo ogni settimana. Alla fine del quarto capitolo ebbi un assalto di malinconia nera. Incominciò col dubbio di non saper continuare; il dubbio diventò terrore; poi anche i capitoli scritti mi parevano assurdi, gelidi, pessimi; poi mi figurai di perdere l'ingegno, di non sapere, di non poter più niente. Mi persuasi che se Violet non si era risolta di mandarmi una sola parola, era per questa indegnità dell'opera mia. Le scrissi come soffrivo e caddi al fondo dell'abbattimento. Per due settimane tralasciai ogni corrispondenza.

Il 12 dicembre mi arrivò da Napoli una lettera con l'indirizzo di pugno di miss Yves. Conteneva la vetta d'una foglia di palma e una violetta bianca; nient'altro. Mi sentii mancare di gioia, appena ebbi forza di baciar la lettera, il fiore, l'aria odorosa.

Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima Spande l'ali e in tempesta agita il vol.

Era ancora così. Tutto era ritornato in un lampo, la fede in me stesso e la potenza. I miei capitoli mi ridiventarono vivi e belli, e quando pensavo al futuro cammino del romanzo, non lo vedevo ancora tutto, no, ma un lampeggiar continuo mi mostrava tante scene, tante fila d'intreccio. Ripresi tosto il lavoro, e so che non ebbi mai una vena altrettanto copiosa. Non parlo della risposta che feci a Violet sull'istante. Bastava veder quei caratteri per intender la furia della mia gioia.

A mezzo dicembre ritornai in città. Che inverno fu quello! Studiavo accanitamente di tutto. Non era la prima volta, per verità, che spaventandomi di larghe, vergognose lacune del mio sapere, non certo sospettate dal mondo, m'infuriavo a studiare. Divorai in pochi mesi la Storia del Papato di Ranke, tutto Alfieri, tutto Mickievicz, non so quanti volumi di poesie popolari italiane, buona parte del _Wilhelm Meister_ di Goethe, i _Principles of Sociology_ di Herbert Spencer e le commedie di Plauto. In pari tempo m'era imposto un canto di Dante, cento versi di Virgilio e cinquanta versi dell'Odissea al giorno. Faticavo immensamente, non trovando ristoro che nelle lettere a Violet, nel romanzo e in Omero. Benchè sapessi pochissimo di greco, Omero mi riposava come un bagno in una grande acqua pura e limpida. Andavo pure in società e facevo delle apparizioni in teatro. Lei ricorderà che non mancavo mai ai Suoi mercoledì. Visitavo qualche volta, per le apparenze, la mia antica fiamma. Credo che avesse nell'oscuro miscuglio del suo cuore e della sua coscienza un caritatevole odio per me; ma non me ne curai, benchè sentissi un'ostilità sorda in lei come nelle persone cui era più legata; e indovinassi che sparlavano dei miei libri e di me. Ho sdegnato sempre, e allora più che mai, occuparmi di cose simili. Forse avevano ragione, ma se Violet mi amava e mi mandava una palma, cosa era questa gente per me? Se mai ho pensato ad essi ed alle loro accuse fu con una specie di gratitudine, essendo salutare all'uomo, e sopratutto a noi poeti, razza vanitosa, di sapere che tutta la diretta lode umana di cui c'inebbriamo, è mista di menzogna, perchè, comunemente, lodando in faccia uno scrittore o si mente del tutto o si mente in parte. Sono io stesso affatto senza colpa? _Omnis homo mendax_, ne sono convinto, e quando ne ho la riprova nelle acerbe censure che mi si fanno alle spalle da chi m'ha lodato in faccia, godo di confermarmi nel vero, godo di costringere il mio orgoglio a considerar le ragioni dei detrattori, prendo il buono, disprezzo il resto e poi sento la terra più salda sotto i miei piedi, l'ingegno più libero, il cuore più forte.

La gente mi trovava cambiato. Si facevano commenti sulla mia rottura con la signora, non si poteva credere che non avessi un'altra amante, si arrischiavano supposizioni, si scoprivano false. Qualche signora civettava un pochino con me e smetteva presto, giudicandomi di ghiaccio. Mio fratello e mia cognata non erano meno sorpresi de' miei modi, del mio umore, del mio aspetto istesso. Dapprima mi fecero qualche interrogazione, poi vedendo che non le gradivo o che rispondevo sulle generali, non parlarono più. Credo che mia cognata--glielo perdono--abbia persino osservato la calligrafia delle lettere che mi pervenivano, onde vedere se qualche mano ignota mi scrivesse spesso.

In principio d'aprile riseppi da' miei amici di Baviera che il signor Yves era atteso a Norimberga verso la metà di maggio. Giudicai venuto il momento di vedere Violet. Le scrivevo sempre, le scrivevo tutto; era leale di tacerle il mio proposito per riuscire più facilmente nell'intento, per evitare un rifiuto e sorprenderla? Non era leale; scrissi che partivo.

Non partii subito. Aspettai per otto giorni una lettera di miss Yves, che non venne. Il 15 aprile ero a Napoli.

Non ci voleva una fede meno salda della mia per mettermi in Napoli a quella ricerca, senza un aiuto al mondo. Dopo otto giorni di corse inutili, di speranze e di angoscie, trovai una traccia, inaspettatamente, al Museo Nazionale. Vedutevi alcune signore intente a copiare quadri, mi venne in mente di domandare se miss Yves ne avesse pure chiesto il permesso.

Così potei scoprire che una miss Violet Yves aveva infatti frequentato il Museo dal dicembre al marzo. Uno dei custodi finì con ricordarsi di lei e mi assicurò che da oltre un mese non si vedeva più. Supposi allora che fosse a Roma presso i suoi parenti, e partii tosto per Roma.

Ricorderò sempre quanto palpitai alla stazione di Albano, vedendo alle spalle una giovane signora, alta, bionda, che camminava come lei. Non era lei. Salì nel mio coupè e vidi che somigliava un poco a Violet anche in viso. Non so come la guardai; certo il mio sguardo ebbe qualche cosa di singolare, perchè ella arrossì e si mise tosto a discorrere co' suoi compagni. Era tedesca, bellina, aveva una voce piuttosto aggradevole e trovava che il lago di Nemi era _märchenhaft_. Io trovavo in lei un'ombra di Violet. Gentile straniera, avete indovinato perchè vi guardavo? Ella rispondeva talvolta al mio sguardo senza civetteria, con una limpida meraviglia. Quando non guardavo lei, guardavo col cuore oppresso il solenne deserto e le rovine spettrali della Campagna. Mi si affacciava, mi tornava sempre, malgrado me stesso, l'idea della morte di miss Yves, di una lunga vita deserta e gelata.