Il mistero del poeta

Part 3

Chapter 3 3,917 words Public domain Markdown

--Io no. Ho cento volte meno fede di Lei nell'ideale, io.

La sua voce era così sommessa! Pensai sentirvi un'amarezza tanto profonda che ne rimasi muto, accorato. Ma ruppi subito il silenzio, affrontai per istinto l'argomento dove sentivo un'ombra e un pericolo. Dissi che vi è, sì, una sublime poesia nella creatura mite, umile, di fantasia scarsa e di cuore profondo, che ama una volta sola; ma che vi hanno pur nature nobili, tanto impetuose di cuore che facilmente si feriscono nel loro slancio, perdono, per così dire, i sensi dell'amore e della fede, giacciono come morte, come aquile stordite dal fulmine; ma poi si muovono, si alzano, si slanciano ancora. Sono nature ricche di energia vitale, forti di volontà, alate di fantasia, che amerebbero una volta sola se s'incontrassero; nature attive e potenti che amano come il cielo ama la terra nelle tempeste di primavera, sciogliendo in un'altra anima ogni intimo gelo, traendone tutto ch'è vita, ch'è verde e fiore.

Mrs. Yves mi guardò senza rispondere. Non sono io un morto che parla, non posso dire il vero senza rispetti umani? Bevvi nel suo lungo sguardo un'ammirazione inebbriante. Solo per questo rispetto della vanità fui sempre, amica mia, poeta vero; prima di amare come amo adesso dubitavo del paradiso, non sapendo come vi si potesse avere ammirazione o esser felici senza di essa. Mi parve che il lungo sguardo dicesse pure: è proprio così? Lo ha provato Lei? La signora non proferì parola e aperse il volume di Leopardi.

--Volevo anche domandarle qualche cosa di Leopardi--disse, sfogliandolo.--Amo tanto Leopardi, io. E lei, ama più Leopardi o Manzoni?

--Leopardi.

--Oh, anche Lei. Come ne sono contenta! Non è vero ch'è più grande?

--No, è assai meno grande, ma lo amo di più.

--Oh,--diss'ella chiudendo il libro,--non capisco questo. Mi spieghi.

Le spiegai il mio sentimento.

--Scusi--mi disse poi senza pronunciarsi.--Lei che parlava di nature nobili, vuol dirmi cosa pensa di questi versi?

Cercò nel volume la _Ginestra_, e mi fece leggere i versi che incominciano:

Nobil natura è quella Ch'a sollevar s'ardisce Gli occhi immortali incontra Al comun fato, e che con franca lingua, Nulla al ver detraendo, Confessa il mal che ci fu dato in sorte, E il basso stato e frale...

--Penso--risposi--che abbraccerei Leopardi e piangerei con lui, e gli direi: che poeta sei e che cieco! Questa nobil natura che si contrappone così grande e forte alla madre maligna degli uomini, chi te l'ha infusa? La stessa madre maligna? No. Te la sei creata tu? No, no. Ma bisogna dunque che tu abbia un padre benigno; e questo fonte di bene, chi è? Sai perché ti ha fatto un tal dono! Sai cosa ti domanda, cosa ti prepara? Tutta la tua nera filosofia cade.

--Come dev'esser felice, Lei,--disse Mrs. Yves--di pensare così. Io non posso. Io non credo che sia un bene neppur la natura nobile. E poi non credo nella stabilità di alcun sentimento umano. Mi hanno detto di Leopardi ch'ebbe anche lui paura di morire.

Le osservai, un po' tristemente, che non sapevo come le potessero piacere, con queste idee, i miei versi.

--Oh sì--diss'ella.--Tanto mi piacciono. Amo di poter sognare che ha ragione Lei, che vi sono veramente degli esseri, dei sentimenti come quelli che immagina Lei. Vorrei almeno essere sicura che Lei ci crede. E vorrei anche persuadermi che gli uomini non sono tanto piccini, miseri, come mi paiono, e che questa vita vale qualche cosa, vale la pena di essere continuata, in questo o in un altro mondo.

Io pendevo dalle sue labbra, avido di penetrare il segreto del suo cuore. Credetti d'intravvedere un passato d'impetuoso amore e di dolor mortale, un presente di ghiaccio e di silenzio, ma con i primi manifesti segni della seconda vita. Quand'ebbe finito di parlare la guardai muto, non come un amante, bensì come un medico indagatore e dubbioso. Arrossì lievemente e mi disse:

--Cosa pensa di me?

--Ch'è ammalata e che non deve leggere Leopardi.

Sorrise e rispose:

--Lei sarebbe un medico severo. Vede che non leggo mica solamente Leopardi; leggo anche libri di buona fama e timorati come i Suoi.

Replicai che importava poco pigliasse il veleno col vino o col brodo o col caffè. Le parlai quindi del mio culto appassionato d'una volta per Leopardi, delle mie malinconie morbose d'allora, del sepolcro che m'ero scelto. La signora mi ascoltava con attenzione intensa; ebbi l'idea che mi studiasse, com'io poco prima avevo studiato lei. Volle guardar la mia rupe col cannocchiale che io le disposi. Nel porre l'occhio alla lente perdette la buona direzione; la cercammo insieme, le nostre mani si sfiorarono, Mrs. Yves non ritirò subito la sua; me ne corse in tutta la persona un brivido delizioso.

--Io non potrei salire sul Suo sepolcro--diss'ella sorridendo.

Fui sul punto di domandarle se, quando fossi morto, vorrebbe portarmi un fiore. Ero troppo agitato; non lo seppi dire. Mrs. Yves mi domandò se mi piacerebbe ancora di esser sepolto lassù, risposi che in quel momento non lo sapevo io stesso. Aspettavo che mi chiedesse spiegazione di quanto le avevo detto sulla sua voce, ma questa domanda non veniva mai. Mi chiese invece se avessi composto dei versi sullo scoglio del sepolcro e, udito che no, se ne mostrò sorpresa; mi disse che dovevo comporne. Glielo promisi sull'atto. Nè l'uno nè l'altro lo disse, ma intendemmo bene ambedue che dovevano essere per lei. Solo dopo qualche momento di silenzio ella susurrò:

--Amerei avere una memoria di questi luoghi.

Una subita angoscia mi strinse il cuore. Domandai a Mrs. Yves se intendesse partire presto.

--Sì,--mi rispose con un soave accento dolente,--credo che partiremo appena sarà possibile. Non siamo contenti dell'aria.

La commozione mi tolse di parlare. Non m'era mai venuta questa idea tanto ovvia, che gli Yves potevano partire; mi pareva che tutto dovesse continuar sempre così.

Credetti che si avvedesse dell'effetto delle sue parole e che cercasse mitigarlo chiedendomi finalmente, in tono sommesso, dove avessi udita la sua voce. Questa domanda così semplice mi recò infatti, in quel momento, dolcezza infinita.

--In sogno--risposi.

Ella impallidì e non disse parola. Riaperse Leopardi, ma non credo che leggesse. Ci fu un lungo silenzio.

Ripresi palpitando:

--Ho sognato la sua voce due volte; la prima molti anni sono, la seconda son pochi mesi. Stavo tanto male in quei sogni, ero tanto misero, e la Sua voce era la vita e la speranza. Mi sono trovato male, molto male, per colpa mia, anche fuori dei sogni, e ho sempre avuto una fede così grande che incontrerei la voce viva, la persona vera!

Alcune signore venivano alla nostra volta. Dovetti accostare il mio viso a quello di Mrs. Yves, finger di leggere nel suo libro per udir il susurro della sua risposta.

--Non ne ho neanche per me. Nè vita nè speranza.

Le altre signore sedettero presso a noi. Era impossibile di parlare ancora; forse eravamo anche troppo agitati ambedue per poter parlare. Le mani di lei tremavano, il seno e le spalle salivano e scendevano.

Ed io? Non so che aspetto avessi; avevo certo un tumulto nel cuore e una nebbia sugli occhi.

Vennero ad avvertire Mrs. Yves che il signore desiderava vederla prima del pranzo. Attese un poco e poi si alzò. L'accompagnai in silenzio sino all'entrata dell'albergo.

--Le vorrei dire una cosa,--mi susurrò prima di lasciarmi,--ma non credo che avrò il coraggio.

--Perchè?--esclamai, ansioso.

Non mi disse questo _perchè_; mi salutò con una grazia squisita e gli occhi suoi salirono un momento alla mia fronte. Parecchie altre volte, in quei tre giorni, ella mi aveva guardata la fronte. Perchè? Ciò mi piaceva e mi turbava insieme; era come se preferisse me a me stesso. È possibile questo? Non lo so; sentivo così.

VII.

Appena suonato il pranzo mi vi recai, quantunque non fossi in grado di prender cibo. Ella non venne che tardi, verso la fine. Scambiò qualche parola con Mrs. B., la signora dal profumo di rose, e a un tratto mi guardò arrossendo come se avessi potuto intendere qualche loro parola; ma io approfittavo dell'insolito dialogo per poterla contemplare liberamente, ed ero tanto assorto nel suo viso, nella sua mano elegante, nella musica della sua voce, che non prestavo attenzione al senso delle sue parole. Mi guardò qualche volta ancora, ma forse meno del giorno prima. Appena finito il pranzo scomparve e ridiscese mezz'ora dopo. L'amica sua le propose un breve passeggio. Ci aveva forse veduti conversare insieme prima di pranzo; nel passarmi accanto mi disse amabilmente: viene? Mrs. Yves non ebbe un cenno, nè una parola; pure accettai subito e si prese insieme il pittoresco sentiero che conduce a Lanzo fra i castagneti. Mrs. B. parlava molto, ma solamente in inglese; a me il parlar l'inglese riesciva difficile e difficilissimo l'intenderlo. La signora sorrideva, mi correggeva amabilmente. La Yves taceva quasi sempre, nè io sapevo rivolgerle la parola; e vi era nel nostro silenzio un'occulta complicità che mi pareva più dolce di un dialogo indifferente. Ella diede presto segni di stanchezza; ci sedemmo sull'erba, a pie' di un castagno.

Sotto il giro delle oscure selve che vestono il monte, ridevano i prati e i frumenti d'oro sull'altipiano aperto fino alla opposta cerchia di dorsi accavalcati, sfumanti nei chiarori della sera via via sino al profondo sereno dell'oriente. La B. parlava e parlava di Firenze, dove aveva passato l'inverno; io non ascoltavo, e neppure Mrs. Yves. Mi pareva che i nostri pensieri fossero tanto uniti, ch'ella sentisse, come me, la molle poesia dell'ora e del paesaggio. Adesso gli occhi nostri s'incontravano più spesso, e i miei dicevano certo: «mi ama?» e i suoi rispondevano «sì.» Nel ritorno le diedi il braccio; la nostra compagna ci precedeva di alcuni passi. Andavo adagio; era così delizioso il tocco, il profumo, il tepore della cara persona! La pregai con passione di dirmi quello che prima non aveva osato. Violet mi raccontò poi che in quel momento i miei occhi scintillarono.

--Non posso--diss'ella.--Non oso ancora. Credo che non oserò mai. Forse potrei scrivere.

--Devo aver paura--dissi--di questo segreto? Mi toglierà la speranza? Mi toglierà la vita?

Il suo braccio trasalì, la sua mano si muoveva convulsa, come in una corrente d'elettrico.

--Lei non deve perder niente per me--rispose Violet con voce tremante.--Io spero che troverà un'altra più libera e più degna. Temo di aver avuto colpa io se Lei sente e dice queste cose, ma era una colpa molto dolce e poi ci dobbiamo lasciar così presto e per sempre. Lei mi racconta che ha sognato e a me pare di vivere in un sogno, di essere e di non essere la stessa persona di prima. Sa, come in sogno.

Il nostro sentiero toccava la stalla degli asinelli che si noleggiano di solito agli ospiti dell'Hôtel Belvedere. Mrs. B. s'era fermata a discorrere col padrone. Noi passammo avanti.

--Adesso--riprese Violet quando ci fummo dilungati abbastanza--comprendo che devo scrivere questa cosa. Non è un segreto, ma è una cosa ch'Ella non sa e che deve sapere. Il suo libro _Luisa_ m'ha fatto una impressione profonda, più che non le ho detto finora, e la Sua simpatia mi è tanto cara; mi sarebbe molto dolore non solo s'Ella mi dimenticasse ma anche se pensasse di me come non bisogna! Io parto presto e non ci sarà mai più occasione di spiegare le cose.

Un gelo mortale mi prese, ebbi appena la forza di rispondere che mai mai la dimenticherei e che ora desideravo di essere sepolto sullo scoglio; quanto più presto, tanto meglio.

La sua mano convulsa mi afferrò il braccio.

--No--diss'ella.--Non voglio! Non voglio!

A questo punto sopraggiunse la B. e non ci lasciò più fino all'albergo. Mrs. Yves salì subito alle sue stanze e io corsi a chiudermi nella mia. Un momento mi disperavo, un momento la gioia d'essere amato divampava in me. No, aveva detto Violet, non voglio! Afferrai la penna e scrissi:

Ah no, se tu m'ami, vorrei Posar nel più fondo vallon. Nè pietra nè croce vi avrei, Tu sola, sapresti ove son;

Nè il secol maligno che accora Direbbeti oltraggio per me. Direbbe: la fredda signora Ondina ne l'Alpe si fè.

In riva d'ombroso torrente Fa con l'acque pure a l'amor; Sul musco si posa languente, Ai deserti dona il suo cor.

Diletta, sarei nei vivaci Gorgoglii de l'onda che va Con un suon sommesso di baci Che sosta in eterno non ha.

Diletta, nel musco sarei Che gode il tuo corpo legger; Al picciolo orecchio direi Il mio dolce, folle piacer.

Sarei ne l'odor de' ciclami Che ti bea, nel limpido sol Che fende gli avversi fogliami Sul meriggio e caldo ti vuol.

Nel cielo che l'occhio tuo mira Cercando la spume e la fè, Nel vento che gira e sospira. Diletta, in passar presso a te.

Quand'ebbi scritti questi versi li ripetei cento volte, stando alla finestra, guardando il mio scoglio illuminato dalla luna. Mi proposi di offrirli all'indomani mattina. Avrei pur voluto che le arrivassero subito! E immaginavo febbrilmente che ne fosse commossa, che cedesse all'amore. Dov'era allora la memoria del mio sogno, dell'abisso tenebroso, della salutare potenza che ne traeva? Non me ne ricordavo più, non pensavo ad ostacoli conosciuti o misteriosi, legittimi o illegittimi, non avevo in mente che il suo viso delicato, la snella persona, la voce, la mano che aveva lasciato un profumo al mio braccio, lo spirito intelligente e triste, tutto profondità ignote, piene di passione occulta. Era un altro abisso verso cui tendevo il cuore e le braccia, un abisso peggiore del primo, perchè un amore così, se corrisposto, non avrebbe sofferto confini. La mano di Dio era già sopra di me, mi portava sulla via diritta; io non lo sapevo, camminavo nell'ombra, pieno di errore, affinchè un giorno dessi gloria della mia salute a Lui solo.

L'indomani mattina discesi per tempo, e fui bene sorpreso di trovare nella sala di lettura Mrs. Yves che stava scrivendo. Mi stese la mano; i miei occhi la interrogarono sul suo scrivere.

--Sì--diss'ella con voce fioca. Sorrideva, ma era pallida pallida.

Le posai accanto i miei versi in una busta chiusa, dicendo:--La poesia.

Sulle prime non capì, parve non ricordare; poi fece--Oh!--gli occhi le brillarono e aperse subito la busta. Lesse e rilesse. Ogni tanto gli occhi soavi si alzavano a me, si fermavano nei miei con una espressione indicibile. Finalmente ripose i versi e si abbandonò, guardandomi, sulla spalliera della poltrona.

Non avevo mai veduto uno sguardo simile, uno sguardo tanto intenso, vitreo, gelido, appassionato. Amore, dolore, terrore; quello sguardo disse tutto con una lunga fissità paurosa. Poi lo vidi improvvisamente offuscarsi. Finalmente Mrs. Yves mi disse «grazie» e tornò a scrivere. Siccome restavo ancora in piedi davanti a lei, alzò un poco la testa e mi fece un lieve sorriso. Intesi, mi ritirai nella sala vicina e aspettai.

Credo avere aspettato mezz'ora. Udii Violet alzarsi, e tornai da lei per conoscere il mio destino. Ella si teneva una mano sugli occhi e aveva lo scritto nell'altra. Me lo porse e disse piano in inglese, quasi singhiozzando:

--_Forgive me! Be kind to me!_--Mi perdoni! Sia buono per me!

Poi uscì senza ch'io ardissi trattenerla.

Aveva scritto così:

«Non sono Mrs. Yves come Lei crede. Non ho marito; il signore che mi accompagna è mio zio, Questo non è un segreto. Qualcuno qui si è immaginato, senza una ragione al mondo quando non fosse per il mio anello, che siamo marito e moglie; e noi abbiamo lasciato dire. Ma io non posso invece lasciar Lei pensare di me secondo tale inganno; credo che vi sarebbe forse del male da parte Sua e quindi anche da parte mia. Tuttavia, il dire a Lei una cosa tanto semplice mi è ben doloroso e difficile.

«Ci siamo incontrati da pochi giorni per la prima volta, ma la conoscenza che abbiamo l'uno dell'altra è molto più antica. Ella mi ha parlato di un sogno. Anch'io ho conosciuto Lei in una specie di sogno, l'anno scorso, a Roma, quando lessi _Luisa_. Il mio spirito, ch'è molto più tranquillo e positivo del Suo, ha paura di vaneggiare un poco se pensa alle circostanze di quella lettura. Ero già da qualche anno come senza cuore, voglio dire come se il mio cuore fosse gelato e non sentisse più di avere freddo. La primavera dell'anno scorso riebbi qualche sensibilità, qualche ora di tristezza dolce.

«Un giorno, precisamente il 24 aprile, andai verso il tramonto al cimitero protestante di Porta S. Paolo, che non conoscevo ancora. Lo camelie e le azalee erano in fiore e le vecchie mura con l'erbe selvatiche, con le rose gialle, con i gruppi di cipressi erano così belle all'ultimo sole! Presso alla pietra di Percy Bysshe Shelley trovai nell'erba un libretto col titolo: _Luisa_. Forse l'avevano smarrito alcuni signori usciti quando entravo io. L'apersi, e gli occhi, mi caddero sul passo dove si accenna alla leggenda del Diletto, che mi duole ancora di non conoscer bene, di non sapere a qual popolo appartenga. Mi fece, forse anche per il luogo e l'ora, una impressione tale, mi sentii così improvvisamente rivivere il cuore che n'ebbi sgomento e affanno. Non volevo! Deposi tosto il libro dove l'avevo trovato. Il custode me lo recò quando uscivo, pensando che l'avessi smarrito io, e durai fatica a persuaderlo del contrario. Tre giorni dopo, un'amica, cui avevo chiesto qualche cosa d'italiano moderno, mi recò _Luisa_. Mi pareva esserne perseguitata, avrei voluto rifiutare, dissi che non desideravo versi; la mia amica insistette e ho ceduto.

«Lessi _Luisa_ in una notte. Fu come un sogno di quelli che fanno piangere. Non mi pareva possibile che l'autore non fosse una donna, ma non volevo dare importanza a ciò, benchè forse non vi fossi indifferente; mi studiavo invece di penetrare se credesse o no alle sue idealità. Volli persuadermi che non credesse e che il poeta fosse falso come la storia. Tuttavia non potei dimenticare il libro, nè soffocare il desiderio dl conoscere chi l'avea scritto.

«Il mio desiderio si è compiuto qui. Ella mi ha espresso ben prontamente una simpatia che mi ha sorpreso. Le confesso che sulle prime mi ha fatto dispiacere, perchè mi pareva una specie di cortesia francese, affatto non sincera; non credevo possibile altro! Mi è parsa questa, per un momento, come una pena di non avere ascoltata la mia ragione, di non essermi tenuta più lontana dall'autore di _Luisa_, di avergli domandato se credesse nell'opera sua, ammettendo così che una tal fede fosse possibile. Sono ancora molto profondamente e molto tristemente scettica sulla natura umana, ma non voglio adesso pensare che la Sua simpatia non sia in questo momento sincera. Se mi è doloroso e difficile il dirle che mi chiamo semplicemente miss Yves, è perchè forse una tale parola da parte mia Le farà pensare cose che non sono possibili.

«Sono fidanzata e il mio destino è di vivere in una piccola città lontana di là dalle Alpi, con una persona che conosco e stimo abbastanza per aver consentito a questa unione; nella quale del resto non cerco felicità nè credo poterne offrire.

«Lei mi ha testè portata la Sua poesia. Sono commossa, molto commossa; ha potuto vederlo! Chiedo a Dio perchè non ci abbia fatti incontrare molti anni prima, quando forse potevamo essere felici. Sono tuttavia contenta, in certo malinconico modo, anche di un incontro così tardo e breve. Benchè io non creda alla stabilità degli affetti umani, credo tuttavia che la memoria possa indefinitamente conservare alcun profumo di sentimenti troncati e che non hanno più vita. Ella troverà freddo e duro questo parlare, ma io l'ho appreso ad una scuola molto più fredda, molto più dura, molto più amara che non so, o voglio dire. Per ora il nostro desiderio di conoscerci non ci frutterà che dolore; il solito frutto del desiderio! Ma il tempo vi rimedierà, per Lei e per me; il tempo ci lascierà appena, al posto della ferita, una lieve sensazione, intermittente secondo i venti e la pioggia. Ella non avrà il vano conforto ch'io venga a piangere sul Suo sepolcro. Ella vivrà, come ardentemente io spero, assai più a lungo di me che sono tanto inutile, e farà conoscere, per la consolazione di molti e anche, lo so, per il salutare esempio, tutto quel bene che crede essere nel cuore umano. Se anche ne venga solo qualche minima opera buona, qualche fuggitivo pensiero generoso, chi non ha la Sua fede dovrà confessare che la illusione, nebbia com'è, può talvolta condensarsi in una stilla, cadere sopra un filo d'erba, dare un ristoro.

«Ella aspetta ch'io finisca e devo pure affrettarmi perchè è tempo di tornare da mio zio. Il Suo sentimento mi onora e mi commove tanto ch'io devo essere interamente sincera con Lei.

«Mi sono fidanzata liberamente ad un uomo che stimo, ma vi hanno difficoltà più grandi di questa perchè io consenta al mio cuore di amare uno straniero. Passate vicende mi tolgono di esser felice per questa vita, come di render felice altrui. Perchè non lo direi? Ella sa indovinare tanto! Ho amato ancora, ho amato troppo. A venticinque anni è come se ne avessi cinquanta; debbo considerare ogni nuovo movimento del mio cuore come una debolezza spregevole, una follia.

«Addio. Ho considerato un momento se potevo soggiungere «amico mio» se potevo corrispondere almeno con questa innocente parola allo slancio della Sua fantasia. Ho giudicato contro la parola innocente, mi son detta ch'è più prudente accontentarsi di quanto abbiamo avuto, un'ora di contatto spirituale e di simpatia. Una relazione d'amicizia, una corrispondenza potrebbe forse nel futuro non esser buona, renderci più penoso il nostro stato. Noi conserveremo così più intatto e poetico il ricordo di quest'ora.

«Io parto posdomani e forse anche domani, se sarà possibile. Addio ancora. Mi perdoni e non cerchi, La supplico, rendermi difficile ciò che la mia ragione e la mia volontà riconoscono necessario. La ringrazio dei versi, che non mi lascieranno più. Dio La benedica in tutto che opera, in tutto che ama.

«VIOLET YVES.»

VIII.

Le sue parole «forgive me! Be kind to me!» mi avevano messo in cuore un gelo di spavento. Alle prime righe avevo esultato, e poi letto rapidamente, divorato ogni frase amara con avidità, volendo conoscere il peggio. Quand'ebbi finito mi turbinava dentro una passione tale, una tal febbre di prepotente vita che mi pareva troppa per il mio petto angusto. Era libera, mi amava, mi aveva sognato anche lei. L'unica volta in vita mia mi scoppiarono dal cuore dei versi belli e fatti, il primo dei quali pare insensato e l'ultimo ha un'elissi spaventosa; ma non si cambiano!

Ecco, superbo ascende il fior de l'agave, Arde nel cielo splendido il mio sol; Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima Spande l'ali e in tempesta agita il vol

Se lunghe, amare furono le tenebre, Degna è quest'ora tutto di soffrir. . . . . . . . . . . . . . .

No, cuore mio, sta tranquillo, non si cambiano; il tuo primo getto della gioia infinita, eterna, non si tocca più.

Era fidanzata, aveva perduta la fede nell'amore, negli uomini, in sè stessa, forse. Tali difficoltà mi accendevano e non mi atterrivano. Ah questo sì era uno spasimo, che avesse amato tanto, che non si potesse assalire il passato!

Stetti sepolto, non so per quanto tempo, nella poltrona dove si era seduta miss Yves; poi l'aspettai andando da una sala all'altra, vagando intorno all'albergo. Non so cosa si sarà detto di me, poichè mi sorprendevo io stesso a guardar fiso la gente, a parlar da solo. Passavano ore ed ore, miss Yves non veniva mai. Avrei voluto scriverle, ma tremavo che intanto scendesse, che mi sfuggisse. Verso l'ora del pranzo mi risolsi a preparar due righe nella sala di lettura.

Scrissi: