Il mistero del poeta

Part 2

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All'albergo non trovai lettere di Ginevra e n'ebbi piacere. Io che quando ho amato non ho mai amato più forte che nell'assenza, adesso, lontano dalla signora, non la sentivo più. Non v'era molta gente. Alla _table d'hôte_ delle sei eravamo una trentina, quasi tutti inglesi. Io sedevo presso una bella ed elegante signora bionda, dagli occhi orientali come il profumo di rose audacemente singolare che usava. Le altre signore erano quasi tutte vecchie e bruttissime. Gl'italiani, non più di quattro o cinque, avevano, fra tanto grave silenzio di esotici, un'aria assai compunta, e mi guardavano con la evidente ingordigia di arruolarmi per le passeggiate, le chiacchiere e il biliardo. Ciò mi metteva orrore, per cui fui gelido con un piccolo vecchio signore, il quale, dopo pranzo, fatto un preambolo sui miei celebri poemi (!), mi disse che lui o i suoi compagni si trovavano molto a disagio fra gl'inglesi ed erano felici della mia venuta. Soggiunse di chiamarsi il cavalier Tale; gli altri si chiamavano il conte Tale e il cavalier Tal altro; il quarto non aveva titoli, ma era tuttavia una persona molto civile. Finalmente questo povero signore mi promise di parlare al cuoco per ottenere un po' meno _plum-pudding_, un po' più di rispetto alla minoranza nazionale; e mi lasciò in pace, nè più ci siamo parlato.

Uscii a prendere il caffè sotto i tisici ippocastani del belvedere, dove anche la mia bella vicina stava ammirando l'infocato tramonto e, all'orizzonte, il lungo arco, la magnifica pompa lontana della nevi eterne. Ma io non guardavo il cielo, nè le Alpi, nè lei; guardavo là in faccia, oltre il lago scuro affondato ai nostri piedi in un abisso di settecento metri, oltre la prima fronte erbosa della montagna opposta, uno scoglio colossale con la sua famiglia di torrioni diroccati attorno, noto e caro agli occhi miei da molti anni. Sono stato un fanciullo timido e orgoglioso. A sedici anni, con la testa piena di Leopardi e di Victor Hugo, di panteismo e di pessimismo, con un gran disprezzo esteriore dell'umanità e un'intima disperata voglia d'esser lodato dagli uomini e amato dalle donne, m'era venuta la melodrammatica idea di farmi seppellire lassù. Non vedevo lo scoglio da un pezzo, esso ignorava affatto i miei stupidi amori con la signora, e tutti i pensieri della mia adolescenza, mezzi falchi e mezzi passerotti, vi avevano ancora il nido. V'erano ancora le mie malinconie calde, l'orgoglioso sdegno di ciò che udivo da' miei compagni chiamar l'amore, i fantasmi femminili che soli mi parean degni di me. Se allora mi avessero detto: t'invischierai senz'amore, per debolezza, a una donna che ti avrà cercato senz'amore, per vanità, avrei risposto: no, mai! E invece! Non avrei davvero meritato di giacer solo, da poeta delle montagne, in quel sublime sepolcro.

Mi diedero una camera con due finestre al Nord. Anche alla sera vidi lo scoglio nero coronato di stelle, che mi gittava in faccia i ricordi della mia adolescenza pura e superba. Tentai lavorare; dalle mie prostrazioni di spirito basta qualche volta a rialzarmi l'ala d'un verso felice. Mi provai a disegnare una tela d'idillio, pensai alla bella giovinetta dalle braccia di latte, alla sua fontana sul crocicchio, alle finestre fiorite di garofani; pensai anche a Lei, mi perdoni, amica mia. Ella sa il mio metodo di lavorare; piglio una figura vera e ci filo attorno poesia, seguendone le forme e insieme nascondendole altrui. Ma quella sera non trovai un solo filo fine e forte, non feci che imbrattar carta inutilmente. Mi cadde il cuore.

Cosa dice Heine? «Il mio cuore somiglia al mare.» Io, piccolo poeta, dirò solo che il mio cuore somiglia ad una laguna misera, senza perle nè coralli, che tuttavia ascende e ricade come il mare, ogni giorno, per la propria natura e l'arcano influsso di qualche potenza occulta nel cielo.

L'indomani mattina mi arrivò la lettera di Ginevra. Mi si attendeva fra dodici giorni, dopo i quali ci saremmo trovati soli e senza sospetto. In seguito a questo esordio venivano raccomandazioni solenni che parevano rimproveri; mi si proibiva la menoma famigliarità. Tutto ciò mi parve gesuitico e disgustoso e mi venne subito in mente di non andare; ma poichè avevo ancora sei giorni di tempo, mi proposi, secondo una viziosa abitudine, di deliberare all'ultimo momento. Intanto la svogliatezza e l'inerzia antica mi riprendevano. Abbandonai la ricerca dell'idillio; non mi destavano interesse nè gl'italiani, nè la bella signora bionda, nè alcun'altra persona dell'albergo. Passavo le mie giornate vagando col cuor pesante per le campagne, sedendo lunghe ore sull'erba ad ascoltar il vento e a contemplar i moti lenti delle ombre. I castagni di Pellio, i prati del pian d'Orano, le gole solitarie della Val Mara devono ricordarsi di me. Nelle mie corse non incontravo mai nessuno; non vedevo esseri civili che alla _table d'hôte_, sempre silenziosa e solenne.

La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la _Gran scena patetica_ di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c'erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell'albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.

La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l'abisso a' nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.

Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un'altra voce dir piano:

--_The bells_ (Le campane).

Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l'odore dell'_olea fragrans_ possa dare un'idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l'avessi udita. La signora dall'essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:

--_Yes, there is hope_ (Sì, vi è speranza).

Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perchè, senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s'avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.

Ero come pazzo, m'inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perchè ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «_There is hope, there is hope_» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un'ora triste dell'adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell'avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell'agave. Ora il mio cuore batteva «l'agave, l'agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce.

IV.

Quella notte non dormii affatto e la mattina seguente fui il primo a entrar nel salottino attiguo alla sala da pranzo dove gli inglesi scendevano fra le sette e le nove a prendere il thè. Mi era venuto nella notte il dubbio che la dolce voce appartenesse ad una signora che avevo veduto per la prima volta il giorno innanzi, e che era discesa a pranzo con l'altra dal profumo di rose. Quest'ultima venne a prendere il thè, sola, alle otto e mezzo. Subito dopo qualcuno entrò dall'uscio, cui volgevo le spalle, e salutò. Era la voce di _lei_.

Sino a quel momento ero stato agitatissimo, ogni passo mi aveva fatto palpitare. La voce sua mi chetò sull'atto come un ghiaccio che colga l'onda. Tutto tacque in me; mi trovai tranquillo, ma senz'altra coscienza che del momento presente.

La nuova venuta sedette in faccia all'amica sua. Mostrava un venticinque anni, era alta, bionda, aveva una fine fisonomia delicata, due occhi quieti che parevano veder poco e somigliavano alla sua voce per la soavità leggermente fioca, come per l'intima espressione d'intelligenza; la mano piccola e bianca aveva una simile espressione. Mi colpì un anello d'oro, liscio, all'anulare della mano sinistra.

Ella non mi guardò neppure e si mise a parlare con l'altra signora. Sorrideva deliziosamente, e, quando sorrideva, era una musica così tenera! Intesi che domandò notizie di un disastro avvenuto la notte sul lago. Io solo ne avevo. Era infatti scoppiato, dopo la mezzanotte, un temporale furioso, e un _comball_ carico di sabbia si era sommerso con gl'infelici barcaiuoli. Colsi la buona occasione e tentai di raccontare la cosa in inglese. Ella mi guardò un po' sorpresa e mi rispose qualche parola nel più puro italiano, mortificandomi così alquanto; poi fece atto di ringraziarmi con un leggero cenno del capo, con uno sguardo serio e benevolo; e riprese il suo dialogo con l'amica. Allora uscii, contento di quello sguardo, non senza, però, una penosa trepidazione, un dubbio nuovo. Mi pareva di amare già e che ella non somigliasse a nessun'altra donna; che la sua bellezza, quasi chiusa agli altri, dovesse riuscire squisitamente singolare e varia per un amante; che anche l'anima sua avesse un tal velo, un tal segreto. Ma era libera? Mi potrebbe amare? Questo era il dubbio nuovo e l'affanno. Mi succedeva come quando immagino una composizione artistica e me ne innamoro nella fantasia, che poi trovandomi la penna in mano e un foglio bianco davanti, mi assalgono mille dubbi e scoramenti.

La rividi più tardi sotto gl'ippocastani dove stava sola, leggendo. Io guardavo, a due passi da lei, con l'eccellente cannocchiale dell'albergo, ora le torri del mio scoglio, ora gl'imi paeselli, ora un vapore che pareva immobile sull'acqua verde, ora la città di Lugano, dove si potevano distinguere le persona sui _quais_. Guardavo solo per starle vicino, pensando sempre come le potrei parlare. Ella chiuse un momento il libro. Allora le offersi, stavolta in italiano, d'indicarle il posto ov'era affondata la barca di sabbia. Accettò molto cortesemente e, posato il libro, si alzò, venne alla ringhiera che cinge quella specie di bastione coronato dagli ippocastani. Osservai che il suo passo era un poco incerto; che la sua gamba sinistra era un poco intorpidita. Forse anche il braccio sinistro non aveva il vigore dell'altro. Me ne sentii a un tratto il cuore tanto più tenero per lei; e non voglio cercare perchè me ne sia venuta insieme una gioia di speranza. Ella intese prontamente che conoscevo i luoghi, e aveva incominciato a domandarmi nomi di paesi e di montagne, quando un cameriere dell'albergo venne a dirle:

--Il signore La desidera subito.

Trasalii. Sul suo viso passò, malgrado lei, un'ombra fugace di malcontento, e poi, quando se n'avvide, un lieve rossore. Si scusò con una parola gentile e partì, lasciandomi più felice e più turbato che non posso dire. Il signore! Chi era questo signore? Qualche cosa d'indefinibile nell'aspetto, nei modi di lei, l'anello, i pendenti di piccoli brillanti, mi lasciavano poca speranza che fosse libera.

Aveva dimenticato lì il suo libro. Vidi con molta meraviglia le poesie di Leopardi. Sul frontespizio era scritto per isbieco questo nome:

_Violet Yves_

Sperai che ritornasse, ma invece venne il cameriere a prendere il libro. Seppi da lui che la signora era arrivata da una settimana con suo marito e che questi si era ammalato subito. Però stava già meglio. Benchè mi aspettassi la parola «suo marito,» n'ebbi un colpo di dolore. Mi mancarono la voglia e la forza di fare a colui altre domande.

Mi tenevo sicuro, nella mia fervida fantasia, che la signora Yves non fosse felice. La sua pronta cortesia verso di me; la compiacenza quasi evidente con la quale si era trattenuta meco, mi dicevano che non era innamorata d'alcuno. Ciò temperava la mia amarezza. Avrei voluto sapere l'età e l'aspetto di questo marito, ma tuttavia mi astenni dal chiederne, non tanto per timore di tradirmi quanto perchè mi pareva, con tali domande, di offender lei e di abbassare me.

Ella non discese a pranzo. Alla sera si fece musica. Io andavo e venivo dalla sala aspettandomi ad ogni momento di vederla comparire. Non venne; verso le dieci me n'andai sconfortato a sedere sotto gl'ippocastani. Era una notte incantevole; e la luna, sorgendo alle nostre spalle, lasciava nell'ombra noi, il pendio ruinoso della montagna fino al fondo, una curva lista di lago lungo le prode; al di là, tutto, dall'acque al cielo, dalle prossime guglie di levante alle nevi remote di ponente, luceva in una luce d'argento. Mi affacciai alla ringhiera sospirando.

--Molto bello, non è vero?

Mi sfuggì un'esclamazione di sorpresa. Era la signora Yves che aveva detto così, a pochi passi da me.

--Lei?--dissi.

Forse vi era nella mia voce troppo più senso che nella mia parola. Ella non rispose.

--È troppo bello qui--soggiunsi.--Fa persino male.

Essa lasciò cadere anche questa frase.

--Stamattina--disse--volevo domandarle il nome di quello scoglio là in faccia che mi piace tanto.

--Non lo so--risposi.--Non credo che abbia nome.

Dopo brevi momenti di silenzio la dolce voce riprese più sommessa, quasi timida:--Dovrebbe mettergli un nome Lei ch'è poeta.

--Lei lo sa?--esclamai.--Lei mi conosce?

--Sì signore--rispose.--Ho letto una sua novella in versi, _Luisa_.

--Ha letto _Luisa_?

Tacemmo ambedue per un buon tratto.

Una profonda, deliziosa commozione impediva a me di parlare; ed ella era rimasta sorpresa di sentir così commossa la mia voce.

--Vede che lo conosco molto--riprese finalmente.--Luisa mi ha fatto pianger tanto. Non potevo credere che l'autore fosse un uomo. Ho saputo oggi da un signore italiano ch'era proprio Lei. Credevo che fosse una fanciulla, una Luisa. Oh come desideravo di conoscerla!

--Anch'io desideravo di conoscer Lei.

Queste parole mi sfuggirono e tacqui subito. Non sapevo se dovessi spiegarle; intanto ella osservò che era tardi e si ritirò. Qualche cosa nel suo saluto mi fece male e passai una notte inquietissima, pensando ch'ella mi era stata molto vicina per un momento e che poi si era allontanata da me. Certo aveva trovate stupide o troppo ardite le mie ultime parole. Ne soffrivo e ne godevo insieme, parendomi aver veduto un poco del suo sentimento. Com'era fine, come era elevato! Adesso bisognava toglier l'equivoco subito. Mi addormentai verso la mattina, sognai che spiegavo tutto a Mrs. Yves, che la dolcissima voce mormorava: lo sapevo, lo sapevo; ma che il viso era triste.

V.

L'indomani mattina scesi alle sei e incominciai subito ad aspettarla; scioccamente, perchè non era probabile che scendesse prima delle sette e mezzo o delle otto. Discese alle nove e la vidi un solo momento; forse aveva preso il thè in camera. Era in toeletta da passeggio e mi salutò come chi vuol essere cortese ma non desidera compagnia. Partì subito con un ragazzo che le portava uno sgabello, un ombrello e un album. Il cameriere mi disse che andava a dipingere e che il ragazzo doveva accompagnarla alla chiesa di S. Nazaro. Ero ben risoluto, comunque lei l'intendesse, di parlarle; mezz'ora dopo mi avviai alla volta di S. Nazaro. Con che tremor di cuore, con che confusione di pensieri, con che intorpidimento di membra feci quella strada! Assorto nel sentimento di dover dire parole decisive, andavo, andavo, senza badare alla via, portato dall'istinto; non udivo che le voci, non vedevo che le immagini del mio pensiero. A pochi minuti da San Nazaro incontrai il ragazzo, che mi disse spontaneamente:

--La signora è giù presso la chiesa.

Ignoro se mi abbia creduto il marito o altri; a me parve una voce dello stesso Ignoto che mi aveva mandato il sogno.

La signora Yves stava in un praticello poco discosto dal sentiero, disegnando. Alzò il capo, mi vide e continuò a disegnare. Discesi lentamente sul prato e mi fermai a pochi passi da lei. Essa mi guardò daccapo, rispose sorridendo al mio saluto e tornò a lavorare in silenzio. Io non sapevo ancor leggere le tacite parole avvolte ne' suoi sorrisi; mi parve tuttavia che quella fosse pungente. Mi avvicinai, e si parlò un poco della chiesa longobarda ch'ella stava disegnando. Il tono della signora era affabile ed indifferente.

--Ho trovato bene--mi disse rispondendo ad una mia frase sull'atto pittoresco della chiesuola, che mi pareva tutta raggomitolata nella sua umile vecchiaia.--Se Lei ora va cercando poesia, altrettanta fortuna!

Ella desiderava che io partissi, ma non volevo partire così. Nel silenzio che seguì si udiva il gorgoglìo roco dell'acquicella che casca dal prato.

--Senta la poesia come chiama!--dissi.--La poesia è qui.

Vidi Mrs. Yves aggrottar le ciglia. Non rispose e disegnava in fretta; i suoi occhi andavano e venivano rapidamente dalla chiesa all'album.

--Non Le pare poesia?--ripresi.

--Sì--rispose alquanto nervosa.--E mi fa molto piacere di non saper dove passa questa poesia così pura, perchè è forse in un tubo assai comune.

--Signora--diss'io allora--ho paura ch'Ella non abbia bene intesa, iersera, una mia parola.

--Non so che parola--rispose tranquilla.--Non faccio mica tanta attenzione alle parole. E Lei crede che sarebbe una disgrazia se non l'avessi intesa?

--Sì signora.

Mrs. Yves ebbe un tocco di riso argentino.

--Questo è troppo italiano per me--diss'ella.

--Le ho detto--ripresi senza curarmi della sua ironia--che desideravo di conoscerla, ed Ella ha preso forse queste parole per un complimento. Non faccio complimenti. Desideravo di conoscerla solo perchè molti anni sono ho udita la Sua voce senza vedere il suo viso.

Alzò bruscamente il capo dal disegno e mi guardò sorpresa. Adesso l'anima sua non era più del tutto chiusa; gliela potei vedere in fondo agli occhi mentre diceva:

--Dove mi ha udita?

--Questo non importa molto--risposi.--Solo mi rincresceva che una parola indifferente fosse presa per una parola sciocca. Adesso scusi, la lascio disegnare in pace.

Mi congedai così, sentendo il mio vantaggio e non volendo perderlo. Ella fu tentata un momento, lo vidi, di trattenermi, ma non lo fece.

Andai a meditar la mia piccola vittoria nell'ombra del vallone vicino, a ripensar il particolare fascino di quel viso e di quella voce nell'ironia.

«Quando mi amerai!» dicevo tra me. «Quando vorrai e non vorrai dirlo!» Non volevo pensare che non fosse libera, mi pareva che amandomi lo diventerebbe; e mi stringevo le mani al petto, Davvero il mio petto era troppo breve per una gioia così grande, mi doleva già. Sentivo il bisogno di stancarmi e feci un lungo giro per valli e boschi, camminando a slanci come portato da ondate di vento, sorridendo a me stesso, dicendo insulti con allegra tenerezza alle care stupide piante e ai sassi che non capivano niente. Ecco un semplice odor di liquore forte come mi ubbriacava.

A pochi passi dall'albergo, dove arrivai tardi, incontrai Mrs. Yves che dava il braccio a un signore pallido, magro, evidentemente malato. Era facile indovinar chi fosse. Alto, rigido, pareva toccare i cinquant'anni; aveva un viso triste e duro, una fissa intensità ostile di sguardo. La signora mi salutò; il marito nemmanco mostrò di avermi veduto.

Per tre giorni non ebbi più occasione di parlare a Mrs. Yves. Era sempre col suo convalescente; passeggiavano qualche poco, sedevano lungamente insieme sotto gl'ippocastani. Ella mi salutava con la sua soavità seria, ma non cercava parlarmi, né io cercavo parlare a lei, pure gli occhi nostri s'incontravano non di rado e mi pareva che le facesse piacere di trovarsi vicina a me; lo stesso maggior riserbo che ora s'imponeva per la presenza del marito mi pareva pieno di dolcezza. Talvolta ella gli leggeva un giornale; io fingevo allora leggerne un altro e me le ponevo tanto presso da poterla udire. Quando se ne accorgeva lo sentivo, per un istante, nella sua voce. La bella signora dal profumo di rose conversava spesso amichevolmente con la Yves e scambiava poche parole con l'accigliato marito. Cercai di stringer relazione con lei per avere qualche cosa, almeno indirettamente, di Mrs. Yves, ma poi credetti leggere in un'occhiata di quest'ultima che le dispiacesse; ne fui felice ed evitai quind'innanzi la signora. Mrs. Violet aveva l'ultima camera dell'ala di ponente, al secondo piano, e la terrazza attigua. La sera stava con suo marito nella sala di lettura fino alle nove; poi salivano insieme. Io allora uscivo portando meco il tesoro d'uno sguardo, d'un saluto e restavo fuori per tutto il tempo che le piccole finestre lucevano. Mi pareva talora indovinar sulla terrazza la forma di lei; ma la mia vista corta e l'ombra dei boschi che dal monte scendono sull'albergo me ne lasciarono sempre in forse. Quanto mi fosse doloroso il subito mancar del lume alle finestre, come mi tormentassero allora il cuore e la fantasia, non lo voglio neanche ricordare. Il mio stato era insomma un misto, un'alternativa incessante di delizia e di pena, in cui venivo legandomi sempre più strettamente a lei e sentendo sempre più che pensava a me. Ci eravamo divisi sul prato di S. Nazaro, con un saluto freddo, non le avevo più detto parola; e dopo tre giorni mi pareva che al primo trovarci soli ci saremmo parlati come amanti.

Nel pomeriggio del quarto giorno la trovai sulle scale dell'albergo. Mi salutò così tranquillamente che tutti i miei sogni, per un momento, caddero; poi mi chiese sorridendo se le tenevo il broncio. Io protestai che me ne stavo in disparte perché la vedevo occupata di suo marito e non volevo essere indiscreto. Mrs. Yves arrossì molto, rispose che lo sapeva e che aveva scherzato; soggiunse di volermi domandare qualche cosa sui miei libri e anche su altri libri italiani. Ci accordammo di trovarci alle cinque sotto gl'ippocastani.

VI.

Avevo la febbre dell'impazienza; alle quattro e mezzo fui al posto del convegno. Sapevo che Mrs. Yves sarebbe venuta sola perchè il marito aveva passato una cattiva notte ed era rimasto a letto. Venne infatti sola, qualche eterno minuto dopo le cinque. Aveva un elegante costume celeste, con pizzi neri al collo o al seno, collana e pendenti di monetine romane d'oro. Il collo non m'era parso mai tanto puro di forma e di candore, il viso tanto delicato. Teneva in mano il volume di Leopardi. Credetti doverle chieder subito di suo marito. Arrossì ancora e mi rispose tanto sotto voce che non l'intesi.

Voleva sapere se la Luisa della mia novella fosse una persona reale. Le risposi che non era, ma che aveva molte linee e colori di persone vere. Non capiva questo metodo; le pareva che dovesse necessariamente uscirne una creazione senza individualità, vaga e falsa nell'insieme. Si acquietò alla mia ragione che anche in natura è così, che ciascuno di noi somiglia per qualche linea o per qualche colore ad alquanti altri; e che il fonder bene queste linee e questi colori è appunto il più delicato e difficile lavoro dell'artista. Bisogna con le note comuni comporre un accordo che abbia varie dissonanze e un suono suo proprio.

--È vero--diss'ella.--Non ci avevo pensato. Ma crede Lei che si possa veramente trovare una Luisa? Che ci sia qualcuno davvero incapace d'amare due volte in qualunque circostanza?

--Sì signora.