Il mistero del poeta

Part 14

Chapter 14 3,952 words Public domain Markdown

È alla sala d'aspetto della piccola stazione di Assmannshausen che ora io penso. Tre giorni dopo la gita a St. Goar salimmo al Niederwald insieme agli Steele e a certi loro amici di Magonza. Era una domenica e s'incontrò molta gente allegra che usciva dai boschi con mazzi di fiori e di frondi, le donne in mano e sul seno, gli uomini al cappello. Presso al monumento nazionale, di cui non sorgeva ancora che la base, un gruppo cantava qualche cosa di patriottico che pareva religioso. V'era una lontana minaccia di temporale e non dimenticherò mai l'effetto di quel cielo nero verso la Francia, di quel gran fiume a' nostri piedi, disputato dalle genti, di quel canto grave e solenne. Violet aveva fatto la salita a cavallo, non essendovi ancora in quel tempo la ferrovia da Rüdesheim al monumento, e mi pareva aver sofferto di questa cavalcata, benchè non lo volesse ammettere. Dallo Iagdschloss dove comincia la discesa sull'altro fianco del monte, fino ad Assmannshausen dove intendevamo prendere il treno per Rüdesheim, ella discese a piedi, appoggiata al mio braccio. Si fermava spesso, e allora mi si appoggiava pure con la spalla: una dolcissima cosa, ma insolita. La discesa essendo così ripida, le chiesi più volte se fosse stanca; sempre mi rispondeva di no e sorrideva un po' tristemente. L'ultima volta non rispose alla domanda.--Ti amo--disse--ti amo tanto, sei il mio sole, sei tutto, in questa vita, per me, e sarebbe un tal dolore se non potessi arrivare a esser tua moglie!

Le sue parole mi commossero e mi atterrirono più ch'io non sappia dire. Perchè parlava così? Lì per lì non potei saperne nulla per colpa dei nostri compagni, ch'erano allegri, loro; e avevano raccolto, da buoni tedeschi, una gran quantità di fiori cui facevano adesso a gara, ridendo e contendendo assai, di offrire a Violet. Questa aveva veduto il mio sgomento e cercava distruggere in me con una gaiezza nuova l'impressione delle sue parole tristi. Quando Dio volle s'arrivò a quel malinconico Assmannshausen, un villaggio posato in fondo al valloncello di vigneti grigi per cui eravamo scesi, sul fiume stretto, scuro e iracondo. Mancando quasi un'ora all'arrivo del treno, Violet e io entrammo nella stazione, mentre gli altri andavano a bere il celebre vino rosso del paese.

Ella mi confessò allora che durante la notte si era svegliata di soprassalto sentendosi male; quasi mancar la vita. Era passato prestissimo, ma intanto le era rimasta l'impressione di un gran pericolo corso, e l'idea che un altro assalto potrebbe riuscir fatale.

La rincorai come potei, l'accarezzai. Ella alzò il viso che teneva basso, mi guardò, sorrise.--Adesso sei pallido più di me--disse. Non seppi rispondere che uno sciocco--no.--Mi mancò la voce. Dopo un breve silenzio Violet mi susurrò che doveva dirmi un'altra cosa. Cosa? Ella non parlava più, io non sapevo immaginar niente, ma il petto mi faceva male.

--Iersera--diss'ella a capo chino, sottovoce--ho avuto una lettera di...

Nominò la persona cui aveva amato un tempo. Udendo quel nome pronunciato in quel modo, un doloroso gelo mi colse, lasciai la mano di lei che prima tenevo tra le mie. Essa la riafferrò ansante.

--Non far così--disse piano--non far così, non far ch'io lo debba odiare!

Mi dolsi di me stesso, le chiesi perdono di quell'atto.

--Lo sai--mi rispose con dolcezza dolente--che tu sei tutto per me nel mondo, ch'io sono una parte di te.

Poi, rinfrancata, mi raccontò ch'egli aveva diretta la lettera a Norimberga, e non pareva saper nulla dell'attuale posizione di lei; ch'era molto infelice, che tutte le sue aspettazioni erano state deluse, tutti i suoi piani troncati, ch'era senza forza e senza speranza. Si rivolgeva a lei invocando almeno una parola pietosa, dicendo che il rimorso di aver fatto male a lei era uno de' suoi maggiori tormenti; chiedeva, non espressamente ma in nube, se il cuore di lei fosse libero o preso.

Io ascoltavo Violet in silenzio, collegando il suo accesso della notte, il suo aspetto triste colla lettera, soffrendo e sforzandomi di non lasciarlo apparire sia per alterezza, sia perchè sentivo non aver diritto nè ragione di dolermi. Quando tacque non le domandai niente, neppure di dove la lettera fosse venuta. Desideravo solo non se ne parlasse più, preferivo non saper dove quest'uomo fosse, relegarne la immagine fuori, quanto potevo, dalla realtà. Violet fece un nuovo sforzo per dirmi che credeva suo dovere, dovere di carità, non lasciare una lettera simile senza risposta. Parve alla mia fantasia gelosa ch'ella dicesse questo in modo da esprimere una risoluzione che avrebbe mantenuta, benchè a malincuore, anche contro di me; immaginai che, pure amando me, si compiacesse femminilmente di essere sempre amata da colui, e un tal sospetto mi irritava. Per fortuna Violet non mi lasciò il tempo di proferir una sola parola sgradevole, e mi porse la sua risposta che aveva seco. Vi erano parole di severa e misurata pietà, savie parole di consiglio, e finiva con queste:

«Il mio cuore appartiene oramai, tutto e per sempre, ad un uomo che mi ama come io amo lui, con l'amore più intenso. Mai non saprò ringraziar abbastanza Iddio che ha fatto incontrare le nostre vie. Il paradiso è in qualche modo incominciato per me che non potrò più essere, checchè avvenga, del tutto infelice. Se Ella ha influito sulla mia vita in modo ch'io fossi libera quando conobbi, in un lontano paese, il mio fidanzato, non deve certo avere rimorsi.

«Sia forte e si ricordi pure che fu amato da me, se questo può valere a tenerla sul retto cammino.»

Queste ultime parole mi guastarono l'impressione dolcissima delle precedenti e pregai Violet di toglierle. Ella vi consentì sorridendo con dolcezza indulgente, come chi cede per affetto e non per convinzione, sì che io mi pentii della mia domanda, ne vergognai, e quando fummo di ritorno a Rüdesheim pregai Violet di mandar la lettera come stava.

Ella volle incaricar me di recarla alla Posta; allora vidi ch'era diretta a Wetzlar, e compresi il consiglio di Topler.

XLIV.

Da questo momento entrò nella mia passione un'acre e divorante impazienza. Non credevo provar gelosia di alcuno, ma il fuoco geloso ardeva tuttora in me e aveva preso quest'altra forma. Feci ogni prova di affrettare il matrimonio, tentai ancora, ma senza successo, rendere accetto agli Steele il piano di celebrare il rito religioso a Rüdesheim e il civile in Italia. Violet l'avrebbe accolto volentieri, ma le dispiaceva di andar contro la ripugnanza de' nostri ospiti, che la consideravano una figlia; e mi persuase di rinunciarvi. Così fu stabilito che il matrimonio civile e il religioso seguissero il 25 agosto, ch'era, per le pratiche richieste, il termine più breve possibile. Dopo il matrimonio v'era solo questo di fissato: che a mezzo ottobre si andrebbe a Roma per passarvi almeno l'inverno, salvo a stabilirvici definitivamente se così ci piacesse dopo la prova di qualche mese. Dal 25 agosto a mezzo ottobre tutto era incerto. Violet mi parlò una volta della Selva Nera, d'una casina solitaria su le praterie ondulate, presso all'azzurro Danubio, fra Willingen e Donaueschingen. Io le proposi Venezia ed ella accettò subito, non solo per compiacermi, disse, ma anche per civetteria, perchè in Venezia, grazie alla gondola, mi sarei accorto meno della sua imperfezione. Soggiunse ch'era contenta di andar meco a Venezia come mia moglie, altrimenti ne avrebbe avuto paura, tale era l'impressione strana che ne serbava. Non volle spiegarsi di più; pretese di aver detto anche troppo; poi mi appoggiò il viso ad una spalla e mormorò che si sarebbe spiegata a Venezia. Più volte dopo la sua morte ricordando ciò che quelle parole e quel tocco leggero, quell'alito caldo alla spalla mi avevan fatto sentire, pensai che Iddio separandoci così presto ne volesse preservare dall'accecamento d'una passione troppo forte che divorandomi intero, non avrebbe lasciato posto nel mio cuore ad altra creatura umana nè forse a Dio stesso.

Ma chi sa se sarebbe veramente stata una passione così, se dopo la violenza dei primi trasporti, la donna mia non avrebbe saputo dirigermi, senza parere, ad un ordine più ragionevole di sentimenti? Io che perdevo per un alito il lume degli occhi, ero pure lo stesso che ad Heidelberg aveva baciato i capelli tepidi e odorosi di lei con un affetto quasi religioso, pieno di pace. Miseri uomini che siamo, diversi ad ogni momento da noi stessi e misero orgoglio umano, che s'inalbera di quest'accusa! Le ore della sera ci piegano alla terra, le ore del mattino ci levano verso il cielo, non sappiamo amare nè volere un giorno intero allo stesso modo, checchè la nostra bocca orgogliosa ne dica. È giusto riconoscere che se talvolta la causa dei nostri oscuramenti di spirito è ignota a noi stessi, talvolta invece la troviamo in un'ombra di male accolta volontariamente, anche per un attimo, nel nostro pensiero.

Io avevo sempre amato Violet con tutto me stesso, ma se ora tacevano, quasi, i miei sentimenti più elevati, e mi dominava sola una febbre che toglievami sonno e riposo, era per quell'ingiusto movimento geloso, accolto dalla mia volontà. È vero che avevo detto a Violet «perdonami» e che anche il perdono umano purifica, ma Violet su questo punto era troppo umile, non aveva voluto trovar materia di perdono.

Parlando con gli Steele del nostro viaggio di nozze, ella disse che le rincresceva di lasciar la Germania senz'aver veduta Colonia. Steele propose subito una gita a Colonia. La proposta mi spiacque, poichè tutto m'era indifferente tranne Violet, e mi pesava di perdere, foss'anche per due giorni, le ore deliziose che passavo da solo con lei. Ma Violet invece si mostrò felice di quest'idea e io fui felicissimo di sacrificarle il piacere mio più squisito.

XLV.

È fra le mie ultime gradite memorie la sconosciuta signora bruna, di sorprendente bellezza, che salì sul nostro vapore a Bonn. Non ricordo più affatto il suo viso, ma certo era impossibile non ammirare la sua grazia seducente, i suoi occhi mobili, parlanti e voluttuosi. Siccome i pochissimi viaggiatori erano tutti sotto coperta, compresi gli Steele, e sul ponte non eravamo che Violet e io, così la bellissima signora si mise a guardarmi come sua preda e trastullo di viaggio, tanto più di proposito, credo, quanto più si capiva ch'ero legato alla mia vicina. Quella fu la prima e l'ultima volta che vidi Violet tocca da un'ombra di gelosia. Ella si crucciava e ne rideva insieme, tutta palpitante; rideva di sè stessa nel parlare sdegnosamente di quella signora, nel giudicarla una merciaiuola benchè fosse elegante assai; rideva confessando che non temeva di me, ma che la sfacciataggine di colei la irritava; rideva del contegno di alterezza e di sfida ch'ella stessa pigliava talora involontariamente. Per me questa sua gelosia era talmente nuova e deliziosa che me ne inebbriavo tacendo o lodando la bellezza e l'eleganza dell'altra. Se ne avvide subito e si finì col ridere ambedue di cuore sino a quando apparvero davanti a noi fra le nebbie dell'orizzonte e del fiume, in mezzo al piatto paese nudo, le torri colossali del Duomo di Colonia.

A Colonia passammo un giorno e mezzo. Se visiterà, amica mia, la santa, lunata Colonia, vada in quel fantastico San Gereone e vi preghi per lei che fu là dentro tanto gaia e felice e si divertì tanto di un ridicolo frate scolpito nella _Vorhalle_ da averne poi quasi rimorso. Vada altresì nel chiostro di San Pietro così nero intorno al giardinetto così verde, e vi colga un fiore in memoria del ristoro che Violet trovò in quella pace innocente dopo il raccapriccio recatole dall'orribile Rubens ch'è nella chiesa. Vada finalmente al Museo e guardi in una sala a pian terreno, le mani spirituali di una Madonna di Guglielmo da Colonia; potrà dire d'aver vedute le mani di Violet. La signora Emma pretendeva trovare la stessa rassomiglianza anche nel viso; ma il viso ideato dal pittore antico era molto più soave e mistico, aveva un carattere affatto diverso da quello della bellezza di Violet, piena di pensiero moderno e di sentimento nascosto. Io trovo--disse Paolo molto bene--che questa Madonna non somiglia a miss Yves, ma ha la sua stessa voce.

Ritornando da Colonia sostammo a Königswinter e salimmo, verso il tramonto, alla Drachenburg. Gli Steele mettevano in gesti ed esclamazioni il loro entusiasmo per la splendida, bizzarra Burg polifronte, tutta guglie, pinnacoli, torri, scale, balconi, sculture di marmo e di bronzo, versi e motti parlanti al sole, ai venti, al Reno profondo che si perde curvo all'orizzonte di levante, si perde curvo all'orizzonte di ponente; visione dell'antico appassionato di sentimento moderno, gittata da un grande poeta della pietra in quell'alta solitudine, a duecento metri sul fiume. Violet era muta, oppressa dall'ammirazione. Sedette presso all'entrata della fronte opposta al Reno, riposando quasi lo sguardo sulle vicine cupole verdi dei coni che sorgono dietro il Drachenfels; e dichiarò che non avrebbe potuto ammirare altro così presto, e che rinunciava quindi a salir sulla cima dove son le rovine del castello antico. Volle però ad ogni costo che vi salissi io. Gli Steele, che conoscevano già le rovine, decisero di rimaner con Violet; Paolo andò a esaminare da vicino gli animali di bronzo che posano sulle terrazze esterne, e la signora Emma si mise a trascrivere sul suo taccuino l'iscrizione che si legge sulla fronte nord-ovest della Burg. Quando partii Violet era sola. Vicino a lei stava scritto a mosaico sul suolo:

Geh' hin, geh' aus Bleib' Freund dem Haus*.

* Entra ed esci, Resta amico della casa.

Bleib' Freund!--diss'ella porgendomi la mano con un sorriso.

Le accennai di no, senza parlare; odiavo la gelida parola, amico: Ella m'intese, non sorrise più, accettò il mio rifiuto porgendomi anche l'altra mano. Tenni la sue mani un momento; quando le lasciai mi disse sottovoce:

--Ho dei cattivi presentimenti.--Trasalii; anch'io ne avevo spesso dopo Assmannshausen, ma li cacciavo come pensieri maligni. Se Violet mi pareva pallida e dimagrita, cercavo persuadermi che fosse per effetto di tante agitazioni passate, non volevo confessare a me stesso che ogni mattina, recandomi da lei, tremavo di trovarla malata. Ora le chiesi se si sentisse male, protestai di non voler salire al Drachenfels. Ella mi rispose che stava bene e che dovevo andare subito subito; le sarebbe stato troppo dispiacere che, per causa sua, non lo vedessi.

Non mi pare aver impiegato più di quindici o venti minuti dalla Drachenburg alla cima. Non so che convegno vi fosse, quel giorno, sul Drachenfels; vidi scendere e salire molta gente, a piedi e a cavallo, signore, soldati, studenti di Bonn dai berretti d'ogni colore. Oltrepassai l'osteria della _Terrasse_, piena di bevitori e di baccano, toccai il cocuzzolo deserto del monte, colsi tra le macerie un fiore per Violet e, data un'occhiata distratta alle torri diroccate e agli abissi, ridiscesi a salti, impaziente di lasciare quella sinistra solitudine, impaziente di rivedere la mia fidanzata, immaginando sventure e rimproverandomene come di una pazzia.

A pochi passi dal cancello della Drachenburg incontrai Steele. Sorrideva, ma con imbarazzo; e mi chiese subito, con gran premura, le mie impressioni. L'osservai, era pallido; vide un sospetto negli occhi miei e fece atto di trattenermi--Dio mio!--esclamai, slanciandomi avanti.--Cosa c'è?

Egli mi afferrò alle braccia e ripeteva:--Si fermi, non c'è niente, ma si fermi un poco.--Mi strappai da lui e corsi dove avevo lasciato Violet.

Ella non v'era più; non v'era nessuno. Mi guardai attorno smarrito.--Senta! mi gridò Steele che stava per raggiungermi. Non lo ascoltai e feci rapidamente il giro della villa. Dall'altra parte, davanti alla fronte che guarda il Reno, vidi Violet e mi fermai di botto, senza respiro, come colpito al cuore.

Era in piedi, non mostrava di aver male alcuno e parlava, voltandomi le spalle, con un giovane signore a me sconosciuto. Vi era pure la signora Steele che, quando mi vide, mi venne incontro per trattenermi come aveva fatto suo marito. Violet parlava con veemenza a quel signore che l'ascoltava a quattro passi da lei, col cappello in mano, colla fronte alta e corrucciata.

Indovinai sul momento ch'era l'uomo di Wetzlar; egli pure mi vide e indovinò chi ero io.

Violet, al lampo che brillò negli occhi di lui, comprese, si voltò a me.

--Eccolo--disse; poi sorrise e soggiunse--venga--accennandomi del capo con uno sguardo così tenero e lieto che tutta la mia gelosia svanì e fui subito al mio posto, presso a lei.

--Un conoscente di Norimberga--mi disse Violet--il signor***.--Poi pronunciò il mio nome e soggiunse:--mio fidanzato.--Prese in pari tempo il mio braccio, vi si appoggiò tutta e salutò colui del capo senza stendergli la mano, dicendo:

--Addio, signore. Buona fortuna.

Credetti per un momento che l'uomo volesse rispondere qualche cosa d'acerbo, mi tenni pronto. Invece si frenò, fece in silenzio un inchino esagerato, pieno d'ironia, e partì a gran passi agitando il cappello che teneva in mano.

Violet mi trasse dalla parte opposta stringendomi il braccio forte forte. Gli Steele, imbarazzati, si fecero in disparte, ci lasciarono soli. Io mi sentivo soffocare dall'emozione, non potevo proferir parola, non potevo che rispondere col mio braccio alla sua stretta.--Caro, caro--mi diss'ella teneramente, sottovoce, tenendo gli occhi ansiosi nei miei--come ti amo, come ti amo! Lo sai che sei tutto per me? Non potrei più rinunciare a te, non so come ho potuto resistere tanto tempo. Hai sofferto, caro? Soffri ancora? Non voglio che tu soffra. Io sono tu.

Le risposi ch'ero commosso; come non lo sarei stato? Ma che non soffrivo perchè sapevo bene quanto ero amato. Sentivo che la mia voce era alterata, mi forzavo a renderla naturale, non vi riuscivo. Soggiunsi che temevo per lei, temevo che soffrisse lei di questa scossa, proprio materialmente, nella salute.

--Oh no--diss'ella.--Mi sento assai bene. Bene davvero.

Fui ben cieco e stupido di non avvedermi degli eroici sforzi che faceva per reggersi e nascondermi il suo stato, A pochi passi da Königswinter si fermò, mi fece vedere il sole rovente che scendeva dietro i pioppi delle isole in un freddo cielo da inverno.

--Come si sente il nord!--disse.--Come son felice che tu veda questo paese!

Appena dette, con un ultimo sforzo, queste parole, venne meno e sarebbe caduta s'io non l'avessi stretta tra le mie braccia.

XLVI.

Seguì un accesso nervoso che durò quasi tutta la notte. Ella fu assistita da un medico, dalla signora Emma e da una figlia dell'albergatore. Io vegliavo nella camera vicina.

Il medico voleva partire quasi subito, ma lo supplicai tanto, che si trattenne fino a mezzanotte. A mezzanotte se ne andò sorridendo de' miei timori e ripetendo nell'accender la pipa:

--Io conosco, io conosco, io non vedo niente di pericolo, io non vedo niente di pericolo.

Verso il mattino Violet si quietò alquanto. La signora Emma uscì di camera e venne a dirmi che miss Yves voleva assolutamente partire col primo treno possibile.

--Lei si sarà opposta?--diss'io.

La signora tacque. Capii dal suo silenzio che non s'era opposta e che ne aveva qualche particolare cagione cui non osava addurre.

--Credo che sia meglio--diss'ella finalmente;--e credo che Violet ne sarà in grado.

Conoscevo la signora Steele per una donna intelligente e savia; piegai il capo sotto il doloroso peso delle sue cagioni segrete. Mezz'ora dopo Violet mi fece chiamare. La trovai affranta, ma in piedi e ferma di partire; e avendo arrischiata una parola per dissuaderla, n'ebbi in risposta che desiderava considerarsi già come mia moglie, che mi ubbidirebbe in tutto, ma che mi pregava di rimettermi, in questo, al giudizio suo. Ella fece quindi uscire con un'occhiata la signora Steele. Capii che voleva raccontarmi l'incontro della Drachenburg e la scongiurai di tacere, di non commuoversi; ella mi abbracciò nascondendo il viso sul mio petto, e dopo un lungo silenzio mi disse con voce soffocata:

--Ti prego, ti prego, andiamo via.

Alcune ore dopo giungevamo, abbastanza felicemente, a Rüdesheim. Durante il viaggio non si parlò mai dell'accaduto, e quando fummo a casa, Violet, cedendo alle nostre preghiere, si pose a letto. Il mattino vegnente, per tempissimo, ebbi queste sue righe:

«Caro,

«Quando ieri a Königswinter sono rimasta sola con te, avrei voluto dirti tutto, ma non ho potuto, lo hai visto; ho solamente potuto stringerti fra le mie braccia, perchè tu sei la mia forza e la mia vita e avevo tanto bisogno di te. Ho pensato un momento di farti parlare da Emma, che sa _quasi tutto_; ma poi mi son detta che fra me e te non deve interporsi mai nessuno e che avevo a parlare io stessa.

«Tu sai come e perchè io abbia cessato di amarlo; ora egli si è posto in capo, disgraziatamente, di farsi amare ancora e di essere mio marito. Non credevo che l'amore potesse rinascer così; perchè certo vi fu un momento in cui parve ch'egli pure non mi amasse più affatto, quantunque ora lo neghi. Egli conosce Emma, che fu anzi un tempo la sua confidente; trovandoci insieme alla Drachenburg volle ch'ella fosse presente alle sue offerte, alle sue suppliche appassionate. Io lo respinsi con quanta forza potei, con un orrore che l'offese. Minacciò di chiederti un colloquio, ripromettendosene la rottura delle nostre nozze, benchè io gli dicessi che tu sai già ogni cosa; minacciò, se non potesse avermi, di togliersi la vita.

«Io fuggo a te, mi aggrappo a te; dimmi, per amor di Dio, che niente, che nessuno ci potrà mai dividere.

«Non voglio che tu gli parli, non voglio che tu lo veda. Non temo già ch'egli ti possa raccontare più ch'io non raccontai, ma sento che ha ragione quando dice come l'ho amato, come il mio amore pareva inestinguibile, com'io stessa lo credevo tale e quanto è doloroso che anch'io sia come tutte le altre che possono amare due volte. No, egli ha gravemente mancato verso di me e non è in diritto di dolersi se ti amo; ma tutti quelli che hanno fede nella nobiltà umana sono in diritto di dolersene, e tu stesso, ascoltando ciò da lui, non avresti che a piegar la fronte. Ora io non voglio che tu pieghi la fronte davanti ad esso, per causa mia, mai!

«Io non voglio più pensare a lui nè alla sua minaccia d'uccidersi; ne l'ho rimproverato come d'una viltà, e non posso aver altri doveri. Ora voglio solo esser tua, irrevocabilmente tua il più presto possibile, e poi andar lontano; dove ti piacerà, ma ben lontano.

«Vieni alle nove; ho già parlato a Steele per affrettare il matrimonio; Paolo è un caro amico pieno di zelo, e, per fortuna, si trova in ottime relazioni col vescovo di Magonza. Combineremo tutto.»

Ho già detto come i nostri amici non approvassero che si facesse a Rüdesheim il solo matrimonio religioso, salvo a fare il civile in Italia. Ora le pratiche per il matrimonio civile erano bene avviate ma non compiute, e lo stato di Violet appariva tale che Paolo mi disse--adesso è una questione di vita o di morte--e partì immediatamente per Magonza.

Eravamo a martedì, e la prima pubblicazione, sì a Rüdesheim che in Italia, doveva farsi alla domenica seguente. Non so come l'amico Steele abbia potuto persuadere il vescovo; insomma, vi fu uno scambio di telegrammi fra Magonza e Roma, e venerdì a mezzogiorno arrivò la dispensa di tutte le pubblicazioni. Fu lo stesso Paolo che la portò a Rüdesheim. Eravamo nel salotto della sua villa quando egli entrò. Violet lesse subito nel suo viso che la dispensa era ottenuta, che fra poche ore sarebbe diventata mia moglie; si fece pallida pallida e si strinse le mani sul petto. Io ringraziai Steele con un abbraccio silenzioso.

--Siate sempre così felici--disse la signora Emma abbracciando la mia fidanzata.

--Povera mamma--susurrò Violet singhiozzando,--povero padre mio!

--Sono qui con te--le rispose, pure commossa, l'amica sua.--Non li vediamo, ma sono qui per benedirti, per affidarti a tuo marito.

Violet mi stese la mano, coprendosi gli occhi con l'altra.