# Il mistero del poeta

## Part 13

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Che ombre quiete, che verde odoroso, che musica di primavera in quei boschi profondi della collina, dove tanti viali salgono, girano, s'incrociano, si perdono nelle solitudini e mostrano ai crocicchi tacite indicazioni di luoghi invisibili!

--_Fairyland_--mi disse Violet, sorridendo.--Sì--risposi macchinalmente--_Fairyland_.--E mi passò il cuore un presentimento del tempo in cui quell'ora sarebbe lontana nella mia memoria, vi diventerebbe visione d'un _Fairyland_ goduto un momento, perduto per sempre. Violet mi guardò.

--A che cosa pensi?--diss'ella.

--A niente--risposi.

Ella si dolse e si rise di me ad un tempo; ma poi mi disse sottovoce:

--Ho visto che hai pensata una cosa triste. L'ho pensata anch'io.

--Quale?--risposi.

--Che io sono la tua _Fairy_, una povera fata così debole e stanca; ferita!--

Soffriva, quel giorno, di spossatezza e io le avevo proposto di rinunciare la passeggiata, ma ella vi si oppose, e non insistetti perchè vidi che la mortificazione di non poter venire era forse un male peggiore. Questo pensiero ch'ell'avrebbe voluto essere sana e robusta _per me_, venne una volta sola sulle sue labbra; negli occhi lo aveva ogni volta ch'era sofferente.

Gli Steele vollero salire a Molkencur e noi li aspettammo non lontano, mi pare, dalla Kanzel dove la via gira cingendo il colle a mezza costa. Dal nostro sedile ci vedevamo a piedi la valle chiusa del Neckar, e di fronte ancora lontano, sopra un'altra sporgenza della costa, il vecchio _Schloss_, con le sue torri enormi in rovina, sommerso nel verde. Bianche nuvole passavano allora sul sole, un'aria molle ci ventava in viso. La via era deserta, ci sentivamo più soli che a Geisenheim; Violet mi abbandonò la sua mano, e le parlai del primo tocco delle nostre mani a Belvedere, della mia gioia di quell'istante.

--Adesso non senti più così--disse Violet.--Sei troppo avvezzo ad avere la mia mano.--Devi tornare come a Belvedere--soggiunse togliendomela.

Ella si mise a scherzare con una civetteria, con una grazia indescrivibile. Adesso aveva sovente di questi momenti deliziosi in cui mi pareva un'altra Violet, una tale Violet che non avrei mai creduto potesse esistere, che mi faceva quasi impazzare d'amore e insieme di terror geloso. Ah se mai si mostrasse ad altri così! Fui per serrarla nelle mie braccia ed ella se ne avvide, si sgomentò alla sua volta, tornò seria e tranquilla, e mi susurrò poi che non sapevo ancora niente, che neanche le parole sue più amorose conoscevo ancora e che bisognava aspettare a quando sarebbe mia moglie.

Tacque perchè si avvicinava una comitiva di bambini e di signore; passata la comitiva, mi porse sorridendo un suo piccolo portafogli perchè vi scrivessi qualche verso in memoria di Heidelberg. Mi parve un po' sorpresa e forse anche mortificata di apprendere che non sapevo scrivere versi così all'improvviso, e io pure credo essermi un po' turbato di questa sua sorpresa come se ne potessi scadere nell'affetto suo. Ella protestò senza parole, ma con un tale represso slancio della persona, con una luce tale negli occhi!

Presi il portafogli.

--Sai?--diss'ella sottovoce--anche se tu perdessi tutta la tua ispirazione di poeta, sempre ti amerei così!

La sua tenera voce era commossa come se veramente mi accadesse in quel punto la disgrazia che diceva; volle, non so perchè, celarsi a me e piegò il viso sul libriccino che teneva fra le mani. Sfiorai colle labbra i folti suoi capelli odorosi, ma non n'ebbi allora vertigini. Sentii che avevo baciato i capelli non di un'amante, ma della cara compagna mia, congiunta a me da un sentimento sacro e solenne cui erano oramai indifferenti la gioventù, la bellezza e tutto quello che passa.

Scrissi nel portafogli:

FAIRYLAND.

In un paese d'incanto Passo una selva profonda; Sospiro e immagino intanto Dove la fata si asconda.

Or geme il bosco ed or tace Ora si schiara, or s'oscura; Riposa immobile in pace, Spande la inquieta verdura.

Stupido io miro la via Che sale, gira e si perde; Vorrei saper dove sia Più scuro e segreto il verde,

Perchè se dai passi miei Colà rifugge turbata, Chetar co' baci vorrei La bionda timida fata.

E se la via m'è straniera, E se mistero m'è il bosco, Forse nell'ombra più nera Le fini labbra conosco.

In vita mia non mi vennero mai scritti venti versi così presto; però vi erano tante correzioni che Violet ne fu esterrefatta. Tentò decifrarle, ma inutilmente; dovetti legger io. Contavo molto sull'effetto dell'ultimo verso, e m'ingannai perchè fin dalla prima strofa Violet non ebbe il menomo dubbio di non essere lei la fata.

--Come puoi essere tu la fata--esclamai--se dico che vorrei sapere dove si nasconde?

--Sì, sì,--rispose,--ma già sono io.

E quando udì l'ultimo verso disse solo:

--Ecco.

Intanto sopraggiunsero gli Steele innamorati di Molkencur e risoluti di ritornar lassù con noi al tramonto. Vi salimmo infatti il signor Steele ed io a piedi, le signore in carrozza. Vi passammo due ore deliziose ad un tavolino appartato, con l'acceso tramonto e i piani vaporosi del Palatinato a fronte, colla valle del Neckar e lo Schloss a' piedi, bevendo l'aria pura dei boschi cui l'amico Steele aggiunse per suo conto alquanti _chopes_ di birra. La piccola rotondetta signora Emma, piena d'intelligenza e di bontà, sosteneva contro di me la preminenza della letteratura tedesca sulla inglese, mentre suo marito, più giovane, più vivace, e meno colto di lei, andava e veniva dalla birra a questo o a quel punto di vista, arrabbiandosi di non poter discernere all'orizzonte la cattedrale di Spira.

--Si capisce--diss'ella ridendo--che Lei ammiri tanto tutto quello ch'è inglese, ma si provi d'esser sincero, se lo può! Mi dica se, come artista, preferisce la donna nella nostra letteratura o nella inglese; mi dica se le donne di Goethe non sono più vere delle stesse donne di Shakespeare!

--Oh!--fece Violet come se non potesse prestar fede a' suoi orecchi.

--Ma sì!--riprese la signora Emma.--Più vere! Io credo che nessun poeta abbia creato donne così vere come Goethe, ed essendo tanto vere così care e graziose. Le donne di Shakespeare sono tutte un poco del paese dei sogni; le cattive sono mostri orrendi, e le buone, scusa, cara Violet, mi parvero sempre un po' sciocchine.

--Già--replicai scherzando--Desdemona, Miranda, Giulietta, Jessica erano disgraziate _Wälsche_ che non avevano studiato a Nymphenburg, nè fatto ginnastica col bastone Jäger, che non possedevano la menoma idea sul libero esame e non amavano di pattinare sul ghiaccio. Ofelia non aveva seguito suo fratello a Gottinga, e ora si crede che non fosse nemmanco abbonata alla _Gartenlaube_.

--Lei è perfido!--esclamò la signora.

--Cosa c'è, cosa c'è, cosa c'è?--fece suo marito, che disperando di scoprire Spira, si ritirava lentamente sulla sua _chope_.

--Senti--gli rispose sua moglie--aiutami. Il nostro amico preferisce la donna nella letteratura inglese e io preferisco la donna nella letteratura tedesca. Cosa pare a te?

--A me pare--rispose con mansuetudine filosofica il signor Steele--a me pare di preferir la donna fuori da ogni letteratura.

Noi si rise e la signora fece una spallata.--E a te, Violet?--diss'ella--Cosa pare a te? Dimentica per un momento la tua patria e dì quel che senti.

--Ho la mia opinione--rispose Violet--e non so fare bei discorsi. Non sono letterata--soggiunse sorridendo--non so che scrivere il mio nome qui.

E trasse a sè l'albo dei visitatori di Molkencur che ci avevano portato poco prima. C'era una colonna per il nome, un'altra per la patria; Violet vi scrisse invece del proprio il nome fantastico di una donna immaginata da me e vi pose accanto l'altro dolcissimo nome: _Italia_. Gli Steele avevano già scritto nell'albo al mattino ed io solo vidi l'amoroso pensiero di Violet. Non ne parlai, non ne avrei parlato a ogni modo quand'anche Violet non mi avesse fatto cenno di tacere; sentivo bene che questo doveva restare tra lei e me, ch'erano solo due parole d'amore, forse fra le più tenere possibili e pie. Io fui tanto felice che lasciai la signora Emma interamente padrona del campo.

Quando scendemmo la luna sorgeva sulle alture boscose del Königstuhl. Violet volle far la discesa a piedi, appoggiata al mio braccio. Un suono lontano di campane dalla città andava e veniva col vento, il cuculo cantava nei boschi cui la luna radeva le vette agitate. Gli Steele ci precedevano ridendo tra loro e io dicevo a Violet la commozione provata nel leggere il suo nuovo nome, la sua nuova patria. Ella mi strinse forte il braccio senza rispondere, e perchè passavamo allora nell'ombra di un gran castagno era ben naturale che la mia fata mi ricordasse nel modo più dolce i versi fatti per lei:

Forse ne l'ombra più nera Le fini labbra conosco.

XL.

Io le dicevo tutti i miei pensieri, tutti i movimenti buoni e cattivi dell'anima mia con la stessa sete di sincerità, per così dire, che avrei dovuto provare parlando a Dio, Quanto più era penoso e umiliante per me di confessarmi a lei, con tanto maggior ardore lo facevo. Se talvolta ho dubitato di un atto o di un pensiero che fossero o non fossero riprovevoli, mi bastò sempre a chiarirmi di ogni dubbio e mi basta ancora il giudizio recatone dentro a me da quella invisibile Violet che sempre fu ed è nella mia coscienza; giudizio sicuro e severo, ben più severo di quello che ne recava la Violet esterna, visibile. Pensando a ciò mi colpì un'analogia singolare e ne vennero questi versi composti sul battello a vapore, andando a Magonza:

Nel mio mortal tu vivi, imago eterna: Ami negli amor miei, ne' pensier pensi, E, più divisa da' terreni sensi, A la mia coscienza sei più interna.

Giusto ministro a Dio, quivi governa L'occhio tuo, speglio a' Suoi chiarori immensi; Levando in core mal vapor non viensi Che l'ombra ei non ne segni e non ne scerna.

Ma se da te rimorso, idea severa, Dico tremante la fralezza mia A la mortale tua persona vera,

Sorridendo mi bacia tanto pia Ch'io veggo in te come in arcana spera Quanto il Signor giusto e clemente sia.

Violet era rimasta a Rüdesheim perchè certi suoi conoscenti di Norimberga le avevano promessa una visita; ed io avevo scelto quel giorno per andare a Magonza dove intendevo acquistare un dono per lei.

Tornai con un braccialetto assai semplice e con questi versi di cui ella comprese subito il concetto benchè avesse bisogno di qualche spiegazione speciale. Il concetto le piacque; i versi non le parevano miei, li trovava così differenti da tutti gli altri che le avevo dati. Lo capivo perfettamente, ma tuttavia le domandai in che li trovasse differenti. Mi rispose ch'erano più difficili, che le ricordavano molto più degli altri le sue letture di classici italiani e le facevano un poco l'effetto d'essere stati scritti da un pittore quattrocentista.

--Ho letto e riletto non so quante volte la poesia--mi diss'ella all'indomani--ed è una cosa strana ciò che provo. La forma mi pare un poco meno viva che negli altri tuoi versi, ma mi compiaccio assai più di ritrovarmi in questi che in quelli.

Osservai che ciò avveniva per il loro concetto.

--No--rispose--sento chiaramente che non è solo per il concetto; è anche per il linguaggio che l'aria così antica, spirituale. Dimmi se in Italia piace più questo genere o l'altro.

--Lasciamo stare il mio sonetto--risposi.--In Italia piacciono i versi migliori di questi. Non vi manca del resto chi dice che si dovrebbero scrivere versi di concetto moderno e di forma antica, ma è un errore perchè bisogna che il concetto nuovo si generi la sua forma nuova e anche la sua nuova armonia.

Violet pensò un poco, diventò rossa, mi prese il capo a due mani, mi sussurrò sulla fronte:

--Io ti amerò sempre sempre come adesso, ma il mio viso invecchierà, la mia povera voce che ti piace non sarà più dolce. Cosa farai tu allora?

Le sue mani mi strinsero alle tempie quanto forte poterono.

--A che pensi mai!--risposi.--Allora non sarò più buono a far versi, non saprò che ripeterti questi ogni giorno.

Poi scherzai sulle nostre tenerezze senili. Violet se ne offese, un po' sul serio, un po' da burla, e mi disse ch'ero un cinico odioso, che trovavo dappertutto il ridicolo, che questo le era molto piaciuto in me da principio perchè è una follia della donna d'innamorarsi degli uomini cattivi, ma che adesso non mi voleva più così.

--Anch'io--diss'ella--una volta ero sarcastica come te; adesso non lo sono più.

Dovette ridere dicendolo, perchè lo era molto spesso ancora; aveva sorrisi fini e parolette brevi ch'entravano nella gente come spilli. Lo riconobbe, ma protestò d'essere sempre in lotta, a questo proposito, colla sua inclinazione e sostenne che il sentirsi tanto felice, l'amare e l'essere amata la rendevano insensibile al ridicolo.

--Dunque--diss'ella--questo senso del ridicolo non dev'essere una cosa buona, non deve potersi accordare con la pienezza della felicità e dell'amore. Anche tu cercherai di perderlo, non è vero?

Rise ancora, vedendo la mia faccia dolente, quasi sgomentata; e mi domandò se fosse un'impresa tanto difficile. Risposi che sì ed ella mi replicò, che essendo artista, potevo sfogarmi senza malignità nei miei libri.

--Però--dissi--sarebbe meglio di frenarmi anche lì?

--Forse sì--mi rispose sottovoce--forse i libri più nobili non rappresentano il ridicolo.

Sostenni con calore, con troppo calore, che ciò non era esatto; e cercai quindi scusarmi dalla taccia di malignità, dissi che quando ero ridicolo io stesso ne avevo il senso acuto ed esilarante.--Sei maligno verso di te--rispose Violet--E in me troverai tu mai il ridicolo?

--Che peccato!--risposi sospirando.--Temo di no.

XLI.

I versi che seguono furono probabilmente scritti alcuni giorni dopo Heidelberg perchè so di averli pensati alla finestra dell'albergo, appena sorta la luna; e ricordo ch'era oltre la mezzanotte. La luna si alzava a sinistra, rossastra e falcata, di là dal Reno, sopra Ingelheim; un obliquo raggio dorato tagliava le tenebre del fiume.

--Sai--dissi a Violet l'indomani mattina in presenza degli Steele--stanotte si è trovato il tesoro dei Nibelunghi.

Lo dissi con un tale accento di sincerità che la signora Steele si lasciò sfuggire un _oh!_

--L'ho trovato io--soggiunsi--Ed è tutto per miss Yves.

E le diedi questi versi:

Sorge la luna e l'oro Brilla nel fiume nero; Lo splendido tesoro Toglier a l'onda io spero.

Rugge il Reno, i giganti Pioppi fremon su i lidi, Mi corre il vento avanti, Mi cinge d'alti stridi.

Il fulgido tesoro Nel sacro Reno immerso Pe' tuoi capelli d'oro Rapisco nel mio verso.

Or buia piange l'onda I suoi perduti rai; A la tua testa, bionda Non si torran più mai.

Dovevamo andare a Bingen, quella mattina, col vaporetto e quindi al Maüsethurm, e ci eravamo dato convegno allo sbarco. Violet vi era andata quasi un'ora prima per farvi uno studio di acqua e di cielo. Prese i versi e mi ringraziò con un lungo sguardo mentre gli Steele consideravano il suo lavoro.

--Violet lo ha già dipinto e Lei lo dipingerà, il nostro Reno--mi disse la signora Steele.

--Lo ha già dipinto anche lui--mormorò Violet.

--Io?--esclamai, sorpreso.

--Pare di sì--disse la signora Steele con un sorriso interrogativo.

--Ma è la prima volta--replicai--che vedo il Reno.

--Faccia così--disse il signor Steele--ce lo dipinga adesso, ci scriva cosa vede. Sentiamo come vede un poeta e sapremo se dipinge meglio Lei o miss Yves.

Gli Steele erano come ragazzi che quando passa loro per la testa un'idea assurda se ne ubriacano e nessuno è capace di levargliela. Non ci fu verso ch'io potessi sottrarmi a un tale capriccio quantunque mi sentissi ridicolo. Avrei creduto che Violet mi aiutasse; invece si unì agli altri due contro di me e volle darmi ella stessa la carta e la matita.

Là dov'eravamo il fiume ci discendeva da levante diritto incontro, chiaro come il cielo a perdita d'occhio, con la sua larga distesa d'acque egualmente veloci, che appena una sottile striscia di case e di alberi divideva, in faccia a noi, dall'orizzonte, fra il tozzo nero Adlerthurm di Rüdesheim a sinistra e verdi pioppi di isole, sfondi azzurri di colline a destra. Presso a noi, lungo la riva destra, una riga di barche nere si dondolava sull'acqua tutta bollimenti e luccicori intorno alle catene tese delle ancore. Il fumo di un vapore, la _Criemhilt_, alzandosi a globi s'inargentava nel sole. Credo avere indicato così, o presso a poco, ciò che vedevo; non ho più quel foglietto che gettai subito nel fiume.

--Ecco--disse Steele--io, che non sono poeta, vedo una grande quantità di acqua, molta più del necessario; non guardo i pioppi ma il mio vigneto del Rochusberg che ha un'aria assai malinconica; la mia vista prima di arrivare all'Adlerthurm, si ferma sulla gobba del suo cameriere dell'_Hôtel Krass_ che sta pescando alla lenza qui vicino; la quale gobba non mi pare poi indegna di essere osservata da un poeta. Del resto mi permetta di dar la palma a miss Yves perchè Lei non ci ha nemmeno detto che colore abbia l'acqua del Reno.

Risposi che davanti a tedeschi avrei preferito definire il colore della metafisica di Hegel anzi che quello del Reno. Violet mi disse più tardi, sul vaporetto, che quanto avevo veduto io, l'aveva veduto anche lei come pittrice, ma che quella non era poesia, non era il Reno, era un fiume qualsiasi. Il Reno lo avevo veduto più da poeta, parevale, la prima volta, nel mio pensiero eccitato dal Rüdesheimer, lo avevo meglio dipinto senza dipingerlo, in un verso solo:

Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

--Questo è il Reno vero--diss'ella.

XLII.

Fu appunto a bordo della bianca e verde _Criemhilt_, tornando da una gita a St. Goar che Violet mi disse:

--Cosa ti scrivono i tuoi amici? Lo sanno che fai questa follia?

Eravamo in mezzo a una folla di signore e signori e Violet si divertiva a dirmi ogni sorta di cose da farsi baciare o mordere, sapendo che non potevo fare nè l'una nè l'altra cosa.

--Tu taci--soggiunse con gli occhi maliziosi di quella Violet che avevo veduta un istante nei boschi di Heidelberg.--Si vede che non l'hai osato. Ti vergogni di me. Tu vorresti abbracciarmi adesso tanto per non avere a rispondere, ma non hai neppure il coraggio di far questo. E io sarei tanto felice se tu sapessi disprezzare per amor mio questi rispetti umani; io sarei capace di disprezzare tutta la gente intorno a noi.--No, pietà, no, ti scongiuro--diss'ella sottovoce, atterrita dall'atto ch'io feci di pigliar sul serio le sue provocazioni. Mi rifece più tardi la stessa domanda di prima, sul serio. Dovetti allora confessarle che in Italia nessuno sapeva niente dei miei amori tranne mio fratello.

Violet tacque un poco.

--Ecco--disse poi--se ora cadessi nel Reno in Italia non si saprebbe neppure che ci siamo conosciuti. Perchè tu non diresti mai niente, non è vero?

Tardavo a rispondere.

--Oh sì--diss'ella--promettimi che non diresti niente! Mi basta di vivere in te, non mi piace di pensare che il nostro amore vada, senza necessità, per le bocche di tanta gente. Parleresti solo se in Italia si venisse a sapere qualche cosa e si dicesse ch'ero un'amante non una fidanzata.

--Violet--risposi--non rattristiamoci inutilmente così! Pensiamo invece a preparare la lista di tutti i nostri parenti e conoscenti d'Italia, di Germania e d'Inghilterra a cui si dovrà mandare la partecipazione.

--Sì--diss'ella--questo è necessario; lo faremo. Però mi pesa, molto più ora, sapendo che nè tu nè io abbiamo amici nè parenti che possano esser felici di vedere felici noi. Ma lo faremo, lo faremo.

Ella tornò quindi a domandarmi se, avendo a perderla, parlerei mai più di lei con alcuno e non mi diede tregua fino a che non ebbi risposto che avrei sofferto moltissimo di non poter parlare di lei a cuore aperto, con qualcuno che fosse contento di ascoltarmi. Feci allora una vaga allusione a Lei, amica mia.

--Hai Emma Steele--diss'ella.

--A proposito, quei poveri Steele!--esclamai per cambiar discorso.--Li lasciamo un po' troppo soli, mi pare.

Ci alzammo dal nostro posto di prora e li raggiungemmo alla poppa. Violet si mise a discorrere colla signora Emma e l'amico Paolo mi fece una dissertazione sui vigneti che, scarsi di vegetazione e mondi affatto d'erba, avevano un aspetto fra giallognolo e grigio, quasi triste, sotto i boschi vigorosi delle cime. A Oberwesel mi parve veder salire sul vapore, con ombrello e bastone, certo piccolo personaggio da me conosciuto; mi spiccai dalla compagnia e andai a stringer la mano al mio caro amico Topler seniore dopo essermi bene assicurato che Topler juniore non era con lui.

Egli fece, ravvisandomi, un gran chiasso da quel buon _Schwabe_ ch'era, e durai fatica a fargli intendere di star cheto, perchè miss Yves era sul battello e non avevo piacere, desiderando evitarle ogni emozione, ch'ella si avvedesse di lui.

--Geloso, geloso, geloso!--diss'egli.--Avete ragione; era innamorata di me.

Mi raccontò che era andato a Oberwesel a trovare un amico pittore, che aveva visitato non solamente _die Katze_, ma anche _die Maus_ (due rovine di castelli) e che adesso andava a trovare una signora a Kreuznach, per cui sarebbe disceso a Bingen. Conosceva molto imperfettamente gli avvenimenti di Norimberga e mi domandò come ci trovassimo lì. Io non gli avrei chiesto del professore; fu lui che mi disse d'essere abbastanza contento, senza spiegarsi di più.

Intanto il cielo s'era venuto oscurando e un improvviso rovescio di pioggia mise lo scompiglio sul battello. Corsi da Violet, ma ella era già discesa sotto coperta, e trovai una tal ressa di gente sulla scala che dovetti rinunciare a scendere io pure e mi rifugiai sotto l'immenso ombrello verde di Topler. Egli sapeva il Reno a memoria, ma n'era entusiasta come un giovane che lo vede per la prima volta, si affacciava ai parapetti del vapore col lungo naso al vento, tutto ridente di ammirazione, noncurante della pioggia; mi domandava se fossi stato qua, se fossi stato là, mi suggeriva gite opportune anche per Violet, mi fece promettere di visitar con lei il Drachenfels nel Siebengebirg. Gli dissi che avevo il progetto di andare a Wetzlar per le memorie di Goethe e lo vidi rannuvolarsi tutto.

--No, no--diss'egli bruscamente--non andate a Wetzlar.

--Perchè?--esclamai sorpreso--Che male ci sarebbe?

--Non ne vale la pena--rispose Topler, e si mise a parlarmi di Rheinstein, la cui bandiera e i baluardi merlati, ritti sopra uno scoglio a picco, apparivano allora dietro ondate di pioggia tra le boscaglie della riva sinistra, in faccia ad Assmannshausen. Questo contegno del mio vecchio amico mi pareva misterioso e non me lo sapevo spiegare se non supponendo che Topler juniore fosse a Wetzlar. Non avevo ancora parlato con Violet di questa gita e risolsi subito in cuor mio di non parlargliene più.

Topler discese a Bingen. Prima ancora che si ripartisse smise di piovere e si fece la traversata da Bingen a Rüdesheim con un riso splendido di cielo e di Reno. Violet era felice, scherzava, rideva; quanto a me non mi sentivo allegro, mi pareva aver qualcosa sul cuore, e non sapevo che.

XLIII.

Eccomi al principio del dolore, di ciò che ho insieme orrore e avidità di raccontare. Mi par di viaggiare in ferrovia, d'aver finora percorsa con lentezza un'ampia valle variata di aspetti dolcemente malinconici, di aspetti ridenti, e che ora le montagne si stringano improvvise e sinistre addosso al treno che accelera e precipita la fuga, furioso di spavento. Infatti questo vivere mio presente che segue agli eventi raccontati qui, non somiglia egli un correr nella galleria centrale di qualche gran valico alpino? Non vengo io dal sole, dai piani ridenti, dalle valli selvagge a queste tenebre sonore dove son portato a precipizio, senza tregua, nell'ansiosa attesa di uscirne, non so quando, non so dove, ma nel sole?

