Il mistero del poeta

Part 12

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Egli potè allora finalmente raccontarmi la crisi di Norimberga. Al suo ritorno da Eichstätt miss Yves vi era stata accolta dagli zii con la freddezza la più accigliata. Costoro avevano ricevuto dal professor Topler un biglietto, in cui egli, riconoscendo di non poter rendere felice la signorina, si scioglieva da ogni impegno. I compagni di Violet, Luise von Dobra e suo padre, erano stati immediatamente sottoposti a un interrogatorio, riuscito alquanto burrascoso perchè Luise aveva arditamente difesa la amica sua e perorata la mia causa. Gli Yves non avevano poi parlato alla nipote per sei giorni, durante i quali non si sapeva se avessero chieste altre informazioni o scritto a Topler o che diavolo avessero fatto. Finalmente, una mattina, avevano espressa a Violet, in forma solenne, la loro disapprovazione, ed ella non era riuscita a persuaderli di non avere colpa alcuna, di essersi mantenuta sempre fedele, per parte sua, all'impegno preso col professor Topler, benchè avesse detto ben chiaro fin da principio che non lo amava. Gli zii le dichiararono che la famiglia Yves aveva già troppo sofferto per l'infelice, mal consigliato matrimonio di uno de' suoi membri con una persona straniera e cattolica, perchè essi potessero consentir mai che il fatto si rinnovasse. Rispondendo lei che non era affatto risoluta di prender marito, gli zii le imposero di promettere formalmente che mai non avrebbe sposato l'italiano. Violet respinse una simile proposta. Coloro insistettero e le accordarono otto giorni per decidersi, aggiungendo che se non promettesse non potrebbe continuare a vivere sotto il loro tetto. La Provvidenza aveva voluto che gli Steele capitassero a Norimberga, di ritorno da un viaggio in Sassonia, proprio in quei giorni. La loro amica soffriva crudelmente. Sentiva, da un lato, quanta gratitudine dovesse ai suoi parenti; dall'altro lato le riusciva impossibile di subire una simile pressione. Gli Steele s'interposero, ma senza frutto. Allora miss Yves si decise e accettò l'ospitalità loro per un tempo breve, non conoscendo ancora le mie idee circa l'epoca del matrimonio e dovendo forse recarsi prima in Inghilterra presso una vecchia cugina che le aveva sempre mostrato benevolenza.

Il signor Steele non dubitava che sarebbe rimasta a Rüdesheim fino al matrimonio. Gli dissi allora che per parte mia intendevo di affrettarlo il più possibile, e che ne avrei parlato a Violet l'indomani.

XXXIV.

_(Dal quaderno)._

Rüdesheim, 28 giugno.

Come un vivo sepolto che tenta Spasimando la pietra e s'avventa A un lume subito, Io così t'ho abbracciata in tempesta, Io ti strinsi così su la testa Man, labbra ed anima.

Aria bevvi, ciel, sole splendente, Un immenso che vince la mente, Che il mondo ha in sè; E ogni cosa di fuor s'oscurava, Pien di te, pien di te il petto ansava, Di te, di te.

XXXV.

L'indomani alle undici trovai Violet in giardino. Nello stringerle la mano la sentii di ghiaccio, ma il viso era tanto raggiante! Mi aspettava da un'ora, pur ricordando di avermi detto alle undici. Le diedi le due strofe che precedono e un biglietto con cinque versi che mai altri occhi umani non videro nè vedranno. I suoi lampeggiarono di gioia quando le parlai di queste poesie, scritte nella notte.

--Ecco--esclamò--la mia speranza di ieri!

Ma quando vide com'erano scritti i cinque versi e quale inesprimibile amore dicevano, mi guardò fiso con lo stesso scuro fuoco del giorno innanzi, mi strinse le mani con la stessa energia convulsa, senza potere articolar parola.

--Ho paura--diss'ella finalmente, sottovoce, tenendo gli occhi bassi e accarezzandomi la mano--che Dio ci castighi perchè a Belvedere hai cominciato ad amarmi credendomi maritata, e io te lo lasciai credere. L'ho tanto pregato che ci perdoni, sai. Pregalo anche tu, caro. Non voglio mica perderti presto; non mi basta di sapere che sarai mio per sempre nell'altra vita. Dio, sono tanto attaccata alla terra adesso! Ti voglio anche qui, anche qui. Tu non puoi intendere, vedi, come ti amo.

Mi spieghi Lei, amica mia, come si possono confondere nel cuore una tale angoscia e una tale dolcezza quali ne provai a un punto per le parole appassionate di Violet. Mi rimproverai tacitamente di averla troppo commossa, di non aver fatto maggior violenza al mio sentimento, e la scongiurai di serbarsi tranquilla, perchè le emozioni troppo forti potevano porre a cimento la sua salute.

--Allora calma, calma, calma!--diss'ella sul serio.--Diventi di gelo anche Lei.

Questo _Lei_ involontario, eppure così naturale in quel momento, ci fece ridere di cuore.

Le presi la mano sinistra.

--Questa non può stringere come vorrebbe--disse Violet un po' tristemente--ma le devi voler bene come all'altra.

Era così elegante quella piccola mano segretamente offesa, così delicata e diafana!

--È la più bella mano che il mondo abbia--diss'io.

--Non dica questo cose--rispose Violet tornando al _Lei_ e arrossendo.

Sorrisi e replicai:--Non le dirò più.--Ella esclamò allora con impeto:--Sì, le dica!

Il mio pensiero passò naturalmente dalla sua infermità a un'altra idea.

--E i tuoi parenti? Cosa dicono? Lo domando perchè mi pare che dovrei scrivere a tuo fratello.

Qui la mia coscienza mi accusa di una colpa che il mondo, ingannato dai nobili sentimenti profusi senza fatica nei miei libri, forse non mi avrebbe attribuita, ma che risponde pur troppo alle intime pravità e miserie della mia natura. Non avevo perdonato a mio fratello le sue obiezioni di prima, la sua freddezza di poi, ne serbavo un risentimento ingeneroso. Inoltre, per la mia orgogliosa ed egoistica inclinazione a considerarmi vittima dell'ingiustizia umana, a supporre negli altri antipatie, invidie deliberate, noncuranze verso di me, mi figuravo che mio fratello e mia cognata fossero molto più avversi al mio matrimonio, molto più amaramente ingiusti verso Violet e me di quanto erami lecito credere. E mi compiacevo, quasi, per la mala abitudine del mio cuore, di una tale ingiustizia che mi rendeva, in certo modo, più caro a me stesso. Ora l'idea che Violet scrivesse una lettera affettuosa a mio fratello mi destò una subita ripugnanza. Non la seppi vincere e nemmeno seppi, purtroppo, esser sincero; risposi che non avevo ancor detto nulla a' miei parenti, che per ora non era necessario di scrivere e che ad ogni modo sarebbe toccato a me di partecipar loro il nostro matrimonio e quindi a mio fratello di scrivere per il primo alla fidanzata.

Violet parve sorpresa e mortificata dalle mie parole. Allora compresi che questo silenzio serbato co' miei parenti la poteva offendere, e ciò mi recò più dolore che il non aver detto la verità.

--Non vorrei dividerti dalla tua famiglia--diss'ella senza guardarmi.

La pregai di non turbarsi con questa idea, le dissi che prendendo moglie mi sarebbe stato materialmente impossibile di rimanere nella casa paterna e che pensavo portar la mia dimora in Roma o in Firenze, insomma in una grande città dove gli studi fossero più facili e il clima migliore che nel mio paese natio.

Mi parve che Violet non fosse molto persuasa de' miei progetti, che temesse di esser lei la causa d'una risoluzione simile.

--Ne parleremo--diss'ella col suo sorriso dolcissimo.--Parleremo seriamente di molte cose serie, non è vero? Poichè dobbiamo avere tanto giudizio!

Allora si parlò del nostro matrimonio. La prima idea di Violet era stata che si facesse in Inghilterra, presso una vecchia cugina che le aveva sempre voluto bene; non essendo ella sufficientemente legata coi pochi e lontani parenti che teneva in Roma. Ma la cugina, cui Violet ne aveva scritto un cenno, s'era evidentemente spaventata, per la sua cattiva salute, di queste nozze in casa, e aveva risposto in modo poco incoraggiante. Si decise quindi di accettare l'amichevole offerta degli ottimi signori Steele, affrettando però il giorno della nozze quanto fosse possibile. Io non conoscevo la legislazione prussiana sul matrimonio degli stranieri, non sapevo affatto quali pratiche fossero necessarie, di quali documenti avrei avuto bisogno. Neppure il signor Steele, cui ne parlammo subito, lo sapeva. Allora mi venne in mente che si sarebbe potuto fare a Rüdesheim il solo matrimonio religioso, salvo a fare il matrimonio civile in Italia. Violet vi era indifferente, ma mi parve che agli Steele la proposta non tornasse pienamente gradita. Perciò la abbandonammo e si convenne d'informarsi subito circa le disposizioni della legge prussiana.

Ritornando, quel giorno, all'Hôtel Krass, la mia poca sincerità con Violet, a proposito de' miei parenti, mi pesava sul cuore. All'albergo trovai una malaugurata lettera di mio fratello che non ricorderei se non fosse per chiarire com'egli non abbia mai avuto, sino al mio ritorno, sicura notizia di ciò che avveniva a Rüdesheim.

Evidentemente, mio fratello aveva scritto e mia cognata aveva pensato. Non debbo nè voglio serbarne rancore alla memoria di questa povera donna, ma certo la lettera fu male ispirata, e tradiva ad ogni riga una certa lotta fra la mano e il pensiero. La sostanza n'era questa. Mio fratello mi faceva intendere che se io mi accasavo non avremmo potuto vivere insieme, sotto lo stesso tetto. Soggiungeva, che siccome la casa paterna era di proprietà comune, desiderava conoscere per tempo le mie intenzioni; che egli era disposto ad acquistare la mia quota di proprietà; che se ci accordavamo a questo modo, e se io non avevo in animo di stabilirmi altrove, egli si sarebbe adoperato per cercarmi un quartiere e per metterlo in assetto, giusta le istruzioni che gli darei. Di Violet, nè per Violet, non una sola parola.

Gli risposi immediatamente poche righe gelate. Dicevo che mi sarei stabilito altrove e che avrei dato incarico a un avvocato di trattare con lui la cessione di comproprietà che mi proponeva. Mio fratello non mi scrisse più.

Quando io penso ai venticinque giorni che seguirono questo, mi smarrisco nella luce, ricordo tanti momenti con una vivezza acuta, ma non so più come si leghino insieme, non so più quale sia venuto prima, quale poi, ho perduta l'idea del tempo, tutto succede ancora contemporaneamente e per sempre nella mia memoria come se questi miei ricordi, parte della piena felicità ventura, appartenessero già all'eternità, pigliassero la forma di un perpetuo presente. Non avevo, dapprima, in animo di parlarne, ma mi tenta la gran dolcezza e cedo, poichè Lei sola, cara e fedele amica, mi ode. Racconterà dunque il tempo felice, così senz'ordine come vien su dal cuore.

XXXVI.

Una sera, al tramonto, Violet e io eravamo seduti sotto il tiglio di Geisenheim, mentre la signora Steele faceva una visita nella villa Monrepos. Ricordo il gran tiglio, vecchio di quattro secoli, la vicina chiesa con le sue torri medioevali, le villette posate tra i fiori, tra il cicaleccio degli zampilli e degli uccelli, la dolcezza della luce e dell'ora, un odor di glicine in fiore. Per via si era conversato di cose indifferenti. Appena partita la nostra compagna, Violet mi aveva detto «mi ami?» I miei occhi, non le mie labbra, avevano risposto e non s'era parlato più, se non col silenzio stesso, pieno di passiono.

--Com'è dolce, qui!--diss'ella a un tratto.

--Vuoi che ci restiamo?--risposi.--A vivere e morire?

--Oh no!

Aveva detto «oh no» così risolutamente! La guardai, sorpreso. Ella pure mi guardò, ma sorridendo. Si vedeva che aveva una parola sul cuore. Susurrò:--Dove fiorisce l'agave?--e un lieve color di rosa le corse in viso. Parlavamo in italiano, nè so perchè io le abbia allora risposto in inglese, come se qualcuno avesse potuto comprendere:

--_I kiss you._

Si tacque ancora un poco, e poi Violet mi pregò a dirle i versi dell'agave:

Ecco, superbo ascende il fior dell'agave. Arde nel cielo splendido il mio sol.

Li recitai o soggiunsi tosto che non pensavo più alla gloria, che pensavo solo ad esser felice con lei, per lei, di lei sola. Meglio se potevamo nascondere la nostra vita in qualche umile paese come Geisenheim.

Violet mi guardava con uno sguardo smarrito, velato, e accennò di no. Solo dopo qualche tempo mi rispose dolcemente:--No, caro, no.--E perchè io la guardavo come aspettando le sue ragioni, riprese che avrebbe tante cose a dirmi ma che quando era con me diventava incapace di ricordarle, incapace di ragionare. Preferirebbe scrivere. Appena detto così sorrise, e intesi subito a cosa aveva pensato. Ella mi lesse in viso e s'affrettò a dirmi che stavolta non si trattava di cose amare come a Belvedere, dove m'aveva annunciata la sua prima lettera colla stessa frase. La pregai di scrivere presto.

Promise di farlo la sera stessa.

Io pensavo a ciò che direbbe in questa lettera, e credo d'aver preso involontariamente un'aria grave. Allora fu lei che mi disse--_I kiss you_--e soggiunse con un delizioso accento di angustia:

--Non devi fare un viso così serio!

La signora Steele veniva verso di noi e in quello stesso punto passò una bambina, recando dei fiori. Violet la chiamò, come per dissimulare all'amica sua il nostro turbamento.--Che fiori hai?--diss'ella.

--Waldmeister.

--Dove l'hai colto?

--Sul Niederwald.

--E come ti chiami?

--Luise.

--Oh!--esclamammo insieme--Luise!

Il Waldmeister ci ricordò il bosco di Eichstätt e il nome della nostra amica, della cara giovinetta, ci punse il cuore di rimorso e di tristezza, perchè non avevamo ancora parlato di lei e ci pareva questa una colpa comune. Violet trasse a sè questa piccola Luise, e la baciò teneramente.

XXXVII.

Ecco la lettera di Violet:

«4 luglio.

«Appena sei partito ho data la felice notte ai miei amici ed eccomi nella mia camera. Voglio tanto bene a questi perfetti amici, ma quando tu mi lasci soffro di stare con altri, desidero esser sola per ritrovar te, per stringerti al mio cuore _nel più profondo mistero_, come dice la cara poesia.

«Non ti scrivo per dirti che ti amo, benchè avrei tanti volumi da riempire con questo. Ti scrivo per tenere subito la mia promessa di Geisenheim.

«Caro, io credo di averti amato molto presto, a Belvedere; molto prima di quanto potresti credere. Allora pensavo, contro la mia volontà, che sarei felice di vivere presso a te come la più umile persona della tua casa, assistendo, ignorata da te, alla tua vita intima, udendoti parlare con altri più degni di me e leggendo... sì, sognavo anche questo peccato!... leggendo di nascosto le tue carte. Poi, quando seppi d'essere amata n'ebbi una vertigine, e desiderai nella mia fantasia che tu avessi a scrivere per me sola. Questo l'ho desiderato anche più tardi, una volta. Viaggiando in ferrovia da Firenze a Roma ho udito parlare di te come scrittore idealista, in modo che mi fece male. Avrei pianto di collera e pensai che diventando mio non daresti più al mondo un solo verso. Ma era un pensiero che, allora, non poteva durare. Conoscevo tanto meglio di prima, per le tue lettere, l'anima tua; sapevo che, per quanto riguarda le idee, sei capace di seguire il tuo cammino col più risoluto disprezzo degli attacchi che giungono e di quelli che non giungono a te. Adesso io sono tua ed ecco ciò che ho nel cuore:

«Noi dobbiamo vivere nel tuo paese, là dove tu hai le memorie più care, dove le voci delle cose ti hanno parlato la prima volta, un giorno della tua fanciullezza, con tua grande confusione e stupore, e ti hanno poi appreso in seguito ch'eri poeta e che bisognava rispondere ad esse. Ricordi bene, non è vero, di avermi raccontato questo? Là tu hai conosciuto la vita e i cuori degli uomini che in parte sono già ne' tuoi libri e in parte nella tua mente; là tu hai sentito spesso col sentimento di tutto un popolo. Noi dobbiamo vivere là, non perchè tu goda tutte queste dolcezze della patria, ma perchè mi pare che sieno quasi l'alimento del poeta, e tu devi esser poeta sino all'ultimo, con tutta l'anima tua e con tutta la mia.

«Caro, io sono forse in parte troppo scettica e in parte troppo entusiasta; di quest'ultimo guaio ne hai colpa tu che mi hai ridonato il mio cuore di diciott'anni. Io penso che tu possa realmente far bene, come poeta, a pochissime anime, e penso in pari tempo che il valore di questo ristretto beneficio sia inestimabile e che saresti colpevole di non recarlo. Non basta; io sono una personcina molto ignorante e da nulla, ma tuttavia presuntuosa assai; e oso adesso dire cosa vorrei che tu facessi in avvenire come artista. Il romanzo che hai incominciato mi piace immensamente e so come vi lavorerai quando sarai mio. Io mi vedo già seduta vicino a te, con un lavoro fra le mani molto più umile del tuo, guardandoti e baciandoti col desiderio mentre scrivi, e tenendo gli occhi bassi quando alzi i tuoi dalla carta, per non tentarti, per lasciarti tranquillo. Ma vorrei che ne' tuoi futuri libri non vi fosse solo _die vornehme Welt_, come dicono qui, una elegante società di signori e signore; e nemmeno che ci fossero solamente contadini e operai; vorrei che tu prendessi in mano tante persone di ogni specie, come si mescolano o si toccano o almeno si vivono accanto nella vita reale. E vorrei un'altra cosa più grande assai; che tu fossi per questa gente il poeta della verità e della giustizia.

«Dio mio, come mi batte il cuore pensando che lo sarai! Ti abbraccio, mi stringo a te nel pensiero, ti amo tanto e sono tanto felice che ne soffro.»

«5 luglio.

«È l'alba e io scrivo presso la finestra aperta, per aver luce. Non ho potuto dormire, ma ho riposato e l'aria così pura e fresca mi ristora, mi dà una gioia tranquilla.

«Il caso e le condizioni della mia esistenza, alquanto vagabonda, mi hanno fatto conoscere molte persone e molti atti di queste persone che sono ignoti alla maggior parte della gente fra la quale vivono. Ho udito il mondo esaltarle o deprimerle con giudizi di errore e poche cose che mi hanno fatto altrettanto sdegno, altrettanta amarezza. Avevo forse appena tredici anni quando questi stupidi giudizi umani incominciarono a farmi soffrire. La mia adolescenza fu assai fantastica e ambiziosa. A sedici anni sognavo la gloria come un ragazzo, credevo poter diventare un grande scrittore e m'inebbriava l'idea di far giustizia colla penna senza rispetti umani. Forse, col carattere focoso e altiero che avevo allora, pensavo più a castigar degl'ipocriti che a premiare la virtù sconosciuta. Le mie illusioni, la mia folle ambizione caddero presto e di quell'ideale non è rimasta in me che un'alta, inaccessibile immagine; ma ho sempre pensato che invece di porre in scena caratteri non mai esistiti o fatti di rappezzi, il poeta dovrebbe portare intere ne' suoi libri le persone che ha conosciute nel mondo, rappresentandole secondo verità e giustizia, in modo che possa servire di premio o di pena. Io so che non dobbiamo giudicare i nostri fratelli e che nè la perfetta scienza, nè i definitivi premi e le pene del cuore umano sono in nostro potere; ma sento con tutta l'anima che il poeta è chiamato a prendere sulla terra, per ombra e figura, questa parte divina, a esercitarla, non per uno sfogo di passione come avrei fatto io qualche volta, ma col solo intendimento del bene, per correzione ed esempio, e con le prudenti cautele che ha o dovrebbe avere chi pronuncia in chiesa la parola di Dio, quando apre le anime e vi mostra il peccato.

«Caro, ti faccio io sorridere? Credo veramente che sorridi, mi accarezzi e mi baci, molto come il tuo amore che sono e un poco pure come una bambina che ti sembro in questo momento. Perchè io La credo capace, sarcastico signore, di questa cosa mostruosa: ridersi di me. Ciò ch'ella del resto non potrà, un giorno, fare impunemente, perchè se io Le ho già morso un dito, piano piano, per amore, saprò mordere anche per vendetta, e forte! Ma no, è vero, non tocca a me dirti qual è la tua via; a me tocca solo seguirti, seguirti sempre, al tuo fianco quando la via è piana, nelle tue braccia quando è difficile. Spero che sarà molto difficile, sai?

«Ecco una lunga lettera e non vi è ancora ciò che mi fu cagione di scriverla. È una cosa contro il mio cuore, ma secondo la mia mente e la mia coscienza. Non ho mica presa sul serio la tua proposta di Geisenheim; ma sai perchè non vorrei vivere a Geisenheim nè in qualsiasi altra solitudine? Perchè occuperei troppo tutta la tua vita! Per me sarebbe il paradiso, ma non dev'essere, non lo voglio. Voglio essere una nuova fiamma in te per le opere del bene e dell'arte, e ritroverò me in tutto che penserai, in tutto che farai, quantunque in apparenza estraneo e in fatto superiore a me. Voglio però anche essere la tua vanità; io sola, che sono parte di te, una parte inferiore, io sola voglio essere la tua vanità. Se tu ti sforzi di non curar le lodi dei giornali e della folla, ti abbandonerai, invece, senti come sono orgogliosa!, alla dolcezza di esser lodato da me, che non so ancora lodare, che invidio, per questo, le donne italiane, ma che cercherò d'apprendere, e se non saprò scioglier la mia lingua legata, ti parlerò colle mie carezze!

«Solamente, se ci saranno ne' tuoi scritti eleganze classiche, bellezze puramente italiane, temo che non le saprò intendere. Me le insegnerai tu, caro. Quante cose mi devi insegnare! Quando penso come sono ignorante di tante cose che ogni scolaretta sa, mi copro il viso. Ti piace ch'io mi copra il viso?»

XXXVIII.

Rientravamo in giardino dal passeggio.

--Perchè mi ami?--diss'ella.--Ancora per il sogno?

--No no--risposi ridendo.--Per i sogni... La prego di dire _per i sogni_, signorina... capisco adesso che non L'ho amata mai.

--Questo?--esclamò Violet sorpresa, ma con un viso felice.--Allora Lei mi ha indegnamente ingannata, gentile signore. Lei mi ha recitato una perfetta commedia a Belvedere con quelle belle frasi sulla mia voce, la vita e la speranza. Ma bravo! E quando mi hai fatto l'onore di cominciare a volermi bene?

--Non ti ho mai ingannata un momento--replicai--ma credo di essermi ingannato io stesso, credo che quella gran commozione per la tua voce fosse puramente un'ebbrezza di fantasia. Sai quando mi figuro d'aver cominciato ad amarti veramente? Sul prato di S. Nazaro quando sei stata tanto cattiva, quando mi hai detto quella bella impertinenza del tutto volgare.

--Oh che tardi!--diss'ella giungendo le mani; e rise. Com'era piacevole e ricreante di ricordare le sue pungenti parole, il suo sussiego di quel giorno, e d'udirla adesso a ridere così, di dirle _tu_!

Prese a un tratto un'aria compunta, abbassò gli occhi e sospirò:

--Povera me, io ho cominciato molto prima.

--A Roma?--diss'io.--Dopo aver letto _Luisa_?

Violet si mise a ridere.--Troppo presto!--diss'ella.--Com'è presuntuoso il signore!

Poi mi confessò sul serio che quando a Belvedere le aveano annunciata la presenza dell'autore di _Luisa_, ella, che aveva attribuito il libro a una donna, n'era stata scossa nel cuore malgrado sè stessa.

--Ti vidi--continuò--prima che tu mi parlassi. Ti trovai un'aria così grave e severa che la idea dell'amore si allontanò da me e ne fui contenta; ma quando mi parlasti la seconda volta ne rimasi un po' colpita, e quando poi le nostre mani si sfiorarono sul cannocchiale sentii per un attimo con tutta me stessa che ci potremmo amare. Le tue parole su coloro che amano due volte mi fecero rimescolar tutta; però resistevo e sopratutto volevo nasconderti il mio sentimento; alcune altre tue parole che in fatto non mi piacquero m'aiutarono a fingere. Dio mio, sul prato di S. Nazaro ti amavo già e mi costò tanto di essere così dura! Potevi ben capire che lo ero troppo!

--E quella partenza--diss'io--quanto male m'ha fatto!

--Non ne parlare!--rispose Violet sotto voce, ma con un impeto d'angoscia.--Non parlar mai più del male che t'ho fatto!

Camminammo in silenzio fino a casa. Appena passata la soglia Violet mi accostò le labbra all'orecchio, mi bisbigliò con voce lenta, grave di passione:

--Voglio essere amata col cuore, sai, non colla fantasia.

XXXIX.

Adesso è la cara, nitida Heidelberg che mi vien su dal cuore. Si va dall'Hôtel Victoria al Castello per la Wolfshöhle cogli amici nostri che hanno proposta e diretta questa gita di tre giorni.