# Il mistero del poeta

## Part 11

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Non ho più riveduta Luise, che lasciò Eichstätt da un pezzo; non so che sia di lei presentemente e non spero rivederla mai più se non là dov'è Violet. Non la ho dimenticata nè la dimenticherò un momento, la cara biondina. Non ho detto che, richiesta da me, mi diede manoscritte, in cambio del mio brindisi, le strofette popolari, cantate da lei nel Bahnhofswald. Le conservo presso alle mie memorie più care, insieme alle foglie di Waldmeister; e quante volte non le riprendo ancora, non le rileggo con tenerezza!

Du, mei flachshaarets Deandl I hab di so gern Und i kunnt weg'n dein Flachs Glei a Spinnradl wer'n.

Mai non scorderò la graziosa cantatrice del bosco; molto meno scorderò i fiori colti in riva all'Altmühl, il salottino di casa von Dobra e l'appassionata giovinetta che tanto osava per Violet. Possa ella aver incontrato un amore degno del suo generoso cuore, possa essere felice! Aveva certo un cuore fedele, un cuore che non muta, che non oblìa. Se queste pagine vedranno mai la luce, se verranno alle sue mani, sia pure in un giorno assai lontano, io so ch'ella ne avrà una commozione simile alla mia presente; io so che penserà a Violet ancora con lagrime, che penserà a me ancora con il sentimento di quando mi disse--mi fido di Lei.--Preghi allora per noi, cara Luise; e si fidi, si fidi di noi, della Sua amica e di me, che con tenera gratitudine pregheremo per Lei.

Volli andare alla stazione a piedi, per il sentiero del bosco, mentre il mio bagaglio viaggiava nell'omnibus. Dissi addio ai faggi e agli abeti che mi avevano veduto con Violet. Quante cose in otto giorni! Era il tramonto; sopra la stazione il sole infocava le boscaglie deserte. Quante cose! Avevo l'idea di non tornare mai più ad Eichstätt, e fu allora che colsi per memoria le foglie del profumato Waldmeister.

XXVIII.

Mio fratello e la sua famiglia sospettarono certo di qualche cosa perchè non espressero sorpresa alcuna del mio sollecito ritorno nè della intenzione, che io manifestai loro, di ripigliar presto il viaggio interrotto. Accolsero le mie parole in silenzio e non toccarono mai più, con me, questo punto. Avrei spontaneamente confidato il segreto a mio fratello, ma non mi tenevo sicuro che tacesse con mia cognata, la quale, alla sua volta, non sarebbe stata zitta di certo. Ora è a Lei, amica mia, che io debbo domandar perdono, perchè La vidi in quei giorni e Lei mi domandò se le voci corse fossero vere; al che io risposi, con alquanta ipocrisia, che voci siffatte non erano mai da raccogliere. Forse Lei non si lasciò prendere a questa smentita apparente, perchè mi replicò, secondo il suo solito, che già ero un libro chiuso; ma intanto io non fui sincero.

Giudichi se, in quella incertezza di cose e posta la mia natura, mi fosse facile di parlare. Se mi trova in colpa mi perdoni e mi tenga conto, a ogni modo, delle confidenze che Le feci più tardi là presso la chiesetta longobarda e della sincerità piena di quest'ora.

Ero arrivato a casa il 21 maggio, e al 1° giugno non sapevo ancora niente di Violet: mi venne il dubbio che ella mi avesse scritto fermo in Posta, e corsi a sincerarmene. All'ufficio non trovai nulla, ma poi incontrai il postino del mio quartiere che mi porse una lettera col francobollo straniero. L'afferrai; era lei.

Poteva esser la vita, poteva esser la morte; non ebbi il coraggio d'affrontare la mia sentenza in mezzo al viavai della gente. Lei conosce la stradicciuola senza nome lungo il fianco orientale di S. Maria _ad muros_, a due passi dalla Posta? Corsi là. Qualcuno mi fermò per via, mi rimproverò di non salutare gli amici. Forse uno di questi amici ricorda ancora di avermi detto:--Ti senti male? Sei pallido.--Fu in quella stradicciuola erbosa, fra i bastioni e la chiesa solitaria, che apersi la lettera e lessi queste parole:

«Mio Dio, cedo. Se sapesse, dovrei essere tanto afflitta, e sono tanto felice! Non mi troverà più a Norimberga. Partirò dopo la metà di giugno e il primo di luglio sarò a Rüdesheim am Rhein, presso la famiglia Steele, per ora; più tardi, forse, mi recherò in Inghilterra. Oh amico mio, non ho più che Lei!--V. Y.»

La porta laterale di Santa Maria era aperta. Vi entrai.

Anche adesso, quando sono in città, vado ogni giorno a Santa Maria, nella terza cappella a sinistra, quella grande, scura, con le due finestre gotiche dai vetri dipinti, dove andai allora; e sarebbe un vivo dolore per me se avessero a cambiare il vecchio banco dove m'inginocchiai fra la balaustrata e il confessionale.

Tali momenti sono inenarrabili. La gioia, la gratitudine dell'anima mia non avevan parole. Se qualche sommessa voce mi usciva dal petto mentre mi premevo le mani sul viso, eran voci quasi dolorose, _gemitus inenarrabiles_. Cosa ne posso dire? Ho avuto questo senso, che Dio mi era vicino vicino, e che il mio spirito ne delirava.

Una digressione per Lei sola, amica mia. Vorrei che la filosofia positiva studiasse questi misteri, che ne apprezzasse imparzialmente il valore. Vorrei che comparasse fra loro la emozione dello scienziato che scopre una importante verità, la emozione dell'artista cui balena in mente un concetto di grande bellezza, la emozione di chi immagina e si propone un eroico sacrificio per il bene. Mi pare che la somiglianza loro si troverebbe facilmente. Tutte generano un piacere spirituale intenso, tutte staccano lo spirito umano dal mondo sensibile che lo circonda, lo spingono nel contatto inebbriante di qualche cosa che prima non era in loro, che si potrebbe ancora, lo sentono, allontanare da essi, che deve quindi esistere anche distintamente per sè, benchè non s'intenda come. Noi possiamo però immaginare che tali contatti diversi avvengano per altrettante azioni diverse di un Essere solo, perfetto. Ora, se questo Essere esiste, ogni altro immaginabile contatto con Lui deve dare una emozione di egual natura. Ebbene, l'anima religiosa cerca appunto il contatto di un Essere perfetto in verità, in bontà, in bellezza; lo slancio religioso aspira ad esso in tutti i suoi attributi, ed ecco seguirne questa emozione di eguale natura, ma più intensa delle altre in cui il contatto inebbriante è più angusto. Se immaginiamo uomini vissuti nelle celle tenebrose di un ipogeo, e la fulminea impressione di un raggio solare che arrivi loro per il prisma, a questa cella d'un colore, a quella d'un altro, li vedremo tocchi così di emozioni senza nome, inconsci così che tali emozioni abbiano la stessa origine, il sole cui ciascun colore si conviene, il sole che rende più felici noi cui risplende intero. Cara mia, Lei sa che io ho pur troppo sempre avuto un debole per i pasticcetti di metafisica azzurra; ho davvero paura di averne cucinati troppi, l'inverno, nel suo salotto dove non mi mancavano nè la metafisica, nè l'azzurro, nè il caldo. Questo è ben l'ultimo; si consoli.

Andai a casa e parlai a mio fratello.

Egli mi disapprovò. Non intendo ora dolermi di lui. Era un uomo retto, un uomo di cuore, e fu sempre affettuoso per me che ora ne tengo come posso il posto presso i figli, orbati in sedici mesi di ambedue i genitori. Ma forse allora non ponderò abbastanza l'obbligo morale che già mi legava a miss Yves e cercò rimovermi dal mio proposito con troppo calore. Me ne sdegnai forte ed ebbi il torto di lasciarmi sfuggire, nella collera, alcune parole circa il fine della sua opposizione che giustamente l'offesero. Gliene chiesi scusa sull'atto, ma la impressione non ne fu tolta. Egli si chiuse in un freddo riserbo e io posi fine al colloquio pregando di non manifestar la cosa ad alcuno. Certe domande di mia cognata sui protestanti di Germania e d'Inghilterra, e il viso lugubre con cui le faceva, mi diedero poi a sospettare ch'egli avesse parlato; perchè non gli avevo detto che Violet era cattolica. Ciò m'indispose ancor più.

Un altro discorso di mia cognata mi ferì. Io occupavo, in casa, quattro camere, e la casa è grandissima, non serviva, per un buon terzo, a nessuno; due famiglie vi potrebbero alloggiare comodamente. Ella mi domandò una delle mie camere per una istitutrice che voleva prendere, e mi fece capire che giudicava la casa appena bastante per sè. Io veramente avevo pensato di non restarci se prendevo moglie, ma intanto tutte queste ostilità più o meno coperte m'irritavano e pensai allora per la prima volta di abbandonare la mia città nativa, di portare Violet a Roma o a Napoli.

Non riferirò ciò che risposi a miss Yves. Allora mi parve che le mie parole avessero il fuoco dell'anima e così parve a lei pure. Rileggendole invece più tardi, mi parvero e mi paiono ancora tanto inadeguate a ciò che sentivo. No, non le trascriverò, sono foglie disseccate dell'agave; le lascio cadere.

XXIX.

Dato sesto alle mie faccende per un pezzo, mi dimisi da un ufficio pubblico cui più avrei mancato e ne ritenni alcuni altri senza importanza, per non dar luogo a troppi commenti. Partii quindi per Milano e presi la linea del Gottardo. Fui a Magonza il 21 giugno, avendo in animo di partirne la mattina del 25 col battello a vapore discendente che tocca Rüdesheim, sulla destra del Reno, alle nove. Arrivai a Magonza di sera, da Francoforte. M'ero messo in testa che Violet dovesse passare di là e avevo pigliato quel giro vizioso per fare, almeno in parte, la stessa via. Giungendo al ponte di ferro sul Reno, una gran commozione mi prese. Avevo veduto il Reno molti anni prima, alle radici del Rheinwaldhorn. Ero allora giovanissimo, avevo la testa piena dei versi di Heine, delle ballate del Wunderhorn e di figure tedesche, da Criemhilt e Hagen al Trompeter von Säkkingen. Per me le acque del Reno celavano un tesoro di fantastica poesia oltre a quello dei Nibelunghi; il suo nome solo m'inebbriava ed era stato il mio sogno di vederlo nel tratto più glorioso, fra Worms e Colonia. Non so cosa festeggiassero, quella sera, a Magonza. Il famoso fiume era zeppo di barche, sparso di lumi erranti; vapori andavano, vapori venivano, lentamente, con musiche o fuochi artificiali a bordo; la luce argentea di un faro elettrico batteva da lontano e oscillava sulle case della città, sulle rive gremite di popolo. Non credevo che il Reno fosse già così ampio a Magonza, e la mia prima impressione fu di stupore; ma poi dimenticai subito lo spettacolo, pensai solo che quella gran corrente mi avrebbe portato laggiù, oltre i lumi e le barche, al mistero delle ombre lontane, a questo ignoto Rüdesheim, a lei.

La sera stessa passeggiai lungo il Reno. Il nero spaventoso del cielo, i lumi del fiume, la folla silenziosa e ferma sulle rive, le musiche trionfali cui si mescevano di quando in quando da un vicino serraglio ruggiti di belve irritate, facevano uno spettacolo festoso e lugubre a un tempo che mi metteva sinistri pensieri. Me ne partii presto, mi misi a caso per viuzze deserte e mi trovai improvvisamente a fianco del Duomo colossale, cinto di silenzio. Mi fermai a contemplare la incerta enormità delle cupole e delle torri nelle tenebre. Là ritrovai la mia profonda gioia e me ne ritornai all'albergo.

XXX.

_(Dal quaderno)._

Magonza, Hôtel Karpfen, 21 giugno.

Amica mia, tu vorrai sapere cosa ho sentito questa sera, a Magonza. Ecco: di essere sulla soglia d'un'eternità. Anche la prima sera che udii la tua voce ebbi una simile impressione, ma allora la porta dell'eternità era chiusa. Adesso, diletta mia, io sono tu, la porta è aperta, odo la voce tua, sento che mi rinnovo, ch'entro in un mondo superiore. Cara, forse io pecco d'orgoglio, mi pare che nessun altro amore somigli al nostro, che siamo veramente uniti in Dio; questo pensiero mi esalta, mi inebria tanto! Credi, credi anche tu così! Ho avuto stanotte uno slancio tale di questa fede, contemplando sopra i fanali di una piazza deserta le sommità oscure della cattedrale. Ho alzato al cielo le mani congiunte.

Diletta, sei tu che mi rinnoverai. Se tu sapessi, sono come un fanciullo che sento di trasformarsi in un giovane, e ne ha la febbre. E la giovinezza, la vita piena, la potenza, la gioia sei tu. Tu mi farai quello che sarò poi sempre, poichè questa giovinezza che mi comincia ora è eterna. Lo credi, lo sai ch'entriamo nell'eternità? Stringiti a me, stringiti a me, perchè tu pure sarai rinnovata con me. Tutte le tue tristezze, tutti i dubbi, tutto l'amaro dell'anima tua, tutte le spoglie della prima imperfetta vita cadranno. Puoi tu immaginare il tempo che verrà poi?

Amore mio, senti questa cosa; noi non vediamo ancor bene. Quando saremo un solo, non ci potremo più dire a vicenda: «Tu sei la vita, la potenza e la gioia;» ma gli occhi nostri si apriranno, e noi, cercando nel nostro cuore, nei nostri pensieri, nelle nostre opere, in tutte le cose, l'Amore infinito, diremo a Lui, sempre a Lui: «Sei nostra vita, potenza e gioia!».

Dove sei tu in questo momento? Addio, ti amo!

(Versi pensati stasera in ferrovia, tra Francoforte e qui, non disciplinati nè disciplinabili):

Il treno va e tuona. Guardando la fioca Lucerna che trema, Io penso la fine, La dolce, la cara Lontana persona Che posa pensando Me solo, e, pensando, A me s'abbandona; Il treno va e tuona. Guardando le stelle Immobili, austere, Guardando le nere Parvenze de l'ombra Che fugge, che vola, Io penso lei sola, Io vedo lei sola, Respiro lei sola, Ovunque presente Nel cielo, ne l'ombra, Ne l'aria fuggente, Ne l'ebbra mia mente, Io sento il suo cuore Che batte, che batte, Le voci sue rotte Che dicono: «Vieni, Cedo, vieni, vieni.» Il treno va e tuona.

XXXI.

Il 25 mattina, alle sette e mezzo, partivo da Magonza sul vapore _Loreley_. Pioveva e tirava vento; le umili rive e le isole del fiume con i loro grandi pioppi sfumavano nella nebbia. I gioghi del Taunus non si vedevano affatto; ad un certo punto poco più si vedeva che i fiotti giallastri rotti dal piroscafo. Finalmente dietro i grandi alberi d'un'isola, al piede di fosche alture, ci apparve Rüdesheim.

Discesi all'Hôtel Krass. Sapevo che Violet non era a Rüdesheim, ma pure la sola aspettazione della venuta sua, un presentimento di ore felici, una incertezza del dove, del come, del quando le avrei parlato, mi fecero battere il cuore appena messo piede a terra. Guardavo avidamente le case, il fiume, le colline di questo paese che doveva diventarmi familiare e caro quanto altro mai. All'Hôtel Krass mi diedero una cameretta piccina, presso la sala da pranzo. L'unica finestra guardava il giardinetto a pergolati dell'albergo, un piccolo dado di ombra, di verde e di rose; di là dal giardinetto la ferrovia, il gran fiume verdognolo, le alture del Rochusberg. Tutto era nuovo per me, nulla mi pareva straniero.

Chiesi subito al cameriere, un gobbo chiacchierino, se vi fosse a Rüdesheim una famiglia Steele. Quegli mi rispose, spalancando gli occhi per la meraviglia, che sì. Il signor Paul Steele e la sua signora erano tra le persone più distinte del paese. Avevano degli ottimi vigneti sotto il Niederwald e sul Rochusberg, un gran palazzo a Magonza. Viaggiavano assai; il cameriere credeva che in quel momento fossero assenti; mi promise, a ogni modo, informazioni esatte. Seppi infatti da lui, più tardi, ch'erano a Francoforte e che quel mattino stesso avevano telegrafato di mandar loro certi oggetti a Magonza, dove intendevano trattenersi alcuni giorni. Non perdetti un minuto e scrissi a Violet per farle sapere dov'ero. Nella incertezza, feci due lettere; ne indirizzai una a Norimberga e l'altra a Magonza. Poi mi feci indicare la casa degli Steele, un villino elegante nello stile tedesco antico, alla estremità orientale del paese, presso all'incontro della strada di Geisenheim con la ferrovia.

La sera del secondo giorno dal mio arrivo ebbi questo biglietto da Magonza:

«Dovevamo restar qui una settimana, ma ho ottenuto che si parta domani. Oh non posso, non posso più stare lontana da Lei! L'anima mia è più che mai Sua, tutta Sua, ma, nella lontananza, le antiche obbiezioni mi combattono ancora. Io non voglio più ascoltarle, però soffro, soffro, ho infinitamente bisogno di esser con Lei. La mia amica desidera viaggiare di notte; così partiremo col treno della riva sinistra che arriva a Bingen prima dell'alba. Gli Steele hanno molte cose a fare colà e non si sa ancora quando tragitteremo a Rüdesheim. Se Lei ode il treno, metta un lume alla sua finestra; credo che lo vedrò benissimo anche dalla sponda opposta del Reno e sarò tanto felice di vederlo! Non venga a Bingen e neanche cerchi di vedermi nel passaggio dallo sbarco di Rüdesheim al villino Steele. Venga al villino alle cinque; allora ci troverà di sicuro.

«Addio, addio. _I love you._

«V. Y.»

XXXII.

_(Dal quaderno)._

Ad alta notte rombando Passava il treno lontano. Venni al balcon palpitando Con la lucerna a la mano.

Laggiù correvi correvi Tu via nel treno veemente, Come una stella vedevi La mia finestra lucente.

Allor ti strinsi al mio petto Con un fulmineo pensiero; Tu pur sul core m'hai stretto Nel più profondo mistero.

Passàr le rote remote, Io sul balcone impietrai; Mirai le tenebre vôte Ed il silenzio ascoltai.

XXXIII.

Non cercai di veder Violet al suo arrivo. Dal momento in cui mi scrisse «cedo» mai mai cosa alcuna mi fu più dolce che obbedire a un desiderio dell'amica mia, contrario al mio egoismo, ai desiderii miei. Io spero avere così amata una tale creatura, avere così usato un tal dono di Dio il meno indegnamente possibile. Solo mi permisi di andare verso le sei della mattina, allo sbarco del vaporetto che corre continuamente fra Bingen e Rüdesheim, essendo sicuro, per la lettera di Violet, ch'ella non sarebbe arrivata così per tempo. Mi trattenni colà un'ora a godere profondamente, ma tranquillamente, il momento futuro in cui sarebbe passata lei e io avrei dovuto starmene lontano. Ascoltando i mormorii della corrente veloce che spumava e luccicava sulle catene tese delle barche, non potevo fare a meno di pensare che forse anche il mio prossimo tempo felice passerebbe velocemente. A quest'idea non potevo reggere, la cacciavo da me con orrore.

Passai gran parte della giornata nei boschi del Niederwald, parlando alle piante e alle ombre, cercando e trovando con gran commozione il bianco Waldmeister del Bahnhofswald d'Eichstätt, declamando come un ebbro, per le verdi solitudini, i versi di quel giorno:

Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Alle cinque precise entravo nel villino Steele, Il domestico annunciò il mio nome in un salotto terreno dalle finestre gotiche, cui le invetriate a piccoli ottagoni, dipinte, davano ben poca luce. Per un momento, venendo dal sole, non vidi nulla. La voce di Violet disse «buona sera» e distinsi lei che mi veniva incontro porgendomi la mano. Accennò tosto coll'altra mano a una seconda ombra che si avvicinava. «La signora Steele» diss'ella. Si sentiva vibrar nella sua voce una repressa gioia, ma ella era tuttavia perfettamente signora di sè, aveva l'usata grazia disinvolta. La signora Steele mi diede il benvenuto molto cordialmente, mi strinse forte la mano e mi presentò ad alcune altre ombre femminine e mascoline, pronunciando il mio nome con una sicurezza che mi fece piacere come se vi sentissi un poco dell'amore di Violet che doveva avermi nominato a lei ben di sovente. Ella condusse, o per meglio dire, lasciò cadere la conversazione in modo che in breve tempo i suoi visitatori, uno ad uno, se n'andarono. Quando uscì l'ultimo il cuore mi batteva da spezzarsi.

--Se permette--mi disse la signora--vado ad avvertire mio marito.

Rimasto solo con Violet, me le accostai rapidamente. Ella si alzò in piedi, mi piegò, abbracciandomi, la testa sul petto. Nè lei, nè io potemmo proferire parola. Non avevamo più senso del mondo esteriore e neppur coscienza di esistere divisi.

Fu lei la prima che alzando il viso e gli occhi velati, smarriti in una felicità intensa, disse sotto voce:

--Mi ami?

Presi il caro viso fra le mani, lo trassi a me senza rispondere, posai le labbra sulle sue labbra, mi si oscurarono gli occhi, mi parve aspirar tutta l'aria, tutta la luce, tutta la vita del mondo. Udimmo in quel momento le voci dei signori Steele, ed avemmo appena il tempo di separarci. Quanto a me non potevo ancora parlare. Per fortuna gli amici di Violet intesero e parlarono sempre loro. Sulle prime non capii affatto ciò che dicevano; palpitavo ancora nella tempestosa gioia del momento appena trascorso, avevo i sensi troppo pieni di lei. Poco a poco intesi che mi consideravano una vecchia conoscenza, che sapevano già tanto di me e della famiglia. Avevano udito per la prima volta il mio nome non da miss Yves ma da una signora di Kreuznach, che aveva tenuto con me una corrispondenza letteraria. Mentre la signora Steele mi raccontava questo, Violet si ritirò.

--Un mese fa--disse allora ridendo il signor Steele, che mostrava non più di quarant'anni--non mi sarei certo immaginato d'avere così presto una figlia fidanzata.

Si entrò così nell'argomento. Dopo avermi fatto i maggiori elogi di Violet e avermi parlato di suo padre, ch'era stato forse il più caro e intimo amico della famiglia Steele, il signore e la signora mi dissero che tenevano da miss Yves l'incarico di raccontarmi cosa fosse accaduto a Norimberga dopo ch'ella vi era ritornata da Eichstätt. Ma Violet ricomparve prima che il racconto fosse incominciato, e il signor Steele rise molto della sua fretta.

La signora ci propose di uscire nel giardino, cui lei e suo marito desideravano, dopo la lunga assenza, dare un'occhiata. Presto mi trovai solo con Violet ed ella si lasciò cadere sopra un sedile rustico, pallida, con una espressione cupa negli occhi. Mi spaventai.

--No, no--diss'ella--sono troppo felice.

Sedetti accanto a lei. Ci guardavamo in silenzio, e certo il mio viso esprimeva una segreta angustia, perchè Violet mi stese la mano e la sua fisonomia irrigidita mutò improvvisamente, si ricompose in un sorriso dolcissimo.

--Ho paura di perderti--mormorò, e mi strinse la mano con un vigore di cui non l'avrei creduta capace; l'espressione cupa di prima le ricomparve in viso per un istante.

--Violet--susurrai.--Sposa mia.

I suoi occhi si velarono, la sua dolce voce mi disse con timida passione:

--Per sempre?

--Per sempre, per sempre.--Il mio cuore, mentre scrivo, risponde ancora così.

Non parlammo più. L'odor fresco del verde, il brillar del puro sereno, la nostra felicità, eran così dolci a godere in silenzio! Solo quando vide ritornare gli Steele, Violet mi disse:

--Domattina venga alle undici; mi troverà qui.

--_Venga?_--diss'io--_mi troverà?_

--Vieni--rispose Violet sorridendo--mi troverai. Ma per noi soli, finora; quando ci saranno altri, dirò ancora _Lei_. Domani--soggiunse piano e timidamente--spero avere da te...

Non osò compiere la frase e intanto sopraggiunsero gli Steele. Pigliai presto congedo; il signor Steele mi accompagnò a casa.

