Part 1
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[Copertina]
ANTONIO FOGAZZARO
IL
_Mistero del Poeta_
ROMANZO
MILANO
GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE
_Galleria Vitt. Eman., 17 e 80_
1888
[Occhiello]
IL MISTERO DEL POETA
[Frontespizio]
ANTONIO FOGAZZARO
IL
MISTERO DEL POETA
ROMANZO
MILANO
GIUSEPPE GALLI, LIBRAIO-EDITORE
_Galleria Vitt. Eman., 17 e 80_
1888
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano--Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 13.
All'on. sig. Direttore della _Nuova Antologia_.
_Egregio Signore,_
Una dama, che non ho l'onore di conoscere personalmente, mi ha inviato l'unito manoscritto. Vorrei pure trasmetterle, signor Direttore, la squisita lettera che l'accompagna; ma mi è vietato. Non ho quindi che ad indicarne, per sommi capi, la sostanza.
Questa dama ebbe il manoscritto in legato dall'autore, che militò non senza lode nelle lettere italiane ed è morto, quasi repentinamente, pochi anni addietro. Egli vi rivela una parte occulta, secondo credette, della sua vita, e vi prescrive all'amica di pubblicarne, in un caso preveduto, il racconto. Ora parrebbe che s'illudesse, da poeta, sul punto del segreto; e che, nella città di Lombardia dove visse, l'arcano fosse sufficientemente noto a parecchi. Ciò posto, non sarebbe più da pubblicare nulla; ma la signora non lo vuole comportare, parendole indegno di tener celata la descrizione di un amore ch'ella chiama eccelso, mentre tante descrizioni di amori volgari corrono il mondo. Propone quindi di pubblicare il manoscritto in forma di romanzo, tacendo il nome del protagonista e modificando gli altri, tranne uno solo cui non le regge il cuore di toccare. Propone altresì che il romanzo s'intitoli _Il Mistero del Poeta_; e confida in me per farlo uscire nella _Nuova Antologia_, dove altri lavori della stessa penna uscirono fra il 1865 e il 1880.
Non sono disgraziatamente abbastanza giovane per commovermi di un racconto simile, quanto se ne commosse la gentile signora. Tuttavia, non vorrei negare che vi si tratti di un amore assai più insolito nella letteratura odierna che nella vita reale; e mi piace di adoperarmi a farlo conoscere. Che i nomi si tacciano, si mutino o no, mi pare indifferente per noi, che possiamo lasciarne decidere alla coscienza della signora. Solo le scrissi che, mutandone alquanti, li muterei tutti. Che cosa ell'abbia risposto e fatto non può importare ad alcuno.
Il titolo proposto è desunto da certa conversazione riferita nelle ultime pagine del racconto, e io non ci ho a ridire. Quanto all'aprirgli le colonne della _Nuova Antologia_, veda Lei; spero che non ci saranno difficoltà. Se acconsente, La prego di pubblicare in fronte al _Mistero del Poeta_ queste poche mie righe, che serviranno di introduzione.
Accetti, egregio signor Direttore, i miei anticipati ringraziamenti e l'espressione del mio perfetto ossequio.
Vicenza, 15 Novembre 1887.
ANTONIO FOGAZZARO.
Nota--_Il Mistero del Poeta_ venne infatti pubblicato nella _Nuova Antologia_. L'EDITORE.
I.
Oggi, 2 novembre 1881, ho deciso di porre in iscritto il segreto ch'è la vita, la ricchezza e la potenza dell'anima mia. Nè i miei parenti nè i miei amici ne hanno, ch'io sappia, sospetto alcuno. Una sola persona vivente, in Italia, ne apprese da me qualche cosa; ma ella è tale che certo non ne ha fatto parola.
Parlo della persona che riceverà da' miei eredi questo manoscritto; parlo di Lei, cara e fedele amica. Se leggendo qui si ricorda di una chiesetta longobarda posata nel verde di campicelli montani; se si ricorda di una sottile voce d'acque nella solitudine, ricorderà pure quella mia confidenza, rotta da singulti senza lacrime, da una emozione che non era dolore. Io rimetto in Lei, oramai, il parlare e il tacere. Se il mondo continuerà ad ignorare il mio segreto, non ne parli, amica mia, che a Dio, nella preghiera; se qualche letterato, viaggiando fuori d'Italia, ne avrà incerta notizia e pretenderà poi far vedere il mio cuore per due soldi in qualche _Fanfulla_ o _Pungolo della Domenica_, senz'altra offesa che della esattezza storica, dica Ella privatamente il vero a coloro che in quel tempo mi ameranno ancora. Ma se si scriveranno di noi cose false che possano turbare ed affliggere, io La prego, a mani giunte, col cuore pieno d'affanno, a voler pubblicare il mio racconto. Avevo scritto _d'affanno e di sdegno_, ma ho cancellato lo sdegno, che spiacerebbe alla diletta come un'impurità. Non vi ha oramai per lei e per me che un solo pericolo su questa terra: un solo dolore chiediamo a Dio di allontanare da noi: lo scandalo. Esso è appena possibile, e spero che saremo esauditi; ma se nella sapienza divina fosse altro consiglio, faccia, amica mia, tutto, tutto ciò che faremo noi, se vivi. Ove non si credesse alla mia parola, la confermi con testimonianze e documenti; Le saranno forniti, ad ogni richiesta, dal mio amico Dottor Paul Steele, di Rüdesheim am Rhein, Prussia.
È il giorno dei morti, la nebbia fuma intorno alle finestre della solitaria villa dove son ospite dei miei nipoti, mi chiude nelle memorie del passato. Qualcuno ripete sotto di me, al piano, non so che musica monotona di esercizi: odo nella stanza vicina passi tranquilli di servi. Nessuno immagina quel ch'io faccio, quel ch'io sento. La mia mano trema, il mio petto è un palpito solo, le lagrime mi ascendono alla gola. E il racconto parrà poi a me stesso così freddo! Vorrei parlare, ma non con la parola che muore, parlare dall'ombra del mondo ignoto con la voce viva che va, che va, d'atomo in atomo, non posa mai, è udita forse nei mondi inaccessibili all'occhio umano, se vi sono colà spiriti potenti a sentire ogni moto. Vorrei poter parlare non alla folla, ma solo ai cuori generosi che una calunnia avrà contristati e ai cuori perversi che ne avranno goduto. Devo io dunque deporre la penna e affidarmi a Dio? Penso a lei, alla stella mia, e odo la sua dolce voce straniera, la voce più dolce, io credo, che abbia suonato su labbra umane, dirmi teneramente: caro, scrivi; _write, love_.
II.
Ella sa, amica mia, che fino al 1872 non ebbi segreti per Lei. Se non ci siamo amati, quantunque liberi, fu perchè, forse, v'era tra noi troppa affinità di sentimenti, troppa comunanza d'idee, troppa fraternità di natura; e l'amore, tra noi, sarebbe stato una specie d'incesto. Tale è la ragione bizzarra che ne trovammo insieme una volta. Non era tuttavia la sola, certo; ne avevamo altre, Lei e io. Non toccherò delle Sue, naturalmente; ma si ricorda del sogno che Le raccontai appunto nell'inverno del 1872, una sera ch'eravamo soli e ch'io Le avevo portato un libro curioso: «Du sommeil et des rêves?» Forse non se ne ricorderà. Lo strano del sogno è questo, che lo feci due volte a un intervallo di nove anni. Lessi nella mia prima giovinezza la poetica leggenda tedesca del pozzo tanto profondo da non potervi nè occhio, nè strumento umano arrivare all'acqua. Viene un trovatore, siede sul pozzale e suona dolcemente; l'acqua si muove; colui suona e suona; l'acqua sale poco a poco, sale sempre, brilla sulla bocca. La notte dopo sognai di salir da non so quale abisso per la potenza di una voce soave che diceva in alto, con accento straniero, parole incomprese. Mi svegliai piangendo, in preda a un orgasmo che mi durò parecchie ore, pieno di questa irragionevole idea, che la voce udita in sogno esistesse veramente, richiamandone alla memoria, più forte che potevo, il timbro singolare, tremando di dimenticarlo. Lo dimenticai in fatti e presto, ma non dimenticai il sogno, e non mi uscì di mente l'idea che fosse un sogno profetico, una comunicazione arcana della Divinità.
Nessuna voce femminile mi fece poi risovvenire di quella; ma nel gennaio del 1872, durante una convalescenza, rifeci l'identico sogno, riudii la dolce voce dall'accento straniero. Otto o dieci giorni dopo venni da Lei e Le portai il libro: «Du sommeil et des rêves.»
È quasi impossibile ch'Ell'abbia dimenticata la mia agitazione di quella sera. Può essere ch'io sia mistico per natura e inclinato a credere in certe occulte potenze dello spirito umano, in certe sue relazioni segrete col soprannaturale; è sicuramente vero che prima del gennaio 1872 avevo già fatto esperienza due volte, non in sogno, di tali comunicazioni dirette; una volta a dodici anni, un'altra sui quattordici. La prima volta ne riportai commozione e spavento benchè fosse un lieto presagio; tanto era nuovo a me quel concetto, tanto fu improvvisa e chiara la voce interna che mi parlò. Il presagio si avverò sedici anni dopo. La seconda volta non si trattò di presagi, e solo nella vita futura saprò se fu un delirio dell'anima o veramente la voce d'un altro spirito, come credetti e credo e sta scritto in certo mio libro. Era dunque naturale che la impressione del secondo sogno fosse in me fortissima. Credevo nella esistenza reale della voce udita, con più ardore ancora, se possibile, che la prima volta; credevo all'influenza salutare e potente cui avrebbe dovuto esercitare un giorno sopra di me la persona che parlava così. Immagini la mia angoscia Lei che sa in quali circostanze mi trovassi nel gennaio del 1872. Mi tenevo allora già legato e forse per sempre. Quando penso alla origine e alla natura di quel legame mi viene alle labbra un sorriso amaro, compiango la signora, compiango e derido me stesso. Di questo legame si è parlato nel mondo, falsamente; e non è male ch'io ne debba scrivere qualche cosa qui. Ella sa ch'io conosceva da molto tempo quella bella e intelligente dama, a cui il mondo attribuiva, prima che le relazioni nostre si facessero più strette, un amante. Andavo qualche volta da lei e c'incontravamo spesso in società. Credevo d'esserle affatto indifferente e la ricambiavo d'indifferenza; ma poche persone mi ponevano, come lei, in vena di spirito sarcastico. Una sera, a teatro, incontrai due volte col mio binoculo il suo rivolto a me, e la seconda volta ella sostenne alquanto il mio sguardo, prima di volgersi altrove. Credetti averne il cuore lievemente tocco, ma forse erano invece i nervi della vanità e della curiosità che simulavano un palpito. Attesi e ottenni ancora spesso quello sguardo: poi visitai la dama nel suo palchetto. Ella ebbe con me un contegno affatto nuovo, e mi diede, in presenza di altre persone, così evidenti segni di favore da imbarazzarmi. Mi figurai, andando a casa, d'esserne innamorato, e mi figurai in pari tempo che glielo dovevo dire. Adempiei questo imperioso dovere due giorni dopo. Si trattava di una signora maritata, ed è mia maggior colpa l'aver ceduto allora non alla violenza del vero amore, bensì ad un'ombra vana di amore. Ella mi rispose di essere dolentissima delle mie parole. Soggiunse, con mia grande sorpresa, che s'era accorta da un pezzo di questa simpatia, che non poteva nascondermi una certa inclinazione per me seguitane da parte sua, ma che avrebbe preferito non si fosse parlato mai, fra noi, di questo. Era risoluta di non mancare ai suoi doveri. Prima sarebbe stato possibile vedersi con molta frequenza ed intimità, come amici; adesso non era più da pensarvi. Mi consigliò di soffocare il mio amore che non poteva aver messe ancora profonde radici; così si sarebbe potuto fra qualche tempo godere in pace i beneficii di una pura e intima amicizia di cui avevamo forse bisogno ambedue.
Allora mi avvidi con sgomento che non l'amavo affatto, tanto mi gelò questo discorso; mi dissi ch'ero caduto da stupido nel laccio d'una civetta sleale, ma pure mentii per un falso sentimento d'onore, non accettai l'uscita ch'ella mi offriva, le risposi che l'amicizia non poteva bastarmi. Iddio sa se fui punito di una tale viltà, quando la raccontai palpitando a lei, insieme a tutti i falli, a tutte le miserie che mi rendevano indegno di quell'amore sublime. Una tenera parola grave, un bacio delle sue labbra mi hanno rifatto puro, come ci rifà puri l'onda d'infinito che passa talvolta per l'anima nostra dopo la preghiera; non sento più dolore nè vergogna di quel passato.
Tale fu l'origine del mio legame. Non credo che neppure la signora m'abbia veramente amato mai. Credo che le dicerie sparse prima d'allora su lei e il marito d'un'amica sua fossero false; ch'ell'abbia pensato un modo, poco felice, di smentirle; che la vanità l'abbia indotta a sceglier uno che scriveva versi di cui la gente e i giornali qualche volta parlavano; che finalmente ell'avesse una certa curiosità intellettuale dell'amore, forse anche un certo bisogno morale di emozioni, un inesplicabile bisogno di soffrire o far soffrire, tanto per sentir fortemente questa vita senza tuttavia porre l'altra in pericolo. Mi disse infatti che se volevo amarla con un affetto contenuto dal dovere non poteva vietarmelo, ma che saremmo stati infelici ambedue. Ell'avrebbe anche il rimorso di allontanarmi dal matrimonio, così desiderabile a me, rimasto senz'altri parenti che un fratello ammogliato; e l'età mia non pativa lunghi indugi. Più mi confortava a staccarmi da lei, più resistevo, più mi sentivo legare e stringere.
Che anno infelice fu quello per me! Qualche volta m'illudevo di amare la signora, e allora m'irritavo di trovarla sempre così rigida e sicura nella sua virtù, così padrona di sè. Molto più spesso mi sentivo freddo e soffrivo di esser falso, soffrivo delle esigenze di lei che, dicendosi gelosa della mia musa, avrebbe voluto regnar sola nel mio intelletto, ispirarmi secondo le sue idee e le sue inclinazioni. Non difettava d'ingegno nè di coltura, ma se tra me e Lei, cara amica, vi è forse troppa affinità d'anima, ve n'era invece troppo poca fra me e quella signora. Ell'aveva la religione dell'eleganza. Non la sola eleganza della persona o delle vesti era in lei seducente; anche la forma di ogni menomo gesto, della parola, di tutto il contegno era squisita. Ciò mi attraeva, ma ella portava questo culto anche nell'arte, e qui vi era nella nostra relazione una scissura sottile come un taglio di rasoio, appena visibile alla superficie, ma netta sino al fondo. Benchè non me lo dicesse, trovava certo i miei versi troppo democratici nella veste, troppo lontani da quella ricercata nobiltà di forma, senza la quale, per lei, non v'era poesia. Lo indovinai discorrendo con lei di altri poeti, e ne rimasi ferito. Mi offese il suo giudizio, mi offese una tale indipendenza del giudizio dal sentimento, poichè ella mi aveva confessato più volte, a voce e in iscritto, di amarmi. Avevo un altro ideale dell'amore, ero stato anche amato, tempo addietro, in altro modo, con la prepotenza del cuore su ogni facoltà e inclinazione della mente. Tuttavia, se mi avesse dato altri segni di un sentimento forte e profondo, se l'avessi veduta, almeno qualche volta, incapace di dominar la passione, non mi sarei offeso di questa sua indipendenza di giudizi. Ma ella si dominava sempre, e, discorde da me in molte questioni, anche di poco momento, ha sempre tenacemente insistito sul proprio punto. Mi convinsi dunque che il suo sentimento non era l'amore, e, poichè non l'amavo io stesso, risolsi di allontanarmene.
Ella dovette sospettarlo quando ci ritrovammo in città nel dicembre del 1871, dopo due mesi di separazione. Avevo in mente di partire a Natale per San Remo e di passarvi l'inverno; ma caddi malato. Allora ella fu di proposito imprudente e volle vedermi. Io vivevo con mio fratello ed ella non visitava mai mia cognata. La visitò in questa occasione, le chiese di potermi salutare. La mia pia cognata ne rimase talmente sbalordita, talmente scandolezzata che, malgrado la sua timidezza, esitò alquanto a consentire, e sono sicuro che poi se n'è confessata. Infatti in città si fece un grande scalpore di questa visita. Io lo seppi dopo la mia guarigione e temetti commettere, partendo, una ingratitudine, una viltà. La mia vita era così; un continuo fluttuare della mente e del cuore, ambedue senza luce.
La notte fra il 12 e il 13 gennaio 1872 rifeci il misterioso sogno. Venni da Lei appena fui in grado di uscire la sera; il 20 o il 21. Cara amica, Ella ebbe ragione di risentirsi con me. L'avevo, da un anno, trascurata indegnamente. Non era venuta meno in me l'amicizia antica, ma vergognavo di me stesso, e ciò mi teneva lontano da Lei. Quella sera venni come portato da una tempesta e Le dissi tutto, le raccontai il sogno con tale accesa fede nella sua origine sovrannaturale, nel suo senso profetico, che Lei mi credette minacciato di follia. Mi disse che non stavo ancora bene, che avevo bisogno di quiete morale, che dovevo svagarmi, viaggiare un poco, _e non scrivere troppe lettere_.
Lo avrei fatto se non si fosse risvegliata finalmente allora la gelosia del marito. Da capo credetti non poter abbandonare la signora. Ci vedevamo assai meno, ma pure non so per quale spirito di ribellione, per quale perverso istinto del cuore, appunto quando vi fu nell'amarsi angoscia e pericolo, appunto quando un'altra persona incominciò a sentirsene offesa o a soffrirne amaramente, quando la gente ci biasimò, parve che un soffio di vera passione entrasse in noi. La signora non si mostrò più tanto sicura di sè. Che il mondo ci giudicasse colpevoli era come un freno levato di mezzo; era un potente eccitamento al male quel subirne già gli effetti così. Per parte mia avevo la coscienza di scendere pian piano verso un abisso da cui salissero vampe calde a infiammare i sensi, a oscurare il pensiero. Sapendo di perdermi, mi ci sentivo tuttavia tratto da quello stesso istinto perverso. Però qualche volta mi arrestavo con terrore, mi proponevo di resistere. Una simile passione, fuoco di sensi più che di spirito, era contro la mia fede, contro l'alto ideale cui avevo desiderato conformarmi nella vita e nell'arte. Mi pareva di stare imprimendo un marchio d'ipocrisia o di vergogna sulla mia vita, sull'opera mia, sulla mia memoria presso i venturi, di tradir vilmente la mia bandiera. Ma poi non avevo la forza di astenermi dal vederla sola le poche volte che ciò era possibile, sapendo con quale fede ero atteso; e quando ero con lei, la sua bellezza, il suo turbamento mi toglievano quasi la mente. Per fortuna questi convegni non furono molti, nè lunghi, nè segreti, nè sicuri; ed è anche giusto dire che in lei durava sempre, quantunque un poco smossa e malferma, la buona volontà. Così passarono alcuni mesi fra i più agitati e tristi della mia vita. Fu quello il tempo per me della maggiore aridità e inerzia intellettuale; non so d'avere scritto in quei mesi un sol verso nè d'avere studiato mai.
Cara amica, mi sono assai dilungato su questo episodio che appena si lega con l'argomento del mio scritto, perchè volevo dire entro quali termini veramente si contenne, e anche espiare, almeno in parte, la mia debolezza colpevole, con un racconto che potrà temperare nella mia città la memoria di un passato scandalo, ma mi scemerà certo riputazione fuori, presso coloro che avranno letti i miei libri e ignorate queste miserie. E l'essermi indugiato in un proemio a me doloroso mi scusi se ora camminerò ancora più lento. Arrivo alla infinita dolcezza di disegnare in qualche modo e rivedermi anche sotto gli occhi vivo quel tempo, che nella mente mia è fatto eterno. _Melius quam cum aliis versari est tui meminisse_. Buona amica, le cose ch'io verrò parlando, un poco ogni giorno, con Lei, diventeranno Sue; se dovrà farle sapere al mondo, al mondo senza cuore, provveda Lei a che l'amico suo non sia giudicato senilmente verboso e importuno. Non Le dico questo per amor proprio; mi perdoni, è un folle dubbio fantastico il mio. Forse il bene ed il male che si pensa e si dice di noi sulla terra dopo la nostra morte, ci tocca tuttavia, in quanto è frutto delle nostre opere, con premio o con pena; mi par quasi che quei duri giudizi umani possano giungere al luogo eterno, e, più che me, contristar la diletta.
Scrivo queste ultime parole d'introduzione alle sei del mattino. L'aria è pura, un mite lume di luna cede quietamente all'alba serena; a piè della casa un bianco mare di vapori pesanti dorme sulla valle. Vorrei che fosse così, amica mia, anche là dove saremo dopo la morte e prima dell'ultima aurora, del giorno eterno; vorrei che dalla terra, tutta avvolta ancora d'ignoranza e di tristizia umana, nessun vapore maligno salisse a noi.
III.
Nel giugno del 1872 la signora andò col marito a passare l'estate sul lago di Ginevra. Intendevano ritornare in Italia per il Sempione e trattenersi poi alquanto sul Lago Maggiore, a Stresa o a Pallanza. Ella mi doveva scrivere da Ginevra se una mia visita segreta colà fosse possibile. In caso diverso avrei tentato vederla sul Lago Maggiore. Le promisi di lavorare, nel frattempo, alacremente.
Ella era infatti alquanto sorpresa e mortificata dell'assoluta inerzia intellettuale di cui l'amore mi aveva colpito, e ch'io, nel mio segreto, mi spiegavo perfettamente. Durante un anno e mezzo non avevo scritto che quattro o cinque liriche amorose, eleganti secondo il poter mio, perchè tale era il suo gusto, ma freddine. Ora ella si era innamorata degli _Idyls of the King_ di _Tennyson_ e avrebbe voluto ch'io scrivessi un poemetto di quel genere, il più raffinato, il più aristocratico possibile. Le promisi di fare qualche cosa, e sentendomi bisogno io pure di aria montana e di quiete, pensai di salire a Lanzo d'Intelvi dove conoscevo l'Hôtel Belvedere, comodo, elegante, ammirabilmente posto in una pittoresca solitudine, frequentato quasi esclusivamente dagl'Inglesi. Vi avrei potuto lavorare in pace.
Vi andai il 28 giugno, per Argegno. Trovai la valle così fresca e verde, l'aria così pura! Mi pareva di respirare libertà, innocenza e vita. Il mio vetturino si fermò alcuni minuti nel paesello di Pellio, poche casuccie fra i castagneti, con le finestre fiorite di garofani. Discesi alla fontana. Una giovinetta bellissima, dalle mani abbronzate e dalle braccia di latte, stava attingendo acqua e me ne offerse. Le chiesi se l'acqua era buona. Rispose nel suo dialetto:
--_La guariss de tucc i maa_ (guarisce tutti i mali).
La guardai con ammirazione. «Proprio tutti?» replicai. Ella non rispose più, arrossì e sorrise come se mi avesse letto nel pensiero. Bevvi alla secchia della bella giovinetta, e partendo da Pellio pensavo che forse la sua piccola bocca, il suo piccolo cuore, le sue braccia di latte avrebbero potuto veramente guarire ogni male. Era forse lei l'idillio che cercavo, con un poco di dramma e di mistero? Quelle braccia così bianche non eran d'alpigiana ma di dea; leukôlenos Hêrê.
Osservavo, salendo adagio fra le montagne, che la natura, mia vecchia amica, dopo due anni di silenzio, incominciava a parlarmi ancora. Bisogna essere un visionario inutile per sapere che gioia è questa di sentirsi in istato di grazia presso i sassi, le acque o le piante. Mi parve un segno che avrei finalmente potuto scrivere. Quando la montagna mi parla, il primo effetto n'è una dolcezza malinconica, un molle desiderio di sciogliermi nella vita delle cose; ma poi viene il fervore del concepire e la facilità dello scrivere. È lo stesso effetto che mi fa qualche volta Mendelssohn.