Part 9
Due sorrisi, una stretta di mano a traverso il tavolo e ricominciarono a divorare. Parlavano di mille cose, di mille nonnulla, e la conversazione di Claudina svolazzava: sfiorava fatti, idee, sentimenti, sensazioni, allegramente, leggermente, senza mai soffermarsi, vertigine di parole, ebrietà brillante di primavera. Alle frutta Farnese dimandò del buon vino. Ne riempirono i bicchieri, brindarono. Ora che il cameriere non interrompeva più per il servizio i loro colloqui, Claudina si era seduta su le ginocchia dell'amante, gli aveva passato le braccia intorno al collo e, fumando, gli soffiava il fumo negli occhi con il perverso desiderio di fargli male. Con i bicchieri innalzati, gli amanti incrociavano continui brindisi, come incrociavano i loro bicchieri, bevendo Claudina a quello di Farnese, che a sua volta s'inumidiva le labbra a quello di lei.
— Ah, come mi diverto, come mi diverto! Noi siamo due scolari, gridava Claudina. Evviva! Evviva! Dammi del vino, ancòra, ancòra. — E come Giuliano le mesceva quel leggero e biondo vino dei Castelli, Claudina aggiungeva ridendo follemente: — _Champagne_, _champagne_, ancòra e sempre: _Champagne, if you please_.
Nel momento che, bocca su bocca, gli amanti si baciavano con uno di quei baci appassionati, furiosi, veementi che annientano le personalità pel solo, grande ed eterno trionfo dell'amore, una giovinetta era comparsa, vendendo un grosso fascio di prime rose.
Giuliano le diede del denaro mentre Claudina afferrate le belle rose le mordeva, ne mangiava le foglie, sfogliava i bei fiori odoranti e passava le mani piene di petali ancòra umidi su le guancie ardenti dell'amante.
— Mi ami? mi ami? mi ami?
— Ti adoro!
Venti volte si ripetettero la dolce appassionata domanda, la semplice ma eloquente risposta. Essi si inebriavano della loro stessa felicità che veniva dai baci, dal vino, dal sole, dai fiori, dalla primavera, dalla gioconda libertà. Lungamente i baci susurrarono sotto la verde cupola, lungamente le anime si esaltarono all'odore delle rose, lungamente le parole amorosissime mormorarono tra quella grande fioritura di campanule, bianche, rosee, azzurre e gialle, che nei loro calici aperti sembravano accogliere quei susurri d'amore, tesoro ineffabile di passione e di giovinezza.
Già il sole diveniva sempre più pallido e tepido, nè più le lame della sua luce scendevano negli interstizii delle canne cinte di edera. Poichè il tramonto d'aprile si avvicinava, Claudina volle uscire e tuffarsi ancòra per l'ultima volta nel sole, bearsi di quella esuberanza di luce, di colori, di profumi, di vita rifiorente. Discesero di nuovo, nuovamente si avviarono verso il ponte Nomentano. Un drappello di soldati del genio era su una montagnola per un breve riposo da certe loro esercitazioni di barche, nell'Aniene. Il piccolo fiume non scintillava più al sole meridiano, ma nelle sue acque limpidissime rifletteva capovolte le sponde, il cielo terso e d'un azzurro regale. Ma sempre più il tramonto si avvicinava e sempre più l'esaltazione si calmava nel sangue e nei nervi degli amanti. A poco a poco, come su le cose, così su le anime loro la sera imminente distendeva i suoi veli oscuri. Qualche tristezza rifioriva nei loro cuori, qualche dolore nuovamente vi palpitava, a mano a mano che l'esaltazione impallidiva e si spengeva.
Claudina, che si era seduta su un masso di pietra contemplando il tramonto, parlava:
— Ecco che anche questa giornata tanto dolce è finita, ecco che rientriamo nella triste monotonia della nostra vita e, riabbassando la maschera su i nostri volti ch'oggi erano tanto felici di non doverla sopportare, riprendiamo il doloroso artifizio della nostra menzogna... Ah, come la vita sarebbe sciocca ed inutile se dovesse continuare così! Ma tu sai perchè ti amo; tu sai perchè ci amiamo; tu sai bene il mio sogno adorato. Noi ci metteremo presto al lavoro, n'è vero? Tu completerai la mia intelligenza, io diverrò migliore al fuoco della tua... Torneremo presto, n'è vero? al lavoro, alla fatica, ai fieri scoraggiamenti ed alle superbie tanto nobili! Poichè è solo la realizzazione di quel mio bel sogno che giustifica il nostro amore, noi dobbiamo far tendere a quello tutti i nostri sforzi... Tu sarai grande ed io sarò presso di te.... Tu mi offrirai un ramoscello del tuo alloro... Oh, il sogno, il nostro bel sogno!
Si rialzarono. Oramai il tramonto, dietro Monte Mario sfumato in una nebbia turchiniccia, slanciava in alto nel cielo il suo magico incendio, il portento delle sue fiamme. I cipressi sul ciglio di Monte Mario, disegnandosi su quell'incendio del cielo, sembravano veramente gli aguzzi denti di un pettine enorme. Gli amanti, vinti da una tristezza mista però di dolcezza e di squallore, discesero in un prato verde tempestato di margherite dove l'erba era foltissima ed alta. Seduti su l'erba, innanzi a quel tramonto meraviglioso di aprile romano, le loro anime si schiudevano per accogliere tutta la malinconia e tutta la maestà che, da quella conflagrazione di nubi ardenti e da quella vicenda di luci e di ombre nel cielo, emanavano. Furono allora, alla fine di quella dolce giornata d'amore, i baci freddi, assai più tristi che le lacrime; furono le strette di mano, quando le mani sono ghiacciate e non sono più due passioni che si attraggono, ma due tristezze profonde che si vogliono carezzare e cullare a vicenda; furono le indifferenti parole d'amore, vuote ed inutili parole d'amore, più dolorose di un silenzio, perchè mostrano lo squallore dell'anima e le lontananze dei cuori degli amanti.
E gli amanti, rientrando poco più tardi a Roma, lungo la via Nomentana silenziosa dove solo echeggiava il trotto dei cavalli, pensarono ch'era meglio tacere. Il crepuscolo scendeva umido e tetro. Il cielo all'occidente era di rosa smorta e ad oriente già si accendevano le prime stelle dei mirifici lampadarii che ignote forze sovrane sorreggono in cielo. E la giornata di gioia e di spensieratezza si chiudeva, dopo quella fiammeggiante apoteosi della fine, con la più dilaniante delle tristezze umane, la tristezza che non sa trovare l'ineffabile sollievo delle lacrime.
Quando Giuliano rientrò in casa trovò sua moglie occupata da alcune visite. Egli non potè schivare quei fastidii e dovette dire ancòra per la millesima volta quelle medesime parole con quell'immutabile accento di esasperante indifferenza che toglie vita ed anima ad ogni conversazione. Le signore ch'erano lì quel giorno avevano qualche segreto ch'egli conosceva, poichè sapeva come, ad esempio, quella signora Acquaviva fosse sollevata nei suoi frangenti finanziarii da un vecchio senatore elegantissimo, presso il quale il marito trovava sempre un più che affettuoso appoggio; nè Giuliano poteva non sorridere pensando che quella contessa Arlì, che ora parlava con tanta intransigenza su i costumi di qualche sua amica, era stata veduta entrare con un deputato di provincia, sciocco ma milionario, in una casa di via della Missione; ed il sorriso continuava osservando quella terza visitatrice, la signora Lancia, la quale girava i Ministeri, generosamente disposta verso chi intendeva giovare al marito, pagando di baci una croce di cavaliere della Corona d'Italia. Beatrice era visibilmente tediata da quel cicaleccio mondano, in cui la signora Acquaviva metteva delle sentenze politiche che le venivano dal suo elegante protettore della Camera Alta, la contessa Arlì delle filippiche contro gli innocenti _flirts_ da _cotillon_ di qualche sua intima amica, la signora Lancia l'apologia di suo marito e l'enumerazione dei meriti di lui, ch'ella ripeteva continuamente poichè era l'unico modo di far credere a qualcuno che il marito ne avesse. Giuliano ascoltava rovesciare uomini, tacciare d'imbecilli certe idee, ridere di una conscienza retta, enunciare paradossi sociali da quelle donne che spendevano circa duemila lire al mese per la loro sarta, combattere per il trionfo della morale proprio da quelle donne che oramai da lunghissimi anni ne avevano smarrito le traccie. La conversazione seguitava così, caustica e falsa, fra il sorseggiare di una tazza di thè ed il liquefarsi di un _fondant_, senza che mai svelasse un sentimento sincero, un'idea onesta, una sensazione elevata. Tra quelle cincallegre di salotto, alle quali solo i guanti e gli abiti erano mondi di macchie, più pura, più buona, più dolce gli appariva Beatrice, che in quel momento ascoltava quei discorsi vuoti con un fastidio doloroso, ch'ella nascondeva sotto un amabile sorriso decorativo.
Una dopo l'altra le tre cincallegre se ne andarono: la signora Acquaviva a raggiungere il senatore che, forse, era invitato a pranzo da lei (un pranzo che egli avrebbe pagato, prima di andarsene, con un biglietto da cinquecento lire), la contessa Arlì in cerca di qualche rapida avventura; la signora Lancia a tentare eloquentemente un qualche capo divisione perchè suo marito avesse, finalmente, in occasione della prossima festa dello Statuto, la tanto sospirata croce dei santi Maurizio e Lazzaro. Quando furono soli, Beatrice si sedette presso Giuliano che sentiva l'imperioso bisogno di stringersela al petto, di baciarla, poichè ella era così buona e così dolce, poichè egli ne scorgeva meglio, al contatto con le altre, l'immacolata anima. Il marito si lasciava prendere a quel fascino di dolcezza che, come un profumo, Beatrice spandeva intorno a sè. Egli dimenticava la sua vita, gli sembrava di non essersi mai distaccato dal fianco di lei, di averla ininterrottamente e così amorosamente sentita palpitare tra le sue braccia. La sua vita passata — di un passato che datava appena da sessanta minuti! — si aboliva; ed è per questo che i baci posti da lui su le labbra di sua moglie non gli apparivano sacrileghi, nè rubati nè umilianti quelli con i quali l'innamorata gli rispondeva.
Ma il domestico che entrava, recando un pacco di libri giunti in quel momento, ruppe l'incanto. Beatrice, seduta al pianoforte, interrogava ora Giuliano su l'impiego della sua giornata, gli descriveva la sua, trascorsa tra le sue cure di mamma affettuosissima ed i suoi fastidii elegantissimi di donna di mondo. Cominciò allora per Giuliano la dilaniante commedia della menzogna e del ripiego, più amara, più crudele, più umiliante, dopo quell'oasi d'oblio, di pace e di confidenza. Ma le domande di Beatrice incalzavano. Il silenzio sarebbe apparso un'accusa, una confessione. Il marito, allora, cercò le parole più adatte a togliere dai sospetti l'innamorata, inventò abilmente le occupazioni di una intera giornata, con una grande minuzia di particolari; particolari tali, però, che non se ne offrisse a Beatrice la possibilità del controllo. Ella ascoltava — e così grande era l'accento di verità e di semplicità dell'infedele, ch'ella credette.
Credette! Era appunto questa fiducia di lei che feriva più profondamente Giuliano, nel cuore. Evidentemente, s'egli architettava con la massima abilità un edificio d'inganni e di piccole menzogne per giustificare presso Beatrice le sue ore, era perchè ella credesse, perchè ella quietasse la sua anima affannata da tanti palpiti nella dolce mitezza della fiducia. Ma tuttavia, quando vedeva che Beatrice gli prestava fede, la fede desiderata, quando osservava il volto di lei appianarsi ed illuminarsi d'un dolce sorriso d'amore, egli sentiva prepotente il bisogno di gridare all'illusa: «No, no, non credermi così facilmente! Quel che io ti racconto è menzogna. Io ti ho ingannato, ti inganno, io non avrò la forza di non ingannarti più. Non sorridermi, così, d'amore..... Ma guardami in volto e leggimi su la fronte la menzogna..... Che i tuoi occhi e le tue labbra non mi diano più baci ma mi scaglino contro l'insulto, l'insulto e il disprezzo per la mia miseria e per la mia viltà!» Tuttavia la ragione riprendeva il sopravvento su quell'onesto moto di una conscienza che si serbava ancòra integra, sotto le scorie delle falsità e delle ipocrisie. Ed egli taceva; seguitava ad intessere le fila dei suoi inganni, mentre l'innamorata seguitava a sorridergli di amore e di fiducia ed il suo volto sempre più si rischiarava di un così soave sollievo.
Tutto questo, però, non impediva che la conscienza di Giuliano sanguinasse. Quella fiducia di Beatrice così intiera e sollecita gli faceva sentire ancòr più il triste peso della sua vergogna. Egli avrebbe quasi desiderato che la verità emergesse solenne ed inesorabile, affinchè la commedia miserabile finisse nel dramma, certamente più doloroso, ma più nobile; ed allora i baci di lei gli facevano male, lo umiliavano, lo avvilivano tanto!.....
— Tu hai lavorato molto, io invece ho oziato, gli diceva Beatrice. Tu sei triste, lo vedo. Io non so che fare per te. Ma se i miei baci possono darti un po' di gioja e porti un sorriso su le labbra, ebbene, prendili, prendili, sono tanti e sono tutti tuoi!.....
Ella si strinse, si avvinghiò a lui, lo baciò appassionatamente. Come un colpevole — quale egli era, del resto — Giuliano sentiva quei baci irrorargli le labbra che ardevano e pure tremavano, a un tempo. Loredano che entrava, di ritorno per il pranzo, lo liberò da quell'agonia atrocissima che aveva pur troppo le rosee e belle apparenze dell'amore.
X.
Molte volte, nella vita, pur premunendosi contro le persone e le cose che si temono, si tralasciano cose e persone che appaiono trascurabili, mentre sono appunto quelle che più tardi nuoceranno. Certamente Farnese, salendo in quella sera di primavera la grande scala del Teatro Nazionale, non avrebbe mai pensato che da quel momento la sua sorte era decisa, la rivoluzione più violenta della sua esistenza e della sua anima iniziata irreparabilmente. Egli aveva il cuore in festa. Una giornata di lavoro gli aveva diffuso nel cuore e nei nervi quella deliziosa ebrietà che dieci ore di tavolino recano sempre ad un artista vero. La sua conscienza era anche tranquilla: Beatrice, invitata a pranzo da Lady Tremmel, vi si era recata con Leonardo Loredano; Giuliano, protestando una lieve indisposizione, era rimasto a pranzo con i suoi bambini, per non incontrarsi nei salotti ed alla tavola della deliziosa Lady Tremmel con una persona ch'egli non amava avvicinare. Il pranzo era stato gaio. I bambini avevano voluto ascoltare dal padre fiabe e racconti, ma senza fate, senza reucci e senza reginotte perchè quella «era roba da bambini», come sentenziava il piccolo Luca. Gli scoppî argentini di risa delle sue creature avevano sparso nel cuore del padre la più grande pace e la gioia più intima. Dopo il pranzo, era rimasto con loro a sfogliare un libro di viaggi, dono di Loredano ai bambini, aveva anche dato dei punti — lui! — alla _sortie du bal_ della bionda bambola di Anna Maria. Infine egli aveva accompagnato con Miss Margaret, l'istitutrice, i bambini a dormire. Li aveva veduti, inginocchiati a piè del letto, mormorare le brevi ingenue preghiere che Beatrice aveva loro insegnate e nelle quali i bimbi pregavano anche per la felicità del loro babbo. I due ninnoli biondi, immacolati nel candore dei loro lettini, erano in quiete. La lampada, sotto il paralume di tulle, era stata abbassata.
Giuliano era uscito in punta di piedi; in anticamera aveva indossato il soprabito e s'era avviato verso il Nazionale, leggero e giocondo come a vent'anni, a Padova, quando dopo le opprimenti lezioni alle sue indomite scolaresche, poteva raggiungere la sua cameretta modesta per dedicarsi ai suoi prediletti lavori letterarii, quei lavori che dovevano poi dare ricchezza e gloria all'oscuro professore d'allora. Camminava a piedi in quella dolcissima sera di primavera. Da alcuni giardini della via Nazionale giungeva un acuto ed inebriante profumo di ciclami; festoni di lilla pendevano lungo le mura verdeggianti d'edera di una palazzina. Sua moglie non sarebbe rientrata che tardi dalla casa di Lady Tremmel, poichè dopo il pranzo intimo, l'elegantissima inglese offriva alla società romana l'ultimo suo ballo della stagione. Giuliano aveva dunque stabilito con Claudina di passare a prenderla al teatro, per poi rientrare insieme, a cenare e a bere dello _champagne_ tra i baci più capziosi del vino, nel civettuolo appartamento dell'attrice.
D'un passo leggero Giuliano, salite le scale, aveva percorso il corridoio del primo ordine e s'era fatto aprire il solito palco di proscenio. La sala era rigurgitante, sebbene le rappresentazioni della _Chimera_ fossero già ad un numero enorme. Il terzo atto volgeva al suo termine e Claudina, nella parte della contessa di Varrena, scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando, dopo scoperto il baratro verso cui scendeva, presso di sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno. Da quella sala rigurgitante saliva l'applauso così demoralizzante per un autore drammatico, l'applauso obbligatorio al dato momento, demoralizzante perchè ha in sè qualche cosa di quello tribuito al tenore che avanza al proscenio, per lanciare le ultime note della sua romanza, onde avere più insistente l'acclamazione della galleria.
Giuliano, finito l'atto, si avviò al palcoscenico, deserto in quella sera di rappresentazione senza speciali attrattive e senza avvenimento artistico o mondano. I pompieri passeggiavano con passo monotono su le tavole, i macchinisti ridevano in gruppo, i servi di scena preparavano l'elegante salotto del quarto atto. Uno o due attori passeggiavano, leggendo un giornale. Giuliano, giunto al camerino dell'attrice, vide che questa, dietro l'usciolo socchiuso, l'attendeva.
— Come hai tardato!... gli disse Claudina, appena fu entrato.
— I miei bambini hanno tardato ad addormentarsi, ei rispose; e prese il bacio che le labbra di Claudina gli offrivano.
Giuliano diede allora sfogo alla sua gaiezza. Parlava di tutto e su tutti, con volubilità insolita, interrompendosi con frequenti e cordiali scoppii di risa. Ma Claudina, mentre poneva il rosso su le due guancie e con la carezzante zampetta di lepre ve lo spandeva, non secondava quella gaiezza. Ella rimaneva silenziosa e triste; e solamente di tanto in tanto un sorriso illuminava il suo volto, quando Giuliano scherzava, ma era un sorriso pallido e forzato. Dopo un po' di tempo lo scrittore aveva notato quel malumore ed aveva interrogato in proposito Claudina, la quale aveva risposto evasivamente. Ma le domande di Giuliano divenivano più incalzanti, più penetranti e Claudina nel suo silenzio perdeva terreno.
— Ebbene, disse finalmente non potendo più serbare il suo segreto, è meglio che tu lo sappia. Un telegramma di stasera a Savarese annunzia che il Teatro Filodrammatico a Milano è a nostra disposizione dal quindici maggio e noi dovremo partire fra tre giorni.
— E tu pensi di partire? mormorò Giuliano freddamente.
L'attrice rimase confusa. Tentò di far parlare la ragione, ma Giuliano negava con ripetuti cenni del capo ed a Claudina, allora, sfuggì di bocca la verità:
— No, no, io non ho mai pensato nemmeno per cinque minuti alla possibilità di una tale partenza, te lo giuro! — ella esclamò; poi aggiunse: — Ti amo troppo! — e continuò a lungo per dirgli tutto quel che pensava.
Ella avrebbe tutto affrontato, avrebbe giocato reputazione, denari, successi, pur di non allontanarsi dall'adorato. Che era per lei la riputazione s'egli non era presso di lei? Che erano per lei i denari che non le servivano, e che non potrebbero dorare mai una desolazione dell'anima? Che erano per lei successi, trionfi, allori, se Giuliano non ne era partecipe, se egli non era là con lei per essere altiero della gloria di lei che veniva dall'opera sua? Ella sarebbe rimasta a Roma, avrebbe chiesto, per ora un trimestre di riposo, e, se non glielo avessero concesso, era pronta a rompere il contratto, accettando di pagare qualsiasi penale. Ella enunciava questi progetti con parole roventi ed appassionate e Giuliano sorrideva alla violenza di quel torrente d'amore. Fu allora lui a parlare il linguaggio freddo della ragione. Conveniva a Claudina di abbandonare il suo eminente grado di attrice, di far prendere il suo posto da un'altra? Non era piuttosto meglio ch'ella andasse a Milano, che si affrontasse una volta per tutte quel grande strazio del distacco? Egli si sarebbe in breve recato a Milano a riabbracciarla col plausibile pretesto di assistere alla prima rappresentazione della _Chimera_ in quella città, dove egli aveva sempre raccolto i suoi successi più belli ed unanimi?
Egli, da una parte, pensava dentro di sè che non sarebbe stato dolente della partenza di Claudina. Chi sa se da quella partenza non avrebbe datato per lui il ritorno ad una vita migliore! Chi sa se ciò non avrebbe ricondotto la pace nel cuore di Beatrice e l'amore di una volta fra loro! Ma Claudina protestava: quando ella, un giorno, volesse ritornare sul palcoscenico le farebbero d'ovunque ponti d'oro... Perchè, allora, soffrire lo strazio di quel distacco, quando era possibile evitarlo con quella permanenza a Roma, con quel riposo temporaneo che anche la sua salute, scossa da tante fatiche e da tante dolorose battaglie morali, richiedeva prepotentemente? Ella usava con molta abilità di tutte le malìe del suo sentimento per convincere l'amante. Ma egli, del resto, che in fondo non amava Claudina ma che l'aveva tutta nei sensi, nel sangue, nei nervi e che non vedeva per ciò senza terrore lo sconforto di un distacco, non desiderava di meglio che lasciarsi persuadere. Così che quando il campanello squillò per il quarto atto la loro sorte era decisa e Claudina suggellava coi baci la sua promessa d'amore.
Una voce disse dietro la tenda:
— Claudina, fra dieci minuti tocca a voi.
Gli amanti, smarriti nell'oblìo del bacio soave, non udirono. Allora la porta cigolò sui cardini ed apparve fra la tenda il volto di Lorenzo Gray.
Il piccolo e silenzioso dramma fu rapidissimo. Al cigolìo della porta gli amanti si erano disciolti dal loro abbraccio, ma non così prontamente che a Gray fosse sfuggito il loro imbarazzo rivelatore. Claudina impallidì. Gray, divenuto terreo ad un tratto, si ritirò. Giuliano noncurante salutò Claudina, dicendole che andava ad attenderla nel suo palco, per cenare poi insieme, secondo il convenuto. Appena rimasta sola, Claudina uscì dal camerino, s'incontrò con Gray pallidissimo che l'attendeva dietro una quinta.
— Finalmente, le disse questi fremente, dissimulando per le persone ch'erano intorno a loro, le parole roventi nei gesti semplici e corretti. — Finalmente ho la prova lampante che voi siete l'amante di Farnese. Avete finito di canzonarmi, così..... Ma, del resto, io m'illudo forse ancòra! Voglio che voi, voi, voi me lo diciate, che voi mi gridiate di essere l'amante di quell'altro. Su, via, via, un poco di coraggio.... Ne avete tanto!
Il gesto era convulso, la sua voce fremeva, i suoi sforzi per frenare i gesti violenti apparivano enormi. Claudina innanzi a quell'ira, innanzi allo insulto di un uomo che non aveva alcun diritto su lei, non seppe più contenersi.
— Ebbene, sì, sì, gli gridò sul volto con una voce stridente che passava fra i denti stretti per l'ira. Sono l'amante di Farnese, sì, e non da oggi solamente. Vi va? trovate ancòra a ridirvi? Capite che io me ne rido di voi e delle vostre ire, capite che voi non avete nessun diritto su me, nessuno, lo capite? Capite che io non vi permetto di farmi nè da solo nè innanzi alla gente scene ridicole, scene che non fareste se non foste lo sciocco che dimostrate di essere?.... Volete intendere finalmente che mi avete annoiata, annoiata da morirne! che non ne posso più con la vostra gelosia indelicata, che mi fate ridere e mi avete fatto sempre ridere con le vostre pretese?.... Io sono libera, liberissima di me e faccio di me stessa quel che più mi piace! Volete accorgervi una volta per tutte, che per fare l'Otello, non siete che un Otello di carta pesta?....