Il Miraggio: Romanzo

Part 8

Chapter 83,774 wordsPublic domain

— Ah, io non ti amo, non è vero? ella diceva con la voce ora secca e stridente, ora rotta dai singulti, ora commossa e tremante. Io non ti amo! E tu puoi dir questo sorridendo, calmamente, tu puoi negare tutto ciò che nel mio cuore s'agita e palpita per te; tu puoi dire che io non ti amo, sol perchè ti ricuso il mio corpo che unicamente il tuo desiderio invoca, giacchè quella tua lacrima troppo presto prosciugata mi dice bene che la tua anima è altrove! Tu non sai, Giuliano, con quale passione, invece, l'anima mia forte e sicura si è avvinta alla tua, così incerta, così vagabonda! Tu non sai il tesoro di sentimento che freme qui dentro per te......... Poichè sei tu che mi hai rivelato l'amore, da te ebbi il primo bacio ed il primo sospiro di voluttà! Tu non imagini, è vero? che possa essere appunto perchè ti amo tanto, che ti consiglio di fuggirmi, di restarmi lontano, di tornare a tua moglie, ai tuoi figli, al tuo lavoro di grande artista! Grande artista! Eppure tu lo sai che l'amor tuo coronerebbe il mio sogno di fanciulla, tu lo sai quanto io bramavo di essere amata da un artista che potessi completare e sorreggere, che mi sapesse guidare e mi potesse ispirare, al quale io potrei forse un giorno offrire un piccolo ramo del mio alloro, come vorrei vivere dolcemente all'ombra del suo....... Ebbene, perchè respingo la realtà di questo sogno, perchè esito ad aprirti le braccia, l'anima e le labbra per salire in un cielo così alto, così grande, così bello, così splendente dove gli altri non ci potrebbero più raggiungere? Non per amore, è vero? Ma non sei tu il trionfatore di questa sera? Ed io non devo a te il mio successo, il trionfo mio, non devo a te il mio poco ingegno, la mia vita che da stasera s'apre luminosa? Ed io, io, non dovrei desiderare di tenerti sul mio cuore, di baciarti, di passarti le mani fra i capelli come ad un fanciullo, a te che sei trionfante, a te che le altre non hanno e desiderano, a te che sei più alto, più buono, più forte di tanti, di tutti? Ah sì, credimi, il mio impulso sarebbe di caderti fra le braccia; ma so io forse dove andremo a finire e che ci riserba il destino? Io so che una donna cui tu appartieni, ti ama: penso che ti ruberei a lei, questo solo mi frena e mi vincola..... Ma non imagini tu quanto deve costarmi questa rinunzia, no? Il fantasma di quella dolente mi appare, ma non pensi che il mio desiderio ed il mio amore sono più forti e che io devo tanto soffrire perchè quel fantasma non sia schiacciato e vinto da questi? Tu che realizzi il mio sogno, tu che sei glorioso, come io sognava il mio amore, tu sei di un'altra ed io devo ricordarmelo, io devo contendermi a te ed a me stessa! Che vuoi, se io sono così?... Se io penso tutto quello che soffrirei se fossi lei, Beatrice? Sono sciocca, sì, lo so....... Ma sono anche buona e ti amo tanto!....

Le lacrime represse sgorgarono. Ella portò le mani agli occhi lacrimosi e la camicia non più trattenuta si aprì sul petto e dalle sue trine emersero i piccoli seni, fresca e giovane bellezza. Giuliano, a quella vista improvvisa, si avventò verso la donna che piangeva, la rovesciò su i cuscini dove la capellatura si sparpagliò lussureggiante, ombra misteriosa e sontuosa al piccolo volto smorto, le mise le labbra su le labbra, la sentì vacillare sotto i suoi baci. Lo enimma dei sopraccigli bruni di Claudina si sollevò, si schiuse, apparvero gli occhi in lacrime, supremamente amorosi. Infine le anime erano riapparse; ed al trionfo ultimo del desiderio, esse non scomparvero di nuovo, ma s'armonizzarono con quello in un unico concerto ideale e profondo. La luce della lampada, dalla quale il serico riparo era caduto, s'avventò come un turbine su i due corpi; si sparse, si abbandonò ad una danza frenetica, che circondava e celebrava di chiarore la loro stretta, unendo i loro corpi con collane di splendori e di penombre.

L'alba già insinuava le sue lame argentee fra le persiane socchiuse, quando Farnese si destò avendo Claudina fra le braccia, con la testa poggiata sul suo cuore. La dolcezza di quell'abbraccio ed il tepore di quel letto voluttuoso lo inducevano a rimanere ancòra in quell'attitudine d'amore. Ma il suono di un orologio nella stanza contigua gli annunziò che eran già le sei del mattino. Col capo pesante pel sonno brevissimo, per le agitazioni della sera innanzi e le nebbie del piacere, egli si levò, dopo avere dolcemente disciolta Claudina dal suo abbraccio. Si vestì guardingo, per non fare rumore, baciò l'amante su la bocca lungamente, la guardò a lungo. Ella non si destò. Farnese pensò che doveva rientrare in casa prima che i domestici fossero levati ed i bimbi desti. Si avviò, allora, in punta di piedi verso la porta ed il suo passo non era che un fruscio sul tappeto spesso. Quando fu all'aria frizzante di quell'alba invernale, egli si sentì sollevato, più leggero, più libero. Si avviò a passo celere verso la sua casa, salì la via del Tritone, la salita delle Quattro Fontane, percorse la via Venti Settembre. Durante tutto il suo cammino, egli non poteva interdirsi di pensare a ciò che era avvenuto. Aveva conscienza che il legame con Claudina era oramai indissolubile; egli aveva troppo gustato i segreti dell'amore appassionato di lei per non desiderarli ancòra, per non ricercarli, per poterli dimenticare. Nel tempo stesso, però, egli dubitava e per la prima volta del suo amore verso Claudina. Sentiva l'amore lontano, ben lontano, ed il suo cuore ne sembrava a lui deserto. Tuttavia egli aveva follemente desiderata ed invocata Claudina, poche ore prima! Ricordandolo egli attribuiva solo al desiderio ed ai sensi tutto il trasporto ch'egli aveva provato e seguitava a provare verso la celebre attrice. Giuliano si sentiva solo, tanto solo, e la tristezza lo afferrava, uno scoramento indicibile in quell'ora del mattino in cui Roma si destava al lavoro quotidiano ed all'incessante dolore, dopo il lieve riposo della notte, dopo la breve oasi di calma che il riposo ed il sogno avevano rappresentato. La solitudine della sua anima lo lacerava. Anche nella oramai finita notte di amore, egli aveva inteso quell'anima emigrare verso cieli lontani ed ignorati, dove il suo sguardo non la raggiungeva. Ma allora la grande fiamma vivificatrice dell'incendio sensuale l'aveva animato, sorretto, sospinto, nella triste vedovanza del sentimento. Al contrario, adesso, questa vedovanza gli diveniva insopportabile.

Il pensiero gli venne, come più si avvicinava alla casa, di distendersi nel suo letto, di dormire, di placare quell'inafferrabile malessere. Nel giardino che circondava la sua casa già le prime rose primaverili accennavano a fiorire dalla rossa gemma dei loro bocciuoli. A lui sembrò un lieto presagio ed il suo cuore fu sollevato dal gravame di quella triste resipiscenza, di quel sentimento tardivo, di quel rimorso inutile. Breve sollievo! Poichè, appena entrato in casa, trovò, seduta in una poltrona nel suo salotto, Beatrice ancòra desta che l'aspettava. Egli vide il corruccio negli occhi della cara donna, una dolorosa piega di tristezza invincibile agli angoli della sua bocca. Non ebbe la forza nè di inventare una menzogna, nè di confessare la verità. Un peso enorme lo accasciò. Le rughe dei suoi giorni cattivi linearono la sua fronte impallidita. Gli occhi di sua moglie erano fissi su lui, lo seguivano nei suoi movimenti: egli li sentiva, ne percepiva la tristezza e l'angoscia, ma non aveva la forza d'incrociarli coi suoi. Il suo accasciamento aumentava ogni minuto. Si lasciò andare sul divano ove rimase immobile, finchè sua moglie, aperte le persiane, uscì lieve e dolente, senza guardarlo, portando via la lampada. Ed a lui parve ch'ella portasse via tutta la luce del suo pensiero ed il calore della sua anima combattuta.

VIII.

Alcune pieghe del nostro carattere sono talmente speciali e così intimamente nostre, così profondamente buone o cattive, che anche quando la passione, la grande maga, tutto rovescia, quelle restano tuttavia vive ed integre, e pur avendo la passione modificata tanta parte del nostro essere ha dovuto lasciare intatte quelle intimità singolari. Claudina Rosiers, trascinata sempre più e vertiginosamente dopo quella notte d'amore su la china rapidissima della passione, non perdeva quella tristezza, che la conscienza del male commesso contro una povera donna innocente le diffondeva nel cuore. Farnese s'adirava per quel rimorso, ch'era come un limpido specchio del suo, un indice inesorabile del male ch'egli commetteva, un ricordo continuo del delitto d'amore da lui compiuto. Claudina Rosiers aveva escogitati tutti i mezzi perchè la sua passione per Farnese non apparisse ad alcuno. L'astuzia e la prudenza della donna erano state messe a contributo. Non ostante che al Teatro Nazionale continuassero trionfali le rappresentazioni della _Chimera_, Giuliano vi si recava ormai molto di rado. Egli vedeva Claudina a sera tarda, rimaneva con lei qualche ora della notte. Oppure, nei giorni in cui Claudina non aveva prova al teatro, fuggivano in campagna, si recavano a colazione spensieratamente in un'osteria suburbana, come due scolaretti che abbiano fatto _école buissonnière_. E, nei rari incontri di Claudina con lo scrittore innanzi alla gente, si ostentava dai due una grande freddezza ed una placida indifferenza, così abilmente rappresentate che tutti abbandonavano persuasi i loro sospetti.

Uno fra tutti era però difficile ingannarlo: Lorenzo Gray. Egli persisteva nelle sue smanie amorose per Claudina, continuava a rammentarle i giuramenti fattigli — che, se un giorno ella si fosse persuasa all'amore, avrebbe ricordato la sua rispettosa passione ed il suo silenzioso dolore, — continuava imperterrito a spiare le azioni e le parole di Claudina, ad architettare castelli fantastici sopra un solo gesto insignificantissimo dell'attrice, ad assediarla di domande, di inchieste, di preghiere, di rimproveri. Claudina sopportava, un po' perchè impietosita verso quell'uomo che sinceramente soffriva, ma sopra tutto per prudenza, perchè, scatenato, quel geloso avrebbe potuto nuocere. Ma non sempre ella era del medesimo umore, non sempre la pietà o la prudenza la vincevano sul fastidio ed il dispetto, ed allora rispondeva con mal garbo alle proteste di Gray ed il geloso per giornate intere mordeva il freno, ronzava sopraccarico di cento sospetti intorno all'attrice. Gli era stato sufficiente di giungere improvvisamente all'appartamento di piazza di Piazza di Spagna e di trovarvi Farnese, gli era stato sufficiente di recarsi in una sera di riposo al Teatro Costanzi e di scorgervi in un palchetto Claudina Rosiers in compagnia dello scrittore, perchè i suoi sospetti sconfinassero nel campo dell'assurdo e si esaltassero fino ad una gelosia tanto più fiammante ed irragionevole, quanto più era illecita ed ingiustificata. E questa gelosia aumentava, a misura che Claudina la colpiva d'ironie o la combatteva.

D'altra parte, Claudina si sentiva di giorno in giorno più felice per potersi rattristare al pietoso spettacolo delle sofferenze di Gray, sofferenze ch'egli amava ostentare e che raccontava al primo indifferente incontrato per via, al ristorante, al teatro. L'attrice viveva nella realtà del suo sogno e nelle braccia di Giuliano Farnese cullava i suoi dolci fantasmi di gloria comune, di grandezza comune, quei fantasmi e quelle visioni incitanti di gloria che erano la sua vita, la sua sola dolcissima illusione. Se la felicità di quei giorni era stata turbata, in principio, dai racconti che Giuliano faceva a Claudina delle tristezze di sua moglie e dell'incalzare dei suoi sospetti, ora queste sofferenze erano divenute più rare. Non ch'ella non sentisse più il rimorso addentarle il cuore ed il suo sorriso non fosse più amareggiato dal fantasma dell'offesa; ma questo fantasma oramai, sebbene più gagliardamente e con più crudeltà, le appariva ad intervalli sempre maggiori, poichè ora Giuliano serbava segreta nel cuore ogni sua sofferenza. Egli sentiva atrocemente il peso della dissimulazione, dell'inganno, della turpe commedia che rappresentava. Ogni volta che rivedeva Beatrice, il ricordo dei baci di Claudina lo faceva tremare fin nei precordii; e nelle lunghe notti, nel letto coniugale presso il corpo della tradita che dormiva d'un sonno affannoso ed oppresso, egli passava dolorose ore di insonnia ad assaporare la sua tristezza ed il veleno di quella sua indecisione; indecisione che lo teneva sempre spasmodicamente sospeso, fra il desiderio del perdono di sua moglie e del ritorno alla vita di prima, e l'amore ardente di Claudina, le sirene fallaci ma incantevoli della grande passione. Non di meno, egli non svelava più nulla di queste laceranti battaglie intime all'attrice. Ricordava troppo distintamente le ultime sante e ragionevoli parole di Claudina in quella notte memorabile, pronunziate prima della seconda e decisiva dedizione, per non paventare che, al racconto delle sue amare tergiversazioni, l'amante non gli ricordasse il suo saggio consiglio di quella notte e le sue risposte. Anzi, a volte, egli affermava un'indifferenza così completa verso i suoi affetti di una volta che l'attrice non poteva prestargli fede nemmeno un minuto e riusciva piuttosto persuasa del contrario.

Vi è sempre qualcuno che, su piccoli dati che a tutti gli altri sfuggono od appaiono trascurabili, riesce a ricostruire tutto l'alto edificio di una verità. Loredano, che pure era e rimaneva estraneo a questi tristi giochi dell'amore, si rese conto di tutto; e mentre Beatrice oggi era sicura del tradimento, per tornare a dubitarne domani, e così via via, quotidianamente; e mentre Gray sospettava per indizii fallaci, e sempre s'illudeva su la verità dolorosa; Leonardo aveva intuito l'evoluzione sentimentale che lacerava l'anima di Giuliano e, dalla sera della prima rappresentazione, egli aveva compreso che quel peccaminoso legame d'amore era inevitabilmente contratto. Dai suoi rari incontri con Claudina Rosiers e quando questa gli parlava di Giuliano, e dai suoi continui colloqui con il cognato e quando questi gli parlava di Claudina, Loredano aveva appreso più di quanto avrebbe voluto sapere. Egli era passato tante volte tra gli intrichi di quelle complicazioni sentimentali che esse non costituivano più per lui un labirinto. Sapeva ben discernere i fili che conducevano al primo nodo, dove il labirinto si apriva, con la medesima facilità con cui discerneva quelli che conducevano all'ultimo nodo, dove il labirinto si chiudeva. Tra le dissimulazioni di Giuliano e le sue fanfaronate, tra le amabilità di Claudina e le sue tristezze, egli non aveva trovato che amore, amore, amore.... Non di meno, nel medesimo giorno, egli aveva inteso Giuliano parlargli male di Claudina Rosiers e, recatosi la sera al Teatro Nazionale, la Rosiers aveva saputo gettare a Loredano una frase che rivelava pochissima simpatia per suo cognato. Non ostante le sue apprensioni, allora, Leonardo non si era potuto trattenere dal ridere e si era ripetuto quell'indimenticabile frase di Boisgommeux nella _Petite marquise_ di Meilhac: «_C'est ça, l'Amour!_....» Così che i due amanti, volendogli nascondere la verità, gliela avevano sempre più chiaramente rivelata.

Ma Leonardo era troppo uomo di mondo, amava troppo sua sorella e, pure biasimandolo comprendeva troppo la lotta che si combatteva nell'animo di Giuliano, da lasciar trapelare fosse pure un nonnulla di quanto egli era giunto a scoprire. Oramai quasi conosceva gli appuntamenti e gli incontri dell'attrice con lo scrittore e Leonardo proprio in quei momenti cercava di giustificare e spiegare a sua sorella le assenze del marito. Beatrice si confidava a lui, perchè a lui poteva dischiudere tutta l'intimità dell'anima sua. Ella aveva l'abitudine di considerare Leonardo non solo come un fratello maggiore, ma, poichè il fratello era stato come un padre dell'orfana bambina, era nel sentimento di lei qualcosa di superiore e di diverso, una tenerezza filiale. La parola di Leonardo, quindi, le riusciva estremamente carezzevole e quietante. Ed egli che lo sapeva, usava di questo suo potere per sollevarla, per distrarla, per farle smarrire la via quando il sospetto di lei s'incamminava per quel cammino che l'avrebbe portata all'atroce rivelazione. Leonardo comprendeva che non era possibile restare molto tempo in quel tacito inganno: troppo paventava la veloce e sicura marcia della verità. Tuttavia, conoscendo l'anima di Giuliano, le sue volubilità e le sue mutevolezze, egli si augurava che l'innammorato si distaccasse dalla sua illusione e ritornasse alla moglie ed al retto sentiero, prima che la verità avesse potuto compire la sua marcia ancòra lontana.

Egli aveva considerato tutte le vie per accelerare nel cuore di Giuliano quella felice resipiscenza. Parlare a Claudina? Era inutile, poichè egli avrebbe capito da dove l'imposizione partiva. Parlare a lui? Era ancòra più inutile, poichè egli sapeva bene il potere reattivo che hanno i saggi consigli quando la passione divampa. Consigliare a Beatrice di partire col marito? Ma sarebbe questi partito? E quel che era più illusorio ancòra, sarebbe egli rimasto lontano? Non era questo il modo di dare a Beatrice la lacerante certezza, senza tuttavia ricondurre nella casa, che adesso n'era deserta, la pace e l'amore? Ma chi, se non il tempo, il gran livellatore ed il gran giustiziere, poteva riportare fra gli sposi il ramo d'ulivo ed il roseo ramoscello d'eliotropio? Aveva, così, respinto tutti quei progetti dannosi e si era attenuto al più semplice ed al più ragionevole: lasciar fare al tempo. Sapeva bene e per esperienza, come sia possibile prevenire la passione, ma come sia vano e sciocco reprimerla, quand'essa è divampata: — vano, poichè essa non s'estingue sotto alcuna forza se non sotto la sua propria; sciocco, poichè la passione repressa è come una fiamma su cui si soffii per spengerla e che, repressa un istante, divampa dopo più gagliardamente.

Beatrice intanto soffriva. Il suo amore per il marito era oramai avvelenato dal dubbio. Nei suoi sgomenti, ella invocava la certezza come una liberazione, ed allora si dava ad investigare, a spiare, a riflettere. Ma, a metà del suo febbrile lavoro d'indagine, uno sgomento più forte la prendeva, lo sgomento di trovarsi d'un tratto innanzi alla crudele ed irrimediabile verità. Allora ella ritornava indietro e si aggrappava al dubbio tanto amaro, come ad un'agognata tavola di salvezza, benedicendo quella continua tortura, piuttosto che lo spasimo orrendo di una prova irrefragabile. Tanto più che allora ella si apriva col fratello e piangeva sul petto di lui tutte le sue lacrime, mentre egli, passandole la mano sui capelli, la rassicurava, la tranquillava, burlava i suoi timori, le sue ansie, i suoi sospetti e le portava fra le braccia i suoi bimbi ch'ella, sperando ed illudendosi ancòra, baciava appassionatamente, baciando in loro anche l'imagine del padre. E quelle lacrime le eran di sollievo, quasi di gioia.

— Sai, le disse una sera Loredano, trovandola sola nel salotto invaso dalla penombra del crepuscolo piovoso, ho una buonissima notizia. Claudina Rosiers e tutta la sua compagnia partono e vanno a Torino e poi a Milano. Partiranno tra dieci giorni. Sei contenta? Allontanato l'oggetto dei tuoi sospetti, essi cadranno. Vedi che il tempo stesso si è incaricato di riportare in questa casa, come ti dicevo, il ramo d'ulivo ed il ramoscello d'eliotropio?

Beatrice sorrideva, poichè quella notizia le illuminava un'orizzonte di calma e di amore, ch'ella aveva temuto più volte di non rivedere mai più. Anche Loredano sorrideva, poichè anche lui sperava molto in quella partenza e dentro di sè si felicitava della sua prudenza e della sua abile strategia, dimostrate l'una e l'altra nel tacere a Beatrice quanto egli aveva indovinato.

In quel momento, mentre egli baciava le pallide mani scintillanti di anelli che la sorella gli tendeva raggiante di speranza e di gioia, il domestico entrò, recando la lampada velata dall'_abat-jour_ di tulle roseo; e quella lampada rosea sembrò a loro, secondo le parole d'un poeta, una sorella infermiera che mettesse negli occhi della tormentata la sua luce, come un collirio; — sembrò una sorella che mettesse sul cuore di lei la sua bocca tepida; — sembrò una rosa bianca fiorita d'improvviso in un grigio giardino crepuscolare.

IX.

— Decidiamoci per questa, disse Claudina distaccandosi da Farnese e salendo di corsa la breve salita di quella quieta osteria di campagna; entrarono sotto quelle capanne, ordinarono una colazione semplice e rustica, cercarono il posto migliore per farvi apparecchiar la tavola. L'osteria era deserta in quel giorno feriale dell'ultima settimana di un aprile dolce e pieno di sole. Gli amanti prescelsero una piccola tavola sotto un chiosco di canne ricoperto di edera, gemmato di variopinte campanule. La campagna romana si apriva al loro sguardo, nuda e solenne, interrotta dal luccichio del fiume in lontananza. I fiori intorno al chiosco ombroso esalavano i loro primi profumi inebrianti. Il sole era tepido e carezzante, passando a lame di luce tra le canne, dolce e piacevole come un amico che torni dopo una lunga assenza e vi riporti la gioia e la vita.

Poichè dovevano attendere qualche minuto la colazione, i due amanti discesero nuovamente dalla montagnola su la lunga via bianca, si avviarono verso gli archi di ponte Nomentano. Siepi di biancospini e di rovi limitavano una parte della via. I biancospini gemmavano le siepi con i loro fiori candidi come fiocchi di neve. L'Aniene scintillava al sole del mezzogiorno con riflessi d'acciaio. Gli amanti si soffermarono a guardare il paesaggio che si stendeva a sinistra, oltre le siepi, per una distesa enorme, fino all'Albero Bello sul Tevere. La pianura si apriva vastissima, limitata dall'orizzonte, interrotta dalle strane ondulazioni del terreno. Nelle lontananze i monti sfumavano in una nebbia azzurrina, ma che a volte aveva qualche trasparenza rosea.

Farnese guardava l'amante che, vestita di un costume _tailleur_ in stoffa grigia, s'avanzava verso il ponte, sotto l'ombrellino, fiore di ombra in quella furia di splendore abbagliante. L'ora intanto passava. Giuliano la raggiunse e, come la via era deserta, tornarono verso la montagnola e l'osteria avvinti amorosamente. Si sciolsero quando videro il padrone che li attendeva a piè della salita. Ma non erano stati così solleciti che il loro gesto amoroso fosse sfuggito agli occhi di colui che ora li precedeva verso il chiosco, nascondendo sotto la sua barba un sorriso d'intelligenza.

— Ci crederà due sposi, mormorò Claudina, e riderà di noi.

— Che importa, se non lo siamo? le ribattè l'amante, sorridendo.

La tavola, apparecchiata sotto il chiosco verde e profumato, aveva una certa pretesa nella rusticità di quelle tovaglie di cotone, di quei piatti di terraglia a disegno volgare, di quelle posate di ferro, di quelle bottiglie di vetro. L'oste aveva messo dei fiori in mezzo alla tavola e mentre gli amanti si sedevano l'uno di contro all'altra, egli aspettava sotto l'arco del chiosco i complimenti pel suo pensiero gentile, con un sorriso melenso su le grosse labbra. Nè si mosse finchè Claudina non ebbe notato quel mazzo di fiori di campo e non l'ebbe ringraziato della sua amabilità. Solo allora gli amanti poterono lasciarsi andare alla spensieratezza della loro scappata primaverile. Claudina aveva lasciato le prove al teatro, Farnese un affare importante per procurarsi il piacere di quella colazione campagnuola, presso il limpido Aniene, nella solitudine semplice ed intima di quella osteria senza avventori.

— Ma noi non mangiamo, divoriamo, disse Claudina a metà della colazione.