Il Miraggio: Romanzo

Part 7

Chapter 73,525 wordsPublic domain

Immediatamente gli sguardi dei tre si diressero al palco che la voce di quel signore aveva designato. Ma un sorriso apparve su le loro labbra subito dopo: il signore si era ingannato per una strana e grande rassomiglianza. Intanto nel palco vicino le belle signore facevano le loro chiose sul preteso autore applaudito.

Il sipario si rialzò per la terza volta, sul salotto della contessa di Varrena. In quel terz'atto l'azione diveniva più stringata e drammatica, in qualche scena raggiungeva una violenza di dolore insoffribile. La chimerica innamorata era finalmente caduta, con l'illusione di aver raggiunta la sua chimera. Ma l'illusione ben presto impallidiva e rovinava, poichè ella non aveva ceduto a chi l'amava di più, ma a chi con arti subdole aveva meglio saputo rappresentarle la commedia del sentimento. Ella si svegliava da quell'illusione come da un incubo, e già tutto l'edifizio che minacciava rovina l'attorniava paurosamente. L'uomo ch'ella aveva creduto dovesse realizzare il suo sogno l'aveva attirata in un terribile tranello, s'era valso del suo nome per le sue losche mene. E l'atto finiva quando, scoperto il baratro verso cui scendeva, ella scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando vicino a sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno.

Un brivido aveva corso il teatro a quel grido potente e sovrano, lanciato da Claudina Rosiers innanzi a quella rovina, con una forza ed un ribrezzo che assurgevano all'orrore di un destino compiuto. Gli applausi erano scoppiati, unanimi, frementi, acclamanti. Claudina Rosiers era ricomparsa otto volte con Lorenzo Gray, e come il pubblico domandava insistentemente l'autore, Gray aveva fatto un gesto per significare ch'egli era assente dal teatro. Pure gli applausi s'erano raddoppiati, le salve d'acclamazioni erano divenute tonanti, il successo era ormai colossale.

Beatrice, ritiratasi nel fondo del palco, piangeva di emozione fra le braccia di Loredano che era raggiante come per un successo suo. Mentre le acclamazioni scrosciavano ancòra, Andrea di Vele ch'era per uscire dal palco s'imbattè con Giuliano che entrava. Appena lo vide, Beatrice gli cadde nelle braccia, felice, orgogliosa, inebriata. Farnese l'attirava sempre più nell'ombra del palco per non essere visti e le passava dolcemente la mano su i capelli. Loredano e di Vele sorridevano senza guardare, a quella scena di tenerezza. Quando la commozione di Beatrice fu calmata, Farnese seduto nell'ombra raccontò le impressioni di quella serata. Egli aveva voluto assistere non visto alla rappresentazione del terzo atto; salito alla galleria, egli s'era mischiato a quella parte più modesta del pubblico.

— Ciò mi ha valso, diceva ora con la sua aria fanfaronesca, emozioni indicibili. Per la prima volta in vita mia ho sentito il successo da vicino. È anche vero che per la prima volta in vita mia ho avuto un successo così unanime e concorde.

— E così sereno, interruppe Loredano.

— E così meritato! aggiunse Andrea di Vele.

— Grazie, tu mi mortifichi! disse il grande scrittore, ridendo, e seguitò:

— Avevo vicino a me alcuni studenti. Ebbene, non hanno perduto una parola, una sfumatura, un accenno. Ah, ah! E poi diciamo che il pubblico non capisce niente! Chiacchiere! Ecco là qualche giovanotto — e quanti ve ne sono come loro? — che in fatto di teatro e di buon gusto ne capisce più di Ruffo, di Drago e di Spada sommati insieme! Ma v'è stato chi mi ha scoperto lassù, al paradiso: Torrero. È salito con Sanna. Si sono messi dietro alcuni uomini ed hanno cominciato a dir corna con me della commedia. Avreste dovuto godervi la scenetta deliziosa. Quei buoni spettatori erano su le spine, si frenavano, s'imponevano il silenzio. Ma, quando Claudina ha lanciato così meravigliosamente quel suo grido alla fine dell'atto e Torrero ed io abbiamo esclamato sbadigliando: «Che stupidaggine! Che sciocchezza!», quelli altri non hanno retto più, si sono ribellati ed hanno intavolato con Torrero una discussione dove io ero esaltato e glorificato a non dirvi. Avreste dovuto vedere con che arie di protezione trattavano Torrero, mai immaginando con chi avevano a che fare!

A poco a poco la sala si ripopolava, poichè l'intermezzo finiva ed i campanelli elettrici squillavano. Giuliano aveva sciolto il suo braccio dalla lieve pressione di Beatrice ed era uscito in fretta dal palco, al momento che il sipario si levava per il quarto atto. Sul suo passaggio qualche persona che ritornava al proprio posto e che lo conosceva di vista si rivolgeva a guardarlo; altri mormoravano ai vicini il suo nome. Egli passava in mezzo a quella curiosità, con la sua bella indifferenza di uomo celebre, che sa d'esser sempre guardato e non ha per questo bisogno di andare alla caccia ed alla ricerca di sguardi e di ammirazioni. Tuttavia una gran gioia pel trionfo che quella sera coronava il suo nome gli gonfiava il petto, mentre s'avvicinava in fretta alla porta del palcoscenico, mentre traversava i praticabili, mentre bussava alla porta di Claudina che ancòra e per quasi venti minuti non era di scena. Quella gioia del trionfo aumentò immensamente quando, entrato nello spogliatoio dell'attrice, questa gli si gettò tra le braccia e se lo strinse al seno nella commozione superba del trionfo comune. Giuliano le passava la mano su i capelli, come poco prima a sua moglie. Ma, lentamente, il fascino arcano di quell'abbraccio ideale si distruggeva e da quell'abbraccio semplice di maschio e femmina la sensualità risorgeva a battere la sua diana.. L'ebrietà del momento faceva dimenticare ad ambedue i rimorsi di due giorni innanzi, i buoni propositi, i giuramenti scambiati. Già la voce di Giuliano, che mormorava complimenti all'attrice trionfante, diveniva convulsa di desiderio per la donna. Già le braccia di Claudina Rosiers, che stringevano in un abbraccio fraterno l'artista che le aveva procurato quella gioia sublime, sussultavano di passione per l'uomo. La colpa rifioriva irreparabilmente dall'amore, come un fiore velenoso sorge da un'ajola inargentata di giaggioli, stellata di margherite:

— Tu sei stata grande, tu sei stata magnifica, mormorava Giuliano. Io non potrò mai dimenticare il bene che mi hai fatto col tuo genio. Io ti amo, ti amo!

— Anch'io ti amo, susurrava Claudina perduta.

Il trionfo continuava ad inebriarli, facendo loro dimenticare ogni realtà, ogni passato, ogni avvenire.

— Tu devi esser mia ancòra, Claudina, continuava l'amante. È una vera stoltezza pretendere di distaccarci. Noi siamo un'anima sola. Io sono fatto per te, come tu sei fatta per me. Io non posso vivere senza di te come tu non puoi vivere senza di me. La sete dei tuoi baci che mi arde, arde te pure. Claudina, Claudina, dammi i tuoi baci, dammi le tue labbra!

— Sì, sì, io sono cosa tua, rispondeva l'amante con le labbra arse, il volto di brace. Io ti amo, ti amo troppo, so anch'io che è follìa sperare di poter essere lontani, di poter non compiere fino alla fine il nostro delitto d'amore.

La cameriera bussò all'uscio per entrare e vestire l'attrice.

— Un momento, gridò Giuliano, poi aggiunse piano a Claudina, serrandola sempre più perdutamente fra le sue braccia: — Ora, dopo il teatro, io verrò da te, passerò la notte da te..... Vuoi? Vuoi?

— No, no, non ancòra, scongiurò Claudina pure mite e sommessa, stasera, no.

— Come vuoi lasciarmi solo stasera, Claudina, insisteva l'amante, stasera che il successo ci ha uniti, stasera che siamo cosa l'uno dell'altra, come mai più lo saremo?..... Vuoi? Vuoi?

— Ebbene, vieni, susurrò l'attrice sempre più piano, ma con passione veemente, tendendo ai baci dell'amante le labbra dischiuse come un fiore.

Quando si disciolsero da quel bacio supremo, Giuliano aprì la porta e la cameriera entrò. Seduto su una stinta poltrona, lo scrittore assistette alla toletta della grande attrice. Ella si spogliava celermente degli abiti che aveva indosso, li gettava su le sedie e le poltrone, a caso e febrilmente. La cameriera intanto distendeva le pieghe del nuovo abito che l'attrice doveva indossare; questa, seduta innanzi allo specchio della toeletta tutta bianca e spumante di merletti e di veli, e con le braccia nude rialzate ad arco, riannodava le trecce un po' rallentate; poi prendeva con la punta del mignolo un po' di pomata in una scatola di porcellana, tra la moltitudine di scatole, di barattoli, di vasi, di tubetti che ricoprivano la tavola; con una zampetta di lepre spandeva con parsimonia il belletto su le guancie, che poi accarezzava di nuovo con una delle piccole spugne pel bianco; passava appena su le sopracciglie il _crayon mysterieux_, inumidiva le mani di vasellina. Siccome la voce di Savarese sollecitava al piano superiore alcune attrici, Claudina gettò in fretta l'accappatoio, sciacquò le mani, infilò la gonna pianamente, aiutata dalla cameriera prudente perchè non guastasse passando la pettinatura. Mise un abito di broccato _vieux-rose_ coperto in parte di un lucente giavazzo verdone, che discendeva a grandi pieghe sotto due stole di merletti veneziani, i quali anche incorniciavano il collo candido e gli esili polsi venati d'azzurro. Diffuse ancòra con un piumino su le guancie una cipria rosea, ne diffuse anche su i bei capelli d'oro che apparvero inargentati di brina; si guardò nuovamente nello specchio, tese la mano a Giuliano, gli mormorò qualche parola all'orecchio e, mentre l'uomo sorrideva, ella entrò in scena per compiere il suo trionfo ed il trionfo del suo benamato. Uscito fra i praticabili, questi riguardava da un foro l'imponente sala di teatro, corsa ancòra dalla scintilla elettrica di quelle frasi suggestive che Claudina pronunziava, cesellando lentamente le poche scene di cui quell'atto si componeva. L'uomo che la chimerica donna aveva disprezzato la salvava dall'abisso aperto sotto i suoi piedi; ella però non si sentiva degna d'amare e d'essere amata da quell'uomo e la triste commedia si chiudeva malinconicamente con un grido angoscioso dell'innamorata innanzi allo spettacolo di quel suo bel sogno perduto.

Quale proprietà continua di sdoppiamento deve essere in noi, se lo scrittore godeva del successo che lo illuminava e nel tempo stesso soffriva per ciò che quel successo recava di conseguenza? Egli vedeva la tela calare, udiva l'applauso echeggiare solenne, vedeva gli attori ricomparire più volte alle chiamate del pubblico, prima uniti, poi solamente Claudina Rosiers. Alcune voci del pubblico gridavano il suo nome, già frotte di amici invadevano il palcoscenico, serravano le mani del trionfatore di quella sera, parole inebrianti di elogio già susurravano al suo orecchio. Ma egli ascoltava distratto, spiando i passi di Claudina, tendendo l'orecchio a sorprendere le parole che l'attrice pronunziava tra i gruppi di marsine che l'assediavano. Era gelosia, forse, quel sentimento rabbioso ch'egli sentiva quella sera verso ognuno che parlava a Claudina, verso ognuno cui l'attrice acclamata sorrideva nella vicenda dei saluti e delle conversazioni? Egli vide dall'altro lato Gray che passeggiava anche lui in fondo alla scena, ancòra in marsina e cravatta bianca, morsicchiando una sigaretta spenta, intento a scrutare ogni piccolo movimento dell'attrice, attento a cogliere il più insignificante monosillabo che cadeva dalla bocca di lei. Giuliano sorrise al vedere quella sua precisa immagine, come una persona che faccia innanzi ad uno specchio una smorfia comica, ride per il primo dell'espressione che ha il suo viso contraffatta. Intanto la folla innanzi a lui aumentava. Lo scrittore vedeva visi di persone incontrate una sola volta e che si erano ricordati di quella presentazione per poter «salire in palcoscenico a salutare l'autore». I suoi più gelosi colleghi gli scandivano le parole più melate, le sillabe più lusinghiere armonizzavano gli accenti più rispettosi. I _clubmen_ si confondevano con gli artisti _bohèmes_, gli uomini di banca coi letterati, i giornalisti con gli indifferenti, gli attori con i critici. Farnese, nell'ansia che lo teneva, pure trovò per tutti una parola, un sorriso, una frase. Ma quando vide sua moglie entrare, accompagnata da Loredano e da Torrero, nel camerino di Claudina ove l'attrice era già rientrata, egli non seppe più reggere e si precipitò. Come fu su la soglia, sua moglie gli gettò le braccia al collo, pianse sul petto di lui per una bella e superba commozione. Le sue idee e la sua presenza di spirito impallidivano talmente che egli non sentiva nemmeno le frasi di elogio e di gratitudine che Beatrice rivolgeva alla grande attrice ed il desiderio che esprimeva di abbracciarla. Solamente quando vide sua moglie serrare tra le braccia quella Claudina che attentava alla sua felicità, quando vide due lacrime brillare negli occhi dell'attrice, la sua commozione fu così prepotente che egli non resse più, uscì su la scena, passò in fretta tra la folla variopinta e chiassosa degli attori, degli intrusi, dei macchinisti, dei pompieri, senza salutare nessuno, senza vedere le mani che si tendevano verso di lui al suo passaggio; uscì dal palcoscenico, traversò i corridori ancòra affollati di pubblico; già si avviava verso la porta per lasciare il teatro, ma, quando la voce di una persona presso di lui mormorò indicandolo: «È Giuliano Farnese», ei si ricordò che usciva senza salutare Claudina. Si fermò al botteghino del teatro, scrisse sopra una carta da visita due righe indicando a Claudina il luogo ove l'avrebbe attesa, consegnò questo biglietto perchè fosse recato immediatamente a Claudina Rosiers e si allontanò. Egli percorreva le vie in preda alla febbre. Le vie erano affollate di gente che, uscendo dai teatri e dai ritrovi, si avviava al riposo od alla festa notturna; lo scrittore passava in mezzo a questa folla, urtandola, trascinato a volta dalla corrente, sentendo il peso della sua infinita miseria, egli ch'era il trionfatore di quella serata. E mentre le donne e gli ammiratori lo pensavano circondato da amici ad assaporare la gioia del successo, egli traversava le vie solo e triste, misurando l'abisso verso il quale scendeva, l'abisso ch'ei scorgeva sempre più prossimo, senza che ciò gli desse la forza necessaria per ritrarsene in tempo.

Perchè non partiva, magari anche in quel mattino che tra poche ore sarebbe sorto? Egli si domandava questo, entrando nel portone del Circolo della Caccia, salendo le scale, lentamente. Poi, mentre il domestico lo sbarazzava del soprabito e del bastone e poichè questi gli dimandava se desiderasse cenare, egli chiese un brodo ed un bicchiere di porto rosso. Poteva egli partire, come aveva pensato? Si domandava questo nel piccolo salotto dov'era attendendo la sua cena frugale. Partire era presto detto! E gli obblighi, il lavoro, gli interessi, la famiglia? Ma, anche trascurando tutto ciò, che valeva partire? Poteva una distanza di duecento o di trecento chilometri levargli dal cuore il veleno che vi si era versato? Non era più tosto semplicemente dilazionarne l'effetto letale ed irrimediabile? Partire con Beatrice? Avrebbe egli forse mancato di pretesti per tornare a Roma, quando il desiderio ed il rimpianto di Claudina ve lo avessero richiamato, cioè sùbito? Quella sua idea del destino che si compiva ed al cui corso non eran da opporsi argini di ragionamenti e di rimorsi, lo riprendeva ora che tante impossibilità gli apparivano. Il domestico intanto gli portava il brodo e la bottiglia del porto:

— Il marchese Filangieri ha dimandato s'ella era al Circolo. Cosa devo rispondergli?

— Rispondete che no. Desidero d'essere solo. Attendo qualcuno.

Bevve in fretta il vino, sorbì qualche cucchiajata di brodo.

— Anzi a questo proposito, disse al domestico rendendogli la tazza, una persona in carrozza chiusa deve venire fra poco a cercare di me. Vi prego di avvertirmi sùbito.

— Va bene, signore, — e mentre il domestico s'inchinava ed usciva, egli si distese in una poltrona, socchiuse gli occhi, ripreso dai suoi fantasmi di tristezza e di rimorso, attendendo.

VII.

Egli attese fino alle due, ma nessuna carrozza sopraggiunse. Uscito nell'anticamera, infilò il soprabito e discese in fretta, deciso di non perdere scioccamente quella notte d'amore nell'ebrezza del trionfo. Per calmare i suoi nervi convulsi camminò a piedi, ma così svelto che cinque minuti dopo uscito dal Circolo egli suonava al portone della casa in piazza di Spagna. Apertosi il portone, egli salì le scale correndo. La cameriera aveva già dischiuso l'uscio dell'appartamento e Farnese entrò improvvisamente nella stanza da letto di Claudina, rischiarata da un'alta lampada il cui chiarore era mitigato da un paralume di tulle giallo.

La visione magnifica era innanzi a lui: Claudina, nuda sotto la camicia di fine batista, aperta sul piccolo seno. Il corpo della giovine donna, pronta ad entrare nel letto, sorgeva dal cerchio serico delle vesti cadenti ai suoi piedi. I capelli erano disciolti su le spalle, onda fulgente. La stanza aveva una temperatura voluttuosa, una penombra suggestiva. Le coltri, al lato destro del letto, erano tirate indietro ed i lenzuoli sembravano gioiosi per la festa amorosa che loro recavano il profumo e la grazia del bel corpo femminile. La lampada indorava i contorni del corpo, rischiarava i seni delicati, la liana della vita, le anche ambigue e voluttuose.

Farnese s'era avvicinato. Senza una parola, senza un sorriso, egli aveva stretto la flessibile liana, le sue dita avevano intuonato l'irresistibile invito. La donna s'era abbattuta su lui, vinta, mentre la trasparente camicia le scendeva dalle spalle e le nudità sfolgoravano.

Non era il desiderio di uno che vibrando si comunicava all'altra: erano due fiamme, due brame, due passioni, due voluttà che si chiamavano, s'invocavano, gemevano nell'attesa, esultavano quanto più l'ora amabile si avvicinava. I soffi dei due respiri erano armonici, la medesima angoscia d'amore li accelerava, la medesima follìa di piacere li animava, la medesima febbre di passione irresistibile li infiammava. L'amante piegava a poco a poco la flessibile liana verso i molli cuscini di un divano prossimo; il bel corpo candido s'abbatteva sul giaciglio e su la stoffa oscura il candore suo s'animava e si esagerava, radioso. Ivi continuò l'armonica omelia d'amore, ivi s'innalzò più potente il grido del desiderio, ivi, smarrita ed abbandonata, l'anima si ritrasse sospirando.

Ma ad un gesto più audace di Farnese la voluttuosa vittima si eresse, balzò in piedi, vide la sua nudità: arrossendone, cercò intorno una difesa, ma nulla era a portata della sua mano; allora balzò nel letto ed i lenzuoli si rovesciarono su lei, avvolgendola, disegnandone le curve in un amoroso abbraccio. Oramai al riparo, la fuggitiva sorrideva, sorrideva dell'amante ch'era rimasto dolente e irritato sul divano basso, mentre il suo desiderio insoddisfatto agonizzava.

Allora egli si levò, sempre più eccitato, mosse dei passi disordinati per la stanza.

— Ah, no, tu non sei mia! gridò esasperato, arrestandosi ai piedi del letto dove la donna copriva fino la bocca con le coltri rialzate. No, no, tu non mi ami! Tu vagabondeggi nei sogni, t'inebrii al paese azzurro dell'ideale! Tu non sei la creatura umana ed ardente, misera e sublime che piange d'amore e ride di odio, sente per l'amato mille desiderii, mille sensazioni, ed un ardore unico, enorme, onnipotente: l'ardore del desiderio di formare una creatura sola...... Tu vaghi. Dove? Perchè? Anche il desiderio è per te un sogno, un brutto sogno, dal quale ti desti fuggendo, come poco fa. Amami, amami, Claudina, amami come ti amo, chè io ho tanto bisogno dell'amore tuo.... Sii mia, finalmente, sii mia!...

— Io sono sempre tua! ella sospirò.

— No, no, tu non m'intendi, susurrò l'uomo, tu non vuoi intendermi! Io ti voglio tutta, tu devi essere tutta e sempre mia.....

La donna si sedette sul letto, non più sorridendo.

— Tu mi vuoi, ora?

— Ora, sì, egli balbettò.

— Sai di commettere un vero delitto? E non indietreggi? mormorò la donna, a bassa voce.

— Un delitto d'amore, lo so! E non indietreggio, no, no, perchè ti amo, perchè ti voglio, perchè amo te sola e sopra ogni cosa.....

— Ricordi tu, disse Claudina sempre più grave, ricordi il giuramento che poche ore fa concludemmo? Ricordi? Giurammo che i nostri primi baci sarebbero anche stati gli ultimi.....

— Fummo pazzi, ingenui....

— E se tu un giorno dovrai dirmi che fummo pazzi non allora, ma questa notte?

— Io non potrò mai dirlo!

— Che sai tu? Che affermi? Sapevi forse quella sera del nostro primo abbraccio, che quello non sarebbe stato il solo?

— Lo sentivo dentro di me!

— Dunque tu insisti? Tu mi vuoi! incalzò Claudina pallidissima.

— Io ti amo, mormorò l'amante.

Come egli accennava a parlare ancòra, con un gesto la donna gli impose silenzio. Tacque un momento, poi disse:

— E mentre tu desideri me ed i miei baci, tu non senti altro dunque? Nel tuo cuore non palpita un altro sentimento per alcuno?

Farnese afferrò l'allusione. Non potè trattenere una lacrima che gli imperlò il ciglio, lacrima più eloquente di un pianto disperato, lacrima di cui egli ebbe la debolezza di vergognarsi e che asciugò in fretta con la palma di una mano, perchè Claudina non la scorgesse.

— Ah no, no, disse ella allora, non asciugare, perchè io non la veda, quella tua lacrima che è la cosa più bella e più buona che tu abbia detto stasera... Vedi, io l'attendevo questa lacrima... Io non ero venuta a prenderti al circolo perchè volevo che tu pensassi a chi ti attendeva, a chi ti attende, a chi ti ama... Tu sei venuto da me... Ma questa lacrima mi dice che tu pensi anche ad un'altra donna, ad un'altra casa, ad un altro amore... Lasciami, lasciami...

Ella aveva accompagnato le ultime parole con un gesto quasi supplichevole. Pure egli continuò, sconsolatamente, ad invocare i suoi baci:

— Tu non mi ami, ecco, susurrava, tu non mi ami...

La passione, trattenuta fino ad allora, proruppe nel calore delle parole e dell'accento. L'amante, sempre a piè del letto, con i gomiti poggiati alla spalliera ed il capo fra le palme, aveva rialzato gli occhi verso di lei, ascoltava estatico quel torrente passionale accavallarsi ed echeggiare.