Il Miraggio: Romanzo

Part 6

Chapter 63,769 wordsPublic domain

Tacque. Lo scrittore taceva sempre, ma un gesto del suo capo affermava. Innanzi a quella pronta rinunzia, innanzi a quella conferma di un uomo che diceva di averla presa fra le braccia senz'ombra d'amore, il dolore della verginità invano contaminata proruppe violento, disse parole smarrite:

— Io sola, disse fra l'altro Claudina, io sola rientro nella vita, sconfitta. Quel candore che avevo conservato con orgoglio geloso a traverso a tante lotte, a traverso i più volgari ed abili attentati, è caduto, ora, in pochi minuti, per un uomo che non mi ama, si è macchiato sotto il bacio di un uomo spinto a me dal solo desiderio. Ah, che miseria!

Il ribrezzo le serrò la gola. Giuliano mormorò:

— Perdonatemi!

Claudina s'era celato il volto con le mani, forse piangeva. L'amante si levò, s'appressò a lei:

— Ah, che sciocchezza ho pronunziato! egli disse con un amaro scoppio di risa che partiva dalle più intime convulsioni della sofferenza. Perdonatemi? che forse una donna perdona d'averle tolto ciò ch'ella ha di più sacro? Come vorrei, Claudina, che quest'ora non fosse mai suonata! Lasciatemi, lasciatemi, non mi dite più nulla, poichè io so d'avere commesso un vero delitto e poichè questo è irreparabile!

La donna singhiozzava. Egli le asciugò gli occhi con la lieve battista del fazzoletto, l'aiutò ad infilare il mantello, le tese i guanti, il portabiglietti, un libro ch'ella aveva con sè. Com'ella fu pronta ad andarsene, si guardarono. Claudina non resse a quello sguardo e s'abbattè sul petto di Giuliano, nuovamente presa da uno scoppio di singulti. Egli non trovò una parola da pronunziare, lasciò libero corso a quelle lacrime che l'addoloravano più di ferite. Finalmente l'attrice si fece forza, tese la mano all'amante di un'ora, di un'unica ora. Questi l'attirò a sè, la baciò su la fronte, quasi religiosamente. Premette il campanello elettrico perchè l'accompagnassero. Le aprì la porta. Su la soglia, ella si volse:

— Noi ci dovremo rivedere. Saremo gli amici di prima. Il mio sogno solo sarà infranto. Ma, ve ne scongiuro, mai più una parola su ciò deve essere pronunziata fra noi.

Uscì. Giuliano la vide allontanarsi per la lunga fila di salotti, con un passo vacillante, preceduta dal domestico. Poi, scomparve. Lentamente egli si fece alla finestra, l'aprì. Un'onda d'aria gelata entrò fischiando. Vide Claudina ferma sul portone, in attesa di una carrozza scoperta che si avvicinava di corsa. Ella s'avviò alla carrozza arrestatasi innanzi alla casa. Giuliano corse ad un vaso di cristallo che era su un tavolo, vi prese il gran mazzo di prime rose, lo lanciò nella carrozza al momento che Claudina vi si sedeva, così che i fiori le caddero sul grembo. Un cenno della mano rispose a quell'omaggio, ma egli non potè scorgere la luce di gratitudine che aveva rischiarato i begli occhi lacrimosi. La donna portò al volto il bel fascio di rose, vi tuffò la bocca, mentre la carrozza si allontanava fra il doppio tremolio delle due file di fanali a gas.

Lo scrittore richiuse la finestra, accese le piccole candele rosee di un candelabro di bronzo. Poi tornò alla finestra, applicò ai vetri gelati la sua fronte che ardeva. Rimase a lungo così, attonito, senza pensiero. Poi si avviò alla biblioteca, prese il primo libro che gli venne alla mano, cadde su una poltrona e cominciò a leggere; ma le lettere danzavano innanzi alle sue pupille una ridda furiosa ed i suoi occhi scorrevano automaticamente le linee e le pagine, senza che il suo cervello percepisse alcuna di quelle parole che le pupille leggevano.

Quale espiazione maggiore per la caduta poco prima leggermente commessa, che veder rientrare calma e gaia, piena di confidenza e di tenerezza sua moglie, l'offesa, accompagnata dai suoi due bambini incappucciati di velluto turchino, biondi biondi e così giocondi? Mentre egli leggeva, la moglie era entrata nella stanza in punta di piedi, s'era chinata tacitamente su lui ed aveva ricoperto di baci appassionati il suo volto. I bimbi erano accorsi poco dopo sgambettando e si erano aggrappati alle spalle del padre, afferrandogli i baffi o la barba, pizzicandogli le mani. Giuliano, sotto quell'affettuoso assalto, aveva sentito gonfiarsi dentro la sua anima il disgusto violento di sè stesso. I baci semplici di sua moglie gli avevano fatto più male che rimproveri; essi lo avevano avvilito più che un insulto e, debilitato da quel disgusto, l'infedele non aveva trovato una sola parola da rispondere alle frasi affettuose che i suoi cari gli prodigavano. I bimbi si rincorrevano nella stanza per disputarsi un giornale illustrato che la piccola Anna Maria aveva preso sul tavolo del padre. Beatrice s'era seduta su le ginocchia del marito, gli aveva passato un braccio intorno al collo, con l'altra mano gli torturava la barba.

— Ecco, ecco il mio povero grand'uomo! diceva scherzosamente, il mio povero grand'uomo che è rimasto tutto il giorno in casa solo solo, come un fraticello in un convento. E chi sa come ha lavorato il mio povero grand'uomo! Chi sa quante belle cose ha scritto! Chi sa quante poche volte ha pensato alla sua piccola Beatrice! Dio, Dio, il mio romanziere ha scritto tutte quelle pagine! Come sarà stanco il mio gran fanciullone! N'è vero? Ma, stasera, si pranza subito, i bambini vanno subito a dormire...

Brontolii di protesta partirono dall'angolo del salotto dove i due bambini s'erano accovacciati per estasiarsi insieme su quel giornale illustrato.

— Sicuro, continuò Beatrice, i bambini vanno subito a dormire..... Io resterò vestita così.... Il mio grand'uomo infilerà la pelliccia e ce ne andremo via a braccetto, stretti stretti, come due sposini, come andavamo a Siena in quell'anno indimenticabile! Ti ricordi?

Il dolce ricordo li riafferrò e Giuliano sentì aumentare il suo spasimo. Il piccolo Luca e la bambina erano usciti vertiginosamente dalla stanza, disputandosi di nuovo il giornale, perchè l'uno voleva cominciare a sfogliarlo dal principio e l'altra dalla fine.

— Giuliano, Giuliano mio, se sapessi come ti ama la tua piccola Beatrice, se potessi vedere il tesoro d'affetto che custodisce nel suo piccolo cuore.....

Si chinò ancòra a baciarlo.

— Anch'io ti amo, ti amo tanto! sussurrò Giuliano.

Ma volle mutare sùbito discorso:

— E Leonardo non è ancòra rientrato? Si dà proprio alla gran festa!

Beatrice non rispose: avviticchiata a lui, continuava a coprire le sue guancie di frequenti baci, lievi, casti, ma appassionati. Sotto quell'onda amorosa lo spasimo di Giuliano cresceva ad ora ad ora. Eppure non era la prima sera ch'egli aveva baciato la moglie, dopo di aver baciato poche ore prima un'altra donna. Ma i baci di Claudina gli sembravano più gravi. Egli aveva la sensazione che il suo incontro con Claudina non si sarebbe fermato a quella sola caduta, come la donna aveva ingiunto. Quasi un senso di fatalità, quasi il peso di un male che già si conosce come deve avvenire, opprimevano la sua anima. Intanto Beatrice, quella Beatrice per cui egli aveva tanto delirato, quella Beatrice immacolata che l'aveva reso così felice, baciava le sue labbra, mai sospettando che quelle labbra poco prima avevan pronunziato un delittuoso offertorio d'amore per una vergine battuta dalla veemenza del sangue ignaro, come una fragile canna in balìa di un vento impetuoso! Quella confidenza di sua moglie lo feriva, lo umiliava. Tutta la miseria delle sue incoerenze s'attristiva in lui. Due lacrime spuntavano nell'intercilio, sole, grosse, silenziose.

— Tu piangi? domandò Beatrice agitata e si chinò ancòr più su lui, l'abbracciò più fortemente. — Ma che hai, Giuliano? Per carità, dimmi che è questo, che significano quelle lacrime?....

— Nulla, nulla, Beatrice, un po' di _spleen_, la solitudine, la stanchezza.... E poi la tua affettuosità è così dolce che mi commuove profondamente....

Giuliano asciugò quelle due lacrime bollenti. Beatrice s'era levata e, sorridendo, gli aveva prese le mani e tirava per costringerlo ad alzarsi dalla poltrona. Amorosamente avvinti, fecero qualche altro passo per la stanza. Beatrice tentava di consolarlo, gli diceva delle parole dolci. Come furono al divano, dove Claudina un'ora prima si era concessa all'amore, Beatrice attirò Giuliano perchè vi cadessero insieme, ancòra avvinti:

— No, no, non lì! gridò Giuliano, con una voce convulsa, mentre nella sua anima il disgusto versava l'ultimo fiele.

Beatrice si staccò da lui, lo interrogò con gli occhi, sorpresa da quel grido incomprensibile. Giuliano, sentendo la spiegazione necessaria, trovò la forza d'essere vile e disse con un falso sorriso che era un ghigno:

— Sai, si sa come si comincia.... e non si sa come si finisce!

Beatrice, ridendo e protestando, si coprì il volto con le palme. Giuliano ebbe per un attimo, nitidissima, la visione dell'abisso verso cui si avventava.

VI.

La sala del Teatro Nazionale rigurgitava. L'annunzio della nuovissima commedia del grande scrittore vi aveva attirato il pubblico più vario ed imponente, il pubblico delle più solenni prime rappresentazioni. Tutta Roma era rappresentata in quella luccicante sala di teatro. I palchi si fiorivano a poco a poco delle signore più eleganti, i proscenii delle orizzontali più altamente quotate nella fiera dell'amore. La Roma aristocratica, politica, finanziaria, artistica, letteraria e la cosmopoli del piacere s'eran date convegno quella sera in quei palchi e quelle poltrone. Qualche minuto prima delle nove, Beatrice entrò in un palco, accompagnata da Leonardo Loredano. I suoi nervi tremavano, tutto il suo essere palpitava nell'attesa insopportabile. Per ingannare la sua emozione e la sua ansia, ella si mise a guardare con l'occhialino la sala sempre più rigurgitante. Qualche amica le sorrideva da un palchetto, le faceva un gesto di augurio. Qualche uomo dalle poltrone le si inchinava. Da un palco di giornalisti molti binocoli furon rivolti verso di lei. La folla continuava ad entrare. Alcuni palchi si riempivano di ufficiali. Nella barcaccia di un circolo elegante già si trovavano il re ed i principi dell'eleganza, Filippo Verra, contornato dalle marsine inappuntabili e dalle cravatte ideali dei suoi giovani amici e discepoli, Celli, de Lise, Santacroce, Filangieri, Morosini, Sammartino, Ugenta, e tanti altri. A poco a poco anche le poltrone si riempivano di letterati e d'artisti. Andrea di Vele aveva salutato Beatrice. Beatrice aveva anche visto il viso imberbe e napoleonico di Luciano di Mèllare, «un profilo di medaglia», come aveva detto Loredano. Aveva visto insieme Claudio La Loggia e Giorgio Lavena, i due scrittori che si facevano più concorrenza, e si diffamavano regolarmente a vicenda e quanto meglio potevano. Diego Vassura faceva lo snob nei palchi delle signore più stemmate; vecchi e giovani scrittori erano a gruppi, qua e là, giornalisti, pittori, musicisti, scultori, attori. Paolo Èroli, il grande pittore, uno dei più intimi amici di Farnese, era salito a salutare Beatrice. In un palco era apparso Marco Torrero con sua moglie. Il celeberrimo giornalista che oramai non appariva più nei teatri, non aveva voluto mancare a quella prima rappresentazione di Farnese, suo amico fedele, scrittore che aveva fatto sotto il di lui auspicio le prime armi, ingegno ed anima d'artista ch'egli prediligeva. Torrero rispondeva annoiato torcendosi i piccoli baffi biondi ai saluti, mentre sua moglie, la celebre scrittrice, scorreva i giornali della sera e rideva sovente di un suo sonoro riso meridionale. In quel palco era poi entrato Claudio Sanna, il compare di battesimo di Farnese, come amava chiamarsi. Il grande romanziere aveva illuminato la sua larga faccia geniale d'un sorriso affettuosissimo scorgendo nel palco di rimpetto Beatrice che lo salutava. I critici drammatici entravano: Filippo Ruffo, Roberto Drago, Giacomo Spada, altri. Entrò poi Alessandro Sanfilippo che redigeva nel gran giornale di Torrero la «Serata teatrale» dove, dopo una prima rappresentazione, in poche frasi eleganti e spirituali, descriveva il successo, la messa in scena di ogni atto, gli abiti e le acconciature delle attrici, il pubblico, gli incidenti; narrava la storia della commedia, malignava su i dietroscena di palcoscenico. Egli passava tra la folla degli spettatori con la sua faccia tonda e rosea, incorniciata di barba bionda. Molte mani si stendevano sul suo passaggio: egli ne stringeva la maggior parte con noncuranza e con sufficienza, solo per qualcuna egli sorrideva e s'inchinava riverentemente. La folla aumentava sempre più. I palchi, colmi di signore in abiti sontuosi e chiari, sembravano ceste di fiori il cui bordo fosse di velluto azzurro. Dietro si rinnovava continuamente la turba degli abiti neri. Da molti palchi dardeggiavano i monocoli, con arie insolenti. Qualche signora alle poltrone interrompeva la monotonia degli abiti neri e degli sparati candidi. La sala offriva un delizioso colpo d'occhio.

Di qua e di là, nei palchi e nelle poltrone, si parlava animatamente di Farnese e della commedia che stava per rappresentarsi. S'incrociavano le discussioni, s'intessevano gli elogi, s'agganciavano le indiscrezioni, un formicolìo d'idee, un turbinìo di concetti e di parole, una ridda di verità e di menzogne, una scorribanda di apologie e di anatemi.

Lavena e La Loggia, giù nelle poltrone, parlavano sottovoce per non essere intesi:

— Mi ha detto oggi Savarese, mormorava Lavena, che sarà un trionfo. E Savarese fa testo perchè vede giusto: un'anima di profeta sotto la scorza d'un direttore di teatro. Incontrai l'altra sera alle Varietà Giuliano e sua moglie e mi raccontarono il soggetto. Se una commedia si basasse solamente sul soggetto, potrei da ora preconizzarti un fiasco. Ma vi sono altre cose e v'è da sperare. Del resto Farnese, sebbene sia un po' volpe vecchia, un abile marionettista, ha dello spirito, della modernità, dell'emozione ed io l'amo molto!

— Va là! disse La Loggia, a chi vuoi darla ad intendere? Tu desideri più un fiasco per Farnese che un successo per te. E dì pure di no: vuol dire che ti conosci male, o meglio che non ti vuoi conoscere bene. Tu già sai quanto me la ricetta farnesiana. Prendete un soggetto la cui vacuità sia così profonda che a pensarla dia le vertigini; rimpolpate questo osso vuoto con carne pesta di belle chiacchiere, gettate il tutto in un recipiente dove sia dell'eleganza e della stranezza; ritiratelo poi ancòra umido e passatelo nella cipria di un'amabile fantasia, condite con una salsa nella quale siano tutte le spezie di qualche scena ad effetto, un po' d'emozione, molto spirito, un pizzico d'ironia; non trascurate abiti belli per le donne, arredi scenici eleganti, qualche squarcio brillante, qualche cortesia pel mondo femminile; fatto questo, servite caldo caldo ad un pubblico di donne eleganti e di orizzontali, di ministri, di deputati, di _viveurs_ e ad una maggioranza di imbecilli — ed avrete un successo magnifico, solenne, garentito per un anno, come un orologio da sette od otto lire! Non è così, forse? Siamo sinceri!

— Tu esageri, via, insisteva Lavena. Farnese ha dell'ingegno!

— E chi ti dice il contrario? replicava Claudio La Loggia. Oh, lo so anch'io che ci vuole moltissimo ingegno, prima per combinare quella ricetta e poi per eseguirla. Ci vuol ingegno, spirito, cultura e cuore. Ma dall'essere un uomo d'ingegno all'essere un riformatore del teatro drammatico come vogliono farlo credere i suoi gregarii, eh via! v'è gran differenza. Farnese è un abile uomo di teatro; ecco tutto. La tua commedia deve passare dopo la sua, n'è vero? Sì? Altra ragione, dunque, per augurargli un disastro!

Il movimento continuava. Il nome di Farnese, i titoli delle sue opere, qualche aggettivo s'incrociavano a volte. Verso il palco di Beatrice, la quale ingannava la sua impazienza in un diluvio di ciarle con Loredano e con Èroli, si appuntavano i fuochi di molti occhialini curiosi e i più frugavano nel fondo del palco con la speranza di scoprirvi la maschia figura dello scrittore. Altri critici giungevano, altri mondani. Non più un posto era vuoto, in platea, in piedi, alle gallerie; erano state aggiunte sedie e poltrone, e non v'era modo di muoversi. Beatrice aveva visto un momento apparire Farnese all'ingresso delle poltrone e subito nel teatro molti sguardi s'eran rivolti verso di lui, alcune malignità s'erano incrociate:

— Viene a bruciare le ultime cartucce.

— Le ultime raccomandazioni ai critici.

— Quasi che essi non avessero l'articolo già pronto!

— Sapete: non si è mai abbastanza sicuri....

Giuliano Farnese, dopo avere stretta qualcuna di quelle mani che si tendevano verso di lui e dopo avere scambiata qualche parola con Filippo Ruffo, il famoso critico, era scomparso. Quel pubblico magnifico s'impazientiva nella sala.

Il segnale che la rappresentazione cominciava squillò. Un gran silenzio si fece, repentinamente. Beatrice sentì fremere in lei la sensazione dell'irreparabile, una lacrima di emozione le imperlò il ciglio; Loredano le sorrise, Èroli le mormorò una parola di speranza. Il sipario si levava. Un mormorìo si diffuse in tutto il teatro. La scena rappresentava un terrazzo elegante, rischiarato da lampioncini alla veneziana; il terrazzo era verde di piante, ingemmato di fiori. L'ammirazione saliva dalla sala verso quella messa in scena deliziosa. Già le battute secche ed aspre come schiocchi di scudiscio che erano nel dialogo di Farnese, s'incrociavano, s'accavallavano, si distruggevano. Claudina Rosiers era in scena con Lorenzo Gray. La contessa di Varrena — il personaggio che incarnava Claudina — perseguiva la sua Chimera, la Chimera dell'uomo perfetto, della passione sublime, del vincolo indistruttibile. Lorenzo Gray le faceva la corte, tentava di sorprendere in lei l'attimo di vulnerabilità. Ella, distesa su una poltrona, si lasciava cullare dalla canzone amorosa dell'innamorato. L'atto si svolgeva, rapidissimo, denso d'idee, ora lieto, ora malinconico, mentre tre o quattro tipi di uomini tentavano, ciascuno al suo turno, la conquista della chimerica contessa. L'atto si chiudeva con una brillante invettiva che la donna, esasperata dall'inutilità della sua aspra ricerca, scagliava contro le quattro marionette che le si prosternavano.

I primi applausi scoppiarono. La commedia in quel primo atto si disegnava perfettamente, l'abilità scenica del Farnese vi era prodigiosa, lo spirito e la grazia vi scintillavano all'apogeo. Il successo si pronunziava nei primi giudizii, nelle prime discussioni e la costernazione già annuvolava qualche viso invidioso.

— Chi sa mai dove sarà Giuliano, a quest'ora? domandò Beatrice, già felice pel lieto avvenimento che oramai era d'ora in ora più probabile.

— Tu sai il suo sistema: uscire dal teatro quando s'alza il sipario, prendere una carrozza e farsi trascinare fino al momento in cui calcola che la rappresentazione stia per finire. Prima del quarto atto non sarà qui.

Beatrice, ponendo un dito su le labbra, impose silenzio, poichè il sipario si rialzava per il secondo atto, questa volta sul _boudoir_ della contessa Varrena, di una squisitezza eccezionale. Claudina era in scena circondata dagli ammiratori, dei quali, chi le rendeva un servizio, chi le dedicava un sospiro, chi le arzigogolava un madrigale, chi le diceva una frase d'amore, chi una mezza insolenza. A poco a poco, ella aveva la prova della fatuità e della vanità di quegli uomini che le protestavano ovunque e comunque il loro amore, e in un momento di esasperazione, li giocava uno dopo l'altro, mostrando bene ai bellimbusti che se essi avevano tentato di farsi gioco di lei, ella li aveva preceduti nel loro disegno. Li metteva, così, finemente alla porta ed i Proci cui la casta Penelope aveva rovesciato tutte le liete speranze, riprendevano con arie affrante e visi smorti i loro mantelli ed i loro cappelli, per uscire mogi mogi da quel salotto ove erano entrati poche ore prima, in un momento in cui credevano baldanzosamente che ne sarebbero usciti vincitori. Suonavano le dieci e mezzo quando, usciti i corteggiatori, Claudina rimaneva sola in scena, e non sapendo che fare, chiamava la cameriera per farsi aiutare a svestirsi. Ma aveva appena cominciato quando Gray compariva su la soglia: era passato, tornando dal Circolo, e avendo visto le finestre illuminate era salito. Così Claudina licenziava subito la cameriera, riparava alla meglio al disordine suggestivo delle sue vesti, — e la grande scena cominciava. Quelli attori perfetti che erano Claudina Rosiers e Lorenzo Gray eseguirono ambedue meravigliosamente quella scena che era il pernio della commedia; sovente Claudina fu interrotta dalle approvazioni. Era una scena di grazia e di emozione, di verità e di tristezza: l'uomo sinceramente innamorato, il solo che sentisse veramente il suo cuore gonfio di passione, non voleva più resistere a quella pena e, sotto la suggestione morbida delle piccole nudità dell'amata, a poco a poco smarriva le staffe, la passione turbinava ed egli tentava su la donna la resa. Ma questa, esasperata ancòra dalle prove di menzogna e di nullità che le avevano dato poco prima i suoi corteggiatori, non sapeva fatalmente distinguere che quell'uomo che ora le parlava d'amore era sincero, che nella sua voce vibrava il sentimento, non s'avvedeva come quell'uomo incarnasse la Chimera di cui ella andava all'affannosa ricerca; vedeva solamente in lui il maschio brutale, il seduttore, l'uomo che prende il frutto che gli si offre senza ch'egli ne senta la brama, e, non tenendo conto dell'omelia d'amore che il giovane le celebrava vibrante di passione, ad un momento ch'egli era divenuto più audace, lo metteva alla porta, con le più crude parole.

Il successo era salito enormemente. L'atto di una finezza e di un'amarezza infinite aveva destato sussulti in tutti i cuori ed al calar del sipario su quel fatale inganno tutte le mani s'erano sollevate all'applauso, specie quelle delle donne, ognuna delle quali trovava nella propria anima un brandello della chimera cara alla contessa di Varrena. Nella platea e nei corridoi la discussione aumentava sempre più: i critici drammatici erano attorniati, spiati, tenuti d'occhio da taluni che poi salivano nei palchi delle signore a dire: «Filippo Ruffo ha detto che è il capolavoro di Farnese»; o pure: «Roberto Drago mi ha detto che è un disastro». Alcuni letterati e giornalisti discutevano in gruppo, gli altri autori drammatici serbavano un contegno indifferente e impenetrabile. Quei corridoi, a momenti, sembravano bolgie infernali. Andrea di Vele era salito nel palco di Beatrice, le aveva portato le più schiette congratulazioni, riferendole le dicerie delle quinte e dei corridoi. Andrea di Vele era il più intimo e caro amico di Farnese, cui piaceva per l'ingegno sbrigliato, pel carattere leale ed amabile e la conscienza integerrima: anzi, egli lo aveva soprannominato «il Cavaliere senza macchia e senza paura» e Andrea di Vele aveva accolto con piacere quel soprannome che l'onorava. Era un giovine alto e maschio, bruno, con due occhi di fuoco, i mustacci rialzati, di un'eleganza sobria ma squisita. Buon parlatore ed un po' prezioso — ciò che aumentava fascini al suo discorso — egli portava nelle conversazioni il corredo brillante della sua simpatica cultura, lo scintillio del suo ingegno letterario, l'esperienza della vita ch'egli aveva avuta burrascosa, la conoscenza del mondo ch'egli aveva corso in lungo ed in largo, da Battro a Thule come dicevano i Romani, secondo le loro estreme cognizioni geografiche.

Ora Andrea di Vele raccontava di essere salito in palcoscenico per trovarvi Giuliano, ma di averlo cercato invano; aggiunse poi che Claudina Rosiers, complimentata, festeggiata, glorificata, era nervosissima per l'assenza del suo autore. In quel momento Beatrice, Loredano e di Vele udirono pronunziare queste parole da un signore molto _smart_ che era con alcune signore nel palco contiguo al loro:

— Guardate, guardate Giuliano Farnese. È in quel palco dov'è quella signora in raso rosa. Nel secondo palco dopo il proscenio, in seconda fila. Eh, eh! raccoglie gli allori, il trionfatore!