Il Miraggio: Romanzo

Part 4

Chapter 43,659 wordsPublic domain

— Il piccolo Luca, spiegò, è in collera col suo papà perchè non è venuto a prenderlo per la passeggiata, come gli aveva promesso stamane. Non è vero, Luchino? — Ed avendo il bimbo assentito del capo, aggiunse volgendosi a Loredano e poi a Beatrice: — La signorina Rosiers mi ha mandato dalla sua sarta a vedere i tre abiti pronti per la _Chimera_ ed ho fatto tardi. Ora, siccome stasera desidero di restare in casa con voi, le ho comunicato i miei appunti e i miei consigli da profano.

Mentre costruiva questo piccolo ed abile edifizio di menzogne, egli osservava sua moglie, la cui fisonomia si rischiariva subito con un riflesso di piacere e di calma. Beatrice aveva sùbito ricominciato a parlare con Loredano, mentre Farnese pensava con soddisfazione all'abilità spiegata nel riparare all'imprudente frase del piccolo Luca. Chiunque altro si sarebbe stupito della facilità con la quale sua moglie aveva accolte per vere le sue spiegazioni, ma egli aveva talmente corso la vita di qua e di là, che da molto tempo oramai non si stupiva di niente!

Il pranzo era cominciato, fra le domande di ogni sorta rivolte a Farnese da Loredano riguardo alla nuova commedia, alla cui prima rappresentazione egli era venuto ad assistere. Farnese con piacere — e tutto l'autore si rivelava in questo piacere — aveva parlato a lungo della sua opera, narrandone il soggetto, commentandone lo svolgimento, dando notizie su l'andamento delle prove e su le varie probabilità di interpretazione e di successo. Da queste notizie erano presto passati ad una discussione artistica e Loredano, che non chiedeva di meglio, vi si era lanciato intieramente. Per la ventesima volta, ripresero una loro discussione sul teatro, passarono ad enumerare capolavori e successi, e Beatrice potè udire frasi come queste:

— Io non scriverò più per il teatro. Il teatro è un'arte inferiore, diceva Loredano. Non so più chinarmi ad affrontare il giudizio del pubblico, molte volte ingiusto ed irragionevole, nè posso subire i vincoli che m'impone il teatro, sopra tutto quello di dover pensare ad una media intellettuale del pubblico, ad un _average reader_, come dicono gl'Inglesi. È per questo appunto che il teatro è un'arte inferiore.

— No, non è inferiore! protestava Giuliano. Come puoi dir tale un'arte che ha avuto Shakespeare: Shakespeare, l'uomo più profondo della terra, il creatore umano più sublime?

— E che significa? Shakespeare era un Dio! rispondeva Loredano. Al suo confronto io non sono che un abatino e di conseguenza non scriverò mai più commedie in vita mia...!

— Giuramento da marinaio! interruppe Beatrice ed aggiunse finemente, sorridendo: — Come si intitola quella che stai scrivendo?

Si rise. Il piccolo Luca, pur non avendo capito, vide ridere gli altri e proruppe in un grande scoppio di ilarità.

— Ecco, continuava Farnese, tua sorella ha detto la morale della favola. Eh, eh! mio caro, si nasce autori drammatici come si nasce assassini.

— Il paragone è lusinghiero, esclamò Beatrice.

— Ma molte volte esatto! disse Leonardo ridendo; ed aggiunse: — Soggiogarsi al pubblico? No, no, mai più! Il pubblico.... chi è? cos'è? cosa vuole? Mistero. Sai chi ha detto la vera grande parola sul teatro e sul pubblico? Il tuo Orazio in una delle sue _epistolae_, quando al rumore degli applausi per un attore che non ancòra aveva parlato, egli domanda al pubblico: _Dixit adhuc aliquid? Nil sane. Quid placet ergo? Lana Tarentino violas imitata veneno._

— Io non sono dotta in latino, interruppe la sorella, come Ninon de Lenclos. Vuoi tradurmelo?

— Significa: Disse ora qualcosa? Niente affatto. Ed allora che cosa si applaude? La lana che imita le viole con veleno tarentino. — Poi rivolgendosi a Farnese continuò: — Mio Dio, ora non si applaude più alla lana che imita le viole, ma è certo che le gambe ed i fianchi di un'attrice hanno un'enorme importanza nella riuscita di un'opera d'arte.

Beatrice ascoltava sorridendo quei discorsi uditi tante volte! Talvolta qualche parola di suo marito la riconduceva col pensiero a Claudina Rosiers. Ella non era veramente gelosa di costei, ma sospettava sempre della castità delle visite che Farnese faceva in palcoscenico. Lo amava molto e temeva quelle donne estranee che avevano per lui i fascini e gl'inganni delle ignote. Tuttavia non aveva mai espresso a Giuliano quei suoi timori per un sentimento misto di orgoglio e di rispetto: orgoglio perchè non voleva ammettere la possibilità che suo marito potesse anteporle un'altra donna qualunque; rispetto perchè non voleva stimarlo capace di un tradimento o di una calcolatrice commedia di affettuosità e di devozione verso di lei. Nè Giuliano aveva mai pensato che sua moglie potesse sospettare e soffrire per la sua vita fuori di casa, che era tanta e così turbinosa. Egli traversava l'esistenza con una certa noncuranza, occasionata anche dal fatto ch'egli non reputava tradimenti e colpe quelle sue brevi cadute senza conseguenze sul terreno sdrucciolevole della galanteria facile ed interessata. Così che, riparata alla meglio la frase imprudente del piccolo Luca, egli, non pensando che ciò potesse procurare a Beatrice preoccupazioni moleste, seguitava a parlare della signorina Rosiers con entusiasmo trascendentale. La donna taceva; così che, quando Loredano dimandò se l'attrice esaltata era bella e se era pericolosa per la fedeltà di Giuliano, ella levò sùbito il viso incontro al marito. E stupita che Loredano avesse pronunziato, con la sua ultima domanda, le parole che le si agitavano nella mente, disse, osservando l'impressione che le sue frasi esercitavano sul volto del marito:

— La signorina Rosiers? È veramente bella, ma dicono anche che sia onesta. Sebbene queste assicurazioni sieno il più delle volte erronee, pure ciò mi tranquillizza molto sul conto di Giuliano. Del resto, s'egli penserà diversamente non avrà che a dirmelo ed io prenderò una strada diversa per dignità mia, per mia pace e per lasciarlo tranquillo. Ma tutte queste sono sciocchezze, — concluse ridendo e prendendo la mano del marito — grandi sciocchezze e non vi è nulla di nulla! Non è vero, Giuliano?

Al primo momento di quella uscita inattesa, e mentre Beatrice trasaliva fin nelle più intime fibre per l'ansia di cogliere un'espressione sincera nella risposta di suo marito, questi non si rese subito conto di quel che potesse significare quel discorso; ma poi, prendendo tempo col raccontare ciò che si diceva su l'onestà della Rosiers, potè convincersi che le parole di Beatrice erano quelle di una donna che vuol convincere e rassicurare prima di tutti, sè stessa; intuì, perciò, che bisognava usar prudenza, non per aver agio maggiore nelle sue relazioni, ma per evitare dissidii famigliari e laceranti preoccupazioni a sua moglie; così che, ritrovato il suo sangue freddo, giocò di abilità e di prudenza conchiudendo col dire:

— È appunto per questa sua onestà che tu puoi essere tranquilla su Claudina Rosiers a mio riguardo. Ella cerca un marito e non un amante, un nome e non uno scandalo qualunque. — Poi subitamente e ridendo per aggiungere colore di verità alla sua indifferenza, disse ancòra: — Vuoi esserle presentato, Leonardo? Chi sa che non possiate amalgamarvi.....

I bimbi si erano già levati da tavola e, dopo una debole risata di Loredano, un silenzio imbarazzante si era fatto intorno alla mensa. Al centro di questa, in un gran _parterre_ d'argento cesellato, era una quantità enorme di violette di Parma, la cui seta oscura era interrotta dal velluto di qualche rosa gialla. Farnese aveva ripreso a parlare con molta gaiezza, lieto per quell'ambiente intimo e raccolto; e si compiaceva per le argenterie e le biancherie che splendevano e biancheggiavano ancòra più sotto la bruna ombra di quel tappeto di violette e di rose. Beatrice prendeva dal vaso alcune di quelle violette e le sfogliava lentamente, fogliolina a fogliolina, mentre il marito aveva ripreso a sviluppare le sue idee sul teatro.

— Una commedia, egli diceva, è, come affermava Balzac, l'opera più facile e la più difficile per lo spirito umano: è un giocattolo di Norimberga od una statua immortale, è un pulcinella o una Venere... Dimmi piuttosto che è necessario pel teatro un ingegno speciale, se non un grande ingegno. Prova ne sia lo stesso Balzac, il quale chiamando melodrammi miserabili le creazioni di Hugo, non è mai riuscito a finire quella sua commedia in cinque atti, _Joseph Proudhomme_, tante volte e così minutamente annunziata alla sua contessa Hanska! E non si può negare che nei suoi romanzi Balzac mostrasse pel teatro tutte le attitudini desiderabili!

Mentre continuava in questi discorsi, osservando la moglie, come un altro si sarebbe detto: «Non sospetta, e del resto non ve ne sarebbe alcuna ragione» egli si diceva: «Bisogna farle smarrire le tracce per qualunque evenienza». Sotto le sue apparenze noncuranti e non ostante le sue continue fanfaronate, lo scrittore aveva la qualità principale della prudenza: la riflessione. A traverso le futilità di alcuni suoi discorsi, per esempio, si poteva scorgere la trama di un suo disegno dei più serii. In ogni occasione della sua vita egli si era conservata aperta una via d'uscita, aveva tutelata una possibile ritirata decorosa. Giammai egli si era trovato in condizioni diverse da quelle che aveva preparato egli stesso. Tutte quelle parole ch'egli pronunziava, sempre con una gaiezza spensierata o fanfaronesca, erano prima state lungamente pesate, valutate, discusse. In somma, nella vita, per non essere sorpreso inopportunamente, egli recitava una parte che egli stesso si era scritta e che aveva a lungo meditata e studiata. Così che, al momento in cui il domestico mesceva la spuma candida dell'_extra-dry_ nelle esili coppe di cristallo e quelle coppe erano levate per augurare fortuna alla nuova commedia sua, egli diceva con la più semplice ed indifferente aria di questo mondo:

— A proposito di Claudina Rosiers posso dirvi sotto ogni riserva, però, che si mormora tra le quinte di un progetto di matrimonio fra Claudina e Lorenzo Gray. Quello che so di certo è che l'attrice è molto tenera per il suo patito. Anche oggi, dopo la prova, sono usciti insieme dal teatro, Gray l'ha accompagnata a casa e mi dicono le sue amiche che di solito egli sale e vi resta. D'altra parte, non sarebbe un cattivo affare per la Rosiers: Gray è un buon attore, ben pagato, di sicuro avvenire, è un bel giovine, un bravo figliuolo e niente affatto geloso! — Poi, come gli venne da ridere, pensando a quella sua ultima affermazione a proposito di quell'Otello in cravatta bianca che era Gray, cercò di spiegare la sua improvvisa ilarità, dicendo: — Tutto andrebbe bene. Mi dispiacerebbe solo per Leonardo che non potrebbe più amalgamarsi.....

Il risultato di quel contegno non si fece attendere. Al levarsi di tavola, Beatrice prese il braccio di lui e lo strinse al seno con un gesto pieno di confidenza e di affettuosità. E nella conversazione che seguì nel salotto, dopo che i bambini furono condotti via dalla Miss, trovò modo di essere così gentile, così amabile, così affascinante che in un momento ch'egli era uscito, Loredano disse alla sorella:

— Egli ti ama sempre molto. Puoi essere felice!

— Oh sì, rispose Beatrice, non potrebbe essere più buono e più mio.

— E tu avevi dei sospetti su quella Claudina Rosiers? dimandava il fratello.

— Già, scioccamente, rispose Beatrice. Ma ora sono tutti dissipati e la scioccherella fa ammenda.

La povera donna non avrebbe mai sospettato che suo marito fosse uscito dal salotto, appunto alla ricerca di un pretesto plausibile per andar fuori e recarsi da Claudina. A poco a poco, nella serata, il fascino dell'attrice lo aveva ripreso e gli era sembrato stupido interdirsi per quella sera il piacere spirituale che gli procurava la vicinanza dell'attrice. Uscito dal salotto, si era recato nel suo gabinetto da lavoro ed aveva cercato nel cassetto della sua corrispondenza le lettere, i bigliettini ed i brevi telegrammi di Claudina. Aveva scelto un bigliettino dell'attrice, ricevuto molte sere innanzi, ma senza data, bigliettino in cui l'attrice lo pregava di passare prima della mezzanotte dal teatro, per un affare urgente riguardo alla messa in scena della sua nuova commedia. Farnese prese quel biglietto e mandò il domestico in cerca della sua corrispondenza serale. Quando l'ebbe, vi mise in mezzo la lettera di Claudina e rientrò nel salotto. Mentre Loredano parlava a Beatrice del suo ultimo viaggio nelle Fiandre, Farnese si era seduto in un angolo del salotto per aprire e scorrere quella ventina di lettere e di giornali. Giunto alla lettera di Claudina, aveva fatto con un suo coltellino d'oro il gesto di tagliare l'orlo della busta e, scorse appena poche righe, con un gesto d'impazienza aveva detto:

— Nè pure stasera posso restare tranquillo. Ecco qua la Rosiers che mi manda a chiamare per un affare urgente.

Ed aveva tesa la lettera. Quelle parole erano state pronunziate con tale sincero accento di ira e di fastidio, che Beatrice aveva mormorato un «Povero Giuliano!» che, avendo fatto sorridere finemente Loredano, aveva procurato a Farnese una puntura di rimorso per la commedia indegna da lui recitata. Tuttavia seguitò a recitarla; e appunto Beatrice dovette pregarlo di recarsi al teatro, poichè l'affare poteva essere veramente urgente e la sua presenza necessaria. Egli osservava intanto, con compiacenza, che il suo strattagemma non aveva destato alcun sospetto in sua moglie; volle però ribadire quella sua fiducia con un ultimo colpo di azzardo, dicendo a suo cognato:

— Loredano, vieni anche tu! Ti presenterò a Claudina e vedremo se vi si potrà davvero amalgamare.

Egli aveva trascorso un minuto di ansia, prima che Loredano avesse rifiutato l'invito, pretestando il lungo viaggio fatto e la notte vegliata. Ma, mentre Farnese infilava la pelliccia e stava per prendere congedo, Beatrice insistette presso il fratello perchè si recasse anche lui al Teatro Nazionale. Farnese capì che Beatrice desiderava segretamente che Leonardo l'accompagnasse per essere più calma e sicura, e quella sua prudente riflessione lo indusse ad insistere scherzosamente con Leonardo, a fine di mostrare come la sua visita all'attrice non avesse un secondo fine da nascondere:

— Vieni, egli insistette, t'assicuro che l'amalgama è invitante. Il metallo è delizioso!

— Ma il mercurio, rispose Loredano accennando sè stesso, è così gelato stasera, che l'amalgama sarebbe chimicamente impossibile.

Scampato dal pericolo Farnese, si guardò bene dall'insistere ancora, e, salutando i due, ebbe una sorpresa quasi dolorosa nel leggere sul pallido volto di sua moglie tanta amorosa confidenza.

IV.

«Il mio cuore» — si diceva poco più tardi Farnese mentre la carrozza chiusa correva lungo la splendente via Nazionale verso il civettuolo teatro — «è come una di quelle famose scatolette cinesi che ne contengono successivamente altre cinque o sei, sempre più piccole, l'una incastrata nell'altra. Il mio amore per Beatrice, che tuttavia è indiscutibile, mi permette, per esempio, di recitare commedie come quella che ho recitato poc'anzi per potere andare da Claudina Rosiers. Nella scatoletta successiva vi è il rimorso per l'inganno ed il desiderio di restar con Beatrice; ma in quella incastratavi dentro trovo invece il desiderio di riveder Claudina. Così sono sicuro di trovarne dentro a questa, ritornando dal teatro, un'altra che conterrà una coerentissima noia ed il pentimento per l'inutilità di ciò che ho fatto stasera... e nuove lotte fra il rimorso e il desiderio, fra la ragione e l'impulso. Ah, che cosa ridicola!» Ma tutta questa saggia analisi non gli impediva di avere il cuore preso da una gioia quasi infantile e che si rivelava in gesti allegri e numerosi, quanto più la carrozza s'avvicinava alla bianca facciata dell'elegante teatro. «Io invento le favole per giustificare a mia moglie la mia condotta» — egli aggiungeva, in un altro momento di rimorso — «e poi, quando vedo ch'ella mi presta fede e soffoca in mio onore ogni minimo sospetto, faccio il viso di un Trissottino che ascolti lodare Vadio. Ancòra un'altro trionfo della coerenza!» Osservazione che non gli impediva, appena disceso innanzi al grande scalone di marmo del teatro, di domandare ad un impiegato, e con una mal dissimulata ansietà nella voce, se Claudina Rosiers era in scena. Avuta una risposta affermativa, egli salì un po' contrariato le scale, guardò la sala dal cristallo ovale della porta della platea: vide Claudina in scena, vide i suoi gesti ma non ne udì le parole, e l'automaticità di quei gesti senza parole lo fece sorridere mentre, percorrendo il corridoio del primo ordine di palchi, arrivava al palco di proscenio che è quasi su la ribalta e bussava su la piccola porta col pomo di cristallo del suo bastone per farsi aprire dal palchettaio. Appena entrato, guardò la sala, rispose a cinque o sei saluti direttigli dai palchi o dalle poltrone, ma si rivolse subito alla scena, poichè _La visita di nozze_ era giunta al punto in cui, Cygneroi uscito, la povera donna prorompe, accompagnando il gesto del fazzoletto, in quel «Pouah!» più eloquente di cento parole, quel grido che viene dall'anima e dalla coscienza in rivolta, quel grido che riassume, a quel punto ed in quel senso, tutto il disprezzo di una grande miseria umana. Una salva di applausi aveva tenuto dietro a quel «Pouah!» detto da Claudina Rosiers con violenza ed efficacia meravigliose. Mentre la commedia volgeva rapidamente verso la malinconica fine, Farnese seguitava ad osservare la sala dal fondo del palco, dove s'era rifugiato per non essere visto dall'attrice e darle d'improvviso in palcoscenico il piacere della sua visita inattesa. E non appena il sipario cominciò a cadere fra gli applausi, lo scrittore uscì dal palco, dirigendosi verso la porta delle scene: ma per arrivare a quella porta, cui egli si avviava in fretta a fine di giungere da Claudina prima che gli importuni l'avessero avvicinata, lo scrittore dovette traversare il grande _foyer_ del primo piano risplendente di marmi, di specchi e di luce elettrica. Aveva appena schivato un gruppo di giornalisti, quando una mano si posò su la sua spalla e una voce lo chiamò per nome:

— Ah, siete voi, Filangieri? disse lo scrittore volgendosi e riconoscendo l'uomo che l'aveva salutato. Come mai da queste parti? Non più alle ballerine si limita la vostra caccia serale, ma si estende anche alle commedianti? I miei complimenti!

— _Pardon, pardon_, rispose Filangieri con una pronunzia che marcava l'_erre_ e non prendendo la mano che Farnese gli tendeva per congedarsi. Io non ho mai limitato le mie cacce, come dite voi, alle ballerine od alle commedianti; mio Dio, fra le starne e le quaglie la differenza non è molta..... Ma ora vengo qui perchè quella Claudina Rosiers è veramente graziosa e mi dicono anche che sia molto, dirò così, assediabile... Che ne sapete voi? voi, autore drammatico?

Farnese dovette faticare a vincere la tentazione che gli era venuta di picchiare sul cappello luccicante del fatuo bellimbusto. Cercò di rispondergli a dovere, ma Filangieri aveva già cambiato discorso e gli domandava con falso interesse:

— E voi che fate? Lavorate? Lavorate? A che, se si può sapere? È molto tempo che non abbiamo più nulla di vostro! Sarete crudele per molto tempo ancora?

— Non credo, rispose Farnese, osservando la faccia glabra e il colorito rossastro e la figura tozza e grossa dell'aristocratico _viveur_, poichè da quindici giorni tutti i giornali annunziano nelle loro cronache la mia nuova commedia che andrà in scena qui fra tre o quattro giorni. Buona sera.

E, stretta la mano dell'elegante, si allontanò per rivoltarsi poi a vedere il naso lungo fatto dal suo interlocutore a quella inattesa risposta che l'aveva lasciato male. Un po' infastidito per il ritardo, lo scrittore arrivò al palcoscenico, traversò la scena già pronta per il nuovo atto, passò in mezzo alla folla dei comici senza fermarsi con nessuno, arrivò al camerino di Claudina, bussò discretamente alla porta col pomo di cristallo del suo bastone e, mentre un'indifferente voce femminile rispondeva «avanti», egli entrò. Ma quale non fu la sua delusione nel trovare Claudina circondata da quattro abiti neri, che esponevano in quel camerino d'attrice ed intorno a quella donna bella la loro imbecillità e la loro presunzione! Chiunque avrebbe potuto leggere sul volto di Claudina un'eguale ed intensa espressione di fastidio, il cui significato, dopo l'ingresso di Farnese, era evidentissimo e chiunque avrebbe compreso che il meglio da fare era ritirarsi e lasciar libera la piazza. Non certo i quattro visitatori capirono questo, pur avendo osservato quell'espressione di contrattempo disegnarsi sul volto dell'attrice. Essi erano quattro purissimi rappresentanti di quella speciale gioventù che passa l'esistenza, consentita a loro oziosa dalle eredità famigliari, tra le sale dei circoli ed i bars equivoci, le orizzontali ed i _bookmakers_. Essi odiano i salotti perchè il loro spirito grossolano, la loro ignoranza presuntuosa e le loro attitudini equivoche ve li fanno trovare a disagio. Ogni sera, dalle otto alle tre di notte, si incontra ovunque la loro marsina perfetta ed il loro monocolo inglese, ogni sera espongono la loro bestialità e la loro volgarità. Ed il più triste è questo: che il più delle volte questi bei campioni hanno i nomi più illustri dell'aristocrazia europea e su ciascuno di essi, si può mettere, come faceva Farnese su quei quattro, un nome venerato di papa, di cardinale o di guerriero e su la loro carta da visita — che lasciano alle più volgari donne galanti con due righe d'invito o di scusa — hanno gli stemmi più immacolati e gloriosi. Farnese pensava questo, guardando quei quattro, uno dei quali era un conte di Fontanerose, il cui trisavolo era stato uno dei più illustri generali savoiardi, ed ora il giovane conte era celebre fra i suoi camerati per le sue relazioni ridicole con una orizzontale quarantenne; un altro, un Sammartino, aveva il padre ministro fra i più stimati e la sua famiglia era fra le più chiare per opere d'ingegno e di spada — mentre il giovane rampollo era divenuto celebre per aver giuocato in una notte di _baccarat_ un suo palazzo del valore di cinquecento mila lire; il terzo, un giovine imberbe di venti anni ma già logoro e vizzo, un Morosini, aveva gli avi fra i dogi ed i più eminenti personaggi della gloriosa Repubblica Veneta e si diceva che il giovinetto minacciasse la madre, quando la povera donna ricusava di dargli quel denaro, che egli portava a una comparsa da operette in compagnia della quale si ubbriacava di acquavite, tutte le sere, in un fetido _bar_ di via Cavour; il quarto, infine, un tal Santacroce, ultimo avanzo di antichissima famiglia fiorentina, — che aveva avuto un avo paterno in Palestina a combattere nelle crociate a fianco di Goffredo di Buglione per la liberazione di Gerusalemme ed il cui nome è ricordato da Torquato Tasso nel suo poema come quello di uno eroe integerimmo — era già stato escluso da tre _clubs_ milanesi e veneziani perchè sorpreso mentre barava al _whist_.