Il Miraggio: Romanzo

Part 3

Chapter 33,632 wordsPublic domain

Stanco delle sue fatiche di romanziere, Farnese aveva pensato di riposarsi scrivendo tre ampii saggi intorno all'opera di tre pittori veneziani, che egli singolarmente prediligeva, Giorgione, Paolo Veronese e Carpaccio. Nella primavera del 1891, mentre correva l'Italia il suo nuovo libro, _Cieli stranieri_, libro d'impressioni dei suoi viaggi in Spagna, in Irlanda, in Olanda, in Fiandra, in Palestina ed in Oriente, egli rimase quattro mesi a Venezia, in un appartamento originalissimo ch'egli aveva affittato in quel curioso palazzetto Dario sul Canal Grande, che pencola un po' da un lato, e che si trova quasi prospiciente alla misteriosa casa di Desdemona. In quei soavi mesi di adorabile primavera veneziana, levato a primo mattino, Farnese sbrigava qualche articolo e qualche cronaca che, non ostante il suo riposo, doveva dare ai giornali ed alle riviste. Passava la mattina e metà del pomeriggio a percorrere i luoghi dove erano quadri dei suoi tre pittori, l'Accademia Reale di Belle arti, le chiese più lontane, S. Sebastiano, i Frari, Santi Giovanni e Paolo, — San Zanipolo, come abbreviano i veneziani — San Giovanni in Bragora, la Madonna dell'Orto. Verso il mezzogiorno, dopo una breve colazione al Caffè Quadri o al Florian, ritornava al lavoro e guardava, frugava, raffrontava, prendeva note, fino al tramonto quando, salito in gondola, amava goderselo su lo smisurato specchio della laguna o si faceva scivolare lungo il Canalazzo per vedere luccicare all'oro del tramonto i bei marmi orientali del palazzetto Dario dove abitava, o la facciata diamantata della Cà d'Oro, o per vedere tingersi ancòra di rosa le marmoree facciate del palazzo Contarini dalle Figure o del palazzo Foscari. Pranzava quasi sempre con qualche amico in un caffè sul mare, rientrava presto e prima di coricarsi leggeva, sbrigava la sua corrispondenza, ordinava le moltissime note raccolte nella laboriosa giornata. Poi dormiva d'un quieto sonno quasi infantile senza sogni e senza incubi affannosi. Gli era quasi ogni giorno compagno in quelle esplorazioni artistiche, Leonardo Loredano, bell'uomo di trentacinque anni, scrittore rinomato, amico fedele, gentiluomo perfetto appartenente ad una delle più nobili famiglie veneziane. Loredano aveva scritto romanzi e commedie che avevan dato molta voga al suo bel nome: — romanzi che erano quadri originali, grandi affreschi di quella vita cosmopolita così ardente oggigiorno e così vibrante, ch'egli viveva continuamente; commedie che eran fini esercitazioni di casistica sentimentale, opere delicate di un Marivaux del secolo decimonono, un Marivaux che bevesse l'_extra-dry_, fumasse i _londres_ e leggesse la _Vie Parisienne_ su la terrazza marina di un caravanserraglio cosmopolita di Cannes o di San Remo. Loredano era una delle figure più eminenti di Venezia: appena trentacinquenne, era già stato per due anni e con molto onore sindaco della sua divina città: gli avevano offerto la candidatura politica, ma egli aveva preferito tornare ai suoi calmi lavori letterari, riprendere i suoi incessanti viaggi a traverso il mondo. In quella primavera la sua sosta a Venezia si prolungava per restare con Farnese ch'egli amava molto. Qualche sera lo tratteneva a pranzare con lui in casa sua, e fu ad uno di quei pranzi che Farnese conobbe la sorella di Loredano, Beatrice, una snella figura di donna, con due occhi neri, dolci e sognatori, un colorito pallido che aumentava la sensazione di aristocrazia emanata da tutta la sua ammaliante persona. Farnese era stato preso a poco a poco da quel fascino, ed il poeta, che sonnecchiava in lui sotto il giornalista ardente ed il romanziere crudele, si ridestava in quelle notti lunari, quando i tre amici restavano su la terrazza tessendo sogni, allo sciacquìo sonnolento dell'acqua nel canale sottostante. I suoi lavori su Giorgione, Veronese e Carpaccio eran finiti da tempo e Farnese, nel giugno, non accennava ancora ad andar via. Una sera egli seppe che Loredano era improvvisamente partito per due giorni alla volta di Milano. L'innamorato si era subito diretto alla casa dell'assente, aveva chiesto della contessina Beatrice, rimastavi sola con la governante inglese e, contro ogni probabilità, egli era stato ricevuto in un salone sul Canalazzo, salone che l'unica lampada coperta da un paralume rosa lasciava in misteriosa penombra. Beatrice, tutta bianca, era seduta presso la finestra ed un raggio di luna l'inargentava. Il poeta in Farnese aveva trionfato. Ed egli, lo scettico, il misogino, il _professional Woman's hater_, l'odiatore professionale delle donne, disse d'un tratto tutto quel che sentiva, il bisogno da cui era commossa la sua anima, di una casa, di un'intimità, di una famiglia, in quella sua spossante vita di lotta e di lavoro. Era stato lirico, lui, solito di essere ironico; ma l'ironia aveva subito ripreso il sopravvento; e, mentre la donna rispondeva commossa e propizia all'offerta dell'innamorato, quel raggio di luna, quella veste bianca, quella giovinetta tremante, quella penombra, l'eco dello sciacquìo di quell'acqua nel canale sottostante, le grida lontane dei gondolieri, l'avevano costretto ad una grande risata, mentre diceva alla donna, già col cappello ed il bastone in mano: — «Noi facciamo il melodramma ed io fuggo. Vi lascio su queste buone parole». — Poi, l'innamorato avendo suggerito di tener per buone quelle promesse, egli aveva aggiunto: — «Per tutto il resto m'intenderò con vostro fratello». Ed era andato via, ridendo di sè stesso. Loredano, al ritorno, aveva accolto con gioia e con bonomia quelle recentissime notizie insperate. L'innamorato era partito subito dopo. Tornato in ottobre a Venezia, lo scrittore ne ripartiva, poche ore più tardi, avendo al suo braccio la signora Beatrice Farnese. Loredano contemporaneamente prendeva l'_express_ per Londra, felice di poter ricominciare la sua vertiginosa esistenza nella società di Cosmopoli.

La fortuna ed il nome di sua moglie s'erano aggiunti per Farnese alla propria fortuna ed al vanto del proprio nome nel sospingerlo in un mondo di eleganze e di raffinatezze che non era il suo. Fino ad allora egli aveva vissuto in un mondo speciale ed originale di costumi e di bisogni, un mondo di scrittori, di giornalisti, di artisti, di attrici e di cavallerizze. Egli aveva amato le falsità delle quinte, i cattivi sentori del palcoscenico; le parrucche incipriate delle cavallerizze e delle _clownesses_ lo avevano affascinato, ed all'uscire dalle austere sedute di lavoro o dalle serene discussioni con gli uomini più eminenti, lo scrittore aveva sempre veduto la vita sotto una cipria rosea, in uno sfolgorio di lumi, in un succedersi repentino di desiderj e di ebbrezze. Raramente egli aveva frequentato quel che oggi giorno chiamano il _gran mondo_, quasi i pettegolezzi e le ciancie di cinquanta saloni potessero raccogliere gli innumerevoli brividi elettrici della vita modernissima. In quei saloni egli aveva fatto rapide comparse quando qualche successo metteva di moda fra le belle duchesse il suo nome battagliero. Se ne era però subito allontanato, a causa di quelli uomini eleganti che volevano far sentir troppo al letterato la loro supremazia, e che anche nelle cortesie svelavano quella protezione che si ha verso un intruso compatito e sopportato perchè non se ne può fare a meno. Ma sua moglie nei primi anni di matrimonio aveva sùbito voluto godere i fascini della vita mondana, e tutti i saloni più esclusivisti di Roma si erano aperti per lei. Farnese era stato accolto questa volta, dagli uomini, come un buon compagno, — perchè vedevano in sua moglie una caccia probabile; non gli parlavano più quasi disdegnosamente di letteratura, ma lo intrattenevano intorno alle maggiori probabilità di riuscita di un cavallo a uno _steeple-chase_ qualunque, intorno all'ultima partita intavolata al Circolo, o al miglior paio di scarpe per il _lawn-tennis_.

Farnese si rifaceva di quelle sere di costipazione intellettuale — come egli diceva ridendo alla moglie — con ottime mattinate di lavoro incessante e fecondo. Lo scrittore non aveva perduto le sue ottime virtù di lavoratore metodico, di buon artigiano, com'egli soleva dire asserendo che bisognava essere un buon artigiano per essere un vero artista. Levato per tempo, lavorava sino a pomeriggio inoltrato; ma alle quattro la vita mondana lo riprendeva nel suo rumoroso vortice, sino al mattino seguente. A poco a poco, quelle eleganze e quelle squisitezze avevano affascinato in lui il borghese rimasto sotto la maschera dello scrittore scettico e la corazza dell'uomo rotto alla vita. In breve, egli sentì l'ossessione di quelle eleganze, non seppe più farne a meno, e qualche volta quasi avrebbe preferito al suo bel nome di autore celebre un titolo qualunque, l'onore solenne di duecentomila lire perdute in una notte di _baccarat_, il fascino irresistibile d'essere stato vincitore di un _derby_. Ma erano passeggeri e brevi momenti di debolezza: una seduta di lavoro lo liberava da tutte quelle elegantissime ubbìe.

L'ironista risorgeva in lui. Venne allora la terza maniera di Farnese, che fu quella che ebbe più successo di critica e di vendita. La sua vita mondana a Roma, a Cannes, a Montecarlo o ad Aix-les-Bains, lo indusse a riprodurre quella futile esistenza noncurante e nella serietà medesima con cui il romanziere descriveva le eleganze più deliziose e le etichette più infrangibili, si scandalizzava per la minima scorrettezza, si entusiasmava a freddo per una marsina di taglio inappuntabile o per l'impassibilità di un giocatore elegante al tavolo verde, era un feroce fondo d'ironia, che sfuggiva agli interessati ed ai colpiti, e divertiva tutti gli altri. Quei primi due romanzi della sua terza maniera, _Catene d'Oro e Sirene_ furono sui tabourets di tutte le principesse, nei gabinetti da fumo di tutti gli elegantissimi. Intanto altre sue commedie trionfavano: _Una parabola, Flavia, I tramonti_. Pubblicò anche sul giornale di Torrero, un piccolo capolavoro di satira una serie di note intitolata _Giornale di uno snob_, dove si risolvevano con la più esilarante compunzione questi ardui problemi: se fossero migliori le cravatte di Boivin o di Kent, quale ne fosse il nodo più acconcio, quale il più inglese taglio per le giacchette; e sopra tutto una _Teoria dello smoking_, rimasta indimenticabile, dove dieci uomini alla moda discutevano quattro ore se fosse lecito o no indossare lo _smoking_ per teatro nelle sere d'inverno.

Nel frattempo, egli aveva avuto due bimbi, uno maschio, Luca, che presentemente aveva circa sei anni, ed una femmina di un anno minore, Anna Maria. La moglie si era stancata della vita mondana, si era tutta consacrata ai suoi bambini ed al marito e questi aveva continuato, ma per poco tempo ancóra a correr solo i saloni, le sale d'armi, i circoli e gli alberghi internazionali, poichè come un articolo di Claudio Sanna, l'aveva lanciato nella bolgia letteraria, un altro articolo, anche a firma di Claudio Sanna, lo salvò da una rovina verso cui egli precipitava nell'incoscienza della sua nuova ebrietà. In quell'articolo severo il vecchio maestro avvertiva Farnese delle cattive tendenze che egli lasciava prendere alla sua opera, lo metteva in guardia contro le sorprese dei successi troppo repentini; gli consigliava e augurava un sano periodo di lavoro ed una nuova opera fortissima che potesse accoppiarsi a quell'_Aurora_, rimasta fino allora il suo capolavoro.

Questo libro venne, frutto di un anno di raccoglimento e spoglio di mondanità, e s'intitolò _I merletti_. Erano i merletti posti dalle belle dame su le ferite sanguinolenti e turpi, l'inganno del ricamo, la maschera di trina messa su la vergogna e sul peccato, l'eleganza che giustifica, la massoneria morale dell'alta società: libro fecondo ed inquieto, vera opera della maturità dell'artista. Pubblicati prima su la _Nuova Antologia_ e poi in volume, _I merletti_ ebbero un successo nel quale nè Farnese nè alcun altro avrebbe mai potuto sperare. In una con tutte le sue virtù di narratore facile, elegante e drammatico, con quelle delicatezze che pure solleticavano il gusto di qualcuno, la sua spietata analisi psicologica, Farnese era in quel romanzo filosofo e moralista; l'opera assurgeva a commento di un'idea, una morale vi trionfava oramai.

Il romanziere aveva scritto questo romanzo in una villa presso Siena, tra le tenerezze di sua moglie e le primavere gioconde dei suoi bambini. Qualche raro amico rompeva per pochi giorni la monotonia di quell'eremitaggio affettuoso e pensoso: Farnese serbava di quell'anno un ricordo profumato, come del periodo più felice e più squisito della sua vita. L'amore di Beatrice l'aveva sostenuto in questa opera di maturità, spronandolo nelle ore di sconforto e di sfiducia, quando pare che tutto crolli intorno all'artista in una notte densa e che il pensiero vacilli; confortandolo nelle ore di tristezza, distraendolo quando la sera, seduto per terra, egli chinava la fronte stanca sul grembo di lei, al lume roseo della lampada, mentre dalle stanze contigue giungevano i gridi spensierati del piccolo Luca e della fragile e bionda Anna Maria. Ella era stata la guida e la mèta, lo sprone e il riposo, collaboratrice e compagna, amante ed amata.

Giuliano Farnese aveva allora trentacinque anni. Finito il romanzo _I merletti_, mentre questo correva trionfalmente l'Europa nel testo autentico ed in quattro traduzioni, lo scrittore condusse la piccola famiglia al mare, a San Remo, dove egli aveva una villa e dove Loredano li raggiunse da Vichy; Farnese vi si riposò per due mesi senza toccare la penna. Al loro ritorno in Roma, dopo un'assenza di più di un anno, Farnese si era dedicato a una nuova commedia: _La chimera_. Ultimatala nel febbraio, aveva ricevuto un bigliettino da Savarese, direttore del Teatro Nazionale, che gliela domandava a ottime condizioni. Egli aveva volentieri acconsentito, stabilendo col Savarese un convegno. Questi si era ben guardato dal mancarvi e si era presentato nell'appartamento che Farnese abitava in un villino del Macao, (accompagnato da Claudina Rosiers che il commediografo non conosceva), avendo già nella tasca del soprabito il contratto da firmare.

Claudina Rosiers aveva ascoltato nervosamente la lettura della commedia. In certi momenti aveva pianto, mentre Farnese ironicamente sorrideva. Poi, andandosene con Savarese, ella aveva guardato lo scrittore con gli occhi ancóra pieni di lacrime, convulsa. Questi era rimasto un momento a guardare la porta donde i due erano usciti. Poi, scosse le spalle, aveva acceso una sigaretta e si era rimesso al lavoro.

Una settimana dopo le prove erano incominciate.

III.

Egli aveva lasciato Claudina Rosiers dopo quell'invito lanciatogli non ostante la severità di poco prima, ciò che affermava il vivo desiderio dell'attrice di rivederlo ancòra. Egli aveva schivato, durante tutto il pomeriggio di entrare in discorsi troppo intimi con la signorina Rosiers e invece, in quella carrozza e per quelle scale, era stato debole ed irriflessivo come un fanciullo. Era uscito dal teatro con l'intenzione di andar subito a prendere il piccolo Luca, appena riaccompagnata Claudina ed invece le sette e mezza suonavano all'orologio della Trinità dei Monti, quando egli traversava la piazza di Spagna, col bavero di lontra del suo soprabito freddolosamente rialzato. Fermò una carrozza che passava vuota e diede al cocchiere il suo indirizzo, raccomandandogli di far presto. Però appena chiuso nella carrozza, quell'ombra e quel tepore gli ricordarono Claudina; e passando sotto le finestre dell'attrice, lo scrittore non seppe trattenersi dall'accostare il viso al cristallo dello sportello per intravedere, come intravide, la fine figurina di Claudina Rosiers disegnata bruna sul rettangolo luminoso della finestra. Certamente non era amore quel desiderio della compagnia dell'attrice, che l'aveva preso da poche ore. Poteva meglio esser considerato come il fascino di quella giovinezza, come l'attrattiva prepotente di quella verginità ch'ella gli aveva esaltato così orgogliosamente. D'altra parte, egli poteva considerarsi ancòra come un marito amante della moglie, poichè qualche rapida corsa su la pista fallace dei facili amori non poteva considerarsi come un alto tradimento o come la conseguenza di un disamore.... Egli aveva quasi degli obblighi sensuali di rappresentanza. Per la sua fama, per la sua posizione influente, le carezze femminili gli erano esibite continuamente, per brama di scandalo o per curiosità o per guadagno o per desiderio di renderselo amico e favorevole. Pure avendo schivate quante più poteva di quelle voluttuose esibizioni, lo scrittore non poteva sottrarsi ad ogni profferta nè poteva ringraziare e rimandare, semplicemente, ognuna di quelle generose. Gli uomini invidiosi vigilavano poco lontano e Farnese non voleva assumere l'aspetto ridicolo ed umiliante di casto Giuseppe o di marito irragionevolmente fedelissimo. Aveva così conquistato quella abilità, ch'egli chiamava diplomazia amorosa, consistente nel limitarsi al minor numero possibile d'imbarcamenti per Citera, e nel compiere quei pochi innanzi ad una fitta folla di spettatori rabbiosi. Le donne di teatro volevano essere compromesse da lui per avere il vanto di essere sue amanti; nè Farnese chiedeva di meglio; e, se doveva baciarne una, coglieva il momento, tra una quinta e l'altra, in cui i soliti spettatori potessero vedere. Per questa ragione, egli pensava nel tepore di quella carrozza che gli ricordava l'attrice, come le parole e i sospiri di costei potessero non essere altro che una ancòra di quelle voluttuose esibizioni che lo perseguitavano su le tavole dei palcoscenici ed in qualche salotto di donna elegante. Tuttavia Claudina Rosiers non era una donna vana e leggera, nè poteva ammettersi in lei una venalità qualsiasi, poichè i suoi guadagni del teatro erano più che sufficienti alle necessità della sua vita modesta. Inoltre quella verginità ch'ella aveva saputo conservare pur passando per tanti ambienti diversi e corrotti, quella verginità intatta malgrado tante traversie e tante miserie, doveva essere per l'attrice un così prezioso patrimonio da non gettarlo e disperderlo per un trionfo della vanità o per il desiderio di un momento. Se ella, dunque, avesse concesso quel fiore a Farnese, egli avrebbe potuto essere sicuro dell'amore di lei, della passione che la inebriava. Ma egli non voleva quella concessione, intendeva di schivare quella sicurezza su una passione che sarebbe stata o dolorosa o delittuosa. Il ricordo di sua moglie gli attraversò il pensiero e ripensò la devozione di lei, la sua tenerezza, la sua immacolata fedeltà. Ella si sacrificava in silenzio, paga del solo amore dei suoi bambini, cullando l'unico sogno dolcissimo del loro avvenire e della loro felicità. Tuttavia l'assistenza e l'appoggio dell'uomo ch'ella amava non dovevano venire a mancarle, poichè solamente in quelli la buona creatura riponeva il suo conforto ed il suo compenso. L'idea di un più affettuoso riavvicinamento alla moglie attraversava con insistenza il pensiero dello scrittore e gli appariva possibile, poichè, le prove del _La Chimera_ terminando tra pochissimi giorni, egli non avrebbe avuto più occasione di tornare su le scene del Teatro Nazionale e di incontrarvisi nuovamente con Claudina Rosiers. Questi saggi propositi erano a volte spezzati da lampi di desiderio suscitati dal ricordo della bellezza dell'attrice; ma, spento il pallido lampo, i buoni proponimenti tornavano, ed in uno di questi ritorni, al momento che la carrozza si fermava d'innanzi al cancello della sua casa ed il cocchiere discendeva ad aprire lo sportello, lo scrittore aveva deciso di non andare quella sera al Teatro Nazionale e di mandare un biglietto di scusa con un pretesto a Claudina Rosiers, subito, prima che avesse avuto il tempo di mutar parere.

Nel frattempo egli aveva salito le scale e subito i bambini erano accorsi al rumore del suo ingresso nell'anticamera che una lampada sospesa, coperta da un globo di cristallo azzurro, rischiarava dolcemente. I bambini, che si erano aggrappati a lui anche prima che egli avesse potuto sbarazzarsi del soprabito, gridavano festosamente.

— È venuto lo zio Leonardo! È a Roma e resterà. È arrivato oggi, dopo colazione.

— Lo zio Leonardo, qui?

Mitigato il suo primo impeto di piacere che lo spingeva ad entrare nel salotto dove sua moglie era con suo fratello Loredano, lo scrittore ricordò la lettera da scrivere a Claudina, e volendo scriverla subito come aveva saggiamente deciso, prese i bambini per la mano, e parlando sottovoce, raccomandò loro il silenzio: poi con aria comica e misteriosa, li condusse nel suo gabinetto da lavoro. Il piccolo Luca e la bionda Anna Maria lo seguivano, gravi e compunti, interessati ed incuriositi da quel mistero, camminando su le punte dei piccoli piedi.

Nel gabinetto da lavoro del papà si sedettero su due grandi seggioloni, ove rimasero, senza pronunziar parola, tutto il tempo che Farnese impiegò a scarabocchiare sopra un cartoncino queste poche righe:

_Lunedì sera_,

«Mia buona Claudina, l'uomo propone e le combinazioni dispongono. L'arrivo, annunziato per stasera, di mio cognato Leonardo Loredano mi vieta di venir da voi, come vi avevo promesso, a godere un poco della vostra compagnia in quel vostro così intimo camerino del Teatro Nazionale. Perdonatemi e compatitemi.

FARNESE».

Poi, mentre lo scrittore chiudeva la busta e vi segnava il nome e l'indirizzo di Claudina Rosiers, i due bimbi si erano avvicinati al padre ed il piccolo Luca aveva dimandato con la stessa aria di mistero, usata poco prima da Farnese:

— Devo chiamare Stefano per mandare quella lettera?

Poi, presa la lettera dalle mani del padre, con una comica serietà, l'aveva tesa al domestico comparso alla chiamata, dicendogli:

— Questa lettera al suo indirizzo e sùbito.

Uscito il domestico, i bimbi si arrampicarono alle spalle del padre, ridendo e gridando così forte che la voce della mamma li richiamò dalla stanza vicina. Allora Farnese, più tranquillo, era entrato nel salotto, dove Loredano, seduto presso la sorella, si scaldava le mani a un'ilare fiammata.

— Finalmente sei rientrato, disse Beatrice, ma bisogna compatire l'autore drammatico nell'esercizio delle sue funzioni. È vero, Leonardo?

Leonardo si sciolse dall'abbraccio di Farnese per rispondere alla sorella, ma la sua risposta fu troncata dai gridi dei bimbi che, pieni di gioia, saltavano e battevano le mani intorno allo scrittore. Beatrice si rivolse al marito e domandò con la sua dolcezza abituale e pensierosa:

— Resti in casa, stasera?

— Tutta la serata: metà per te, metà per Leonardo.

— Ti ringrazio per la mia metà, disse ridendo Leonardo e ritornò accanto al fuoco per tendere le mani verso la fiamma brontolante.

— Sono enormemente stanco, diceva Farnese, tenendo su i ginocchi il piccolo Luca che prestava attenzione con serietà buffa. — Mi sono alzato alle sette. Ho lavorato sino a mezzogiorno. Figurati, Loredano, che una settimana fa sono venuti a domandarmi un lungo studio su Swimburne per una rivista nuova. Dovevo consegnarlo quest'oggi e non avevo scritto una parola, non avevo una nota a pagarla un tesoro. Poi, colazione. La tua signora sorella era magnifica in una veste da camera rosa della quale puoi giudicare tu stesso. Poi, le prove sino alle cinque. Dalle cinque.....

— È stato con la signorina Rosiers. Le ha scritto or ora.

Farnese credette bene di non raccogliere quella frase intempestiva del piccolo Luca, ma, avendo visto negli occhi di Beatrice un'ombra incerta che esprimeva insieme dolore ed ira, volle ripararvi: