Il Miraggio: Romanzo

Part 21

Chapter 213,823 wordsPublic domain

In basso s'apriva la conca verde bellissima, dove Firenze risplendeva come avvolta d'un fitto pulviscolo d'oro. Tutt'intorno era la corona primaverile delle colline digradanti come un anfiteatro meraviglioso. Qua le colline di Settignano, più in là la Castellina di Montughi, e poi l'asilo principesco di Careggi. Al centro l'oasi dorata di Firenze, traversata dalla striscia d'oro del fiume, che splendeva in una gloria di riflessi sotto il sole vivo. E tutt'intorno, nella verdissima conca e su per le colline d'una morbidezza di verde e d'una delicatezza di penombre e di sfumature che si sarebbero potute creder drappeggiate di velluto, fino in fondo all'orizzonte ed agli Appennini, era la Toscana, la Toscana sublime, il giardino dove la natura profuse follemente i suoi tesori eterni, la Toscana incantata tra i monti cesellati e le pianure in cui il sole ha indorato fin le più umili pietre, e in cui fin della polvere ha fatto un pulviscolo d'oro; la Toscana coi suoi paesaggi semplici ed ingenui, così limpidi, così precisi, così coloriti che sembran vignette, dove fin nei più umili villaggi s'eleva verso il cielo la forza e l'ardire delle torri che sembran ceselli e dei campanili che sembran ricami, tra le schiere malinconiche di cipressi disposti in bell'ordine come denti di un pettine prestigioso; la Toscana, infine, dalla grazia profumata e tenera la beata parte di mondo dove il cielo è trasparente come un cristallo, l'aria dolce e blanda come una carezza, la beata terra che il cielo adora, quel cielo che sotto la carezza bionda del sole palpita leggermente in un fremito voluttuoso, come un bel seno di donna sotto la tepida carezza di un bacio.

I due furono scossi dalla loro estasi per i rumori del corteo che si rimetteva in moto verso il cimitero delle Porte Sante. Quale tristezza era l'accompagnare alla sua ultima dimora in quel dì sereno una donna di vent'anni morta per lui, perchè ella non poteva non amarlo, mentre egli non poteva amarla. Troppo tardi ell'era giunta nella sua vita. E il tragico grido di Dante Gabriele Rossetti risuonava nell'anima sua: «Guardami in volto: io mi chiamo «Ciò che avrebbe potuto essere». — E mi chiamo anche: _Mai più! Troppo tardi! Addio!_»

Dallo sportello della vettura Farnese riconobbe un uomo che seguiva il corteo in distanza, solitario, pallidissimo. Senza pensarci due volte lo scrittore saltò giù dalla carrozza, raggiunse quell'uomo che altri non era che Lorenzo Gray, l'attore scomparso dopo commessa l'infamia ch'era causa ignorata di tutto quel fosco dramma, l'uomo che aveva ardentemente amato Claudina, sino alla pazzia, sino alla infamia. Quando Farnese stava per raggiungerlo, Gray si volse, vide e riconobbe lo scrittore. Senza parlarsi, fissandosi con gli occhi che si riempivan di lacrime, i due uomini si strinsero la mano convulsamente, a lungo.

— Ella avrebbe potuto amarvi e voi l'amavate! mormorò Giuliano più tardi.

— Ella vi ha amato e voi non avete potuto amarla, rispose Lorenzo Gray.

Il bieco fantasma del destino mancato apparve ad entrambi.

— Quale epilogo! mormorò Lorenzo Gray. Io non potrò vivere ormai che con la sua religione nel cuore. Il suo ricordo e il suo amore mi seguiranno nella tomba. Io l'ho troppo amata ed ho troppo sofferto per lei; e son pel cuore due stimmate che non si cancellano più!

— Ed io! esclamò lo scrittore. Quando si è, come io sono, la causa di un dramma così terribile, si è condannati ad averne per tutta la vita il fosco rimorso nel cuore. Il fantasma di lei quale la vidi l'ultima volta, quale la vidi cadere fra le mie braccia, non mi lascerà mai, io lo sento....

Giuliano avrebbe voluto aprirsi, confessarsi con Lorenzo Gray. Sentiva bene che tra tanta menzogna che seguiva la salma di Claudina i loro dolori erano i soli, o almeno i soli sinceri, profondi e insanabili. Sarebbe stato buono blandirli a vicenda, parlare di lei, di lei scomparsa, rievocarne lo spirito rivivendone i ricordi. Ma egli sentiva in Lorenzo Gray una certa ritenutezza, una certa freddezza di parola e d'accento; e gli occhi di lui non s'eran più incontrati coi suoi dopo il primo momento, dopo il primo saluto e la prima comunione di dolore. Spiegava il contegno di Gray pensando che questi lo faceva responsabile del dramma, che lo odiava forse per avergli strappata, incontrandosi su la sua strada, quella che poteva essere la felicità della sua vita. Egli non poteva certamente indovinare che nulla di tutto questo era nel cuore dell'attore, ma solo un grande rimorso pensando al male ch'egli aveva fatto a Farnese, ricordando ch'egli era stato con la sua ira e la sua gelosia la causa iniziale del dramma di cui ora finiva l'epilogo!

Non di meno nessuno dei due si distaccava dall'altro. Anche tacendo i loro dolori si sposavano, si sorreggevano; ed i due cuori battevano all'unisono per un'angoscia comune ad entrambi.

Si separarono solamente quando, dopo che la cassa fu calata nella fossa, le prime palate di terra caddero sul legno mortuario. Sentirono allora di non potersi nè guardare nè parlare senza piangere; e poichè avevano il pudore di rivelare il loro lutto e la loro angoscia innanzi alla folla, si allontanarono l'uno dall'altro senza una parola, senza un saluto, benchè sentissero che la morta nel mistero dell'al di là li aveva indissolubilmente uniti coi vincoli sacri di un'amicizia di dolore.

VIII.

Ritornavano dal cimitero delle Porte Sante, mentre il tramonto s'approssimava, distendendo nel cielo veli più accesi tra un pulviscolo d'oro più vivo e più denso. Farnese s'appoggiava al braccio di Loredano e nessuno dei due aveva fino a quel momento saputo rompere il silenzio. Infine Loredano disse serrando il braccio del cognato:

— Vuoi che camminiamo ancóra? Il tramonto è bello, l'aria è dolce, Firenze è soave. E noi abbiamo bisogno di aria libera e di un po' di bellezza dopo le emozioni di questi giorni e di oggi.

Farnese non rispose. Loredano lo fissò, spiando nei suoi occhi l'intime tristezze, poichè vedeva disegnarsi sul volto di lui le orme d'un tumulto sentimentale dei più violenti.

— Tu sei triste, disse allora Leonardo. La morte di Claudina è stato per te un grande colpo, lo comprendo; ma tu non devi preoccuparti così, non puoi ritenerti responsabile di quanto è avvenuto. La forza delle cose ha voluto che avvenisse quanto nè la tua onestà nè la tua bontà avrebbero potuto scongiurare. Col destino non si lotta, lo si subisce. Non lo si spezza, ma si può essere spezzati. È una lotta inuguale, pari a quella che avresti con un nemico che ti assale nell'ombra e di cui tu non puoi scorgere nè l'atto, nè l'arma. Non ti puoi attribuire quindi una colpa che non hai.

— Una colpa che non ho! esclamò Farnese. Oh fossero giuste e fossero vere queste tue parole. Ma non è così, non è così.... Da quella sera in cui Claudina è caduta moribonda tra le mie braccia tutto mi appare sotto una nuova luce e sotto un nuovo aspetto. E mi domando: perchè Claudina si è uccisa? Ella si è uccisa perchè mi amava, perchè le ho fatto credere in un momento di follìa che avrei saputo amarla per sempre d'un amore profondo e veemente... Il capriccio solo mi dettava le parole dell'amore, di quell'amore che per me era altrove, tanto presso a me che io non lo vedevo e non lo indovinavo perchè m'era troppo vicino...

— Ella ti ha amato, rispose Loredano e tu l'hai amata per quanto hai potuto. Fosti più leale abbandonandola e confessandole di non amarla più; la tua colpa sarebbe stata maggiore se tu le avessi mentito, se tu avessi recitato per lei l'ignobile commedia del sentimento.

— Oh ma vi sono delle responsabilità che non son nostre, esclamò Giuliano Farnese con impeto d'emozione, ma che divengono nostre poichè il destino ce le impone.... Quando io penso che se non l'avessi mai incontrata ella a quest'ora vivrebbe, sarebbe felice, i suoi parenti non sarebbero in lacrime... Ell'era una donna d'amore, nata per l'amore; e forse avrebbe appartenuto ad un uomo che avrebbe saputo e potuto amarla facendola beata, a Lorenzo Gray per esempio... E sarebbe una moglie soave, una madre felice per i figli ch'ella avrebbe avuto da un amore giusto e nobile, da confessarsi senza ritegno innanzi al mondo intero! Mentre invece ella mi ha incontrato, ella mi ha amato ed ora non è che un cadavere, chiuso nello zinco della sua cassa, oggi ancóra bella nel suo sonno eterno e domani putredine... Oh se io avessi saputo e se avessi potuto prevedere, come avrei avuto il coraggio e la forza di respingerla, di deluderla, di allontanarla da me....... Ma che sapevo io? Era un'attrice bella e giovine e l'inganno del palcoscenico, della vita di teatro, m'impediva d'intendere ch'ella non era come le altre! Come avvengono questi incontri fatali? Chi sa? Chi ci spinge? Chi ci guida? È la forza delle cose, come tu dicevi poc'anzi....... Dapprima la possibilità del dramma non appare e l'epilogo sembra tanto lontano tra tante nebbie rosee, e tutto è così dolce, così bello... Ma poichè ella mi amava ed io ero fuggito con lei, avessi almeno avuto l'energia di finger d'amarla, di non tornare a Beatrice, di rinunziar per sempre alla mia felicità pur che non fosse spezzata la sua vita...... Sì, sì, tutto, tutto sarebbe stato meglio di ciò che è avvenuto.. Ella è morta, orribilmente... Sì, sì, tutto sarebbe stato meglio... Ah se io non l'avessi mai incontrata! Ella sarebbe viva adesso, sorriderebbe forse ai baci di una sua creatura, sotto lo sguardo di un uomo amante ed amato.... Invece il crepuscolo scende su i due cipressi che ombreggian la sua tomba, lassù, al cimitero delle Porte Sante... Ell'è morta, è morta, e tutta la mia angoscia e tutto il mio rimorso non posson più nulla per lei e forse anche ella li ignora!...

Lo scrittore procedeva così, parlando a scatti, ripetendo le stesse frasi, gli stessi lamenti e gli stessi rimpianti; aveva gli occhi fissi a terra, la voce dolorosa, il passo greve e s'appoggiava pesantemente al braccio di Loredano.

Questi sorrise, scrollò il capo dicendo:

— Sono nubi passeggere, orizzonti foschi che dilegueranno ben presto, quando tu sarai tornato a Roma tra tua moglie e i tuoi figli, che ti mostreranno quale sia la vera tua vita e come tu non abbia alcuna responsabilità nel dramma cui sei stato partecipe. Tu hai detto più volte che, sopra tutto e contro tutto, ognuno deve vivere la propria vita. Ebbene, quella è la tua vita e tu devi viverla, intera, senza ambascie, senza rimorsi... E poi, tu lavorerai, e nel ritorno al lavoro tu troverai il miglior conforto, poichè — e son tue parole anche queste — nel dolore il miglior farmaco è la disciplina del lavoro e dell'arte...

— Ah, ma chi sa, proruppe Farnese con un accento di strazio, chi sa se io potrò più lavorare? L'arte è stata per me il sogno sovrano e imperioso. Ebbene, questo sogno io l'ho raggiunto, io l'ho coronato. Quale fu l'ideale che mi spinse a prendere in mano una penna? Fu un ideale molto semplice, molto orgoglioso e che m'appariva allora molto bello... Creare, creare, sognare e comunicare ad altri i miei sogni, pensare e disciplinare gli altri ai miei pensieri; aver centinaia e migliaia di persone che vi leggono, che vi ammirano, che vi ascoltano, che corrono ai vostri libri come ad una fonte di gioia e di bellezza, e si commuovono per ciò che la vostra fantasia e la vostra ispirazione han creato, e aprono le loro anime, le loro intelligenze e le loro conscienze al polline fecondo che si sprigiona dalle vostre opere e che il vento della gloria, dell'entusiasmo e della bellezza porta fino a loro!

— Ma questo sogno tu l'hai realizzato! esclamò Loredano. Tu hai una folla che ti ama, che ti ammira, che attende da te un insegnamento, un esempio, una dottrina.

— Ed è appunto quello che mi atterrisce adesso, mormorò Farnese. Quando quell'ideale è divenuto realtà, quando vi trovate a metà del vostro cammino, una inquietudine, un dubbio vi angosciano, uno sgomento vi assale. Tutta la responsabilità dello scrittore vi appare, non appena un fatto tragico, un dramma al quale, come io son per quello di Claudina Rosiers, vi troviate partecipi, v'illumina quale può essere il bene ed il male compiuto da quelle opere che voi scriveste senza preoccupazioni di effetti morali e di risultati fatali. Io son giunto a questo bivio minaccioso. Io mi dico: «Sì, io ho compiuto un'opera, un'edifizio morale ed intellettuale che può essere più o meno bello, più o meno saldo, più o meno adorno, ma che esiste, è noto, è, in una parola.... Da quest'edifizio, da quest'opera la mia voce va pel mondo, raggiunge le anime e le intelligenze, è una forza, una attività, una molla per l'avvenire. Uomini, donne, giovani e vecchi s'interessano a quello ch'io dico, a quello ch'io so, subiscono la mia influenza, più o meno energica a seconda della resistenza che trova in loro. Quale sarà quest'influenza? Quale ne sarà il risultato? Claudina Rosiers, per esempio, è stata una di costoro: ella ha subito, largamente, interamente, profondamente l'influenza dell'opera mia, delle mie idee. E il risultato è stato quello che noi pur troppo sappiamo.... Credi tu che Claudina mi avrebbe amato come mi amò, credi tu che si sarebbe uccisa, se non avesse ricevuto nell'anima sua i germi della mia opera e quelli di opere simili alla mia, se dai miei libri non avesse appreso che l'amore è il fine, lo scopo, la ragione della vita, che esso è la sola cosa bella nel mondo e che il connubio di quello con la gloria è quanto di più portentoso può sognare e agognar l'uomo per avvicinarsi a Dio? Ella si fece un'idea falsa della vita, un'idea fallace, troppo lirica, non più umana dell'amore. E quando, imbevuta di quelle idee, affascinata da questi sogni e soggiogata dai miraggi dorati che i miei libri le offrivano, quando ella si è trovata al conspetto della vita qual'è, la vita vera che noi tutti viviamo e non quella fastosamente adorna e imaginosamente poetizzata dai romanzieri e dai poeti, allora ella non ha trovato più nulla intorno a sè, le è parso che la vita fosse brulla e il mondo gelido, senza la luce e la fiamma della sua chimera, e si è uccisa.... E anche nel momento in cui ella prendeva un'arma per uccidersi ella ubbidiva ai nostri insegnamenti.... Siamo stati noi i primi a insegnare che è dolce e grande morire per l'amore, e, credimi, libri come _Rolla_ o come _Werther_ hanno fatto più male all'umanità di quanta sia l'arte o la bellezza che dovrebbe, ma non può, giustificarli.... L'influenza dei nostri libri spinge i deboli, i sognatori, gli illusi, i poeti verso il bene o verso il male? È questo il dubbio angoscioso che ci assale a mezza via.... E quando un fatto come il suicidio di Claudina ci dice che la nostra opera può persuadere e sospingere verso il male questi deboli, questi sentimentali, questi ignoranti, allora si sente una truce condanna in quel terribile tribunale inesorabile che è la nostra conscienza e non appare più possibile il lavoro, poichè sarebbe forse altra fonte di male, altri germi cattivi per le anime degli uomini, altre piante velenose gettate noncurantemente o delittuosamente nei giardini della vita, sotto l'inganno dei più prestigiosi colori, con l'illusione dei profumi più inebrianti e degli splendori più fulgidi! No, no, io ho ben altro da fare che il lavoro di un tempo.... Devo guardare bene in faccia la mia responsabilità in questa avventura sinistra ed in tante altre che posson somigliarle e devo pentirmene ed espiarla....

Ma Leonardo non si dimostrava convinto. Aveva fatto più volte cenno di volere interrompere le parole di Giuliano e alla fine scosse le spalle e replicò:

— Tutto ciò che tu dici non mi sembra esatto, nè giusto. Prima di tutto, e poichè tu esemplifichi, io non credo che la tua opera abbia esercitata su Claudina Rosiers l'influenza fatale che tu deplori. Ma anche ammettendolo, che significa? Per una donna debole e romantica che non seppe discernere o distinguere e ciecamente credette, per una vittima, per un dolore, tu devi trascurare tutti i risultati di grande arte e di bellezza raggiunta che son nella tua opera? Mi sembra come tu dicessi che non bisogna coglier le rose perchè vi è qualche spina, che non sono belli i fiori perchè ve n'è qualcuno velenoso, che la natura non è gloriosa perchè vi è qualche insetto. E con queste tue idee tu potresti consigliare ad un generale di non fare una guerra, di non armarsi per una difesa o per una conquista, perchè qualche soldato può morire; tu potresti consigliare la soppressione delle ferrovie perchè qualche scontro può fare delle vittime umane; tu potresti giungere a dire che l'arte è cattiva e dannosa perchè qualcuno trae dai libri un suggerimento fallace e ciecamente vi adempie, come un fanatico! E poi, voglio dirti di più, voglio anche ammetterti che una responsabilità esista per lo scrittore: ma questa responsabilità comincia e finisce nè più in qua, nè più in là di quanto noi abbiamo direttamente, nettamente, ostinatamente voluto... Se qualcuno fraintende e si illude, non per questo ci dobbiamo arrestare, come tu non spengi un lume quando una farfalla, aliandovi intorno, viene a bruciarsi le ali o a trovare su la fiamma la morte!

Vi fu una pausa. Poi Farnese ribattè:

— Sarebbe molto comodo ciò che tu dici! Ma è altrettanto falso e la prova si è che nella tua propria conscienza nemmeno tu mi sgravii di un rimorso per aver indicato a quella giovinetta il miraggio dei sogni, di un'illusione di amore e di gloria e di un alloro fraterno, fraternamente diviso per uno slancio fraterno di bellezza e di genio. E tu non vorresti trovarti nelle mie condizioni e nelle mie inquietudini! Io vedo bene l'azione dei miei libri, la vedo entrar nei cuori e nelle menti, mutare, rovesciare, viziare, abbattere o minare. È inutile che tu neghi e che tu sorrida.... È vero o no che questo sogno sublime di un alloro fraterno, di un amore nella gloria, è in uno dei miei libri migliori?.... È vero o no che Claudina ha ubbidito a questo vano miraggio e che io, seguendola nel suo amore, ho favorito la sua chimera?... È vero o no che per questo miraggio la mia famiglia è stata sfasciata, è vero o no che mia moglie ha pianto lacrime roventi, che Lorenzo Gray ha sofferto, che io stesso ho attraversato inenarrabili torture?.... È vero o no che quando io ho voluto rompere l'incanto, Claudina si è uccisa perchè troppo atroce era il risveglio, perchè un sogno superbo e grande quale era il mio da Claudina cullato, non ammetteva che un epilogo tragico, data l'anima in cui il triste germoglio era caduto?... E come potrò io obliare tutto questo? La verità è che tutti abbiamo un dovere da compiere. Il mio era quello di non finger la vita nei libri quale essa non è, e di non proporre illusioni che possono abbagliare, non suscitare fiamme che possono non solamente illuminare, ma anche incendiare e distruggere. Il mio dovere era quello di ricondurre Claudina alla verità e di non profittare del suo sogno per il mio piacere, per il mio capriccio.... Io ho mancato all'uno e all'altro di questi miei doveri e a quale prezzo e con che frutto?

— E tu pensi che se tu non avessi scritto quel libro, Claudina non si sarebbe uccisa? Ma poi, concluse Leonardo, che importa veder ciò che tu avresti dovuto fare e ritrovare le cause di questo dramma, quando non sei più in tempo! A che serve?

— A non ricominciare, almeno! disse Farnese duramente.

In silenzio seguitarono il loro cammino. Scendevano dal ponte alla Carraia, diretti verso piazza della Signoria.

— Preferisci che pranziamo all'albergo o da Doney? dimandò Loredano.

— Andiamo da Doney, se vuoi; mi è indifferente.

I lungarni erano quasi deserti in quell'ora del tramonto in cui di solito erano affollati di equipaggi, di donne eleganti, di uomini mondani, di forestieri, per il ritorno dalla passeggiata alle Cascine. Farnese e Loredano stupirono per quella solitudine; non s'udiva il trotto d'un cavallo ed i rari passanti erano frettolosi e sfuggivano lungo i muri dei palazzi. Eppure tutta la bellezza di Firenze raggiungeva in quell'ora, fra breve crepuscolare, il suo più portentoso splendore. Il fiume si tingeva di roseo pei riflessi delicati del cielo, ch'era chiaro e venato di rosa come una perla lucentissima. Dai colli toscani giungeva un argentino tintinnìo di campane, la salutazione angelica dei campanili fiorentini. Tra il verde delle ville, dei viali e dei giardini qualche lume si accendeva e splendeva, or sì or no, misteriosamente. L'aria era leggera e soave come una carezza. Un vago profumo floreale era diffuso, impalpabile, come fosse il respiro di una primavera. Era l'ora della grazia e del mistero e Firenze non avrebbe mai potuto essere più suggestiva e più soave. L'orizzonte, mentre ad occidente si tingeva ancóra di roseo, di arancione, di violetto e di verde pallido, ad oriente già palpitava delle prime stelle che si intravedevano tra le schiere brune e misteriose dei cipressi toscani.

Un rumore confuso ma violento giunse ai due scrittori, come l'eco d'un torrente gonfio che straripa. Affrettarono il passo verso piazza della Signorìa. Il rumore diveniva più forte e più distinto, dominato più volte dallo squillo stridulo di una tromba. Loredano e Farnese compresero. In seguito ad un rincaro del pane molte città italiane si agitavano durante quei giorni e a Firenze, quel giorno, il disordine era risolutamente disceso in piazza. La Signorìa era piena di popolo, non tutto lacero e miserrimo, poichè molte giacchette accurate e molte cravatte pretensiose si scorgevan tra quei tumultuanti. La truppa aveva ostruito tutti gli sbocchi della piazza e tra la folla enorme, compatta, soffocante, i carabinieri e le guardie andavano e venivano, volontà insufficienti, per domare i ribelli, per diminuire la ressa. La tromba intimava invano coi suoi lunghi acuti squilli che si ripetevano ogni cinque minuti. Le finestre e i balconi delle case eran gremiti di una folla non indifferente, che s'appassionava in prò o contro i dimostranti. La piazza nera d'uomini ondeggiava e riondeggiava come un mare in tempesta. I gridi rivoluzionarii ne salivano come muggiti di onde immani.

D'improvviso l'impeto cieco della folla travolse gli argini. Una pietra lanciata da un braccio poderoso s'alzò nell'aria, fischiò passando sopra la folla, andò a colpire in pieno volto sotto la Loggia dell'Orcagna il _Perseo_ bronzeo di Benvenuto Cellini. Fu quello il segno della barbarie. Dieci pietre, venti, fischiarono nell'aria, colpirono le statue perfette e i monumenti gloriosi. Alcuni della folla colpivano per colpire, per brutale istinto di distruzione. Le pietre cadevano con tonfi sordi nell'antico corpo di guardia dei lanzichenecchi, dopo aver oltraggiato le serene bellezze delle statue di Benvenuto e di Gian Bologna. La sassaiola si prolungava fitta e violenta, come una grandinata.

— Ma è barbaro, è bestiale ciò che fanno costoro! esclamò Giuliano non appena la prima pietra ebbe colpito il _Perseo_.

— È uno spettacolo ignominioso! aggiunse Leonardo.

Veramente ignominioso e barbaro era lo spettacolo offerto da pochi facinorosi nella città che più d'ogni altra in tutto il mondo ha dell'arte il culto e della bellezza il fervore. Firenze e la sua grazia e la sua nobiltà e la sua gentilezza sembravan da quei pochi dimenticate!