Il Miraggio: Romanzo

Part 20

Chapter 203,640 wordsPublic domain

Giuliano era profondamente felice. Solamente qualche volta, quando Beatrice evocava qualche ora del tempo passato, egli, commosso dalla pena discreta della cara donna, preso dal rimorso per il grande dolore di cui egli era stato causa e origine, intenerito dalla generosità dell'adorata, abbassava la testa e non trovava nulla da dire. Rimaneva in un silenzio pieno d'amarezza e di dolcezza nel tempo stesso, un silenzio di cui Beatrice sapeva apprezzare la profonda e raccolta emozione. Ed egli le diceva talvolta:

— Io non sono degno di te. Io mi sento immeritevole della tua bontà, tu mi fai troppo felice...

E così la vita fluiva, blandamente. E la convalescenza si avvicinava anche per Beatrice, tra le parole eloquenti dei poeti prediletti e le trepide premure dell'amato. Ella volle che Giuliano tornasse a far dei versi per lei. Egli li improvvisò presso il suo letto. E furono i più belli ch'egli avesse mai scritto!

VI.

La tavola era imbandita con molta copia di fiori sparsi su la tovaglia e nei vasi. Quella sera Beatrice e Anna Maria, completamente ristabilite, lasciavano il loro pasto misurato di convalescenti, tornavano per la prima volta a pranzare con tutta la famiglia. A quell'intimo pranzo che per lui segnava il completo ritorno alla vita d'un tempo, Giuliano aveva voluto che assistesse, oltre Loredano, anche Andrea di Vele che tanto interessamento aveva preso per lui, per Beatrice, per tutti loro in quella triste e lacerante crisi della loro vita comune.

Mentre la conversazione s'intrecciava con brillanti scintillii di paradossi, di aforismi e di ironie fra Loredano e Andrea di Vele, Farnese assaporava tutta la delizia raccolta di quell'ora che non era come le altre fugace, poichè era qualche cosa più di un semplice episodio, era la rappresentazione della sua felicità riconquistata, del suo nuovo destino. La sua anima oramai non oscillava più fra le inquietudini avverse della speranza e del dubbio. Un dolce convincimento che la vita fosse buona e bella governava i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e tutto gli sembrava animato come da una primavera novella, come da un gioioso rifiorimento di tutti i migliori suoi sogni.

Più volte in quelli ultimi giorni, il ricordo di un'immortale terzina, gli era venuto al pensiero. Anch'egli nel mezzo del cammino della vita s'era inoltrato per una selva oscura, paurosa, senza uscita; anch'egli, trascinato da un miraggio dorato aveva smarrita la diritta via. Ma poi, perchè la vita era buona, perchè egli aveva troppo sofferto per non aver diritto al ritorno di un po' di sole e di un po' di gioia, e perchè infine molto deve esser perdonato a coloro che hanno molto amato, per un prodigio la fitta selva oscura s'era diradata e s'era illuminata di sole; facilmente, guidato da una mano ignota ma fraterna, egli aveva trovato l'uscita e s'era di nuovo incamminato per la diritta via della sua vita, dove il sole splendeva in fiumi d'oro, dove le rose fiorivano sotto la primaverile serenità degli eccelsi.

— Oh il bene cancella tutto il male! esclamò Loredano a proposito di un piccolo scandalo mondano che in quei giorni faceva il giro dei salotti romani, assumendo sempre nuovi aspetti e proporzioni sempre maggiori.

Giuliano non afferrò che quella frase isolata, e gli parve che Leonardo avesse indovinato il suo pensiero, avesse definito e precisato in quelle poche parole quanto la sua anima sentiva confusamente. Sì, il bene cancellava per lui tutto il male! Quella felicità dell'ora presente sapeva allontanare ogni ricordo delle angoscie passate. Egli aveva fatto il male e ne aveva scontato il fio. Ma poi tutto era tornato soave e sereno. Ed era giusto: poichè il bene cancella tutto il male, egli non avrebbe dovuto soffrire per sempre i tristi ed amari frutti del male che aveva seminato, inconsapevolmente, negli stessi giardini della sua vita, quasi le illusioni lo avessero bendato con rose intrecciate, quasi il miraggio lontano avesse fatto scomparire ai suoi occhi tutto l'orizzonte prossimo ed estremo in una fitta nebbia d'oro.

Col cuore in festa e con l'animo sereno, egli si gettò nella conversazione, quando un nuovo argomento proposto da una frase di Andrea di Vele lo attrasse e lo afferrò. Era già intento a far scintillare le sfaccettature dei suoi paradossi geniali, quando il viso glabro del domestico si chinò quasi a rasentare il suo. L'uomo gli mormorò qualche parola all'orecchio.

— Non avete detto che non ricevo? dimandò Farnese un po' annoiato per essere stato interrotto.

— La signora non ha voluto andarsene. Ha detto che avrebbe atteso, ma che doveva vederlo d'urgenza.

— Non vi ha dato il suo nome? chiese Beatrice.

Il domestico negò. Loredano insistette:

— È bella? è giovane?

— Mi sembra, rispose il domestico. Ma è coperta da un velo nero molto fitto.

— E dove l'avete lasciata? dimandò Giuliano.

— Nel primo salotto. Mi è parsa molto agitata. La signora non voleva che l'annunziassi finchè non avessero finito di pranzare. Ma io ho creduto più opportuno di prevenirli subito.

— Avete fatto bene, disse Beatrice, poi aggiunse rivolta al marito: — È meglio che tu la veda e te ne liberi sùbito.

Il domestico uscì. Giuliano, alzandosi con un gesto di fastidio, si avviò:

— Gl'importuni vengono a tutte le ore, mormorò.

— Specialmente a quelle in cui quella loro qualità può meglio emergere, aggiunse Andrea di Vele.

Non appena Giuliano ebbe varcato la soglia della sala da pranzo, anche Beatrice si levò e disse ai due uomini con un sorriso delizioso:

— Perdonatemi, ma voglio vedere anch'io chi è questa donna. Mi compatirete, ma dopo quel che è avvenuto ho paura di tutto e faccio un poco la spia.

Quasi di corsa uscì, si diresse nel salotto precedente il gabinetto da lavoro del marito. Loredano e Andrea di Vele, le gridarono:

— Sarà un'attrice a spasso!

— O una signora decaduta!

— Non correte..... Non v'è da allarmarsi.....

E sorrisero e risero di quelle apprensioni di donna innamorata e gelosa.

Intanto Giuliano era giunto nel suo gabinetto. S'era inchinato entrando, senza guardare la visitatrice inopportuna. Ma, rialzando lo sguardo, l'aveva riconosciuta e d'un balzo s'era slanciato verso di lei, l'aveva afferrata per un polso, mormorando con voce strozzata dall'emozione:

— Claudina! tu?

— Io proprio, ella rispose fissandolo, disciogliendo il suo polso dalla stretta. Non sono forse nel mio diritto?

Trascinato nel vortice della sua nuova tempestosa crisi di cuore e di conscienza, Giuliano aveva completamente dimenticato, durante quei quindici giorni, ogni suo dovere verso Claudina. Dopo il biglietto lasciatole a Saint-Moritz al _bureau_ dell'albergo, egli non le aveva fatto più pervenire alcuna notizia.

— Sì, non sono forse nel mio diritto? ella riprese dopo una pausa in cui non si sentì che l'affanno dei loro due respiri. Tu mi hai abbandonata come si abbandona un oggetto di niun valore e del quale non si ha più bisogno. In una angoscia suprema ho atteso per giornate intiere il tuo ritorno, un tuo telegramma, una tua lettera, una tua notizia qualsiasi. Io non vengo qui per dirti quanto abbia sofferto, come abbia scontato con lacrime roventi le gioie che un tempo godetti con te. Sono venuta per udire dalla tua voce quel che tu decidi e quel che tu hai fatto.....

Le labbra di Claudina tremavano. Ell'era pallida e disfatta ed il suo volto appariva come invecchiato, sotto il fitto velo rialzato su la fronte come una benda di lutto. I suoi occhi luccicavano di lacrime e le guancie ne eran solcate. Giuliano si sentì preso da una profonda pietà per quella creatura ch'egli aveva amato e dalla quale era stato tanto amato, per quella povera creatura umana su cui il dolore per il suo abbandono doveva essersi scatenato con una furia feroce. Egli fissava gli occhi di lei incerti, febbrili, dove a volte guizzava un bagliore, che sembrava di follìa.

— Voglio sapere da te, da te solo, ripetè Claudina con la sua voce fremente, quel che tu decidi e quel che tu hai fatto... Rispondimi francamente... Non è una scena da romanzo d'appendice ch'io vengo a farti.... Voglio solamente una confessione leale e una decisione precisa....

Un lieve movimento della portiera di velluto fece volgere Giuliano al momento che stava per pronunziare una risposta di pietose menzogne e di difficili inganni. La portiera si mosse un'altra volta, il rilievo di un corpo umano vi si accennò. Evidentemente, indovinò Giuliano, apprensiva e gelosa Beatrice lo aveva seguito, spiava ed origliava dietro la portiera. Egli temette di ferire con le sue parole l'amata, temette di correre il rischio di perdere anche per un'ora ciò che aveva riconquistato con l'intensità del suo dolore e la profondità sincera del suo pentimento. Disperatamente, dimenticando quel che Claudina era stata per lui, egli parlò: parlò non per la donna cui le sue parole s'indirizzavano e che ad ognuna impallidiva sempre più e vacillava reggendosi ai mobili; ma parlò per colei che ascoltava dietro la portiera, per colei che doveva trarre da quelle sue parole l'ultima prova di sincerità e di pentimento, per colei che doveva considerarle come un sigillo di sangue posto sul passato doloroso e colpevole.

— Io ho fatto, egli disse, ciò che il mio dovere mi imponeva. Se sono stato pazzo e colpevole, ora son saggio e pentito. La follìa di un minuto, di un'ora, non poteva, non doveva avere per conseguenza la rovina della mia famiglia, il dolore di tutti i miei. La grave malattia della mia bambina mi ha richiamato al mio dovere di padre e di marito. Io ho trovato un'anima generosa e nobile che ha saputo perdonare ed indulgere perchè sapeva il mio pentimento sincero ed i miei nuovi propositi fermi e virili, un'anima eletta che ha saputo perdonarmi senza un richiamo, senza un rimprovero per tutto il male ch'io avevo osato contro di lei. Ecco quel che io ho fatto, ecco quello ch'io dovevo fare!

Claudina aveva chiuso gli occhi. Aveva l'apparenza macabra d'un cadavere che si reggesse ad un mobile per un'ultima energia dei nervi. Sempre in quell'attitudine d'infinito dolore, ella parlò:

— Ti ricordi quello ch'io ti dissi, un giorno, in questa medesima stanza? Per te il mio amore è stato un gioco, un capriccio, un triste episodio della tua vita ritornata adesso felice. Per me invece è stato tutto: la vita ed il sogno.... Ed io ho tutto perduto! Io non ti faccio un solo rimprovero, ti amo troppo ancóra per desiderarti del male. Saprò scomparire dalla tua vita e dal tuo destino, per sempre. Mi sembra che tutto sia tenebra nell'avvenire... Oh che gelo e che orrore!

Ebbe un brivido, quasi vedesse la tenebra fosca che evocava, quasi ne sentisse il gelido abbraccio. Attese forse una parola di Giuliano? A un tratto ella si mosse, si avviò verso la porta. Farnese la seguì dolente e commosso, ma tranquillo per l'esito che l'incontro temuto aveva raggiunto. Quando Claudina stava varcando la soglia, Giuliano vide luccicare nella mano di lei un piccolo oggetto di argento e, slanciandosi, fece appena in tempo a prendere fra le braccia la sua povera amante che si rovesciava indietro, senza un grido.

VII.

Tre giorni dopo, a Firenze, Giuliano Farnese seguiva il convoglio funebre di Claudina Rosiers, tra una folla di uomini celebri e di mondani, di giornalisti e di attori. Egli aveva al suo fianco Loredano e camminava a breve distanza dal carro ch'era interamente coperto di corone di fiori. Giuliano ricordava i nuovi affanni di quei giorni, dopo il fulmineo suicidio di Claudina sotto i suoi occhi. Il padre di lei aveva voluto ch'ella fosse sepolta a Firenze, ubbidendo così ad un desiderio espresso da Claudina durante la sua breve agonìa, il desiderio di riposare presso sua madre sotto la terra ch'ella amava, sotto quel chiaro trasparente cielo toscano prediletto al suo cuore. Farnese e Loredano s'erano incaricati di accompagnare la salma a Firenze. Entrambi rivedevano le tristi tappe di quel lugubre viaggio in compagnia della morta. Giunti la sera innanzi, la salma era stata deposta alla stazione di Porta alla Croce. Ed ora il funerale aveva luogo in quell'ineffabilmente dolce pomeriggio fiorentino. Essi si ripromettevano di ripartire la sera stessa per Roma, dove Beatrice, profondamente e nuovamente colpita dall'inattesa catastrofe, aveva estremo bisogno delle loro cure e dei loro affetti.

Il corteo procedeva. Quantunque si fossero tenute rigorosamente celate le circostanze in cui era avvenuto e le cause che l'avevan provocato, il suicidio di Claudina era oramai cosa da tutti risaputa. Ognuno quindi componeva a piacer suo lo svolgimento del dramma, ognuno faceva liberamente galoppar la fantasia per veder d'indovinare a quale impulso avesse obbedito e a quale disperazione avesse ceduto la giovane donna, decidendosi a quel passo estremo, gettando via in un minuto tutta la primavera della sua giovinezza, disdegnando le promesse della vita, le lusinghe dell'avvenire. Qualcuno aveva mormorato che un amore ardentissimo per Giuliano Farnese non era estraneo all'epilogo tragico di quella giovinezza d'artista cominciata fra i rosei albori della bellezza e del trionfo. E Giuliano comparendo, non ostante i consigli degli amici, a quel funerale aveva inteso intorno a sè il palpito ed il susurro di una curiosità irriverente che spiava i suoi atti, il suo volto, le sue rare parole. Aveva avuto orrore di quell'apparenza ch'egli doveva avere d'eroe romantico, d'uomo fatale per cui una donna s'uccide a vent'anni. Gli sembrava che tutti fossero sul punto di gridargli la sua responsabilità e additargli il rimorso che avrebbe dovuto avvelenare tutta la sua vita. Il ribrezzo, la vergogna lo soffocarono. E, quando udì tra le parole di coloro che lo circondavano susurrare il suo nome, afferrò il braccio di Loredano, lo supplicò perchè si allontanassero, perchè ponessero fine a quel supplizio del suo cuore e della sua conscienza atrocemente spietato. Ma suo cognato non cedette, lo trattenne, lo rincuorò! Abbandonare il corteo in quel momento e in quel modo, sarebbe stato peggio di una confessione; ed egli facendolo avrebbe ubbidito a un egoismo riprovevole, avrebbe ceduto ad un rispetto umano del quale non era nemmeno generoso verso la povera morta sentire in quel momento il richiamo.

Giuliano si calmò, diede ascolto al cognato. Con occhi attoniti si guardava intorno tra quella folla di scrittori, di giornalisti, di mondani e di artisti, molti dei quali avevan conosciuto Claudina solo per un quarto d'ora e per semplici incontri professionali. I più eran venuti dietro quel convoglio per farsi vedere, per essere notati, perchè il funerale di una grande attrice come Claudina Rosiers era una cerimonia di mondanità cui non era lecito mancare, come non lo era il non presentarsi poco più tardi alle Cascine e più tardi ancóra da Giacosa in via Tornabuoni, come non lo era il non occupare la sera una poltrona della Pergola e, dopo mezzanotte, un tavolino di Melini o di Capitani. Quanti erano, pensava Giuliano, coloro che veramente soffrivano e piangevano lacrime ardenti per la tragica fine di Claudina Rosiers? Oh ben pochi, ben pochi! E nulla era più triste di quella menzogna umana, di quella commedia delle convenzioni sociali che non s'arrestava nemmeno in presenza d'una tomba e d'una morta. Giuliano sentì un braccio appoggiarsi sul suo. Si volse di scatto, riconobbe Lorenzo Ronda, un collega celebre, un autore drammatico avvezzo ai trionfi:

— Abbiamo una grande attrice di meno, caro Farnese, gli diceva Lorenzo Ronda. E veramente noi autori non ci troviamo in tale abbondanza di interpreti degne per non doverla rimpiangere. Non vi pare?

— Sì, è vero, era una grande attrice, rispose Giuliano ferito dall'accento quasi scherzoso del suo interlocutore.

— Sapete nulla su la causa del suo suicidio? dimandò Lorenzo Ronda curiosamente. Mi dicono che voi siate stato un suo amico molto intimo e in tal caso sarete in grado di saperne più di noi. La voce che ha avuto più credito, è questa: pare che Claudina fosse l'amante di un uomo del popolo, un bel giovane, un ercole, che la batteva a suo piacere e che viveva coi denari di lei. La disgraziata era molto innamorata di cotesto bel mobile e dicono che sia giunta ai peggiori avvilimenti per procurargli del denaro.....

— Ma è un'infamia! proruppe Giuliano pallidissimo.

— È giunto il giorno, proseguì Lorenzo Ronda, in cui il denaro non è più bastato. I debiti sono incominciati, finchè Claudina non ha trovato più nemmeno l'ombra del credito. Allora il suo amante, vedendo che da lei non v'era più nulla da sperare, l'ha lasciata per una ballerina di quarant'anni. Conclusione: nella disperazione dell'abbandono e della rovina finanziaria, Claudina si è uccisa. È una morte veramente ingloriosa ed è un dramma molto volgare!

— Oh che infamia! oh che infamia! esclamò Farnese con un accento di supremo disgusto. E voi, Ronda, che l'avete conosciuta, che le avete voluto bene, avete potuto creder questo di lei, avvilirla così bassamente, raccogliendo le immondizie che la viltà umana gettava su la sua bara!.... Oh quale tristezza e quale orribile mondo è il nostro....

Lo scrittore rallentò il passo, perdette di vista Ronda ch'era entrato in un altro gruppo, sorridendo. Egli provava una nausea atroce. Lo spettacolo di bassezza umana, che quel funerale offriva, sorpassava ogni sua più truce imaginazione. Ecco, ecco che Claudina, la stella di ieri, l'adorata di ieri, era morta gettando la vita per un bel sogno distrutto, per un nobile ed altissimo amore purtroppo irraggiungibile; ecco ch'ella chiudeva, con un epilogo ch'era una solenne tragedia, una vita vissuta nel più puro dominio dell'ideale e del sogno; ecco che ella si gettava nelle ombre dell'al di là, uscendo al gelo della vita e del dolore dopo il radioso e sublime incantesimo di un miraggio di gloria e d'amore; e la sua tomba non era ancóra chiusa ed il suo corpo era quasi ancóra caldo che già la malvagità umana s'esercitava a violare il segreto della sua fine e il mistero della sua anima e le attribuiva una bassa esistenza da donna che si avvilisce per il bacio di un ercole, una fine banale da donna ricoperta di debiti e abbandonata dall'amante che preferisce alle sue le carezze di una ballerina di quarant'anni!

Altre viltà umane giunsero all'orecchio di Farnese e partivano da un gruppo di giovani scrittori e di poeti che ora camminavano dietro di lui:

— Era l'amante di un senatore... diceva uno.

— E prima lo era stato di un cardinale.... Quirinale e Vaticano!

— Ma pretendete forse, obbiettava un terzo, di ritrovare tutta la genealogia dei suoi amanti? Saremo al cimitero che non avrete ancóra finito!

Farnese si volse con un gesto d'ira che seppe reprimere a stento. Come fare? Poteva egli prendere le parti dell'estinta e difenderla dagli insulti, dal fango che la strada gettava contro di lei, su i fiori della sua tomba? Con quale dritto e sotto quale veste? Intanto egli aveva riconosciuto colui che aveva parlato per ultimo: era un poeta, un poeta delicato e profondo, un giovane di grande ingegno di cui Farnese aveva favorito ed appoggiato le prime armi vittoriose. Lo chiamò presso di sè con un gesto; il giovane accorse:

— Che cosa desiderate, maestro? domandò.

— Lasciate andare questo «maestro»; non ne è il caso, nè il momento, rispose Farnese: poi aggiunse dopo una pausa: — Come parlate, Turreni! E siete voi, voi un poeta, un uomo che nei suoi versi afferma i sentimenti più elevati e più nobili, siete voi che parlate in quel modo di Claudina Rosiers, dimenticando che ne seguite il feretro! Che ne sapete voi dei suoi amanti? Li conoscete? Ne avete le prove? Ah, vi è stato detto: e voi avete prestato fede alle viltà degli altri! E intanto il suicidio di una donna a vent'anni, nel più bel vigore della giovinezza, nel più radioso splendore della bellezza, il suicidio di una donna per cui la gloria e forse l'amore riserbavano i baci più inebrianti e gli allori più verdi, non vi dice nulla, non vi commuove profondamente, non vi fa pensare che nella sua morte vi sia un grande mistero, ch'ella sia stata abbattuta da un grande dolore, ch'ella sia stata uccisa per un crudele risveglio da un sogno sublime? E voi siete un poeta! E stamane avrete scritto dei bei versi e stasera ne farete degli altri per una donna che voi amate e che vi ama! Voi non potete credere, Turreni, quanto dolore mi abbia fatto l'udirvi parlare così. Ho avuto bisogno di dirvelo. E ascoltatemi, mio caro poeta, voi che siete giovane: siate buono, siate generoso, siate poeta nella vita anche e non solo quando siete seduto alla vostra scrivania. Credetemi: al mondo non vi è che l'onestà, nella vita non vi è che la bontà, che possan rendervi felice.... Ed ora tornate coi vostri amici, non vi trattengo più. Ho voluto dirvi tutto questo perchè vi voglio bene, quantunque conosca troppo i giovani per non credere che voi, anche se le mie parole vi hanno commosso, ma per posare a uomo forte, a scettico, a _blasé_, appena tornato fra i vostri amici vi affretterete a dire: «Miei cari, decisamente Giuliano Farnese si è rimbecillito!»

Prima che il poeta potesse protestare a quella conclusione inattesa, Farnese si era allontanato per raggiungere Loredano che era ricomparso qualche passo avanti. Il corteo aveva oramai percorso buona parte del viale dei Colli ed era già a San Miniato. Una carrozza chiusa stazionava lì presso. Giuliano prese per un braccio Leonardo, si diresse con lui verso la carrozza:

— Proseguo in carrozza. Vieni con me.

Salirono, la vettura si mosse a fianco del corteo.

— Credimi, diceva Giuliano, non reggevo più. Tu non puoi imaginare quante sieno le infamie che ho inteso lanciare contro la povera Claudina. E dire ch'ella non aveva fatto mai male ad alcuno! È proprio la cattiveria, la perversità degli uomini che non risparmia nessuno, non rispetta più nemmeno le tombe, non teme nemmeno il mistero della morte: e gli uomini non pensano che presto o tardi in quel mistero dovranno profondare anche loro e dimenticano che allora altri uomini faranno contro di essi, ciò che essi osano presentemente.

Tacquero, ognuno assorto nei proprii dolorosi pensieri.

— Dove siamo? domandò Leonardo chinandosi allo sportello.

— Al piazzale Michelangelo... Guarda, guarda che meraviglia! esclamò Farnese accennando il panorama divino, d'una bellezza quasi fantastica.

Per un ingombro di carrozze il corteo si soffermò. I due discesero di carrozza, s'avvicinarono al limite del superbo piazzale.