Il Miraggio: Romanzo

Part 2

Chapter 23,449 wordsPublic domain

Fuori, il crepuscolo scendeva. In alcune vie più strette i lampioni già erano accesi, nelle vie larghe e nelle piazze la folla passava, reduce dai suoi dolori o dalle sue fatiche quotidiane, pronta a risalire il calvario l'indomani, dopo il breve riposo di una pallida sera. Gray procedeva fra quella folla variopinta ed ignota, quasi senza vederla, attonito pel martirio di quella idea fissa, che riconcentrando ogni sensibilità sul suo fermento, pare che tolga quasi la sensazione della vista e dell'udito. Sotto quanti di quei volti si celava un dolore simile al suo? Quanti sentivano nel cuore la tenaglia crudele dell'amore senza speranza, i laceramenti atroci della gelosia senza diritto? E queste idee facevano risalire nel suo cuore la piena dell'amarezza, che talora però gli consentiva qualche minuto di speranza e di tregua. E se egli fosse ancòra in tempo? Chi sa che Claudina non avesse pregato Farnese d'accompagnarla, senza un fine recondito, forse per sola vanità femminile, per farsi vedere nell'ora di maggior folla con uno scrittore glorioso, con uno dei più grandi autori drammatici... Ma, la modista? E non poteva veramente recarsi da costei? Cosa v'era di strano e d'impossibile? Ma perchè non aveva detto anche a lui di accompagnarla? Veramente era stato lui il primo a prender congedo e ad allontanarsi; ma perchè ella non aveva detto una parola per trattenerlo, ella che sapeva quanto fosse amareggiato dai sospetti più vani e quanto ne soffrisse? E l'onda di amarezza risaliva ancòra e i laceramenti della gelosia ricominciavano, fin che non potendo più reggere al dubbio si diresse verso la casa dell'attrice, con l'intenzione di spiarla, di spiare la sua venuta, e se saliva sola o con Farnese. Il geloso girò la via delle Quattro Fontane, traversò la piazza Barberini, risalì tutta la via Sistina sino alla Trinità dei Monti, poi discese ancòra la magnifica scalinata che conduce in piazza di Spagna e, voltando a sinistra, si fermò su la porta di un piccolo caffè confinante col portone della casa di Claudina. Bevve in fretta l'assenzio che il cameriere gli aveva portato e si fermò su la porta in osservazione. E come l'attrice tardava a rincasare, la gelosia ricominciava nella pedanteria delle sue indagini e dei suoi minuti sospetti. E s'ella non tornasse? Se Farnese l'avesse trattenuta a pranzare al caffè? Ma lo scrittore aveva famiglia e non era probabile che si facesse vedere pubblicamente in tanta intimità con la giovane attrice. E se i due fossero venuti in carrozza e quindi prima, molto prima di lui? Se fossero già nell'appartamento e proprio in quella camera da letto che corrispondeva esattamente, al piano superiore, con quella sala di caffè notturno? Un'ora era passata senza ch'egli vedesse giungere l'attrice o sola o con lo scrittore, e ciò l'aveva confermato nella sua ipotesi che i due, giunti in carrozza, fossero già nell'appartamento. Egli aveva infilato il portone, aveva già salito qualche gradino, ma al momento di premere il bottone elettrico pensò che non aveva alcun pretesto per spiegare quella sua visita intempestiva. Inoltre pensò che avrebbe potuto avere la conferma di quel che temeva e quella possibile certezza lo atterrì, e ridiscese lentamente le scale, preferendo a quello spasimo immane, le continue trafitture del dubbio, che tuttavia lascia qualche minuto di speranza e di blanda illusione. Ma, al momento che egli varcava la soglia, Claudina e Farnese discendevano da una carrozza e il geloso ebbe appena il tempo di sfuggire, rasentando i muri della oscura via di Propaganda Fide, non senza essere stato visto dai due. Claudina e Farnese salirono. Su, nella casa, dopo che si fu tolto il cappello e la mantellina, l'attrice guardò tra le persiane socchiuse ed al lume della lampada elettrica di un negozio di oggetti d'arte, vide Gray fermo in attesa, con lo sguardo fisso alla sua finestra che in quel momento s'illuminò, avendo Farnese fatto scattare il commutatore della luce elettrica.

— Otello aspetta ancòra, disse Claudina ridendo allo scrittore, mentre apriva le persiane. Vi ha veduto salire ed attende che ridiscendiate. Chi sa quali sospetti e quali pene! Domani dovrò subirne la narrazione. Povero ragazzo! — E rise di una risata libera e squillante. — Però, come siamo cattive noi donne! — continuò più seria ma canzonatrice. — Ecco un uomo che soffre per me pene atroci. Egli mi segue, mi osserva, mi spia. Egli mi attende nel portone per vedere se torno sola, vi vede, fugge. Ed io ho la crudeltà di farvi salire, pur pensando che il povero giovane ci spia ancòra e che questa vostra innocente visita gli farà passare una notte bianca insopportabile. Siamo veramente malvagie?

Rise di nuovo, avvicinandosi allo scrittore. Farnese indugiava. Aveva inteso battere le sei all'orologio della stanza vicina e ricordò di aver promesso al piccolo Luca di andarlo a prendere, dopo la prova, per farlo passeggiare nelle vie eleganti con lui, poichè il bambino era tutto orgoglioso di essere visto col suo gran papà.

— Dovrei rientrare, disse repentinamente lo scrittore all'attrice. Sono già le sei ed ho fatto una promessa al piccolo Luca.

Pronunziando queste parole egli si era alzato ed aveva guardato la commediante. Un'ombra di corruccio era passata sul volto di lei, che lo scrittore scorgeva in piena luce nel quadrato luminoso della lampada. L'attrice non aveva pronunziato una parola e si era messa ad osservare attentamente le sue dita sottili. Egli riepilogava ciò che le aveva detto lungo la via ed al caffè dove si erano fermati. Ricordava di averle stretto la mano salendo le scale e che la donna aveva lasciato fare; anzi gli era piuttosto sembrato ch'ella avesse risposto con una lieve pressione. Naturalmente, tutto ciò esigeva una spiegazione e non una partenza così repentina ed egli sacrificò il desiderio del piccolo Luca, decidendo di rimanere.

— Il vostro bambino vi attenderà invano, disse allora Claudina mentre lo scrittore ritornava a sedersi presso di lei. Non vorrei essere causa di un dispiacere al piccolo Luca e — sottolineò sorridendo — anche al suo papà. — Poi, subitamente, con uno scoppio di risa aggiunse: — Resterò con tutte le mie tristezze, sola sola con loro che non mi divertono affatto. E aspetterò l'ora del teatro. — Poi dimandò, deliziosa di noncuranza: — Vi vedrò stasera?

Il romanziere guardava l'attrice con un'attenzione immobile, voleva intenderne il pensiero sincero, scoprirne l'intimo disegno. Ma ella restava impenetrabile, continuava a contemplarsi le dita con un sorriso ambiguo.

— Non passerò dal teatro, stasera, rispondeva egli, intento a spiare l'impressione destata dalle parole che stava per pronunziare. Mia moglie si lamenta della sua solitudine. Le debbo bene una sera di focolare domestico. Avrò la rappresentazione dei miei bambini e delle loro marionette.

— Ah, non verrete? soggiunse l'attrice sempre più nervosa. Tuttavia io recito solamente nella _Visita di nozze_ e non prima delle undici e mezzo. Se il focolare domestico si spengerà prima di quell'ora... il Teatro Nazionale è vicino, soggiunse dopo una pausa significativa.

— Relativamente, disse lo scrittore sorridendo. Comunque accetto volentieri l'invito perchè per voi si sfiderebbero ben altri pericoli che la tramontana.

Su quella promessa lo scrittore avrebbe potuto andar via, soddisfare il desiderio innocente del suo piccolo Luca. Ma una certa ironia che vibrava in talune inflessioni di voce dell'attrice lo tratteneva in quel salotto, seduto in quella poltrona. Fu così durante un'ora: una voce lo esortava ad alzarsi, a partire; l'altra, contraddittoria, a indugiare ancòra. Intanto il discorso era ricaduto sul sogno adolescente di Claudina.

— Chi sa, chi sa? diceva l'attrice. Realizzerò mai questo sogno? Amare ed essere amata da un uomo illustre, da un grande artista, in modo che la mia intelligenza sia completata dalla sua, formi un tutto armonico e profondo? Chi sa? Gli incontri della vita sono così bizzarri! Desidero, voglio, invoco il grande artista, il grande scrittore e chi sa che non vada poi a finire nelle braccia di un povero attorello qualunque, in un momento di orribile stanchezza e senza volontà, come quei viaggiatori che seduti di rimpetto in uno scompartimento si trovano nelle braccia l'uno dell'altro per un urto del treno! — Sorrideva, ma tristemente; poi ad un tratto si mise a picchiare e strofinare le sue mani. — Dio, Dio, che freddo! e come potrò recitare stasera? Come potrò? Farnese, fatemi il piacere, prendetemi quel mantello su quella poltrona..... Lì, lì, benissimo! — E come Farnese, mettendole quel mantello su le spalle, s'era chinato su lei fino a sfiorarle i capelli con un bacio, ed ella aveva sorriso, così che egli fatto più audace s'abbassava verso le labbra, ella gridò: — No, no, non voglio! E levandosi, poichè Farnese l'inseguiva, quasi pregò: — Lasciatemi. Non vi avvicinate. Andatevene, andatevene, adesso....

Poi si avvicinò a Farnese, fece un cenno perchè non insistesse, gli tese le due mani, strinse amichevolmente quelle di lui e lo guardò uscire, senza sorridere e senza più una parola. Ma nelle scale lo scrittore udì la voce un po' tremante di Claudina Rosiers che gli gridava dall'alto:

— A stasera. Ricordatevene.

II.

Fin dalle sue prime armi, Giuliano Farnese era stato favorito da un'insolita fortuna. I suoi primi passi nell'aspro cammino della letteratura erano però stati sostenuti dal forte appoggio di uno scrittore illustre, Claudio Sanna, che affascinato dalla sincerità e dalla ispirazione del primo ed unico libro di versi di Farnese, _Sotto i salici_ — libro tutto impregnato di una melanconia senza dolore — sostenne i passi successivi del giovane poeta. Oggi quel libro è dimenticato ed i cinquecento esemplari che ne furono stampati sono perduti fra le pubblicazioni più recenti e rumorose, dove solo qualche spirito delicato va a ricercarlo, per riviverne il molle fascino autunnale. Farnese ha avuto il torto di rinnegare quel libro dove pure tanta parte della sua anima aveva cantato, con la spontaneità dell'adolescenza; quando i versi fioriscono sotto la penna, naturalmente, senza paralizzanti preoccupazioni di rime e di scuole estetiche. Tuttavia da quel libro data il principio della sua fortuna. Anche i due romanzi che lo seguirono sono semplici e sinceri, intimi come _L'ultimo incontro_, freschi e famigliari come _Accanto al fuoco_. Questi due romanzi furono scritti in una modesta camera di un piccolo albergo a Padova, dove, all'uscire dall'Università, Farnese insegnò lettere in quel liceo, durante un anno. Claudio Sanna fu il pioniere di questo nuovo scrittore e ad ognuno di quei primi romanzi egli consacrò magnifici articoli su i principali giornali. Anche altri critici ed altri romanzieri consacrarono studî ed articoli a quei romanzi, poichè il loro autore, oscuro professore di lettere in un liceo di una lontanissima provincia, non era ancòra e forse non sarebbe stato mai, un rivale temibile e perciò da combattersi con ogni arma, silenzio o denigrazione, pur di rovesciarlo e demolirlo, non per prenderne il posto, ma per l'ira del piccolo verso il grande, del debole contro il forte, per il rancore e l'odio eterni del mediocre verso quel che emerge e s'innalza. Ma allora al giovane scrittore festeggiato la misera fatica didattica pesava e non poteva resistere alla brama di correre a Roma, di scrivere, di parlare, di sentire da vicino il suo bel successo, di entrare anche lui decisivamente in lizza. L'affezione di Claudio Sanna gli permise di realizzare questo sogno, e nel novembre del mille ottocento ottantacinque, Farnese entrò, incaricato della critica drammatica e di una cronaca letteraria, in un gran giornale romano _L'Eco di Roma_, diretto da Marco Torrero.

Cominciarono, allora, le illusioni a sfrondarsi, le speranze a impallidire. In molti scrittori illustri, ch'egli venerava da lunge e pei quali aveva arso nei fogli letterari dei giovani molti granelli d'incenso, trovò gelosia ed invidia; in altri, che sembravano alla sua ignara fantasia giovanile modelli di austerità artistica, non trovò altro che orpello ed inganno, la più urtante abilità commerciale, le tele variopinte e le frange d'oro che nascondono la miseria intellettuale e la corruzione morale. Allora dal giovane irruppe l'uomo, e, sfogliate le ultime illusioni, considerando con un sottile riso ironico quel che prima lo colmava di ira e di disprezzo, scrisse sul giornale di Torrero, quella lunga serie di _Saltimbanchi_, dove, in brevi articoli, secchi e schioccanti come colpi di scudiscio, metteva in luce le vere figure zingaresche di molti romanzieri, autori drammatici, critici, poeti, musicisti, scultori e pittori. Ebbe un paio di duelli con due di quei saltimbanchi, un autore drammatico ed un pittore, che si offesero; ebbe la fortuna di ferirli entrambi; così che la muta, con la coda fra le gambe, sopportò le scudisciate; qualcuno tentò di abbaiare, ma da lontano e prudentemente, qualche altro leccò le mani al castigatore per propiziarselo, molti infine ostentarono a quelli attacchi un'ilarità non troppo sincera. Quella serie di _Saltimbanchi_ constò di sessanta articoli, pubblicati tutti sul giornale di Torrero in meno di quattro mesi. Dopo, Farnese li raccolse in un volume sotto lo stesso titolo e ad ognuno di quei sessanta inviò il volume con dedica autografa. Egli vide allora come nella letteratura, non diversamente che nella politica, valga più il rumore che il valore. I suoi buoni romanzi erano rimasti invenduti su gli scaffali dei librai, ma il suo libro di critica, che pure nelle sue idee morali aveva le apparenze di un _pamphlet_, ebbe un successo insperato e sei edizioni ne furono esaurite in brevissimo tempo. Egli aveva perduto con quel libro la maggioranza di coloro che si dicevano suoi amici: su quei sessanta, solo sette od otto, e dei meno attaccati, ebbero lo spirito di avvicinare il Farnese e di raddoppiare in cortesie a suo riguardo, se non in cordialità. Ma gli altri, coloro che non erano stati compresi nel fustigato e sanguinolento battaglione, furono di ciò grati al Farnese ed alcuni con l'adulazione e le amabilità prevennero il pericolo d'essere incorporati in un secondo battaglione a venire. Ad ogni modo il pubblico conosceva ed amava, ormai, il nome battagliero del Farnese e quei successi ripetuti gli avevano creata una lusinghiera posizione finanziaria.

Allora egli, l'austero critico ed il giustiziere, pencolò un poco verso il pubblico ed è l'unica macchia, ma perdonabile, della sua carriera letteraria. Nel suo appartamento elegante della via Sistina, Farnese lavorava a quel romanzo _Amori d'Autunno_, che fu poi uno dei suoi più grandi successi editoriali, fra le visite delle ammiratrici generose, quelle delle attrici che lo volevano più propizio a loro nelle sue critiche drammatiche sul giornale di Torrero, e quelle di qualche raro amico che veniva nei pomeriggi d'inverno a scaldarsi il corpo in quella casa tiepida e simpatica, l'anima e l'intelligenza all'ardore di quel pensiero di artista tanto geniale. Nel frattempo il teatro l'aveva tentato ed al teatro Valle era stata rappresentata una sua commedia in quattro atti dal titolo curioso, _Le nozze di Don Giovanni_. In quell'affollato teatro di prima rappresentazione solenne s'eran dati convegno tutti gli astii ed i rancori ardenti verso il notissimo scrittore. Tutto il battaglione dei sessanta saltimbanchi ed i loro adepti, tutti i giovani poeti cui egli aveva consigliato più la lima che la rima, tutti i giovani autori i cui aborti drammatici non avevano incontrato il favore del famoso critico e le loro famiglie ed i loro domestici, tutti gli attori ch'egli aveva ammonito e biasimato dai pianterreni dell'_Eco di Roma_, tutte le attrici ch'egli non aveva pensato di baciare e i loro _madri_, tutti i confratelli gelosi dei suoi successi e le loro signore mogli e le loro signore amanti, tutti gli eleganti e tutti i mondani irosi contro di lui per le sue fortune di salone e di alcova, tutti i nemici più acerrimi dello scrittore celebre a ventotto anni si eran dati convegno in quella sfolgorante sala di teatro. E subito, dal primo levarsi del sipario, l'insuccesso s'era pronunziato; i mormorii eran presto divenuti risate, le risate grugniti, i grugniti urli. I quattro atti si erano svolti fra le grida ed i fischi, le risate e le grida; gli attori assistevano impassibili allo scempio di quella geniale ed ironica commedia, ma vollero per rispetto all'autore condurla fino alla fine, malgrado i gridi sempre più forti ed insistenti che chiedevano l'abbassarsi del sipario. Alla fine del quarto atto qualche applauso fremente di pochi onesti fu coperto dalle salve di fischi. La _jeunesse dorèe_ di un circolo elegante, furiosa di vedere andare a Farnese quelle fortune femminili che le loro anime grigie attendevano in vano, dava in un palco un pietoso spettacolo di sè, eseguendo coi fischi una fanfara volgare. Finalmente lo _charivari_ era finito. I veri amici di Farnese non avevano avuto il coraggio di cercarlo; gli altri, gli ottimi amici, avevano frugato tutto il palcoscenico per trovare lo scrittore, mentre un'altra squadra volava al suo appartamento di via Sistina, per godere sotto le ipocrite condoglianze, l'effetto malvagio della malvagia opera compiuta. Ma Farnese, avvertito dai _reporters_ dell'_Eco di Roma_ intorno alla cabala che si montava contro di lui, era partito la sera innanzi, dopo l'ultima prova delle _Nozze di Don Giovanni_, per recarsi qualche giorno a Firenze. Così che a teatro gli ottimi amici non avevan trovato che camerini chiusi e macchinisti affaccendati, tutti nervosi in quella sera di lutto teatrale; ed avendo alla casa dello scrittore trovato chiuso il portone, la banda dovette sciogliersi, dolente del contrattempo, ma felice in fondo del risultato.

E la mattina e la sera appresso, trepidanti, avevano aperto i giornali perchè se al Farnese non era giunto l'eco delle disapprovazioni, ne avrebbe avuto almeno conto dagli attacchi dei critici. Se non chè anche questo loro desiderio doveva andar deluso. La critica aveva un linguaggio rispettoso verso Farnese, ammirativo per la commedia e stigmatizzante con parole pungenti il contegno della maggior parte del pubblico. Trovavano la commedia fine e sottile, con pregi di dialogo, di sceneggiatura, di finitezza di caratteri, ma con difetti di lungaggini. Tutti, meno due o tre, predicevano un vero successo alle _Nozze di Don Giovanni_, quando fossero riprese con un pubblico più spassionato. Intanto i buoni amici anonimi avevan messo sotto fascia quei due o tre giornali discordanti e li avevan spediti, falsificando le loro calligrafie, a Firenze, al _Savoie-Hotel_, dove Farnese era disceso. La sera, su l'_Eco di Roma_, era apparso un rovente articolo di Marco Torrero, che, ricercando le cause dell'insuccesso e citando anche i nomi dei promotori, esaltava la commedia e prediceva al Farnese un grande avvenire di autore drammatico.

Al suo ritorno a Roma, apparvero quei suoi due romanzi, seconda maniera, _Anime in sogno_ ed _Amori d'autunno_. I successi ne sono rimasti memorabili. Tuttavia erano due romanzi falsi e manierati, ove ogni anima aveva un lembo di cielo, ove il mondo era osservato a traverso ad un prisma roseo e brillante. Il romanziere aveva voluto forzare la semplicità e l'intimità della sua prima maniera ed era caduto nell'estremo della semplicità complicata e della falsa intimità. Un giornalista, Giacomo Spada, attaccò alle spalle del Farnese l'etichetta, «un Medoro Savini anglomane e decadente». L'etichetta rimase e pesò presto sulle spalle di Farnese che, da principio, ne aveva riso con la noncuranza sprezzante che viene dal successo. Da allora, dalla fine del mille ottocento ottanta nove data quel romanzo _L'Aurora_, che fu una vera aurora artistica per lo scrittore e che lo sacrò indiscutibilmente grande romanziere. In esso il Farnese, spogliandosi di ogni preconcetto, aveva chiamato a raccolta tutte le mirabili sue facoltà, per rispondere con un capolavoro alle ironie ed ai sottintesi melati. Ed il capolavoro era riuscito: v'era nell'_Aurora_ un vasto affresco della corruzione e della decadenza moderna e la maestosa pittura si chiudeva con l'apoteosi di un'Idea e la visione simbolica di un futuro secolo ideale. Molte edizioni si esaurirono una dopo l'altra, l'inno concorde salì dalle colonne dei giornali e dalle pagine delle riviste. Una schiera di giovani si entusiasmò per Farnese, divenne il suo drappello, fu pago di vivere del riflesso della sua luce. Altre commedie erano seguite, prima _Una Rivolta_, che, dopo alcune ostilità della prima sera, filò tranquillamente fra gli applausi un lungo corso di rappresentazioni. Pochi mesi dopo, durante il successo dell'ultimo suo romanzo, una geniale e delicata attrice, la signora Teresa Mariani-Zampieri volle mettere in iscena con gusto d'artista una commedia in tre atti, _Messer Arlecchino_, che Farnese aveva scritto durante un suo viaggio in Spagna, per non perdere l'abitudine della penna e senza alcuna intenzione di destinarla al teatro. Era una delicata fantasia, il ritorno delle maschere della commedia dell'arte italiana, una follia carnevalesca ed amorosa in un quadro di Watteau, con la grazia autunnale di una festa galante di Verlaine. La signora Teresa Mariani-Zampieri nel variopinto costume di un Arlecchino pieno di grazie vi ebbe un successo squisito, ovunque. E Farnese, senza riposo, si mise di nuovo al lavoro nel suo continuo inseguimento del meglio e del bello ed in un anno, uscirono due altri romanzi suoi: _L'infamia umana_, dove dieci tipi balzacchiani di vili e d'infami torturavano e macchiavano per sempre una serena anima di giovinetta; _Cecilia_, dove era narrata la storia di quella giovinetta aristocratica, Cecilia Armenieri, che, fuggita di casa con un uomo alla moda, aveva voluto essere attrice e trionfare su la scena, dove comparve con fortuna ma per breve tempo, per scomparire pochi mesi dopo, non si seppe mai dove, non si seppe mai come.