Part 19
Senza rispondere, la bimba chiuse gli occhi, appoggiò la guancia al cuscino. Docile, ella cedeva al consiglio di dormire che aveva inteso nella trepida domanda paterna. Certamente la piccina doveva soffrire in silenzio. Ma perchè, perchè, si chiedeva angosciosamente il padre, perchè non v'è un linguaggio mediante il quale i piccini ed i grandi si possano intendere? Sotto la furia del dolore i fanciulli restano vinti senza poter spiegare quello che sentono, son come persone esuli che chiamino soccorso agli uomini senza poter dire come e dove lo possan loro arrecare. Ma il respiro di Anna Maria si fece meno agitato. Forse il sonno l'aveva presa. Giuliano ritornò su la sua poltrona, a pie' del letto.
Guardò intorno a sè tutte quelle cose e quelle apparenze tristi e dolorose, ma famigliari. La realtà quasi non gli sembrava possibile. Era egli lo stesso uomo che due sere innanzi, a quell'ora, correva in un'ansietà crudele i caffè e i ritrovi notturni di Roma in cerca d'un amico che potesse dargli notizie su la sua casa, su i suoi cari, su la sua piccola inferma? Oh, come la vita galoppava, galoppava per quella via sempre diversa, ma che guidava senza errore sempre più verso la morte! Quanto non avrebbe osato sperare nei suoi sogni più ottimisti si era realizzato. Il maggior passo era fatto, e la vita in seguito, a poco a poco, in maggiore o minor tempo, avrebbe ubbidito al destino, uniformandosi a questo, docilmente. Non una parola era stata pronunziata tra lui e Beatrice ed ella quasi aveva ostentato di non avvedersi nemmeno della sua presenza. Ma un piccolo fatto, che altro non era che un semplice atto di femminilità sempre vigile, lo aveva indotto a bene sperare. Quand'egli era uscito dalla stanza per breve tempo onde pranzare con Loredano e il piccolo Luca — (la sua cena frugale, un brodo e delle uova, Beatrice aveva voluto che le fosse servita nella stanza dall'inferma) — rientrando aveva veduto Beatrice un poco mutata. L'aveva fissata, osservandola: i capelli eran stati ravviati, la forma cambiata con una migliore, ed un merletto bianco era stato posto intorno al collo per diminuire e adornare la scollatura della camicetta. In quei brevi momenti, quantunque tutte le sue ansie e tutti i suoi pensieri fossero per l'inferma e quantunque avesse ostentato fino ad allora di non avvedersi della presenza di Giuliano, ella aveva voluto divenir più accurata e più bella, aveva avuto la innocente civetteria femminile di favorire un po' più la sua grazia. E Giuliano, osservando questi piccoli atti segreti, aveva sorriso e sperato. Più volte gli era venuta la tentazione di rivolger la parola a Beatrice. Ma al momento di articolare le sillabe qualche cosa gli serrava la gola, forse il timore di non aver risposta o di averne una che dovesse distruggere tutti i buoni e dolci sogni che da qualche ora carezzava e cullava nell'anima sua. E il silenzio era rimasto fra loro, intero.
Un altro silenzio, parimenti d'impotenza e di tristezza, regnò nella stanza dove solo viveva il respiro sibilante della bimba inferma. Era quel silenzio accasciato e profondo che provano coloro i quali amano la vita, quando si trovano messi dagli inganni e dagli agguati del destino in cospetto del male, della sofferenza e della morte. Giuliano si sentiva accasciato da tutta la tristezza di chi ama la vita dolce, buona, sana ed esuberante e sente invece intorno a sè la malattia, forse la fine imminente, certo il periglio. E una grande pietà lo prendeva, udendo quel respiro sibilante, una grande profonda pietà per quella creatura sua, cui egli aveva dato il dono magnifico della vita, quella creatura che ora soffriva ed alla quale, quantunque fosse anima della sua anima e carne della sua carne, ei si sentiva assolutamente incapace di portare alcun sollievo, alcun soccorso; la vita e la morte si contendevano furiosamente quel piccolo e dolce essere, ed egli, il padre, nulla poteva, e doveva tacitamente assistere a quella suprema e tremenda partita tra la vita e la morte, quella partita la cui tragica posta era costituita da quanto egli aveva di più caro e di più sacro nel mondo!
Quel sibilo del respiro lo atterriva. Le previsioni più truci lo assalivano. A volte, con un brivido, egli considerava la sua creatura come perduta.
Ma Beatrice? Ell'era sempre distesa su la poltrona, con la testa rovesciata su la spalliera e gli occhi chiusi. Non dormiva però, poichè ogni tanto socchiudeva le palpebre, volgeva lo sguardo lentamente ad un orologio presso il letto. Che cosa pensava ella, intanto? La sua piccola civetteria di poche ore prima aveva incuorato Giuliano. Ma perchè taceva ancòra? Attendeva forse che il marito le parlasse per primo? Conveniva gettarlesi ai ginocchi, dirle tutte le angoscie e tutto l'amore? Ma avrebbe ella creduto? E non si sarebbe offesa di quelle parole e di quei gesti in un momento così inopportuno, in quella stanza di ammalata? Giuliano non sapeva che cosa mai potesse fare. Dietro ogni atto possibile scorgeva facilmente il pericolo, il rischio. Tacere? Parlare? Non sapeva. E come avrebbe mai potuto uscire da questa dilaniante incertezza? Lo avrebbe il caso favorito, come lo aveva favorito fino ad allora?
Frattanto il loro rispettivo mutismo si prolungava. S'interruppe appena con un'esclamazione di allarme sfuggita dalle loro labbra, quando, per uno scoppio violento di tosse partito dal letto dell'inferma, insieme essi si precipitarono verso il capezzale di lei. Ma dopo il breve scoppio di tosse, la piccina aveva nuovamente chiuso gli occhi ed aveva ripreso sonno. I due, rimasti ansiosi ai lati del letto tornarono l'un dopo l'altra alle loro poltrone.
Passarono così qualche ora in un dormiveglia dello spirito e della conscienza, che non consentiva loro il nesso logico di un pensiero, lo sviluppo coerente di un'idea, la sensazione precisa e completa di un sentimento. Rimasero così, finchè un nuovo scoppio di tosse della piccina non li fece balzare in piedi, pallidissimi.
Lo scoppio di tosse da cui Anna Maria era stata presa sembrava violento ed irrefrenabile. Beatrice accorse, sollevò con un braccio l'inferma dai cuscini, picchiò con la mano nelle spalle, fortemente. Ma la tosse non cessava. La piccina diveniva sempre più rossa, i suoi poveri occhi stanchi le si iniettavano di sangue. Allora, nell'ansia folle, Beatrice disse disperatamente a Giuliano le prime parole dopo il suo ritorno:
— Dell'acqua, per carità, dàlle dell'acqua!
Giuliano ne versò qualche goccia in un bicchiere, avvicinò l'orlo di questo alle labbra della sua creatura. Ella potè beverne appena un sorso, poichè la tosse l'assalì di nuovo con moltiplicata veemenza. I genitori si guardarono un momento atterriti. Giuliano era stato vinto da un tremito convulso, mentre Beatrice, continuando a picchiare Anna Maria alle spalle, la chiamava disperatamente:
— Anna Maria, bimba mia, rispondimi, rispondimi!... Ti senti male?... Cosa posso farti?... Non mi riconosci? Sono la mammina tua, la mammina tua che ti adora.. Anna Maria... Anna Maria..
Giuliano si lanciò verso la porta per chiamar Loredano, per mandar qualcuno ad una farmacia notturna in cerca di un dottore. Era per varcare la soglia, quando un grido angoscioso di Beatrice lo richiamò:
— Giuliano, Giuliano, reggila, reggila....
Egli prese la bimba fra le braccia; durante quel veemente ed interminabile scoppio di tosse, egli sentiva la violenta scossa dei bronchi e dei polmoni colpiti. Beatrice aveva preso una bottiglia e un cucchiaio, dava un po' di calmante alla piccina, introducendo a stento il cucchiaio tra i denti spasmodicamente serrati. Ogni sforzo era vano. Dovette Giuliano aprire a forza le mascelle della piccola inferma. La madre s'affrettò a versarle nella bocca il calmante, che un nuovo scoppio di tosse, sopravvenendo, le fece rovesciar per intero. Il triste tentativo dovette essere replicato. Poi la bimba sembrò un poco calmata.
— Prendi il termometro, lì, sul tavolino, disse Beatrice al marito.
Misurarono la febbre della piccina, la cui fronte ardeva come un fuoco. Il termometro salì rapidamente ad una temperatura altissima.
— Bere! mormorò la bimba.
— Che cosa si può darle? interrogò Giuliano, ignorando le prescrizioni del dottore.
— Va, corri di là..... preparale un'infusione calda di tiglio. Troverai tutto. Oppure chiama _miss_ Margaret, chiama Giovanni.....
Giuliano, in quattro salti, si trovò in cucina. Non volle destar nessuno, tentò di far da sè, ma si trovò imbarazzatissimo. Stentò a trovare il tiglio, lo zucchero, l'acqua che fosse a bollore. Quando la bevanda fu pronta, tornò, reggendo a stento la tazza con le mani che gli tremavano convulsamente.
Trovò Anna Maria ripresa dalla furia della tosse. Beatrice la sorreggeva, bianca di terrore.
— Ma il medico che cosa ha detto? dimandò Giuliano. Ha preveduto questa nuova crisi?
— Sì, rispose Beatrice, ha detto che avrebbe potuto sopravvenire, ma che gli sembrava improbabile. Comunque sarebbe stata l'ultima, pericolosissima: o la vita o la morte..... Oh Dio, oh Dio! Madonna mia, non la fate soffrire così, non mi straziate il cuore..... Non ne posso più!.....
Cadde in ginocchio, appoggiò le mani al letto e tra le palme nascose il suo volto e le sue lacrime.
— Coraggio, coraggio, Beatrice, incitò Giuliano, la nostra piccina è forte, supererà anche questa crisi definitiva.
La bimba era ricaduta su i cuscini, quasi rantolava, con gli occhi chiusi. Beatrice si rialzò, gridò:
— Giuliano, Giuliano, è l'agonia, è l'agonia... oh Dio!
Rimase tremante, coi lineamenti contratti, a fissar quella sua creatura che moriva. Giuliano ostentava spasimando una certa tranquillità per non atterrire doppiamente la moglie.
Il rantolo, dopo qualche minuto, s'affievolì, poi tacque. Il respiro della piccina divenne quieto, non era neppur più sibilante. Dormiva placidamente. Quasi d'improvviso un grande sudore rese madido il suo corpicino. Il rosso acceso del volto divenne un rosa appena esagerato. Anche quell'ultima crisi era stata così superata felicemente.
Allora, il grande sforzo di energia nervosa da cui Beatrice era stata sorretta durante quell'ultima angosciosa giornata, in cui cento emozioni vive e inattese s'erano incontrate nel suo povero e debole cuore, si esaurì ed ella cadde, vinta, esausta, affranta, su una poltrona, prorompendo in un pianto disperato. Giuliano accorse a lei. E poichè le poche parole scambiate fra loro, durante quella mezz'ora d'intima agonia, gli avevan dato coraggio ed energia, si lasciò cadere ai suoi piedi, le tolse le mani dal volto umido di lacrime, le strinse amorosamente fra le sue. Ella lasciò fare. Spossata da quelle emozioni, si sentiva debole come un fanciullo: aveva anzi bisogno di qualcuno che le parlasse dolcemente, di qualcuno che sapesse blandire la sua pena, dare una forza novella ed ardita ai suoi nervi depressi. Intanto, fu ella la prima a parlare:
— Tu l'ami ancòra, è vero?
— No, rispose Giuliano fermamente.
— E da quando non l'ami più? chiese Beatrice con un fil di voce.
— Da quando.... Oh, abbi pietà di me, abbi pietà di me.... Ho tanto sofferto..... impetrò Giuliano.
Rivide in un baleno quelli ultimi mesi di tortura, d'angoscia suprema.
— Ed io dunque! esclamò Beatrice tra i singulti. Credi tu che io non abbia sofferto, crudelmente sofferto, durante la tua assenza? — Poi, ripresa dal suo pensiero, aggiunse: — Ma tu l'hai amata, tu l'hai tenuta fra le tue braccia, tu le hai detto di amarla.... Confessalo, dimmelo dunque che tu l'hai amata!....
Giuliano rispose vibratamente, rinnegò il passato.
— No, no, ho creduto di amarla, è stato un sogno, è stata una follìa. Non mi so rendere conto di quel che è avvenuto dentro me stesso, poichè appena ebbi peccato, ripresi ad amarti con tutta l'anima, non appena ti ebbi perduta presi a rimpiangerti e ad invocarti con tutto il mio desiderio, con tutta la mia passione. Oh, non appena ti ebbi perduta, compresi e vidi quel che di grande e di profondo e di adorato, tu eri per me!
— Ma tu sei rimasto con lei! proruppe Beatrice.
— Fui pazzo. Perdonami! Io t'ho amata tanto. Ti amo tanto....
Vi fu una pausa. Poi Giuliano disse, avendo nella voce l'accento di una desolazione rassegnata:
— Ma che vale? Oramai tu non mi crederai più!
— Sì, sì, ti crederò, mormorò Beatrice, ho tanto bisogno di credere, di avere in te una nuova fiducia, di non pensare più che tu, con quelle labbra, con quegli occhi, con quelle parole, possa mentirmi! Ne ho sofferto troppo. Voglio credere, credere, credere.... Voglio illudermi, anche se domani dovrò, ancóra più crudelmente, essere disingannata....
Allora Giuliano parlò. Le disse quanto aveva sofferto, le narrò la sua vita, i suoi dolori, le sue speranze, i suoi disinganni. Trovò accenti dai quali scaturiva un'emozione prepotente. Fu lirico, fu sincero, fu profondamente commosso; amò e fu riamato in quel breve tempo come mai aveva amato o era stato riamato per il passato, come mai avrebbe amato o sarebbe stato riamato per il futuro. Beatrice l'ascoltava intenta, avendo le sue mani tra le mani di lui che le stringeva fino a farle male, fissandolo con gli occhi lucidi di lacrime. Ogni tanto ella diceva, senza sorridere, quasi lamentandosi:
— Povero Giuliano! Povero Giuliano!....
E poi aggiungeva, facendo sentire nella sua voce l'infinito del dolore sofferto:
— Anche io ho tanto, tanto sofferto!
E quando ebbe finito il racconto delle sue sofferenze, Giuliano disse:
— Ed ora sono accorso a te, chiedendoti di prendermi con indulgenza sul tuo caro seno. Ecco, io ti ho tutto confessato. Che cosa devo fare? Mi respingi o m'accogli?
— No, no, io non ti respingo. Anche io pensavo che potevamo unire e sopire a vicenda i nostri dolori!
Giuliano divenne supremamente pallido.
— Oh, mio Dio, se tu sapessi quale gioja le tue parole mi dànno, dopo di esser passato per tanto dolore!
Un singhiozzo troncò le sue parole.
— Tu mi ami dunque ancòra un poco? dimandò poi sommesso, quasi vergognoso di impetrare una generosità così grande dal povero cuore di lei.
— Io ti amo ancòra con tutta l'anima, susurrò Beatrice e gli strinse le mani, palpitando.
Giuliano si morse a sangue le labbra per trattenere la sua profonda emozione, fece uno sforzo inaudito per contenersi, per frenare il pianto di dolore e di gioja.
Una grande pace invadeva adesso le loro anime tornate concordi. Beatrice, nella solitudine lacerante del suo dolore di madre, s'era gettata all'amore pentito di Giuliano come ad un'àncora di salvezza nel naufragio della sua vita. Giuliano, dal canto suo, non credeva, non voleva credere alla realtà degli avvenimenti. Gli sembrava un dolce sogno beato, che sarebbe poi stato spezzato da un brusco risveglio. Però sentiva nelle parole di lei l'indulgenza, non il perdono.
— Ma non potrai perdonarmi mai? egli le chiese.
Ella lo guardò, sorrise. Poi, posandogli le mani su la testa, gli mormorò con un accento profondo:
— Io ti perdono!
Ed insinuò le dita sottili tra i capelli di lui in una carezza tenera e blanda. Con la sua voce dolente e velata, volle poi aggiungere:
— Sì, io ti perdono. Tu solo devi far sì ch'io non mi penta mai di queste mie parole....
Per tutta risposta, Giuliano le prese le mani, le portò alla sua bocca, le baciò con baci innumerevoli, ardentemente.
Si levarono. Si fecero alla finestra ed aprirono le imposte, poichè la lampada da notte, forse scarsa di olio, si affievoliva. Guardarono insieme il giardino oscuro dove qualche chiaro fiore d'autunno splendeva. Qualche lampione, alcune finestre illuminate rilucevano sul fondo oscuro delle vie e delle case. Un'eco lontana di carri che passavano su dei selciati sonori giunse loro, oltre i cristalli, nel silenzio della città addormentata. Ascoltavano in silenzio, pensavano e sentivano senza più parole. La bellezza di vivere era per loro in quel momento profonda: la bimba salva, i loro cuori riuniti e dimentichi. Che cosa potevan dimandare di meglio alla vita e al destino per cancellare dai loro cuori le orme di tanto dolore? Anche il fiotto delle lacrime, lacrime calde e buone, aveva purificato e nobilitato i loro dolori, come il contatto rovente di un fuoco spirituale.
La bimba si destò, li riconobbe, li chiamò intorno al suo letto. Essi furon di corsa ai due lati del suo capezzale:
— Papà mio, mamma mia, susurrava la bimba dolcemente.
— Come ti senti? Come ti senti? dimandò Giuliano.
— Tanto benino, papà, tanto benino. Mi farete alzare presto, non è vero, mamma?
— Si, rispose la madre, tanto presto, mia cara creatura.
Giuliano toccò la fronte, i polsi, origliò sul petto il suono del respiro. Si rialzò raggiante:
— È un miglioramento grandissimo! esclamò.
E aggiunse, fissando Beatrice:
— Non potremmo avere un'augurio migliore!
La bimba guardò i genitori, sorrise loro, volle girare i suoi braccini dimagriti intorno ai loro colli, li attirò a sè, li baciò uno dopo l'altra. Poi, graziosamente, avvicinò i loro volti, volle che si baciassero. Le labbra di Giuliano e di Beatrice si unirono fervidamente, appassionatamente, per la prima volta dopo tanto tempo, sotto la dolce e cara violenza di quella loro innocente creatura.
E quel bacio, auspicato dal sorriso della bimba risanata, fu l'auspicio delle loro nuove nozze d'amore, del loro ritorno a quanto avevan pensato come perduto per sempre.
A oriente un lucore indeciso diradava le tenebre. Era l'alba, un'alba grigia, fredda, che dava quasi un brivido. Ma dietro quel grigio velario e dopo quelle pallide ore, sarebbe apparso fra breve il trionfo del sole.
V.
Per quanto forte e sana, la fibra di Beatrice non seppe resistere all'assalto prolungato di tante emozioni, di tanti dolori e, in ultimo, di quelle gioje insperate, la guarigione della sua piccina ed il ritorno del marito a lei ed al suo amore. Una forte febbre la costrinse a mettersi in letto; ed i medici riscontrarono in lei i prodromi di una malattia nervosa che, se combattuta in tempo, poteva essere facilmente scongiurata.
Ella si mise a letto lo stesso giorno in cui, all'alba, era avvenuta la riconciliazione col marito. Qualche brivido di febbre la prese; fu addebitato alla stanchezza ed al sonno perduto; Leonardo e Giuliano la costrinsero a mettersi a letto e a riposare. Il dottore venne per la bambina che trovò entrata in piena convalescenza; vide anche Beatrice e per quella sera non riscontrò in lei nulla di anormale. Giuliano e Leonardo pranzarono soli col piccolo Luca. E quando il bimbo fu a letto, quando seppero che Beatrice ed Anna Maria erano addormentate calmamente, essi gustarono una deliziosa serata d'intimità famigliare accanto al primo fuoco d'autunno, acceso nel caminetto della sala da pranzo. Giuliano si sentiva felice: ogni cosa, ogni oggetto, ogni abitudine gli ricordava col proprio linguaggio misterioso la beata realtà del sogno, di quel sogno tanto a lungo carezzato, il sogno di tornare a tutta la sua cara vita d'un tempo.
Nulla era mutato. Due sole persone care mancavano; ma una, Anna Maria, sarebbe tornata a folleggiare per la casa tra qualche giorno; e l'altra, Beatrice, sarebbe stata tra loro l'indomani, calma, sorridente, generosa largitrice di nuova forza e di gioja novella!
Se non che la lieta previsione andò delusa. L'indomani Beatrice non si levò. La febbre infuriava. Ella rimase in letto una settimana intera e non volle avere che un infermiere, non volle avere che un assistente ed un medico: Giuliano. Quella breve malattia fu la loro seconda luna di miele, dolce e un poco triste, e i loro nuovi baci furono scambiati fra l'odore dei farmaci ed il profumo gracile dei molti crisantemi che riempivano i vasi di cristallo.
Giuliano passava tutte le sue giornate nella stanza dell'inferma. Aveva preso dalla sua biblioteca (quanta polvere su quei libri e com'egli era stato felice di riaverli e di sfogliarli di nuovo!) alcuni volumi di versi; e, a volta a volta l'avvolgeva nella capziosa suggestione di Baudelaire, nella fastosa sonorità di Leconte de Lisle, la cullava con la malìa appassionata di Musset o con la dolente e languida canzone di Verlaine; le paludava innanzi il simbolo evocatore di Mallarmè o l'attirava alle armonie suggestive e profonde di d'Annunzio e di Pascoli. Le voci di quei veri poeti eran divenute famigliari a Beatrice; e come quella di Giuliano sapeva farsi dolce e profonda per dire i bei versi di Musset nella canzone di Barberina:
«Beau chevalier qui partez pour la guerre, Qu'allez vous faire Si loin d'ici? Voyez-vous pas que la nuit est profonde, Et que le monde N'est que souci?»
Una sera (oltre le cortine della finestra il cielo sfumava delicatissimo tra le nebbie rosee e azzurrine), mentre Giuliano le rileggeva quei versi, Beatrice, che non era mai ritornata nemmeno fugacemente sul loro triste passato, disse al marito:
— Anche tu sei stato come quel bel cavaliere che andava alla guerra. Ed io, come Barberina, potrei dimandarti che cosa tu sia andato a fare così lungi da qui. Anche io potrei dimandarti se non vedevi che la notte è profonda e che tutto nel mondo altro non è che tristezza e dolore.....
— Tu hai detto di avermi perdonato, disse Giuliano. Perdono significa oblìo. Perchè dunque ritorni sul mio triste passato?
— No, io non ritorno sul tuo triste passato, replicò Beatrice. Come seppi perdonare, così so anche dimenticare. Vorrei solo che tu sapessi quanto ho sofferto anche io. Ah, quei primi giorni in cui i nostri bambini mi domandavano sempre di te, volevan sapere dove tu fossi, quando saresti tornato! Come mi sembrava deserta questa casa! Certe sere, verso quest'ora, prima che i domestici accendessero i lumi, giravo per la casa come in sogno, cercandoti. E quale doloroso ed angoscioso risveglio era il mio, quando uno dei nostri figli mi domandava di te ed io dovevo mentire e ricordarmi la tua colpa, la tua lontananza, tutto il nostro avvenire spezzato.... Quante volte ti ho pensato felice, dimentico, perduto per sempre!... Ma tu sei tornato. Tutto è finito e tutto è ricominciato. È stato un brutto sogno, dal quale ci siamo entrambi ridestati cercando ansiosamente le nostre labbra. La vita è ancòra buona per noi, è ancóra bella.
Verso quell'ora, Luca tornava dal passeggio e s'incontrava con la piccola Anna Maria convalescente intorno al letto della mamma. Era allora un gaio scoppiettio di adorabili sciocchezze, di fanciullaggini commoventi e soavi. Ogni volta che usciva, il piccolo Luca non dimenticava mai di portare alla mamma o alla sorella qualche ghiottoneria o qualche gingillo comperati dietro suggerimento del papà e col denaro ch'egli gli aveva dato a questo scopo. E Beatrice e Anna Maria aprivano curiosamente i pacchetti, i cartocci. Ed era allora una gara di sorrisi, di esclamazioni giojose, mentre la lampada pioveva su quella soave scena famigliare blandi e rosei riflessi.
— Quale grande felicità tu mi dài, diceva talvolta Giuliano intenerito alla moglie.
— Oh, ma tu hai avuto altre felicità, ella rispondeva con una punta d'ironia, troppo affettuosa per saper ferire.
E Giuliano protestava con un sorriso buono:
— Oh no, no, quella non è felicità.... La felicità è vivere insieme la vita, aver dei bambini belli e buoni come i nostri, una casa che si ama, un nido prediletto, un focolare domestico che splenda come un faro per illuminare il porto cui si ritorna dopo una giornata di lotta e di lavoro... Vedi, la felicità è questo: è tutta nostra la vita di adesso....
E la sua voce si faceva grave e vi passava dentro come un tremito pel timore che quella felicità dovesse, un giorno o l'altro, andare distrutta.