Il Miraggio: Romanzo

Part 18

Chapter 183,725 wordsPublic domain

— Tua moglie e Loredano, diceva Andrea di Vele, ignorano completamente la tua venuta a Roma. Ho creduto che fosse meglio non prevenirli. Beatrice non ti ha perdonato, nè ti perdonerebbe per molto tempo ancòra. Non v'è quindi da farsi illusioni. Oramai che sei giunto, bisogna prevenire Loredano, studiare insieme quale strattagemma sia da adottarsi per farvi trovare insieme, per farla venire, senza sembrare, al perdono e all'oblìo. La cosa non sarà facile. Ma le nostre comuni abilità di romanzieri potranno giovarci. Non sono i romanzi che rassomigliano alla vita: è la vita, invece, che il più delle volte, con le sue circostanze imprevedute, con le sue complicazioni inesplicabili ed i suoi strani epiloghi, rassomiglia tanto ai romanzi.....

Giuliano non l'ascoltava più. Senza confessarsela, una pallida speranza era timidamente fiorita nel suo cuore durante quei due ultimi giorni. Aveva pensato che forse Beatrice non era del tutto estranea a quel suo richiamo a Roma. Con la bambina inferma, così gravemente inferma che quasi l'ala fredda della morte le aveva sfiorato l'inconsapevole visino, ella si era sentita forse troppo sola, aveva lasciato intendere al fratello e agli amici che se suo marito fosse tornato, non lo avrebbe respinto.... Questo tacito sogno, carezzato dolcemente per qualche ora, svaniva alle parole di Andrea; tutto era ancòra da farsi ed altri giorni di pena — e quanto intensa! — si preparavan per lui.

La colazione era finita. Andrea si levò da tavola, guardò l'orologio.

— Sono le nove, di già.... Non ho un minuto da perdere, esclamò. Ho un grave affare fra mezza ora ed alle dieci e mezzo mi recherò a casa tua per vedere Loredano e parlargli. Prenderemo un convegno per ritrovarci con te.... Intanto per questi giorni tu devi abitare in qualche posto.... Sei sceso ad un albergo?

— No. Ho lasciato il mio bagaglio in deposito alla stazione.

— Ah, bene, bene. Dammi allora gli scontrini. Manderò subito Stefano a ritirarlo.

Suonò il campanello ripetutamente. Consegnò al domestico gli scontrini datigli da Farnese:

— Ritirate subito queste valigie e portatele qui... Poi, preparate la camera a fianco alla mia per il signor Farnese. Torneremo a colazione a mezzogiorno.

Prese il bastone, il cappello ed i guanti, discese in fretta con Giuliano:

— Noi ci ritroveremo qui alle dodici, proponeva all'amico. Avrò già tutto stabilito con Loredano.

— Potrai parlargli liberamente da solo a solo? obbiettò Farnese.

— Ne sono sicurissimo, rispose Andrea. Vado a casa tua verso le dieci e mezzo, perchè potremo esser soli. Tua moglie sta in casa da quasi venti giorni, è molto impallidita e dimagrata; ieri il medico le ordinò di uscire, di profittare di queste giornate serene per prendere un poco d'aria, visto che Anna Maria è migliorata e che può lasciarla senza timore per qualche ora. Iersera la persuasi ad uscire. Promise a me e a Loredano che sarebbe uscita stamane alle dieci per un'oretta.

Cominciò a parlare d'altre cose, d'altre persone. Farnese, che sembrava attento, seguiva invece tutt'altro ordine di pensieri. Sua moglie sarebbe uscita di casa alle dieci. Un'irresistibile brama di rivederla si impadronì di lui, ed egli affrettò col desiderio il momento in cui il suo amico l'avrebbe lasciato solo.

Erano giunti in piazza di Spagna. Andrea di Vele, arrestandosi su la soglia dell'_hôtel de Londres_, gli tese la mano per salutarlo:

— Mi raccomando, disse, di essere, almeno per oggi, prudente. È bene che tua moglie non sappia ancòra che tu sei a Roma e, per certe necessità di convenzioni sociali, è meglio che non lo sappia nessuno. È opportuno che tu ritorni a casa mia e che tu mi aspetti. A più tardi.

Gli serrò la mano fortemente un'altra volta ancora, e in quella stretta di mano era come un incitamento ad aver fiducia e coraggio, a non abbandonar la speranza, unica oasi felice nel deserto squallido dell'avvenire e del destino. Il desiderio di riveder sua moglie, almeno da lontano, padroneggiò Giuliano. Ma Andrea di Vele aveva ragione di consigliarlo di non esporsi ad essere veduto e riconosciuto. Guardò l'ora. Alle dieci mancavano quindici minuti. Una carrozza chiusa passava. Chi lo avrebbe visto in fondo a quella carrozza? Giuliano cedette all'irresistibile attrattiva. Fermò la carrozza, vi salì, ordinò al cocchiere di arrestarsi poco lungi dalla sua villetta, al Macao. Una smania puerile lo aveva preso di rivedere quella casa, quel giardino, di rivedere uscire da quella porta sua moglie, dopo tanto tempo, dopo tanta vita. Il trotto veloce del cavallo su per le difficili salite sembrava lento alla sua impazienza.

Quando la carrozza si arrestò, Farnese guardò la sua villetta. Il giardino di Beatrice era come addormentato, in una vita autunnale e melanconica. Un vento leggero scuoteva appena le foglie pallide dei pochi alberi, dai quali con un fruscìo sottile, a quando a quando, qualche foglia d'oro lentamente cadeva sul suolo dove già altre foglie cadute avevano composto un tappeto biondo, che mormorava mestamente, quando il vento lo agitava un poco. Sul cielo qualche rapida nuvola bianca e leggerissima volava. Tutti i fiori erano morti, le spalliere di rose su i muri erano appassite. Molte persiane nella villetta erano chiuse. Da una villa vicina giungevano, pallide e morenti, le note di un pianoforte suonato lentamente e tristemente, forse per accompagnare le fantasticherie autunnali di un convalescente. Nulla ricordava a Giuliano il giardino del giorno in cui il dramma era scoppiato. Allora tutte le spalliere di rose erano in fiore e dal verde giardino saliva nelle stanze uno spossante profumo di primavera. Quante volte quel profumo, legato ai ricordi di quel triste giorno, gli era tornato alla memoria dei sensi, non meno vibrante e tenace dell'altra!

I minuti gli sembravano eterni. Le dieci e un quarto erano segnate dalle sfere del suo orologio. Forse Beatrice non sarebbe uscita. Ma perchè? Allora Anna Maria aveva peggiorato di nuovo? La sua fantasia già galloppava lugubremente, quando la porta si aprì e una donna apparve, tutta vestita di nero, molto pallida: Beatrice. Ella s'avanzò pel giardino: le foglie d'oro stridettero, come gemessero, sotto i suoi piedi. Ella uscì nella via, s'allontanò avvolta da quel pallido sole d'autunno. Camminava con un passo stanco e si volse più volte a guardar le finestre della villa. Farnese non seppe resistere, gettò del denaro al cocchiere, discese e imprudentemente la seguì da lontano, tutto ripreso al suo fascino, alla grazia di quella stanca andatura, alla mestizia di quel pallore così grande!

Quanto durò quella lenta passeggiata di quei due esseri che soffrivano, di quei due dolori che si seguivano, senza raggiungersi per cullarsi e sopirsi l'un l'altro, senza che Beatrice avesse l'ispirazione di arrestarsi, senza che Giuliano avesse la energia di affrettare il passo, d'andarle vicino, di parlarle? Percorsero a lungo quelle soleggiate vie del Macao; un sentimento nuovo era nel cuore di Giuliano, quando si nascondeva dietro qualche muro o entrava in qualche portone per non farsi vedere dalla passeggiatrice, allorchè ella voltava la via o cambiava di marciapiede... Gli sembrava di essere un amante timido, un poeta che segue la creatura dei suoi sogni, nell'ombra, umilmente.

La poesia del suo cuore cantava tutta in quell'ora. Oh, con quale ansia egli attendeva e sospirava il giorno in cui avrebbe di nuovo potuto camminare al fianco dell'adorata, di quella cara creatura in cui si racchiudeva oramai ogni suo ideale ed ogni sua speranza! Tutta la bellezza di vivere era per lui personificata in quella pallida donna, alla quale egli sarebbe tornato come un amante, follemente, per sempre!

Ella comprava adesso dei crisantemi bianchi e rosei. Quelle stelle di petali splendevano al sole su la sua veste bruna, tra il braccio ed il seno. La sua passeggiata era finita ed ella tornava verso la villa, madre affettuosa e trepida per la sua creatura inferma. Quel po' di sole autunnale doveva averle fatto bene. Le sue pallide gote erano ormai un po' soffuse di roseo, come se qualche foglia di rosa fosse sotto la trasparenza della pelle bianca. L'incantesimo si rompeva per Giuliano. Ei rientrava nella solitudine grigia e nell'attesa dolorosa.

No, no egli non voleva rimanere solo, senza l'amata!

E, quando la vide entrare nella casa, si slanciò, senza pensare, cedendo all'istinto. Le foglie bionde gemettero anche sotto il suo passo, per un mesto saluto a colui che tornava, dopo che il torrente del destino lo aveva trascinato tra i gorghi infidi di tanto dolore. Quando egli era per giungere alla casa, Beatrice era scomparsa e la porta si richiuse pianamente. Giuliano si sentì straniero a quella dimora. Ritornò sui suoi passi. La sua fugace energia lo aveva abbandonato, innanzi a quell'umile circostanza fortuita d'una porta che si richiudeva sul suo volto, quand'ei stava per varcarla.

Una stella bianca splendeva su le foglie bionde dell'autunno. Era un crisantemo caduto dalle braccia di Beatrice. Qualcosa del profumo di lei doveva essere rimasto in quei petali, ch'ella aveva toccato, che si erano adagiati sul palpito lieve del suo seno. Giuliano raccolse il crisantemo, lo baciò con devozione, con religione, con fervore, con ardore d'amante. Poi, serrando nella mano la preziosa profumata vestigia del passaggio dell'amata, fuggì quasi di corsa, come un ladro, per tema che qualcuno avesse potuto vederlo e riconoscerlo dalle finestre della villetta tutta bianca al sole.

III.

Il giorno dopo, verso il tramonto, Giuliano Farnese, che invano fino a quell'ora aveva atteso in casa di Andrea di Vele notizie di Loredano o dell'amico suo, saliva al Pincio a piedi, desideroso di un po' d'aria e di un po' di luce libera. Era una giornata plumbea, melanconica. Gli alberi gialli di foglie secche stormivano lugubremente ad un sospiro di vento. Sembrava che si iniziasse da quel giorno il triste periodo del giallo autunno e dello inverno grigio, che solo qualche ora di sole, durante l'estate di San Martino, avrebbe interrotto, con un'oasi di azzurro, di tepore e di rifiorimento autunnale. Il grande giardino era quasi deserto. Qualche carrozza chiusa di prelato passava ad un trotto lento e cadenzato, monotonamente. Giuliano s'internò pei viali dietro la fontana di Mosè, dirigendosi verso la vasca dove i bianchi cigni nuotano per raccogliere le briciole di pane che i fanciulli loro amici sottraggono generosamente alla propria merenda, dopo che son sazii.

Qualche cosa di grave doveva avvenire. La sera innanzi egli aveva veduto Loredano, venuto ad incontrarlo in casa di Andrea di Vele. L'incontro era stato affettuoso e commosso. S'era convenuto fra i tre che nella mattinata susseguente Loredano avrebbe abilmente parlato a Beatrice e che del risultato di quel colloquio avrebbe prevenuto Giuliano nelle prime ore del pomeriggio. Nessuna notizia, invece, era giunta fino a quell'ora.

Giuliano disperava; la riuscita di quell'accordo gli sembrava sempre più impossibile. Se Loredano non aveva dato notizie, questo silenzio significava che nulla di lieto era stato ottenuto, che Beatrice s'era senz'altro ribellata all'idea del suo ritorno. In quell'ora egli vedeva tutto fosco. Si ripetette per consolarsi che il paesaggio è uno stato d'anima e spiegò il suo ottimismo sorridente del mattino avanti con quello sfarzo di sole e di azzurro ch'era nell'aria; giustificò il suo nero pessimismo del momento con quel cielo plumbeo, quello stridore di foglie secche, quella solitudine e quello squallore.

Si trovò innanzi alla fontana dell'orologio. Una folla di fanciulli si pigiava intorno alla ringhiera, gettando nell'acqua le briciole di pane. I cigni scivolavano tacitamente su le acque verdognole, vi tuffavano il lungo collo arcuato per afferrare il cibo che vi discendeva. Qua e là correva silenzioso il candido drappello, dove più lauta era la caduta di briciole. Qualche cigno, filosoficamente, invece di lanciarsi alla mensa comune, rimaneva a gustare quella lasciata deserta dai suoi compagni e che per lui era più che abbondante. Così, continuo era il calmo movimento dei cigni in quell'acqua lievemente ondulata dal loro fianco, quell'acqua che scivolava senza rumore lungo le loro morbide piume. Sotto il riflesso grigio del cielo, quella breve superficie di acque sembrava uno specchio che tremasse. A momenti un cigno mandava un lamento, lungo, implorante, desolato. E nulla era più lugubre di quel grido quasi di morte in quel mesto paesaggio, in cui all'agonia del giorno s'aggiungeva l'agonìa della stagione e delle cose.

Ad un tratto, volgendosi, Giuliano ebbe un'emozione violenta. Fra la folla di piccoli spettatori, egli aveva riconosciuto i capelli castani inanellati e gli occhi azzurri cupi del piccolo Luca. Il suo cuore paterno durante qualche secondo soffocò la voce della sua prudenza; ed ei rimase intento a guardare suo figlio che, sorridendo beato, staccava delle briciole da un pezzo di pane, le arrotondava coi polpastrelli delle dita e le gettava ai cigni che lo guardavano fissi, quasi sollecitando la sua generosità. Ma poi Giuliano temette di esser veduto dal piccino, si allontanò a passo rapido verso l'uscita del Pincio. Se Luca l'avesse veduto tutto era perduto, bisognava giungere alle circostanze estreme, all'ultimo tentativo. Egli temeva troppo che il destino affrettasse così l'opera degli uomini e, allontanandosi, sentiva il leggero brivido di chi paventa da un momento all'altro d'essere afferrato, e pure teme di volgersi, sicuro com'è di essere inseguito.

Il cuore gli mancò, quando si sentì afferrare le gambe e udì una vocina gridare:

— Papà, papà mio...

Si volse. Il piccolo Luca fu sollevato fra le braccia del padre, il quale vide una donna diretta correndo verso di loro.

— Papà, papà mio, quando sei tornato, quando? — dimandava il piccino. — Come sono contento, papà, papà mio bello....

Giuliano si stringeva il figlio fra le braccia, lo ricopriva di baci. Ah, egli non baciava solamente il piccolo Luca in quel momento! Sui suoi occhi, su le sue guancie, su la sua fronte egli baciava Anna Maria, egli baciava Beatrice, baciava l'amore, la bontà, la fedeltà, tutti i suoi cari insieme sul volto di un solo, baciava il suo passato, forse il suo avvenire.... La commozione vibrante inumidiva di lacrime le sue pupille e a stento rispondeva al piccino che lo interrogava:

— Sì, sì, creatura mia, son tornato poche ore fa.... Ho avuto subito da fare, sarei venuto a casa fra poco. Come sta la mamma? Come sta Anna Maria? E dimmi, come mi hai veduto, come mi hai veduto?

— Ti ho veduto, rispondeva il piccino, quando ti sei allontanato dai cigni. Oh, papà mio, come ho corso, come ho corso... Io ti chiamavo.... ma tu andavi sempre più lesto... E _Miss_ che non ti aveva riconosciuto e gridava e mi rincorreva.... Povera _Miss_!

Miss Margaret, che era adesso con loro, sorrise. Giuliano pose a terra Luca, lo prese per mano, s'avviarono.

— Come sta la mamma, dimmi, dimmi.... E Anna Maria?

Luca rispondeva serio serio, tutto compreso della gravità della sua funzione di informatore che, gli si richiedeva dal suo papà in quel momento:

— La mamma sta bene.... Anna Maria invece sta un po' peggio di ieri... Ieri è stata tanto benino.... Oggi invece ho veduto venire il dottore tre volte.... A me non dicono niente.... La mamma mi ha voluto far uscire, perchè dice che in casa facevo troppo rumore e che Anna Maria doveva esser lasciata tranquilla.... Se vedessi, povera sorellina, com'è dimagrita!... È tanto triste, sai, papà, e non gioca nemmeno più con me e quando mi avvicino al suo letto coi giocattoli, mi sorride e mi fa cenno di no, con la mano....

— Che cosa dici, che cosa dici? mormorava il padre, angosciosamente. Poi, volgendosi a _miss_ Margaret: — È vero che Anna Maria è così peggiorata?

— Sì, rispose l'istitutrice, sta un poco peggio di ieri; ma pare che non sia nulla di molto grave, il dottore ne risponde.

La flemma inglese di _miss_ Margaret urtò Giuliano. L'intima angoscia si espandeva in gesti affettuosi per quel piccino che gli camminava a lato:

— E tu, e tu, mio piccolo uomo, come stai? Sei contento di riavere con te il tuo papà? Dimmi, ripetimelo, piccino mio!

E si chinava a baciarlo e gli passava, teneramente, la mano nei capelli.

Erano giunti all'uscita del Pincio. Giuliano dimandò arrestandosi:

— Dove andate?

Ma, quando gli fu risposto che tornavano a casa e quando Luca supplichevole gli ebbe dimandato di tornare con lui, Farnese non seppe più reggere. Come lasciare, del resto, il piccino? Come occultarsi più, ora che suo figlio, appena tornato a casa, avrebbe narrato l'incontro col padre? E come resistere all'ansia di rivedere Anna Maria, poichè sapeva le condizioni della sua salute aggravate? Il piccolo Luca intanto, ignaro infantilmente di quanto avveniva, narrava al padre i suoi nuovi giochi, descriveva i suoi balocchi, si faceva spiegare le cose che vedeva. Un uomo passò vicino a loro vendendo certi ritratti del re in uniforme, delle oleografie qualunque. Il piccino dimandò:

— Di', papà, è un generale?

— Sì, piccino mio, è un generale, è il re.

— Papà, diventerò re anche io?

— Oh, piccino mio, contentati di diventar generale!

Ecco, ecco che la vita d'un tempo lo riprendeva! Come aveva amato in altri tempi quelle ingenue domande, le osservazioni spontanee del suo figliuoletto, come s'era interessato allo sviluppo continuo di un'intelligenza e di una conscienza in quel bimbo alto un metro!

— Papà, mi conduci in carrozza? È tanto tempo che non ci vado..... Voglio che tutti mi vedano col mio papà....

Il piccino implorava dolcemente, teneramente. Giuliano aderì al suo desiderio, anche per giungere a casa sua cinque minuti più presto; e tale era l'ansia che lo signoreggiava che questo piccolo vantaggio di tempo gli sembrava grandissimo... E non fu pago, se non quando vide, allo svolto di una via, brillare fra gli alberi gialli le finestre illuminate della sua villetta.

Passarono di nuovo pel giardino, com'egli aveva fatto il giorno innanzi, seguendo Beatrice. Le foglie secche gemettero ancòra sotto i loro passi. Ad un soffio di vento, altre se ne staccarono dagli alberi, pianamente si librarono nell'aria, caddero innanzi a loro, o sopra loro. Titubante, commosso, sentendo di vivere un grande momento della sua vita che solo il destino, l'oscuro ed incomprensibile destino aveva preparato, Giuliano tirò il campanello; la porta si aprì.

Il piccolo Luca lo guidò su per le scale. Giuliano saliva lentamente: le sue gambe tremavano, il cuore gli balzava forte nel petto quasi volesse uscirne; era così agitato, così commosso che non avrebbe in quel momento potuto articolare una sillaba sola.

Nell'appartamento Luca lo lasciò, corse innanzi per le stanze, gridando:

— Mamma, mamma...

Giuliano lo vide entrar di corsa nella stanza di Anna Maria, udì la sua voce infantile esclamare:

— Mamma, mamma, guarda chi c'è, guarda..

Correndo, il bimbo tornò su i suoi passi, prese il padre per la mano, lo condusse seco. Giuliano non si sentiva più alcuna forza di resistenza. Era così innocente e nobile quello strumento di cui si serviva il destino che Giuliano si abbandonava, sicuro che non avrebbe mai potuto venirgliene del male! Guidato così dal piccino, varcò la soglia della stanza di Anna Maria. Si soffermò. Sua moglie, che attirata dal grido di Luca si faceva su la porta per vedere quale persona tanto inattesa fosse venuta, diede un passo indietro, si lasciò sfuggire un piccolo grido. Entrambi rimasero immobili qualche secondo. Anna Maria dal suo lettino esclamava, battendo le manine febbricitanti:

— Oh, il papà, il papà è tornato!..

La voce della piccola inferma li richiamò. Qual si fossero i loro reciproci sentimenti, innanzi ai piccini bisognava mentire. Questo pensiero dovette palpitare nel cervello di entrambi, poichè nel tempo stesso mossero un passo l'un verso l'altra. I loro volti si avvicinarono. Le labbra accennarono il rumore di un bacio, ma non baciarono. La commedia li riprendeva. Beatrice tacque, Giuliano non ebbe la forza di sostenere il suo sguardo che sembrava dimandargli come avesse osato di tornare. Egli guardò il piccolo Luca, accennò a lui con la mano per spiegare la sua presenza....

Sua moglie era innanzi a lui! Ecco dunque che il destino aveva procurato quanto gli uomini non avrebbero voluto fargli tentare. La sua salvezza era forse stata nel destino. Giuliano si sentiva in quel momento sotto l'influsso del mistero e ne risentiva un'impressione di timore e d'inquietudine.

Vide Anna Maria, che dal letto gli tendeva le piccole braccia dimagrite. Egli corse a quel dolce rifugio. Presso l'inferma si sarebbe sentito più forte e Beatrice avrebbe forse intuito tutte le sue angoscie.

— Mia piccola bimba, mia cara creatura, come stai, come stai?.... Dove senti dolore? mormorava trepidamente.

Sentì il bisogno di piangere. Ma non volle sembrar debole, trattenne quelle lacrime che la stoltezza dei luoghi comuni condanna come una debolezza da donnicciuole. Nascose il volto fra i cuscini, mentre con le braccia teneva stretto il corpo della sua Anna Maria. Il pianto saliva, saliva.... Lo avrebbe vinto, se egli non avesse pensato che le lacrime su quel capezzale d'inferma sarebbero sembrate un triste augurio. E poi, perchè piangere? Non ritornava egli alla vita di prima, a tutto ciò ch'egli amava? La sua volontà trionfò.

Sollevò il volto dai cuscini, guardò Beatrice che lo fissava, ancòra colpita dall'inattesa presenza di lui. E sorrise.

IV.

Le lampade furono abbassate nella stanza della piccola ammalata. Beatrice aggiustò le coperte sul corpicino febbrile, assestò i cuscini. Una lampada da notte fu accesa sopra un canterano. Quando la bimba chiese da bere, stancamente, con un fil di voce, Giuliano spremette in un bicchiere il succo di un arancio, vi mise lo zucchero e l'acqua e diede pazientemente all'inferma, a cucchiaini, la blanda bevanda. Loredano s'avvicinò al cognato:

— Va pure. La veglierò io. Il tuo letto e la tua stanza son pronti....

Ma Giuliano si oppose:

— No, no, ma ti par possibile ch'io possa dormire con la piccina così ammalata? Resterò qui io, la veglierò io: sono un buon infermiere, non aver timore.

Allora Leonardo s'avvicinò alla sorella. Ella doveva essere molto stanca, esausta di forze: andasse quindi sul letto, stesse tranquilla, prendesse un po' di ristoro nel breve riposo. Il fratello le prese le mani, la attirò a sè per condurla nella camera attigua. Ma Beatrice si svincolò, disse quasi rudemente:

— Non ho sonno. Resto.

Per un certo tempo i tre rimasero in silenzio. Beatrice e Giuliano su due poltrone, Leonardo a cavalcioni su una sedia, con le braccia conserte su la spalliera. Nessuno parlava, nemmeno sottovoce. Dopo un certo tempo Loredano, vedendo i due distesi e con gli occhi chiusi, imaginò che fossero stati vinti dalla stanchezza e dal bisogno del sonno. Allora si levò pianamente, con movimenti lunghi e prudenti per tema di far rumore; sollevando le portiere e girando leggermente la maniglia della porta, uscì dalla stanza.

Giuliano, quando furono soli, s'avvicinò ad Anna Maria per veder se dormisse. Si chinò, vide gli occhi della bimba, aperti, febricitanti, fissi nei suoi.

— Ti senti male? dimandò impaurito, a bassa voce.

La bimba accennò negativamente con la testa. Il padre le chiese ancóra:

— Vuoi dormire?