Part 17
E ad ognuna di quelle nuove lotte, che giungevano bruscamente, tanto più acri e crudeli quanto più i giorni precedenti eran stati calmi e affettuosi, gli amanti sentivano chiaramente che quella vita non avrebbe, così, potuto ancòra durare per lungo tempo.
Più presto di quanto essi avessero sospettato, le circostanze la troncarono decisivamente. Una lettera di Andrea di Vele era stata la scintilla che aveva propagata la fiamma. L'amico scriveva che la piccola Anna Maria era da più giorni inferma e che Beatrice era tutta in ansia per la salute della sua creatura. La lettera voleva essere rassicurante, ma, tra le righe, Giuliano aveva ben compreso tutto quel che Andrea aveva voluto celargli.
Ah, correre, correre a Roma al cappezzale di quella sua bimba, ch'egli prediligeva con un affetto quasi esagerato! Ma no, ma no, egli era inchiodato lì, presso quella straniera; e quella casa lontana dove la piccina soffriva, quella casa sua gli era chiusa oramai. Un'ira folle lo invase. Perchè il destino aveva portato tanto dolore sul cammino della sua esistenza? Perchè aveva sparso tante spine, sotto un'ingannevole coltre di foglie rosee, su per quella salita della sua vita, per quell'ultimo tratto che lo separava ancòra dall'altro versante? E tutta la sua sofferenza proruppe in parole inconsulte e brutali, quando Claudina ignara biasimò il suo umor tetro e lo rimproverò per le sue risposte tediate.
— Va, va, egli le gridò, lasciami solo..... Tu mi hai fatto tanto male dal giorno in cui ci siamo incontrati..... Va, va, che cosa vuoi di più dal mio povero cuore?....
Dopo una scena violenta, Claudina uscì, discese nel giardino dell'albergo, sentendo bisogno d'aria, di silenzio e di pace: si gettò in una carrozza, fece partire il cavallo ad una corsa sfrenata. L'anima di lei agonizzava. E così potente era il suo dolore che, quando la carrozza per una voltata un po' brusca o per un capriccio del cavallo minacciava di ribaltare in quella corsa veemente, ella quasi bramava di spezzarsi la fronte contro una di quelle pietre aguzze e taglienti che fiancheggiavan la via.
La bufera con pari furia s'era scatenata nell'anima dello scrittore. Dalla finestra, aveva veduto allontanarsi Claudina quasi con sollievo. Rimasto solo, ei si proponeva di trovare un po' di calma, perchè potesse riflettere su l'avvenuto, deliberare saggiamente e posatamente che cosa gli convenisse di fare, in qual modo e con quale intenzione egli dovesse agire in quel momento della sua vita che forse era decisivo e che gli appariva come un bivio fatale. Ma qualcuno picchiava alla porta. Giuliano gridò:
— Entrate! — e appena ebbe veduto avanzarsi il cameriere con in mano un vassoio esclamò convulso: — Un telegramma? Per me?
Il cameriere tese il vassoio e, dopo che Farnese v'ebbe preso il dispaccio, si inchinò, uscì. Lo scrittore rimase tremante, col dispaccio in mano, senza avere il coraggio d'aprirlo. Dopo la lettera d'Andrea di Vele, l'arrivo di quel telegramma faceva sorgere in lui un assai fosco presagio. Si fece forza, alfine, lacerò il foglio; lesse:
«Anna Maria piuttosto aggravata — Necessiterebbe tuo ritorno per ogni evenienza — Ti attenderò dopodomani stazione al primo treno mattutino — Non allarmarti però, non essendovi finora pericolo serio — Andrea di Vele».
Attonito, avendo inteso tutto il recondito significato di quel telegramma, si gettò su un orario, lo sfogliò: senza attendere il treno della mezzanotte, v'era un treno alle quattro che lo avrebbe fatto giungere a Roma una notte prima dell'altro. Chiamò i camerieri, i facchini, fece chiudere le valigie, le borse. Non mancavano che venti minuti all'ora del treno. Col cappello in testa, scrisse contro il vetro della finestra due righe a matita per Claudina su una carta da visita:
«Il telegramma che ti lascio mi chiama a Roma per la salute della mia creatura. Perdona al padre se fuggo così, perdutamente, senza nemmeno abbracciarti. Non mi sento più padrone di me stesso. Ti scriverò, ti telegraferò, cara Claudina.....»
GIULIANO.
Consegnò il biglietto per Claudina al _bureau_, scese precipitosamente le scale, saltò in una carrozza, in preda ad una agitazione fremente. Non ebbe un sospiro di sollievo, se non quando si trovò nel suo scompartimento di prima classe nell'_express_, di cui già i conduttori serravano gli sportelli, toglievano i freni.
Quel viaggio di un'intiera giornata fu per lui un'agonia inenarrabile. Febbrilmente il suo pensiero correva a Roma, alla sua casa, dove forse Anna Maria moriva in quel momento. La funebre visione passava fosca nel suo pensiero. Per allontanarla egli pensava a Claudina: imaginava lo stupore della povera donna, il suo dolore immenso. Una convulsione frenetica agitava il suo cervello. Passavano stazioni, paesi, città, egli nulla vedeva. Quel treno direttissimo, lanciato alla velocità di sessanta chilometri all'ora, gli sembrava per la sua ansia e per la sua febbre lento e pesante come due bovi che traggan l'aratro nei solchi. Ogni breve fermata era per lui un nuovo spasimo. Quando i freni stridevano, una tenaglia torceva nel tempo stesso il suo cuore. Egli avrebbe voluto morire piuttosto che soffrire quella pena indicibile, lacerante. Forse la sua piccina agonizzava ed egli era prigioniero in quel funebre convoglio, che non era veloce, fulmineo come il suo terrore avrebbe voluto che fosse.
— Quale espiazione! Quale espiazione! si trovava a dire a voce alta, ogni tanto, sconsolatamente.
La sua fronte ardeva, il suo cervello pareva volesse spezzargli il cranio. Egli poggiava le mani sul suo capo, premeva con tutta la sua forza, triplicata dall'energia nervosa. A volte vedeva tutto rosso, temeva di diventar folle. Poi, momenti di dolore silenzioso e più cocente sopravvenivano. L'agonia si prolungava come un supplizio inumano al quale le sue povere forze di uomo non avrebbero potuto più a lungo resistere.
Provvidamente, verso Chiusi, quando la seconda sera del suo viaggio, della sua veglia e della sua febbre cominciava a discendere su le lussureggianti campagne toscane, la fatica e la stanchezza lo vinsero e lo prostrarono. Il sonno lo prese gravemente: sonno dapprima affannoso per lugubri fantasmi di lutto e che poi divenne più blando, più calmo, più riposante.
E dopo poco, il violento incendio divampato in tutto il suo essere era sedato, e Giuliano, disteso, dormiva placidamente, mentre dai finestrini s'insinuava un raggio di luna, che andava a illuminare, su le sue labbra bruciate dalla febbre, un placido ed ignaro sorriso di bimbo.
PARTE TERZA
I.
Uscito dalla stazione e salito in una carrozza, quando il cocchiere gli domandò a quale via dovesse portarlo, Giuliano Farnese repentinamente si ritrovò perplesso e indeciso. In un attimo cento decisioni contradittorie si opposero in lui. Il cocchiere, credendo ch'egli non avesse udito, rinnovò la domanda. Allora Giuliano risolutamente diede l'indirizzo di casa sua. Subito dopo, non appena la carrozza si fu mossa in quella direzione, l'impossibilità gli apparve di presentarsi a casa sua, a quell'ora ed in quelle condizioni. La grande depressione nervosa, che aveva tenuto dietro all'eccitazione formidabile di quel suo lungo viaggio, lo rendeva ora debole ed irresoluto come un fanciullo. Si trovava a Roma, a notte alta, senza aver prevenuto nessuno. Passando per Firenze si era proposto di telegrafare ad Andrea di Vele o a Loredano da una delle stazioni della linea, ma il sonno lo aveva preso e quando, vicino a Roma, un triste sogno lo aveva destato, era oramai troppo tardi.
— No, no, egli pensava, non posso presentarmi così, inatteso; anche Beatrice può dalla mia venuta improvvisa ricevere una scossa troppo forte, un'emozione troppo violenta. E anche per la mia creatura, se è viva, vedermi tornare, così, d'improvviso, può esser nocivo.....
Mascherava a sè stesso sotto queste considerazioni obbiettive, il vero sentimento che lo faceva esitare innanzi al compimento immediato del suo ritorno. Quasi egli aveva vergogna di confessarlo a sè stesso. E questo sentimento era tutto di timore e di rispetto per Beatrice, alla quale non avrebbe osato baciare la mano per tema che quel bacio fosse considerato mendace, alla quale non avrebbe osato dire una sola parola di umiltà, di pentimento e di dolore per tema di non essere creduto. Come avrebbe potuto trovarsi solo, dopo tanto tempo, innanzi allo sguardo certamente sprezzante di quelle care pupille? Poichè infine, forse, egli era per lei ancòra un colpevole, forse ella aveva conosciuta la sua vita con Claudina e l'aveva creduta felice, forse anche non aveva prestato fede alcuna alle promesse, alle espressioni di dolore e di amore, ai giuramenti che per mezzo delle lettere dirette a Loredano dovevano esserle giunti. No, no, solo, ei non avrebbe mai trovato l'energia per riaffrontarla.... Come avrebbe egli retto allo sgomento e allo spasimo s'ella avesse avuto una sola parola di ripulsione e di odio, un solo gesto di disamore che gli avesse negato il perdono?
— Tornate indietro, ordinò risolutamente al cocchiere. Passiamo alla ferrovia per depositare al bagaglio queste valigie e dopo accompagnatemi a piazza Colonna. Ma prestissimo.....
Una nuova ansia lo assaliva. Andrea di Vele non lo attendeva che l'indomani mattina. Non di meno, s'egli non aveva la forza di presentarsi a sua moglie, non poteva però passar la notte senza trovare Andrea di Vele per aver notizia della sua povera piccina, della sua cara dilettissima piccola inferma. Un breve rintocco sonoro suonava l'una dopo la mezzanotte all'orologio della stazione. Dove trovare l'amico suo a quell'ora? Più probabile gli sembrò che fosse al circolo. In quanto a Loredano non vi era speranza di trovarlo. Se Anna Maria era ammalata, certamente egli non si muoveva, durante la sera e la notte, dal capezzale della nipotina.
Al Circolo salì precipitosamente le scale, mandò un cameriere alla ricerca di Andrea di Vele nelle sale da gioco o da fumo, nella sala di lettura o nella biblioteca. Durante qualche minuto egli rimase in quell'anticamera, intento a udire le voci di alcuni uomini che nelle sale continue giocavano. Le formole sacramentali del _baccara_ gli giungevano ogni tanto:
— Dò... Carte... Carte... Sette... Nove!... Sette.. Sette: nulla di fatto!
Quante sere egli aveva passato in quelle sale, a udire la monotonia di quelle esclamazioni, a gettare qualche biglietto di banca su l'uno o l'altro quadro di quel gioco così pieno di emozioni.... Come era felice, allora: sarebbe uscito in quell'anticamera, avrebbe preso uno di quei soprabiti appesi lì intorno e una carrozza del circolo lo avrebbe accompagnato a casa dove i baci di sua moglie lo avrebbero atteso..... Tutto era finito, oramai. Il cameriere era tornato dicendogli che Andrea di Vele non era comparso al circolo che per il pranzo, uscendone subito dopo, prima delle nove.
Farnese si slanciò di nuovo per le scale, saltò in carrozza, si fece condurre al caffè Colonna. Da un _groom_ del caffè fece ricercare Andrea. Intanto egli vedeva, oltre la porta e i cristalli, tutta la vita elegante e brillante del caffè notturno. Ai tavolini candidi, scintillanti di argenterie e di cristalli sotto i perlacei fasci luminosi della luce elettrica, le orizzontali grandi e piccine cenavano in compagnia di vecchi e giovani, tutti uniformi sotto la livrea dell'abito nero, tutti uniti nel desiderio di quelle donne. Qualcuno entrava ogni tanto, reduce da un teatro, da un ricevimento o da una visita. Giuliano spiava le fisionomie di tutti coloro che sopraggiungevano. Qualche donna entrava, avvolta in un sontuoso mantello, seguita da una mezza dozzina di cavalieri dai visi smorti e dalle spalle curve, sorridente pel piacere del dominio e dell'impero voluttuoso, moderna personificazione d'una Circe fatale. Qualche _snob_ entrava anche nel caffè, faceva la parata, sbirciava le donne, beveva un bicchierino di _cognac_, pagava con un biglietto da cento lire, occhieggiando qualcuna.
Oh, quella frivola vita, come aveva potuto egli viverla? Giuliano nel fondo della sua carrozza attendeva malinconicamente la risposta del _groom_ che fu negativa. Irrequieto, desideroso di trovare Andrea ad ogni costo, si fece portare ad altri caffè, ad altri ritrovi, dove però tutte le sue ricerche riuscirono vane. Tentò allora di bussare alla casa di Andrea, alla Passeggiata di Ripetta. Licenziò la carrozza e rimase in mezzo alla via, mentre il trotto del cavallo echeggiava sempre più lontano, ad attendere che qualcuno rispondesse ai colpi ch'egli aveva picchiato col martello del portone.
Tutto fu vano. Il portone non si aprì. Una tortura impreveduta, quella di un'intera notte di ansia, di timore, di solitudine angosciosa, veniva ad aggiungersi alle molte che in quei due ultimi giorni avevano travagliato il povero cuore di Giuliano. Dove recarsi a quell'ora? Un orologio in lontananza aveva battuto le tre. Un silenzio profondo incombeva con solenne maestà su la città addormentata.
Farnese non pensava più a cercare Andrea. Probabilmente l'amico era in casa, s'era forse coricato per tempo a fine di potersi recare al primo treno mattutino in cerca di Giuliano alla stazione di Termini. Nessuno s'era destato nella casa. Dopo un ultimo tentativo lo scrittore decise d'attendere l'alba, di pazientare finchè il portone si aprisse e gli fosse possibile farsi udire da qualcuno.
Passeggiò lentamente per la breve via fiancheggiata da un lato da tisici alberelli prospicienti il fiume. Il suo passo batteva ritmico e pesante sul selciato.
Quell'incertezza su quanto era avvenuto nella sua famiglia lo straziava. Poichè nel dubbio è sempre la visione più fosca quella che si presenta ai nostri occhi. Giuliano era in preda alle più tristi previsioni intorno all'esito della malattia della sua creatura. Gli sembrava che l'alba non sarebbe mai giunta e che la sua angoscia avrebbe troppo a lungo durato. Dopo lo schianto formidabile che quel giorno e mezzo di viaggio aveva dato all'anima sua, lo scrittore si trovava senza forza e senza energia per quella rinnovata agonia.
Camminando, si trovò in piazza del Popolo. Mille squilli di piccoli campanelli giungevano dalla via di Ripetta. Giuliano si soffermò. Nell'ombra della via, rotta fiocamente da qualche raro e lontano lampione, una folla bianca si muoveva. Lentamente, questa s'avanzò, si precisò: mandre intere di pecore provenienti da porta Cavalleggeri si avviavano a nuovi pascoli lontani. Un primo gruppo entrò nella piazza, parve disgregarsi, si serrò nuovamente. Le piccole e mansuete viaggiatrici procedevano serrandosi le une alle altre, quasi per sorreggersi, quasi per incitarsi o per trascinarsi a vicenda. Qualche capretto irrequieto saltellava ai lati del bianco e sonoro drappello. Ogni tanto, fra quella folla, un buttero avvolto nel nero mantello passava su un vigoroso cavallo maremmano, governando con la verga quel gregge, aizzando i cani in difesa o a tutela dell'ordine. Poi i bianchi drappelli ricominciavano. Tutte quelle nomadi esistenze ispiravano una pietà infinita. Ciecamente, esse procedevano, forse verso la morte. E tutta quell'armonia di campanelli mossi nella marcia sembrava un funebre accompagno in quella notte profonda; e i belati di tutto quel gregge sembravano gemiti. Quella folla lanosa riempiva oramai quasi tutta la piazza e i movimenti suoi la facevan sembrare come un mare convulso per la vicenda continua delle onde spumanti.
Giuliano si trovava quasi rasente a quei bianchi drappelli. A un tratto ei sentì un colpo su i suoi piedi, chinò gli occhi: una capra s'era abbattuta a terra, morta. Le altre, indifferenti, continuarono la loro marcia. Solo un capretto accorse belando, si curvò su la caduta, la carezzò con la lingua. Giuliano rimase qualche secondo con quel peso di morte su i suoi piedi, sentendo il ribrezzo correr la sua pelle in un brivido e pur non avendo la forza di togliere alla caduta quell'ultimo sostegno. Un buttero accorse. Afferrò per le quattro gambe la capra morta ai piedi di Farnese, la gettò su un carro che seguiva, portando donne, fanciulli e vecchi pastori. Il capretto seguì il carro, belando forte, guardando talvolta il buttero con occhi d'invocazione.
Finalmente la piazza si vuotò. Dalla porta del Popolo giungeva sempre più lontana l'eco di una canzone intuonata da un pastore e della quale i butteri cantavano a coro con le loro virili voci spiegate il ritornello dolente. Giuliano, afflitto ancóra da quelli spettacoli e da quegli echi di malinconia si affrettò per la breve salita del ponte Margherita, si trovò sul fiume.
L'alba non era ancóra giunta e già la notte non era più intera. Giuliano, cui la morte della capra aveva dato un brivido, quasi fosse il simbolo di un'altra fine, il richiamo ultimo di una creatura diletta, rimase sul ponte, innanzi al panorama solenne di Roma, ad attendere il giorno.
Già nel cielo striato d'onde lunari e di misteri, le ultime nuvole scomparivano cedendo il loro breve dominio all'albore grigio e freddo. Un alito sottilissimo di vento fremeva, dando brividi e susurrii alle verdi foglie degli alberi fiancheggianti i lungotevere e la Passeggiata di Ripetta. Le nebbie basse che indugiavano su le gialle acque sonnolenti del fiume si diradavano, quanto più la luce si avanzava, come pallide lame d'acciaio su l'orizzonte, quanto più si accendeva il nuovo chiarore, ancóra grigio, albale, non ancóra tale da riscaldare la nuova vita delle cose, ma così freddo invece che sembrava avrebbe dovuto gelare gli ultimi sonni, incalzare con gelide spade gli ultimi drappelli di sogni, di quei sogni che, figli delle stelle, con esse impallidiscono e scompaiono.
E, ad un tratto, in vicinanza, nel silenzio ancóra profondo dell'alba, un campanile sparpagliò i lenti rintocchi argentini delle sue campane. Altri, più lontani, risposero come ad un mistico appello musicale ed il canto di quelle campane giunse grigio, come fosse ovattato. Altri campanili più lontani ancóra sgranarono nell'aria albale una fievole sinfonia d'armonie d'argento. Il canto delle campane si rafforzò, si attrasse, si fuse, squillò come un inno al dì sopravveniente. Poi di nuovo quelle voci d'argento si disgregarono, diminuirono, s'affievolirono. Le armonie più lontane divennero fievoli e pallide, quasi fossero echi delle più vicine. E mentre l'ultimo campanile batteva a rintocchi le ultime note, un orologio suonò le ore, lentamente, a grandi pause, durante le quali il suono si propagava nelle lontananze.
A quella danza di note argentine, che a volte era divenuta sottile e delicata, come un ricamo che si disegnasse nell'aria trasparente, Giuliano Farnese rimase estatico, dimenticando ogni dolorosa preoccupazione del suo cuore o della sua conscienza, come sempre gli accadeva in presenza d'uno spettacolo di bellezza.
I rosei riflessi si diffondevano all'orizzonte. Si sgranavano nel cielo, sempre più dolci e maliose, come sublime armonia ai merletti musicali dei campanili salutanti l'alba, le melodie sottili della sinfonia in rosa maggiore che l'aurora canta. Qualche cupola, lasciando vedere il cielo dai finestroni contrapposti, prendeva l'apparenza leggera e squisita di una trina enorme. Qualche riflesso s'accendeva nel fiume, qualche voce lontana sorgeva. E la luce, intanto, avanzava sempre più a lame più fitte, più rapide, più taglienti, insinuandosi nel cielo, sgombro fin delle ultime nubecole lievi come fiocchi di bambagia, e già disposto, tra le rose e gli ori dell'aurora serena, al connubio solenne col nuovo giorno.
A quello spettacolo di serenità e di vita una speranza fiorì nel cuore di Farnese. In quel momento, dall'alto del ponte, vide il portone di Andrea di Vele spalancarsi. Allora, senza indugio, tornando alla vita dopo l'agonia di quella notte di profondo dolore, scese a precipizio verso la casa.
II.
Ai ripetuti squilli del campanello elettrico un domestico, ancóra in pantofole e con una giacchetta abbottonata alla meglio, venne ad aprirgli. Senza riconoscerlo gli disse subito:
— Mi dispiace, il padrone riposa ancóra.
Giuliano non gli badò. Entrò nell'appartamento, voltò per un corridoio a destra che sapeva esser quello che guidava alla camera da letto di Andrea. La sua ansia e la sua febbre non gli consentivano la pazienza di mandare ambasciate, di parlamentar col domestico. Prima che questi avesse potuto raggiungerlo, egli già era entrato nella camera dell'amico ancóra immersa in una fitta penombra. La voce di Andrea, assonnata, gridò:
— Chi è là?
— Son io, rispose Giuliano e, poichè Andrea non aveva riconosciuto la voce, aggiunse mentre spalancava le imposte su quel cielo oramai chiaro di sereno mattino autunnale: — Son io, Giuliano Farnese.....
Andrea di Vele non credeva alle sue orecchie:
— Tu, tu qui?
In un batter d'occhio, balzò dal letto, infilò un pantalone, corse incontro all'amico, lo abbracciò fortemente con un nobile e profondo affetto virile. Farnese si disciolse, gli chiese febbrile:
— Come sta Anna Maria? Dimmi la verità, crudelmente.
Un momento di spasimo e di terrore, più intenso di quanti fino ad allora lo avevano angosciato, tenne dietro a quella domanda. Ma si rassicurò subito. Il volto di Andrea era rimasto sereno e le labbra s'atteggiavano ad un sorriso per rispondergli:
— Molto meglio, molto meglio. Sono passato da casa tua iersera dopo pranzo, verso le dieci. Anna Maria dormiva tranquilla. Il medico era stato rassicurantissimo, poichè aveva giudicato che la crisi più aspra era felicemente superata. Tua moglie è adesso molto sollevata. Due giorni fa Anna Maria era però in uno stato gravissimo, nel massimo infuriare della crisi. Beatrice s'illudeva, non comprendeva tutta l'intensità del male. Loredano pensava per bocca della sorella. Io intuii il pericolo e credetti mio dovere avvertirti, farti accorrere per qualunque evenienza. Ma ora, ti ripeto, ogni pericolo è scongiurato, la malattia segue il suo corso, blandamente.....
Giuliano sorrideva d'un sorriso calmo, sereno riflesso della sua anima alfine quietata dopo tanti giorni in cui la tormenta aveva così fieramente imperversato. Egli dimandava perdono all'amico d'avere irrotto così violentemente in casa di lui. La sua angoscia di padre lo giustificava.
— A proposito, rispose Andrea, tra mezz'ora mi sarei levato per venirti a cercare alla stazione. Come mai sei arrivato iersera e come hai impiegato queste ore?
Lo scrittore narrò la sua precipitosa partenza da Saint-Moritz, il suo viaggio così doloroso, le sue irresolutezze e le sue timidezze della sera precedente, la pallida e febrile veglia di quella notte di tortura. Andrea gli stringeva intanto le mani e sul suo volto leale passavano tutte le impressioni che le parole di Farnese destavano nell'anima sua.
Finì di vestirsi. Poi chiese all'amico:
— Hai fatto colazione? No? Dividi allora la mia.
Passarono nella sala da pranzo, un'elegante saletta ai cui muri, fra le stoffe risaltavano alcune preziose terrecotte di Luca della Robbia. Il domestico versò la cioccolata, il thè, portò il pane arrostito, il burro, il miele, qualche _sandwichs_; poi li lasciò nuovamente soli. Farnese mangiò con appetito, dopo la dieta quasi intera del giorno precedente. Era seduto di rimpetto alla finestra, oltre la quale vedeva la coppa azzurra del cielo come tagliata in un immenso e limpido zaffiro. La serenità trasparente di quel mattino, la carezza bionda di quel sole pallido, che giungeva fin su la tavola facendo scintillare le argenterie, diffondeva una letizia salutare, un riposo riparatore nel suo misero cuore torturato. La notizia del grande miglioramento della sua piccina gli era giunta così impreveduta che ora tutto il mondo gli sembrava migliore; e sorrideva alla vita che ora gli sembrava buona e quasi aveva obliato tutto il male e tutta la tristezza che lo avevan dispoticamente dominato sino a un'ora prima.