Part 13
Gli amanti varcarono il cancello. Il giardiniere venuto ad aprire non seppe nascondere il suo stupore di rivedere il padrone così inaspettatamente. Ebbe subito uno sguardo curioso per Claudina e molte riverenti parole per Giuliano Farnese. S'inoltrarono pei viali del giardino, seguiti a distanza dal giardiniere che si era già provveduto delle chiavi della villa. Era un vasto giardino tenuto con una precisione ed un'eleganza inglesi: erano larghe aiuole tutte fiorite in quella primavera, erano viali dove i passi scricchiolavano su la ghiaia, alberi sottili e snelli, fontane loquaci, spalliere di rose, cespugli verdi, banchine di marmo, giù giù, sino a un belvedere aperto sul divino scenario del mare. Giunsero ad un piccolo _berceau_ dove le piante rampicanti avevan mutato in una cupola verde quell'intrico di canne. Quante volte nelle sere di primavera e nei crepuscoli d'estate non aveva Giuliano pranzato, sotto quella verde cupola in compagnia di sua moglie, dei suoi bambini, di Leonardo talvolta, tal'altra di un amico? Ei rivedeva la scena raccolta ed intima, come un quadro suggestivo, come un _interno_ di uno di quei soavi ed intimi pittori scozzesi così semplici e commoventi, di un Newbery più meridionale. La tavola imbandita sotto la verde cupola — e tra i verdi merletti di essa, or sì or no, le stelle e le costellazioni scintillavano e palpitavano; su la tavola la magnificenza rossa o bianca delle rose, il riflesso dei cristalli, lo splendore delle argenterie sul candore della mensa — e fuori, sino all'orizzonte estremo, lo scintillìo del mare, lo splendore del cielo; intorno alla tavola la sua dolce donna col suo volto pensoso ed amoroso, i visini deliziosi delle sue creature, l'affabilità e la bontà sincera di qualche volto amico — e fuori, giù su la spiaggia e nelle barche sul mare, soavi canti d'amore, lenti e dolenti, echi lontani di vite lontane; sul candore della mensa la sfera di luce d'oro della lampada intorno a cui aliavano prossime al fuoco ed alla morte le farfalle notturne — e, lontano, mentre lì era tanta pace soave e tanta quiete affettuosa, si lottava ancòra, si soffriva, si scherzava con fiamme ben più intense ed egualmente fatali, si piangeva e si moriva. E tutto quel dolore del mondo sembrava allora render più preziosa la pace di quei pochi cuori confidenti e tutta quella miseranda lotta per la vita faceva sentire più fortificante la quiete di quelle anime. E Giuliano pensava che anche lui aveva disprezzata la pace, disertata la quiete, e gettandosi nelle correnti malfide di un triste amore aveva fatto come quelle farfalle che, abbandonando la delizia dell'ombra, venivano all'irreparabile spasimo della fiamma.
Fra due gruppi d'alberi un'altalena mostrava ancòra le sue corde e le sue tavole. Altre memorie irruppero nell'anima dello scrittore. Quante volte egli aveva sospinto su quell'altalena i suoi bambini, ardimentosi come tutti coloro che non presuppongono il periglio! Oh, i brevi gridi entusiasti del piccolo Luca, quando lo slancio era più forte, e come, col flettere le sue gambe infantili e col protendere il suo corpo di bimbo, cercava di renderlo tale, allor che il padre per prudenza lo moderava! Oh, le care gote rosee accese e gli occhi di Anna Maria scintillanti a quel gioco maschile, a quell'illusione del volo! Ora i suoi bimbi dovevano tanto sentire la mancanza del papà, del loro grande amico, che sapeva talvolta elevare i loro spiriti infantili verso il suo e tal'altra abbassare infantilmente il suo verso le loro anime semplici ed ignare... Essi erano rimasti in quella casa, tra una governante fredda ed indifferente, troppo nordicamente impassibile per le loro volubilità di fanciulli, ed una mamma dolente e silenziosa, che, probabilmente, evitava il più delle volte la loro presenza e le loro parole perchè le une parlavano forse dell'assente e l'altra evocava il ricordo di questi. Od anche nulla era di tutto ciò. Chi sa? Egli ricordava un pensiero di Leonardo da Vinci, alcune parole del grande pittore: diceva quel pensiero d'apparenza umile, ma in realtà profondo, che l'acqua che si tocca in una corrente è l'ultima di quella che è passata e la prima di quella che viene. Come quell'acqua anche l'anima infantile è quale acqua che scorre: le imagini od i ricordi non vi si fissano; ma scivolano via con la corrente, come riflessi mobili, come fa l'imagine specchiata su la trasparenza delle acque. Ogni ricordo del padre poteva essere cancellato dalle anime loro, dopo quei quindici giorni d'assenza, o almeno così impallidito che ben presto sarebbe del tutto scomparso. Questo timore gli dava una commozione indicibile, mentre ei sospingeva l'altalena, come altre volte, sognando e ricordando, quasi illudendosi di una cara presenza. E sua moglie gli tornava al pensiero: sua moglie e le vesti primaverili, sua moglie e le spensierate gaiezze mattutine, le fanciullaggini del suo cuore amoroso e della sua anima semplice, vero specchio delle impressioni che passano: un raggio di sole o una lacrima, un fiore che sboccia o una nuvola, un sorriso di bimbo o una corolla che appassisce non colta da alcuno, nè da alcuno odorata, come tante anime dolorose nei dolenti esilii del sole e dell'amore. L'uomo rammentava che anche Beatrice s'era seduta su quell'altalena ed ei l'aveva sospinta così, come ora sospingeva il vuoto sedile, e nelle orecchie gli risuonavano gli scoppii di risa o i piccoli gridi di paura ch'ella si lasciava sfuggire presa da un vago sgomento per quell'ardita ginnastica e rivedeva una piega delle dolci labbra protese e strette in un atto di femminile apprensione. Non più ella rideva come in quei chiari mattini: tutti i giardini della sua anima erano devastati e su le rose erano stati distesi i veli neri della tristezza. L'emozione che serrava il cuore di Giuliano diveniva minuto per minuto più intensa; così ch'egli, temendo di non saperla più trattenere, serrò il braccio di Claudina che affondava, il volto fra le rosee corolle d'un rosaio, trascinò la giovane donna via da quel luogo abbandonato, ove la sua vita trascorsa era come in agguato per versare nell'anima sua il rimorso e il rimpianto per tutto quel ch'egli aveva inconsultamente distrutto.
Entrarono nella casa. Il giardiniere li precedeva, apriva col grosso mazzo di chiavi le porte; nell'ombra, mentre gli amanti camminavano incerti, egli con la sicurezza dell'abitudine correva spedito alle finestre, spalancava le imposte, apriva le persiane. Sebbene quella fosse casa sua, Giuliano stentava nell'ombra a ritrovarne la topografia. S'orizzontò quando, avendo il giardiniere aperto le finestre di una grande stanza nella quale gli amanti s'erano soffermati, ei riconobbe il suo gabinetto da lavoro. Rivide tante sere di lavoro felice, calmo, fiducioso, quando i bambini erano a letto e Beatrice, presso di lui, scorreva le pagine di qualche romanzo che il suo gusto sopraffino ed educato prediligeva. Ricordava anche altre sere, in cui ospiti erano giunti alla villa. Dopo il pranzo, se qualche lavoro urgente ve lo costringeva, ei discendeva in quella stanza, si sedeva a quella scrivania e, mentre la penna scorreva su la carta ubbidiente a ciò che il pensiero dettava, gli giungevano dalla soprastante terrazza le conversazioni e le risa dei suoi amici e talvolta la musicalissima voce della sua Beatrice. E poi, quando meno se lo aspettava, quando più si abbandonava al lavoro, egli udiva un fruscìo femminile nella stanza, e, prima che avesse potuto levare gli occhi dalla carta, due labbra amorosamente si poggiavano su la sua fronte, discendevano voluttuose e pur caste a cercargli la bocca. Così, in quelle sere, più volte Beatrice trovava il modo di sottrarsi ai suoi ospiti, di spingersi fin giù nello studio del marito, a confortare la sua pensosa e laboriosa solitudine d'un sorriso, d'una parola o d'un bacio, a dimandare quanto ancòra gli mancasse per terminare il suo lavoro, molto, la metà, tre pagine, due pagine, qualche periodo, più nulla. E allora, contenta, prendeva il braccio dell'amato, salivano le scale lentamente, soffermandosi e baciandosi ad ogni gradino come due innamorati che si nascondono; poi rientrava prima di lui nel gruppo dei suoi invitati e, quando Giuliano qualche minuto dopo ricompariva, ella aveva la graziosa fanciullaggine e la innocua civetteria di simulare di non aver visto affatto il marito in tutto quel tempo ch'egli aveva lavorato. E aggiungeva: «Hai fatto presto», proprio quelle sere in cui le ore le erano sembrate più lente a passare ed il lavoro dell'adorato assolutamente interminabile!
Claudina, poggiata al davanzale della finestra, guardava il mare che s'andava tingendo di rosa al riflesso del cielo, che sempre più rosseggiava per la magnifica pioggia di rubini del tramonto. Egli approfittò di quel momento per guardare un gruppo di fotografie infilate nelle fibre di una grande palma, dietro quel tavolo dov'egli aveva tanto scritto e tanto pensato e sognato. Era qualche vecchia fotografia di Beatrice, qualche fotografia più recente dei suoi piccini. Un gruppo, egli e l'assente in atto di leggere assieme un libro tenendosi abbracciati, fermò la sua attenzione: datava dai giorni del suo viaggio di nozze e Loredano, ad un suo ritorno da Montecarlo, aveva eseguito quella fotografia! Quanto tempo da allora e quanta vita ed anche quanto dolore, poichè quella non va mai disgiunta da questo! Altre istantanee un po' sbiadite dall'aria e dalla luce erano lì intorno, fatte da qualche amico dilettante, ospite di un'ora o di una settimana nella loro villa di San Remo o su l'elegante _yacht_. Ne vide una in cui egli era quasi arrampicato su un albero e gettava a Beatrice dalle mani levate le sfere d'oro degli aranci liguri. Ne vide un'altra in cui egli guidava una _charrette_ inglese e Beatrice era al suo fianco e fra loro il piccolo Luca ammirava intento il trotto serrato del bel baio. Ne vide un'altra ancòra in cui egli con l'aiuto di una canna porgeva alla moglie affacciata ad una finestra la pompa variopinta di un canestro di rose. Ne vide un'altra in cui, seduti sul ponte del _Little Rose_, essi prendevano il thè, fissandosi negli occhi, appassionatamente, come due innamorati, sebbene altre persone fossero intorno a loro. Ne vide un'altra ancóra rappresentante Beatrice nell'atto di salire a cavallo, mentre egli coi polsi incrociati le faceva da staffa. Ne vide un'altra ancóra, quella che più lo commosse, poichè ne ricordava la semplice storia di data non troppo remota. Un giorno, in giardino essi giocavano a gattacieca, come due fanciulli. Giuliano era bendato: Beatrice, avendo corso il rischio di essere afferrata, si era data a correre; Giuliano, calatasi la benda, l'aveva inseguita e raggiunta ed ella gli era caduta fra le braccia, ridendo, fingendo dispetto, ma in realtà lietissima d'essere stata raggiunta e le loro bocche s'erano incontrate ed unite in un bacio ardentissimo, proprio al momento che Loredano, svoltava all'angolo del viale; e Loredano non essendo stato visto, ne aveva approfittato per far scattare la molla della macchina fotografica. Con quanta confusione e poi con quante franche risate essi avevano trovato due giorni dopo, sotto le loro salviette, l'istantanea di quelle loro fanciullaggini d'amore!
Il ricordo si era così limpidamente precisato nella sua anima, che Giuliano provò una stretta al cuore. Ei comprese d'aver fatto male a venire in quella villa con Claudina, come aveva fatto male a venire a San Remo, a condurla su lo _yacht_. Ma che fare? Claudina aveva espresso ad Orvieto la recisa volontà di venire a San Remo. Come opporsi e come negarglielo? Poteva forse dirle che in quel paese marino egli aveva le più dolci memorie di un passato felice? Non avrebbe ella avuto il diritto di dolersene profondamente? Confessare che egli aveva in quel luogo delle memorie non costituiva niente di male; ma dirle che ritornare a quelle memorie lo avrebbe fatto soffrire, era lo stesso che confessarle di amar sempre Beatrice. Poteva egli farlo? Gli era parso di no e così anche quel giorno stesso aveva dovuto approvare, dopo una vana lotta dissimulata, il progetto di Claudina di recarsi fra breve a Venezia, a vivere nella città dell'amore la primavera del loro amore. Ai capricci di lei era vano opporre ragioni. Come trovarne di eloquenti e di indiscutibili? Bisognava arrendersi, soffrire e tacere. E così quel giorno, quel pomeriggio, mentre passavano innanzi alla sua villa, Claudina aveva espresso il desiderio di visitarla. Poteva egli rifiutare? Del resto, già ella aveva tirato il campanello, già il cancello cigolava su i cardini ed il giardiniere appariva, mentre Giuliano si convinceva della impossibilità di pregare l'amante perchè rinunziasse a quella visita, che gli sembrava una profanazione delle sue più care e più sacre memorie. Così ei si trovava in quella stanza con lei, così egli era divenuto preda delle trafiggenti memorie e non poteva troncare o abbreviare il suo martirio e non poteva lasciar sgorgare liberamente quelle lacrime che gl'inumidivano gli occhi e che per lui sarebbero state un così grande sollievo.
Ricominciarono il giro per le camere, pei corridoi e pei salotti, e salirono al piano superiore. Ancóra il giardiniere andava innanzi a loro, apriva porte e finestre; a Giuliano sembrava che per la loro presenza le memorie, come persone vive, si destassero negli angoli ov'erano annidate da quel giorno in cui egli e la sua famiglia erano partiti per l'ultima volta dalla villa di San Remo. Anche l'imagine autunnale e funerea, che poche sere prima lo aveva oppresso nelle sue malinconie a bordo del _Little Rose_, tornava nel suo pensiero. Ancóra gli pareva che le memorie fossero legate, in quella villa, ad ogni angolo come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però dell'odore soave e suggestivo delle cose passate per sempre. Egli era entrato in quella sua villa, v'era entrato con la sua amante, con colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata abbandonata e calpestata.... Ed ora, per entrare in quelle stanze, egli spezzava e distruggeva con le sue mani quei festoni di crisantemi. E tutti quei festoni erano a terra e gli pareva quasi di udire camminando un fruscìo di morte, il fruscìo delle foglie secche nei viali dei giardini o dei cimiteri, quando gli ultimi cieli d'autunno dànno le loro ultime trasparenze, le ultime malinconie e gli ultimi crisantemi.
Egli ebbe un sussulto. Si trovavano nella stanza da letto, quella in cui Beatrice e lui si erano tanto amati, dolcemente cullati dall'amorosa canzone, della ninna-nanna cantata dal mare, con la sua solenne voce che si fa dolce e sommessa per gli amanti che vanno a chiedere a lui il commento e l'eco dei loro baci! L'agitazione di Giuliano era sempre più evidente. Claudina guardava le spalliere di rose nel giardino sottostante:
— Che belle rose, ella esclamava. Sono le ultime rose di primavera. Il loro profumo sale fin quì...
— Vado a coglierne un mazzo, aveva risposto il giardiniere credendo di far cosa grata al suo padrone e, prima che Giuliano lo avesse potuto trattenere con un gesto o con una parola, era andato di corsa a compiere quella sua profumata raccolta floreale.
Gli amanti si erano così trovati soli in quella camera dove le memorie dell'amore suggerivano nell'anima e su le labbra il desiderio dell'amore. Un usignolo gorgheggiava giù nel giardino. All'orizzonte le ultime rose del tramonto s'impallidivano tristemente sotto le prime ceneri del crepuscolo. Claudina s'era rivolta a guardare l'amante. Questi, non trovando una parola da pronunziare poichè l'emozione gli serrava la gola, sorrise alla giovane donna e le tese ambo le mani. Ella le prese, poichè, amante sincera e appassionata, non restava mai fredda ad alcun gesto d'amore. Si gettò fra le braccia di Giuliano, che dovette stringerla a sè e dovette cercare pel primo quelle labbra palpitanti come ali di libellula rossa e che accennavano già a cercare le sue. Il letto era vicino, un gran letto coperto da una coltre bianca, sotto un baldacchino di merletto. Claudina (forse ella non pensava a nulla di male e nessuna visione di voluttà le suggeriva il suo atto, ma solo la stanchezza improvvisa e la vicinanza di quel riposo) Claudina si sedette su la sponda, attirò a sè Giuliano. Ma questi ebbe orrore della profanazione, ricordò che il loro abbraccio avrebbe avuto in quel luogo un odore di morte; egli sentì di adorare perdutamente Beatrice in quel momento ed ebbe la nozione di tutta la sua infelicità, poichè quell'amata era forse per sempre perduta alle carezze della sua anima e delle sue labbra. Violentemente si liberò da Claudina che continuava ad attirarlo, fuggì via dalla stanza e dalla villa per i lunghi corridoi muti nella penombra. Su la porta s'imbattè nel giardiniere che gli tendeva le rose. Egli afferrò quelle rose e disperatamente le morse, le sfogliò, le gettò a terra a comporre un tappeto di petali rosei. Il cancello era innanzi a lui. Egli uscì, senza voltarsi indietro.
E Claudina, stupita e con un'angoscia suprema sul volto poichè ella aveva intuito l'intimo dramma svoltosi nell'anima di Giuliano, comparve pochi minuti dopo sotto quella porta dalla quale l'amante era uscito. Vide su la ghiaia il breve e folto tappeto di rose, s'impietosì su la loro malinconica sorte ch'era triste quanto la sua e due lacrime solcarono le sue gote, angosciosamente.
IV.
Il pranzo finiva in un silenzio glaciale che nessuno dei due aveva osato di rompere e che li opprimeva dolorosamente. Sebbene qualcosa di grave fosse avvenuto fra loro, gli amanti si erano ritrovati alla stessa ora intorno a quella tavola in quella stessa cabina come nelle sere precedenti, spinti da quella gagliarda forza delle abitudini la quale fa sì che si possa mangiare e sorridere dopo la morte d'una persona diletta, tornare con le gramaglie del dolore a viver la vita che si viveva fra i rosei veli e le gemme splendenti della felicità. Giuliano uscito dalla villa aveva girovagato per San Remo, cercando di calmare con la marcia la sua grande agitazione. A poco a poco aveva visto accendersi i lumi, discendere il silenzio con le sue lente e grevi ali notturne. Poi si era trovato sul mare, era salito a bordo del suo _yacht_ e nella sala da pranzo, distesa su una poltrona e pallidissima, aveva trovato Claudina apparentemente immersa nella lettura d'un libro, ch'ella leggeva a rovescio! La giovane donna, trovatasi sola nel giardino di Farnese dopo l'improvvisa fuga di lui, era rimasta perplessa. Che fare? Pur troppo ella intuiva qual fosse la tormenta che per qualche tempo aveva devastato l'anima di Giuliano. Comprendeva che forse quello era il principio della fine di quella loro felicità così breve e così illusoria. Ma, con l'ansiosa e folle speranza di colui che vede in un'inondazione l'acqua sommergere le dimore vicine e s'illude e vuole illudersi che la sua sarà salva, Claudina tentava d'illudersi ancora sul suo triste destino e si ripeteva senza tregua che quell'improvvisa disperazione di Giuliano, quantunque prodotta dalle memorie del tempo passato, poteva non significare disamore per lei, che aveva dato a lui quanto aveva di più sacro e di più ardente. Ogni piccolo fatto sembrava a lei un pretesto a speranze e a fiducie, come ogni rottame che sia su la superficie delle acque appare al naufrago una vela, una probabilità di salvataggio. Così quel giorno, quando nella stanza Giuliano le aveva teso le mani e l'aveva baciata, doveva certamente avere obbedito ad un moto spontaneo. Un minuto dopo egli era fuggito e Claudina, quantunque si rendesse conto delle molte cause di quel fatto, non sapeva spiegarsi quale fosse stato il movente decisivo. Anch'ella era tornata a bordo, perchè non sapeva dove dirigersi, perchè abbandonata ella si sentiva tanto sola, perchè, anche se non era amata più, ella amava tanto ancóra con tutte le esuberanze della sua giovinezza!
Giuliano si levò da tavola per primo, si distese su un divano, chiuse le palpebre per meglio riconcentrare il suo pensiero e per difendere gli occhi troppo vivamente feriti dall'aureo splendore dei fiori elettrici. La tempesta, che crudelmente s'era in quel pomeriggio abbattuta su la sua anima, non s'era ancóra del tutto allontanata e tuttavia l'anima serbava le tracce di quella devastazione. Claudina rimase qualche minuto a fissarlo, attendendo da lui una parola, una sola parola che avesse riconfortato le sue illusioni, dato color di verità alle sue speranze. Invano! Ella uscì sul ponte, si sedette su una poltrona di vimini, un poco oppressa dall'afa di quella notte di nuvoli.
L'orizzonte infatti si era oscurato. Grossi nuvoloni neri gravavano sul cielo che durante il giorno era stato di un così puro e splendente sereno. Dietro alcune nuvole meno dense la luna spandeva qualche riflesso del suo chiarore argenteo. Ed era la sola oasi di luce in quell'immensa profondità di tenebre. I lumi di San Remo tremolavano come lampade accese in un cimitero innanzi a quelle case bianche che sembravano sepolture. Gli alberi di qualche villa ed alcune ombre che s'agitavano presso il mare avevano lugubri apparenze di fantasmi. Non una voce, non un'eco, non un canto. Come la tenebra, così il silenzio era profondo. La notte si drappeggiava nella maestà dei suoi neri manti e per le anime dolorose era come un incubo pauroso ed insopportabile.
Claudina era ancóra immersa nelle sue incertezze, ancóra s'affaticava a veder rosa il nero, a trovar rose tra la cenere, a confondere con i soavi effluvii della primavera gli ultimi odori di un autunno morente, ancóra s'illudeva e dava speranze all'anima sua e vedeva stelle sotto quelle nubi e riflessi e splendori oltre i tenebrosi enimmatici misteri di quella notte profonda; mite e dolce creatura d'amore, ella, dimentica dei suoi proprii spasimi, compiangeva Giuliano per quel ch'ei doveva soffrire, quando questi di repente comparve innanzi a lei, quasi sórto dall'ombra. Ella ebbe un piccolo grido, un gesto di paura, subito represso. Poi guardò l'amante in piedi innanzi a lei con la maschia figura vigorosa e slanciata: gli parve ch'ei fosse stranamente pallido, che le labbra gli tremassero, che le pupille gli si velassero di un sottil velo di lacrime. Ebbe pietà, ma non osò parlare. Anche una lieve irritazione la faceva tacere: perchè Giuliano si ostinava in quel silenzio, perchè non dissipava con una sola buona parola tutte le nubi ch'erano nel cielo del loro amore, non discacciava tutte le apprensioni che gravavano sul debole cuore di lei? Ella pensò che forse Giuliano si stimava colpevole, che forse anch'egli non osava parlare, che forse anch'egli attendeva ch'ella con una sola parola buona dissipasse a sua volta quelle nubi e discacciasse quelle angosciose apprensioni. Così, forse, il malinteso fatalmente era fra loro, ed il supplizio del silenzio e del dolore non sollevato dalla confidenza continuava a torturare le anime degli amanti.
Per quale strana e tutta femminile contraddizione, quando Giuliano le sorrise, ella invece di rispondere con un sorriso si fece più scura in volto, più severa e più corrucciata? Da quale dolente pensiero ell'era afflitta quando ella tacque e lasciò senza risposta Giuliano che, appressandolesi, le diceva con una voce velata, piena di tristezza, con una grazia stanca ch'egli dava sovente alle sue parole d'amore:
— Claudina mi vuoi sempre bene? Oggi come ieri, domani come quest'oggi?
E quando Giuliano le si avvicinò ancóra per porre un bacio su la sua pallida fronte, ella si disciolse dalla stretta di lui, sorse in piedi. Ma Giuliano era innanzi a lei così umile e supplichevole ch'ella fu vinta e, reclinando la fronte su la spalla di lui, diede sfogo alle sue lacrime roventi, mentre le smorte labbra susurravano:
— Come mi hai fatto soffrire!....
Allora Giuliano parlò, sentì che una spiegazione, dopo la riconciliazione spontanea, era necessaria tra loro; velò quanto seppe e potè il suo pensiero, ridusse a proporzioni minori il tumulto della sua anima in quel giorno.