Il Miraggio: Romanzo

Part 12

Chapter 123,507 wordsPublic domain

Sotto la fitta pioggia di baci che l'amante faceva cadere su le labbra, su gli occhi, su la fronte di lei, ella si assopì, sorridente. Giuliano la distese su i cuscini, le si sedette accanto e, mentre il treno seguitava a correre in mezzo al gran deserto romano bagnato dai riflessi della luna, egli rivedeva una stanza ben nota, dove una donna ch'egli aveva tanto amato, — e che l'amava, — era certamente in veglia dolorosa, avendo sul pallido volto l'orma di tanto dolore, la tristezza di una così inattesa desolazione. Per la prima volta, ella lo attendeva invano, sicura ch'egli non sarebbe venuto. A quell'ora il telegramma ch'egli aveva spedito a Loredano, partendo, per annunziargli il suo allontanamento da Roma, doveva esser giunto; e Loredano, forse, aveva fatto considerare come un docile e pentito atto di sottomissione quella sua partenza, che pel benessere comune gli era stata consigliata. Forse Beatrice s'inteneriva, a momenti, al pensiero del lontano, forse lo rimpiangeva; ma il dolore ed il rancore dovevano vincere e Giuliano quasi vedeva i gesti convulsi dell'abbandonata, quasi udiva le parole disordinate e crudeli dirette a lui da quelle labbra che sapevano dirgli, anche poche ore prima, così dolcemente «io t'amo!» Quante volte, nella vita nuova che incominciava da quell'ora, egli avrebbe rimpianto la piccola stanza da letto coniugale con la _veilleuse_ in cristallo azzurro, l'intimo salotto così animato da tante cose famigliari, sotto la luce della lampada velata dal paralume di tulle rosa..... Verso quali dolori e verso quali rimpianti egli si avviava? Quale nuovo dramma cominciava in quell'ora? E quale _redde rationem_ si preparava? Un'inquietudine sempre più convulsa lo assaliva, e nella quale egli avrebbe potuto facilmente distinguere il rimpianto per ciò che lasciava, il rimorso per la sofferenza ch'egli aveva seminato intorno a sè, il timore misterioso di ciò ch'era dietro l'oscuro sipario abbassato fra il suo presente ed il suo avvenire, il dubbio per l'intensità e per la sincerità dell'amore ch'egli credeva di nutrire verso Claudina.

Ma il sonno che gli appesantiva le palpebre non gli consentiva più di vedere la campagna lunare ed il volto pallido di Claudina assopita. I cattivi sogni marciavano in nero drappello verso di lui, così che, quando più tardi egli si destò al fracasso dello sportello spalancato alla stazione di Orvieto, un incubo doloroso lo opprimeva, con tanti fantasmi di dolore e di tristezza, da cui egli non riusciva a liberarsi nemmeno mentre Claudina si destava dal suo sonno pesante, mentre insieme riassettavano i loro abiti e discendevano le loro valigie, uscivano dallo scompartimento sul marciapiedi della piccola stazione. Gli amanti rimasero un momento l'uno contro l'altra a guardare il treno; e solamente quando il convoglio notturno si allontanò lungo il serpeggiante nastro di via illuminata dal lume di luna, essi si scossero, uscirono dalla stazione, salirono in una carrozza che doveva accompagnarli ad Orvieto.

Lungo la salita che i giovani cavalli divoravano con un trotto vivace, i due amanti non dissero parola. Guardavano la vallata compresa fra montagne boscose e colline con terre solcate da borri e da piccoli torrenti, la triste vallata dove serpeggia il fiume Paglia, la vallata che si apriva sempre più al loro sguardo, a misura che salivano verso l'antica città etrusca, sotto la truce chiarità lunare che si diffondeva come un'enfasi di luce, su i monti e presso il fiume, disegnando le fitte boscaglie, accendendo di innumerevoli lamine argentee il corso serpeggiante del fiume, laggiù, fra gli alberi.

Il silenzio non fu rotto che da un'esclamazione di Claudina innanzi ai mosaici meravigliosi del Duomo, tutti misteriosamente scintillanti sotto la luna. Era una immane fantasmagoria di luci e di riflessi, in cui i candori abbaglianti del marmo s'avvicendavano col balenìo caldo degli ori. Anche la piazzetta innanzi al Duomo era signoreggiata da quell'enfasi di luce lunare, che più giù gravava su la campagna e lì intorno dava alla mirabile facciata del tempio uno splendore trasparente, tale da farla sembrare una visione di sogno. Giuliano rivedeva con tenerezza quelle vie deserte e grigie, dove l'erba cresceva umile e silenziosa tra le selci, sin sotto i muri dei grandi palazzi echeggianti sonoramente nel deserto notturno e silenzioso lo scalpitìo dei cavalli. Claudina, intimidita da quella muta e profonda solitudine, si serrava inquieta al braccio dell'amante.

All'albergo cenarono frettolosamente in una modesta saletta da modesto albergo umbro, serviti da un cameriere, Isidoro, insonnolito ma, pur nel sonno, cerimonioso. Egli li aveva presi per due sposi, e non appena li aveva serviti, volgeva le spalle per lasciar loro maggior libertà. Dopo la cena, però, gli amanti indugiavano intorno alla tavola, senza parlare e fumando una dopo l'altra certe sigarette sottili, che Claudina amava. Isidoro, sbadigliando sempre cerimoniosamente dietro la salvietta, faceva le sue alte meraviglie, per quei due sposi così poco loquaci e cordiali e così poco premurosi di raggiungere la loro camera e la loro libertà. Intanto il poveruomo cascava dal sonno e, piuttosto che cadere a terra sfinito, preferì di dire ai due supposti sposi, con le consuete cerimonie:

— La loro stanza, signori, è pronta.

L'ossequente voce di Isidoro richiamò alla realtà Giuliano. Egli si levò per il primo. Salirono nella loro camera, accompagnati da Isidoro, che rapidamente infilò l'uscio, augurando loro con un'aria sorniona il buon riposo.

Si spogliarono lentamente, senza parlare. Sembrava che tra loro si fosse frammesso un qualche ignoto fantasma che li inquietava, li rendeva pensosi, irrequieti e tristi, allontanandoli l'uno dall'altra. I loro baci, quella sera, furono frettolosi, quasi indifferenti; il loro amplesso, non più nobilitato dalla fiamma della passione, li lasciò assai tristi. Stanchi, essi provarono ben presto il bisogno di voltarsi le spalle, di tacere, di dormire. Non di meno essi stentarono a prendere sonno. Finalmente Giuliano sentì il respiro di Claudina divenire più eguale, più lento, più grave. Ma egli era torturato dall'insonnia. Continuamente il pensiero degli assenti lo riafferrava. Come in una visione, egli vedeva un avvenire ben triste e minaccioso. Sentiva le lacrime fargli groppo alla gola. Nell'ombra, sentiva il respiro della donna sempre un po' inquieto. L'illusione che fosse Beatrice a dormirgli a lato lo esasperava come un incubo. Per liberarsene accendeva la candela, guardava Claudina ed un incubo ben più triste veniva ad opprimerlo: il rimprovero della figura dolorosa dell'assente. Poichè l'insonnia era invincibile, egli si levò, si vestì, si distese su una poltrona. L'agonia vi continuò. Verso l'alba, egli dormì un'ora di sonno affannoso e febrile. La luce del mattino lo destò. Alla vista di Claudina ancòra dormiente, sul letto, seminuda, nessuna tentazione lo accese. Egli confrontò quella sua impassibilità con quelle mattine in cui, mentre Claudina ancòra dormiva, egli amava di carezzare con la bocca e la mano le sue tepide grazie giovani.

Quella mattina, invece, egli preferì di scendere a prender aria. La calma di Orvieto, la solitudine grigia del mattino esasperarono ancòra più la sua tristezza. La facciata del Duomo, scintillante al primo sole di mille ori e di mille riflessi di pietre preziose, di marmi e di mosaici, gli apparve appannata, a traverso il velo di lacrime che gli si distendeva su le pupille.

II.

Alcuni giorni dopo, gli amanti giungevano a San Remo, in un luminoso vespro di giugno. Scesi appena dal vagone, si diressero al porto, donde una barca li trasportò a bordo del _Little Rose_, il piccolo luccicante _yacht_ che Farnese aveva in rada precisamente a San Remo, ed il cui equipaggio era stato da lui prevenuto telegraficamente da Orvieto, quella stessa mattina. Giunsero allo _yacht_, quando già il crepuscolo era disceso col suo impalpabile manto solenne di ombre e di penombre; tre fuochi, il bianco, il rosso e il verde splendevano già come enormi pietre preziose — uno smeraldo, un rubino e un diamante — a babordo, a tribordo ed all'albero di trinchetto. Qualche lampadina elettrica splendeva nelle cabine, sopra coperta; un terrazzino a poppa, dov'erano tappeti, vasi di piante frondose e poltrone di vimini, era illuminato da tre o quattro lampadine che apparivano e sparivano tra il fogliame mosso dalla lievissima brezza marina. I tre marinai, il macchinista ed il capitano, vestiti di abiti candidi e corretti, attendevano Giuliano a piedi della scaletta. Aspettandosi di vedere Beatrice ch'era stata altra volta intrepida compagna di navigazione, gli uomini non seppero reprimere un lieve movimento di stupore non riconoscendola nella giovane donna, che agilmente scendeva dalla barca, saliva la scaletta e si arrestava sul ponte volgendosi a guardare l'immensità del mare. Quel movimento di stupore dei suoi marinai non sfuggì, per quanto lieve, all'attento e perspicace sguardo dello scrittore; ed egli ne risentì un piccolo urto seguito da un'indefinibile ma insistente sensazione di fastidio.

Questa sensazione molesta si accrebbe durante il pranzo, servito da un marinaio sopra una tavola dove l'attenzione affettuosa degli uomini di Giuliano aveva profuso la pompa delle ultime rose di maggio della Riviera. Giuliano ricordava altri pranzi in quella stessa saletta, affettuosi e lieti pranzi d'innamorati con sua moglie; deliziosi e calmi pranzi famigliari con Beatrice, con Loredano e coi bambini; pranzi eleganti e sontuosi a gruppi di amici invitati a più riprese sul _Little Rose_ per brevi crociere lungo la Riviera di Ponente, lungo quella di Levante, o lungo la Costa Azzurra; solitarii pranzi frettolosi, infine, di _yachtman_ appassionato. Il sottile veleno del ricordo, che ha così fulgente colore e così dolce e amabile sapore, mentre poi dilania e corrode inesorabile, s'infiltrava nell'anima e nel cuore del romanziere, lentamente ma continuamente. Nè da quel veleno erano sufficienti a distoglierlo gli scoppii di risa di Claudina, il suo cinguettìo pieno di gaiezza e di amore, le sue esagerate paure quando un'ondata un poco più violenta veniva ad infrangersi contro il fianco snello del fragile bastimento. Egli era assorto, mangiava di mala voglia, rispondeva in fretta e con indifferenza alle mille minuziose e semplici questioni di Claudina, che voleva tutto sapere e di tutto desiderava avere una chiara spiegazione, piena d'entusiasmo com'era per quella lucida e luminosa casa galleggiante, così elegante e così intima, che per lei, ignara di tutta la vita del mare, rappresentava un fascino nuovo.

Verso la fine del pranzo, il malumore di Giuliano s'era convertito in un mutismo assoluto. Egli già capiva di aver fatto male a condurre Claudina su quello _yacht_, dove erano annidate per lui tante memorie soavi e tenere di quella vita passata, che non sarebbe forse ritornata mai più. Ma, d'altra parte, non era meglio averla condotta su quello _yacht_, che non giù nella loro villa di San Remo, dove tanta della vita sua e di Beatrice aveva dolcemente fluito, a fil d'acqua, in una soave e armonica calma piena di dolcezza e di tenerezza? Le memorie erano legate, in quella villa, ad ogni angolo, come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però dell'odore soave e suggestivo delle cose passate; ed egli, per entrare in quella villa con la sua amante, con colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata per sempre abbandonata, avrebbe dovuto spezzare e distruggere con le sue mani quei festoni di crisantemi; ed il loro abbraccio d'amore, su quel letto dove più folte erano le memorie e tali da comporre una coltre profumata dell'odore del passato, avrebbe avuto il sapore amaro di un abbraccio di morte. Il suo spirito era rifuggito da quella profanazione. Poichè ella aveva voluto ad ogni costo venire a San Remo, lo _yacht_ gli era sembrato un comodo asilo dove i due fuggiaschi avrebbero potuto nascondere il loro amore colpevole. Ma anche lì le memorie odoravano ed egli si lasciava avvincere da quel malinconico profumo. Perchè però aveva ceduto ed era venuto a San Remo? Perchè egli aveva da qualche tempo quella scarsa riflessione su gli atti da compiere, così che doveva deplorarli non appena ne vedeva i primi risultati, sempre incresciosi? Adesso, egli guardava Claudina. Sebbene distratto e con l'anima altrove, Giuliano aveva inteso il silenzio farsi fra i due amanti. Non appena n'ebbe la nozione precisa, egli volle colmare quel silenzio, quasi fosse un vuoto, con uno scoppio di risa ch'era fuori proposito e che suonò falso. Claudina, con la guancia poggiata su una mano, lo guardava taciturna, da quando quattro o cinque sue domande erano rimaste senza risposta. Ella picchiava col coltello sul cristallo dei bicchieri. Giuliano la fissò negli occhi e vi lesse un muto e doloroso rimprovero.

Si levarono, uscirono all'aperto in quella illuminata notte di giugno, in cui sembrava che le onde del mare palpitassero di innumerevoli esseri iridescenti. Gli amanti furono entrambi presi dalla suggestione di quella notte magnifica e munifica di sogni. Sul ponte, appoggiati al bastingaggio, essi guardavano palpitare nel cielo la vita dell'infinito. Su quell'immenso velario azzurro cupo si incendiava la magica meraviglia delle costellazioni, e tutto intorno, fino all'ultimo orizzonte, era il formicolìo scintillante degli innumerevoli astri. Il silenzio era profondo e più profondo ancòra sembrava in quella notte serena, quando gli occhi si levavano verso l'immensa solenne silenziosa vita delle costellazioni e degli astri. S'udiva solamente il sospiro del mare, che a volte diveniva gemito, a volte s'inebriava in un grido di gioia e di voluttà: tutto il mare, a volta a volta, si assopiva o cantava, nella vicenda delle onde profonde. Un sottile filtro versava nell'anima brama di sogni e bisogno di tenerezza in quella placida ed amorosa notte di stelle. Silenziosamente, e come di soppiatto, quasi che non fossero soli sul ponte, Giuliano prese tra le sue una mano di Claudina. Ei sorrise di quella sua carezza guardinga, ma poi pensò che anche nella solitudine, se ci si trova in conspetto dell'infinito e della gloria della natura, in presenza dell'immutabile ed impenetrabile prodigio della Vita e del glorioso enimmatico mistero della Notte, il pudore delle meschine passioni e delle fragili carezze umane ci assale, rendendo smorti e stanchi i baci scambiati nella solennità tenebrosa d'un bosco, o innanzi all'immensità bagnata di luce lunare di un orizzonte, o nella calma profonda di un mare notturno.

Claudina, intanto, richiamata a Giuliano dal tepore di quella carezza, s'era rannicchiata tra le braccia dell'amante, quasi invasa da un vago timore. L'uomo sentì allora la gracilità e la debolezza di quell'essere ch'ei serrava tra le sue braccia, quell'essere per cui oramai ogni orizzonte di vita era costituito dall'amore di lui, quella delicata e appassionata donna per la quale da un sorriso, da una buona parola o da un bacio di lui dipendeva unicamente la pace, la vita e la gioia. Una pietà d'amore lo soggiogò, lo chinò verso di lei, che non aveva nessuna colpa nelle incertezze della sua anima d'irrequieto, nessuna responsabilità nello svolgersi fatale del suo e del loro destino. Sentì improvviso il bisogno di cullare l'anima di lei, ancòra afflitta dal suo silenzio astioso di poco prima con qualche carezzevole parola d'amore e di bontà, con qualche amorosa promessa di gioia avvenire. Provò il bisogno di udire dalla voce di lei la conferma sicura della sua felicità d'innamorata, quasi che il riflesso di quella felicità potesse scendere in lui, ad illuminarvi, come in uno specchio sentimentale, lo squallore muto dell'anima sua.

— Come ti amo, Claudina! ei le disse commosso.

Non seppe trovare altro. L'insignificanza della frase gli sfuggì, poichè nel suono di quelle poche sillabe un'emozione sincera ed intensa tremava. La giovine donna fu grata all'amato di quelle parole semplici e di quella spontanea carezza all'anima sua.

— Ed io dunque! ella esclamò; ed il suo volto pallido al chiarore lunare apparve radiante, come quello d'una donna che veda rifiorire d'un tratto tutto il sogno della sua vita, creduto per sempre appassito.

Lo splendore lunare diveniva più intenso, quanto più la luna compiva la sua maestosa ascensione nell'infinito mistero della notte. Quando Giuliano si volse un poco per dare un ordine ad un marinaio che passava dietro di loro, Claudina vide a quella luce gli occhi dell'amante velati come di una nebbia e, pur mentre fissavano l'uomo, lontani da lui e da quanto ne circondava, esuli dolorosi di un sogno o pellegrini fedeli di una memoria melanconicamente soave. Ella comprese che non bisognava lasciare, col silenzio, libero il galoppo alla fantasia di Giuliano e ch'ella non doveva, ritraendosi ed impicciolendosi, fargli obliare la sua presenza: presenza ch'era di già sufficiente a che l'onda del suo memore, vagabondo e tormentoso pensiero non dilagasse, portando intorno funeste vestigie di tristezza e di rimpianto, incancellabili impronte di dolore e di pentimento. Le donne amorose hanno il più delle volte questo senso prezioso dell'opportunità di una parola o di un bacio: anche le più sincere e le più spontanee non vanno esenti dall'esercizio involontario di questa loro non indifferente prerogativa di diplomazia sentimentale. Siccome questa non si limita alle più intelligenti, alle più tormentate dal dubbio, alle più accanite di analisi su loro stesse e su gli altri, ma si estende a quelle che non hanno altra intelligenza all'infuori di quella del cuore e delle labbra, a quelle che si adagiano placide e beatamente tranquille nella sicurtà reale o illusoria dell'amore, persino a quelle che non considerano nemmeno le più evidenti e palesi cause dei loro atti e i più chiari effetti di questi, bisogna credere più che ad una virtù acquisita, ad un istinto non fallace, che, d'altra parte, ha un richiamo in tutte le qualità e in tutti i difetti che le donne portano nell'amore e nella vita del sentimento. Da quest'istinto Claudina fu avvertita del periglio che il silenzio attraeva su le anime loro, addensandolo come una nube.

— Io ti amo, ti amo tanto, disse Claudina all'amante. Io vivo adesso d'una vita piena e beata. Tutte le mie facoltà s'esaltano, tutti i miei nervi vibrano, tutta la mia carne è come corsa da un sangue nuovo, tutto il mio cuore si inebria, si ingrandisce, si estasia nel fervore di te. In questa notte mi pare che nessuna donna al mondo possa sentirsi più felice di me, poichè tutta la felicità deve essere nel mio cuore, s'io non riesco a intravederne sia pure un barlume altrove. Ed io ti sono grata dal profondo della mia anima del bene che mi fai, di tutta la gioia che tu dai alla mia vita, di tutta la primavera che tu hai gloriosamente ridonato a me, con la soavità e la generosità del tuo amore....

Ella continuò a lungo in quella veemente gloria di passione. Giuliano udiva quelle lusinghiere e allettatrici parole; e, come un fanciullo che oda l'elogio della sua bontà prevedendone il dolce premio, si lasciava andare alla corsa di quel torrente già sognando che l'amore, ora palpitante nelle parole inspirate, avrebbe più tardi fatto fremere il suo cantico nell'abbraccio e nel bacio.

Ma quando più tardi, rimasto solo sul ponte in attesa del momento in cui avrebbe potuto entrare nella cabina dell'attrice, gli ritornò il ricordo di altre sere e di altre attese lontane, quel torrente di amore gli parve un rigagnolo stagnante e quel cantico veemente echeggiò nell'anima sua non più esultante ma come un lamento dolorosissimo. Ricordava altre sere, sere di crociera, quando tutti i suoi ospiti marini erano già al riposo, altre sere in cui rimaneva sul ponte con Beatrice a contemplare estatici lo scintillìo del mare. Ad un dato momento, ella gli premeva lievemente la mano e scompariva, bianca sotto il chiarore plenilunare, come una visione di sogno, come un'apparizione fantastica. Ed allora ei rimaneva solo, fumando l'ultima sigaretta, carezzando l'ultima fantasia del suo pensiero irrequieto, pregustando la delizia delle carezze che fra qualche momento l'amata gli avrebbe prodigato. E poi..... e poi entrava misteriosamente, timido come un amante e non spavaldo come un marito, nella cabina di lei e la notte di amore cominciava appassionata e giovane, come ai primi tempi della loro unione. Così, così, anche quella sera..... anche quella sera egli era solo in attesa sul breve ponte, anche quella sera una donna lo attendeva nella misteriosa cabina. Egli indugiava, malinconicamente oppresso dai suoi contraddittorii pensieri. E mentre si proponeva di restare ancòra sul ponte a fumare, godendo quel plenilunio imponente e infinito, una di quelle contraddizioni del suo pensiero gli fece riflettere ch'era già tardi, che Claudina doveva essere già a letto, che l'attesa spiacevole poteva ora suggerire all'innamorata malinconiche riflessioni su quell'indugio. Tuttavia esitò ancòra. L'incantesimo di quella notte d'argento era troppo intenso ed i ricordi cantavano alla sua anima una troppo lenta e malinconica nenia. L'ora presente era scomparsa ed egli s'illudeva di esser tornato addietro di mesi e di anni su la via della sua esistenza. Ma ogni esitazione svanì quando, socchiudendo le palpebre, il bel corpo di Claudina gli apparve voluttuoso e mistico, come circondato da una nebbia argentea; allora ei si diresse a passo rapido verso la cabina, sollevò adagio la maniglia della porta, alzò appena la portiera e rimase celato, spiando. Un'allucinazione lo prese. Ricordò altre sere in cui egli aveva preparato quella stessa sorpresa d'amore, quel godimento voluttuoso pei suoi occhi. S'illuse che quella donna bella, che ora si denudava per infilare una camicia da notte tutta spumante di trine, fosse Beatrice. Ma già il sottil velo della camicia era scivolato: ei riconobbe bene la rotondità del fianco, la curva agile della schiena e, vinto, si gettò con furia su la donna, presa da un improvviso spavento; e tutti i suoi più ardenti baci furono per lei, mentre l'anima malinconicamente emigrava, pallida e dolorosa, verso l'assente.

III.