Il Miraggio: Romanzo

Part 10

Chapter 103,582 wordsPublic domain

Era il suo momento ed entrò in scena ancòra convulsa e così pallida. Gray era rimasto appoggiato alla quinta, colpito dalla rivelazione, stramazzato nell'anima sua da quella ribellione crudele della donna ch'egli amava. Ma il buttafuori venne ad avvertirlo che era giunto il suo momento, che correva il rischio di fare scena vuota. Egli si riprese, entrò. Quando si ritrovò con Claudina un fremito lo prese d'innanzi a quelle mille persone; mancò la replica, errò le parole, saltò mezza scena e la caduta del sipario fu per lui una liberazione. Ed appena uscito di scena, egli corse nel suo camerino, si svestì e rivestì in fretta, discese per uscire. Discendendo la breve scaletta, le gambe gli vacillavano, gli occhi iniettati di sangue non vedevano gli scalini; traversò a zig-zag la scena dove gl'inservienti mettevano all'ordine per la prova dell'indomani, dove i pompieri facevano la loro ultima ispezione. Si avviò verso la porta d'uscita degli artisti, bisognoso di aria fresca e di silenzio. Su la porta le gambe gli tremavano ancòra più, egli dovette addossarsi al muro per sorreggersi. In quel momento Claudina usciva al braccio dello scrittore, e finse di non vedere Gray: ma, o per caso o volutamente, quando ella gli passò innanzi, ruppe in un grande scoppio di risa. Quelle risa furono per Gray più crudeli di uno schiaffo, egli vide in un momento tutto rosso, fece per slanciarsi addosso a Claudina, ma questa era già salita nella sua carrozza che attendeva; Giuliano le si sedeva accanto, chiudeva lo sportello, abbassava il cristallo e i cavalli partivano al gran trotto. Gray aveva anche inteso Claudina ordinare al cocchiere: «A casa».

Egli rimase in mezzo alla via, solo, abbattuto, per un momento senza più alcuna nozione della vita. Poi si avviò a caso per le vie, senza direzione, senza scopo. Tutto il terribile momento della sua vita gli appariva nella sua crudeltà. Si apriva il doloroso inganno di tanti mesi; non solamente egli non era amato da Claudina, ma Claudina amava un altro. Il sospetto cento volte lo aveva attanagliato, ma egli aveva sempre voluto scacciarlo, poichè l'innamorato voleva credere ed ingannarsi, con quell'accanimento proprio di tutti i gelosi i quali, fino a che una prova irrefragabile non li abbatta o non li scateni, tergiversano diuturnamente tra le convincenti apparenze che tolgono loro la speranza ed infrangono il sogno — ed i lambiccati pretesti e le faticose illusioni che non fanno altro che rendere più lungo e più acre il loro spasimo, senza riescire a blandirlo mai. Ora tutti i suoi sospetti di altri tempi gli ritornavano in quel momento, durante quella corsa senza limite a traverso alla città addormentata: si stupiva il geloso che quei saggi sospetti non gli fossero allora apparsi come evidenze; si adirava contro sè stesso per la sua cecità, per la sua sciocca fiducia, per le sue fanciullesche illusioni. Come aveva fatto a non accorgersi mai di quella commedia che si svolgeva e si annodava sotto i suoi occhi? Gli scatti di gelosia di una volta, dopo i quali di solito si trovava pentito e vergognoso, ora gli sembravano giustificatissimi e non sapeva perdonarsi di non averli spinti tanto oltre da avere la certezza della cosa, quella crudele e dilaniante certezza che tuttavia ora, in certi momenti egli avrebbe dato dieci anni di vita per non avere. L'orizzonte della sua vita gli appariva grigio, sconsolato, gelido. Scomparsane l'ultima luce che vi diffondeva un albor roseo, la dolce e vivificante illusione su Claudina, che gli restava? Al momento che egli era per entrare nel camerino dell'attrice, aveva inteso la cara voce di lei ripetere a Giuliano la sua decisione di rimanere a Roma, con lui, per lui! Non v'era dunque nemmeno la speranza di riconquistare l'infedele. Egli sarebbe partito e l'amica sarebbe rimasta docile e felice fra le braccia dell'altro! Una tristezza sempre più grande lo prendeva, lo serrava alla gola, con un groppo di lacrime.

Solo, solo! Che fare? Le sue amicizie, illusioni! La sua famiglia, distrutta! E Claudina ch'era l'unico suo ideale, la cui conquista aveva sorriso in fondo al suo cammino, come un'oasi di dolcezza in fondo ad un deserto, Claudina ch'era stata luce dell'anima sua e vita del suo cuore, era ormai tanto lontana da lui, esule volontaria, poichè aveva dimenticato le promesse, poichè gli aveva fatto accogliere crudelmente tutto l'ineffabile dolore che gli dava la felicità di lei, se con un altro goduta e da un altro donatale. Che fare, oramai? Riprendere il suo vecchio e fastidioso mestiere di attore, giovarsi del suo dolore vissuto per renderlo più efficace e più vero nell'opera di un altro uomo magari dello stesso Farnese? Ricordava i primi tempi del suo amore per Claudina, quando ancòra non aveva osato confessarglielo. Non era stato quello il periodo più dolce della sua vita, amareggiata negli ultimi tempi da quell'amore romanticamente infelice? Il dolore di lui diveniva ad ora ad ora più calmo, come il suo passo più lento. Questo batteva forte su le pietre dei marciapiedi, echeggiava nelle vie deserte tra le alte case chiuse e silenziose e talvolta Gray ascoltava l'eco di quel suo passo che aveva qualcosa di tragico, quasi non fosse suo.

A quell'ora, in quante di quelle case silenziose, era intuonata l'esultante canzone dell'amore? In quante alcove, dietro quelle finestre chiuse, susurravano i baci e palpitavano i corpi amanti? Ognuno aveva il suo lembo di gioia, il suo quarto d'ora di voluttà. L'amore, più solenne nel silenzio, sembrava a lui quasi cosa tangibile dietro quelle finestre. Dove qualche lume filtrava ancòra tra le stecche delle persiane, questa sensazione della presenza dell'amore si faceva anche più eloquente per Lorenzo Gray. Cosa poteva rischiarare quella lampada tremula e confidenziale se non l'allacciamento di due corpi, la comunione profonda e solenne di due passioni e di due desiderj? Egli pensò allora che in quel momento anche in una casa di piazza di Spagna, una casa a lui ben nota, si amava. Claudina v'era con lo scrittore e nelle sue braccia raccoglieva quella gioia e quei baci che non aveva voluto da Gray. Come un ferito che ama di acuire il suo dolore, torturando la ferita per giungere all'apice della sofferenza, così l'attore pensò di dirigersi verso piazza di Spagna, sotto quella casa, dove un altro coglieva il fiore ch'egli aveva tanto ed inutilmente bramato. Si avviò. Il pensiero degli amori favoriti in quel momento dall'ombra delle alcove lo riprese e la sua immaginazione esaltata gli fece sentire come il suono immane di milioni di baci scambiati tra milioni di bocche. Egli era solo. La sua solitudine era più squallida in quel silenzio. Una donna, una povera mercenaria, reduce forse da qualche caffè notturno dove aveva infruttuosamente atteso per lunghe ore, gli passò accanto, gli mormorò qualche parola, offrendogli per qualche ora il suo amore. Gray affrettò il passo per sfuggirle ed un gran disgusto lo prese....

Disgustato di che? Disgusto per chi? Non era egli forse più misero e più sciocco degli altri? Per mesi e mesi una donna aveva potuto ridere di lui, senza ch'egli se ne accorgesse, senza ch'egli dubitasse, seriamente e a fondo, della fedeltà di lei alle sue promesse di un giorno, tante volte rinnovate. Le frasi lanciategli sul volto da Claudina gli ritornarono alla memoria, gli avvamparono le guancie di un sangue sconvolto. Al giusto grido di passione di lui, all'ultimo grido d'invocazione del geloso verso la dolce verità, ella aveva risposto svelando definitivamente il triste segreto, tra la volgarità dei suoi insulti da palcoscenico. Che aveva egli fatto per essere, non solo tradito, disprezzato e avvilito dalla donna che adorava, ma anche vilipeso ed insultato? Di quale colpa ignorata o lontana egli soffriva l'espiazione in quel dolore così forte, che gli insanguinava l'anima, che gli inumidiva con le più amare lacrime le guancie di nuovo impallidite per lo spasimo?

Giunse in piazza di Spagna. La piazza era oscura ed i rari fanali tremolavano, or sì or no, ad un vento notturno. Egli ricordava altre notti, rigide ma limpide notti d'inverno, quando accompagnava Claudina dopo il teatro e l'amica lo invitava a salire in casa sua, per bere una buona tazza di autentico thè russo, fatto da lei stessa innanzi a lui, mentre le sue parole folleggiavan qua e là, senza argomento e senza conclusione. Quel soave cicaleccio era oramai cosa lontana e morta. Dietro quelle finestre illuminate, Claudina era con un altro, il quale riceveva i baci che egli aveva sognato, ed abbandonava il capo sul petto di lei e si faceva carezzevolmente cullare dal respiro di lei, com'egli aveva tanto sperato. Una vampa di follìa invadeva il suo cervello. Si sorprese a ridere solo in quella via deserta e l'eco di quella risata gli apparve tragica. Il cielo si annuvolava, sempre più nero e minaccioso; soffii di vento caldissimo passavano più frequenti. Lembi di vita trascorsa apparivano intanto a Gray, vecchie cicatrici della sua anima si riaprivano con dolore, illusioni disperse balenavano ancòra innanzi al suo pensiero col loro antico colore primaverile oramai appassito. Ma, sopra tutto, si concretava spietato ed acerrimo, innanzi agli occhi dell'imaginazione del geloso, l'abbraccio felice di Claudina e del suo amante, oltre quella finestra illuminata.

Quante ore egli rimase così, di contro a quella finestra inesorabilmente luminosa? Egli non lo avrebbe potuto dire; sotto l'imperversare di quella raffica di desolazione sentimentale le ore passavano, nel tempo stesso celeri e lente: lente per il suo spasimo e celeri per il timore che il sole gli recasse sofferenze più crude. Quella finestra inesorabilmente luminosa gli sembrava uno scherno crudele. Egli desiderava che quella luce si spengesse: finchè v'era luce, v'era anche vita ed amore in quell'alcova! Finalmente la luce s'affievolì, poi si spense, le finestre furono mute e la vita gli sembrò sospesa e con essa il suo spasimo. Inavvertitamente, egli aveva traversata la via per evitare un gruppo di uomini ebri che passavano cantando e schiamazzando, ancòra più truci in quella solennità notturna.

Il geloso si era appoggiato al muro della casa di Claudina ed attendeva: chi? che cosa? Una forza indefinibile lo teneva lì presso, nè egli poteva cozzare contro quella forza, per allontanarsi, per rientrare in casa sua. Dopo pochi minuti, il portone della casa di Claudina cigolò su i cardini ed un uomo uscì. Come questi si era soffermato per accendere un sigaro contro il vento, Gray aveva potuto riconoscere la fiera figura di Giuliano Farnese. Lo scrittore era passato innanzi a lui senza vederlo ed il primo impeto di Gray era stato di slanciarglisi contro. Ma perchè? Con quale scopo? E col desiderio di quale esito? Bisognava non cedere al primo impeto, bisognava colpire quell'uomo più a dentro, nel cuore e nella vita, profondamente. E ciò non si otteneva nè con un insulto, nè con un'aggressione volgare. Il geloso guardò l'amante felice allontanarsi lungo quella via, col suo passo fermo e virile, di cui a lungo gli giunse e sempre più fioca l'eco insistente.

Fu allora che la raffica del suo dolore salì all'apogeo. L'idea di colpire quell'uomo che lo faceva soffrire gli sorrise ed egli entrò in un caffè notturno — ch'era precisamente sotto la stanza dove poco prima gli amanti si erano amati, — per mettere ad effetto il primo disegno che era apparso nella sua mente sconvolta. Chiese un foglio di carta da lettere, scarabocchiò due righe in cui affermava che Giuliano era l'amante di Claudina Rosiers e che costei rimaneva a Roma per restare col suo amante; scrisse su la sopraccarta il nome e l'indirizzo della moglie di Farnese, uscì per gettare alla posta quella anonima denunzia. Una buca da lettere era su la facciata dell'_Hôtel d'Europe_, quasi di fianco al caffè. Ebro della sua vendetta, l'attore corse a quella buca, vi lasciò cadere la lettera.

Ma aveva appena compiuto quel gesto, quando gli apparve nitida la visione della bassa infamia commessa. Egli aveva lanciato il dolore ed il male contro una donna a lui ignota, ma che sapeva buona; aveva seminata la lotta in una famiglia, fra una moglie innamorata e i figli innocenti. Tutta la sua conscienza si ribellò contro lui stesso; unico suo pensiero fu di riprendere quella lettera e distruggere la volgare denunzia. Se non che egli si trovava innanzi all'inesorabile irreparabilità del fatto compiuto. Come fare? Follemente s'attaccò alla buca, tentò di scuoterla, tentò di introdurvi nell'apertura il suo bastone. Ma quei tentativi erano inutili. Un'altra disperazione, un altro dolore — ed il più atroce, il rimorso — s'aggiungevano a quelli che già diffondevano un gelo di morte nel suo cuore. Accese un fiammifero, pensò di gettarlo nella buca, di ardere tutte le lettere che vi si contenevano e fra quelle la sua. Ma sapeva forse egli cosa distruggeva, quali responsabilità veniva ad assumere e quali conseguenze il suo atto inconsulto poteva arrecare? Ah, cosa aveva mai commesso nella follia, quale vergogna!.... La sua conscienza tumultuava, come il suo sangue turbolento s'agitava nelle vene. L'infamia era commessa oramai irreparabilmente. Vano il rimorso, vano ogni tentativo! La follìa batteva a tratti nel suo povero cervello. Grossi goccioloni di pioggia cominciarono a cadere. Il suo dolore di prima scompariva sotto il nuovo spasimo. Nulla valeva oramai a fermare il galoppo del destino, di cui egli non era, col suo atto di poco prima, che l'umile strumento! Il sole non avrebbe ancòra sfolgorato in tutta la sua gloria d'oro che già la sofferenza ch'egli aveva seminato avrebbe purtroppo dato i più tristi germogli, preludiando forse anche al dramma. Egli rimase a lungo, stupidito, appoggiato a quella cassetta. Ora la pioggia cadeva a rovesci. L'alba lo sorprese coi suoi chiarori antelucani, ancòra immobile sotto la tempesta d'acqua, presso quell'oggetto che racchiudeva l'umile ed ignobile mezzo di un irreparabile destino che si compiva.

XI.

La colazione finiva tra gli scoppii di risa dei bambini. Giuliano si levò, accese una sigaretta, si distese in una poltrona, prese su le ginocchia il piccolo Luca.

— Così che, dimandava alla moglie, lady Tremmel ha fatto miracoli. Vi erano belli abiti, molta gente, molto _entrain_?

La moglie raccontava esuberantemente anche i più minuti particolari; poi Giuliano, a sua volta, raccontò la sua serata.

— Sono uscito alle dieci, sono stato al Nazionale per intendermi con Savarese su le rappresentazioni in Italia della _Chimera_; poi son passato al Circolo, poi a casa. Serata castigatissima: non ho incontrato nessuno, non ho parlato con nessuno. Ma voi siete rientrata alle quattro del mattino, mia piccola scapata!

— Incolpane Leonardo, rispose la giovane donna, incolpane lui che non si voleva più staccare dal braccio di una certa signora.....

Loredano, ch'era andato nella stanza attigua per scrivere due righe sopra una carta da visita, rientrava col sigaro acceso, l'occhio vivo, l'andatura giovanilissima:

— Accetto ogni responsabilità e son pronto ad espiarla con qualsiasi penitenza.

Beatrice guardava dalla finestra aperta le spalliere di rose che profumavano nel giardino ed il cielo limpido d'un azzurro terso come cristallo.

— Che bella fine di Maggio! ella mormorò.

Rimase a lungo a guardare quella gloria di primavera. Si rivolse quando intese parlare di partenza prossima, di decisioni da prendere.

— Tu parti? dimandò a Loredano.

— Bisognerà bene che mi decida. Sapete che sono quì da due mesi? Devo andare a Venezia a sistemare certi affari e poi, filo via, in Svizzera. Avevo l'idea di una passeggiata in Norvegia, ma la rimando ad un altro anno.

— Quando partiresti? domandava la sorella inquieta.

— Non so; in settimana, forse.

— E sono così urgenti, insisteva Beatrice, sono così urgenti i tuoi affari di Venezia che non ti potresti trattenere, nemmeno volendo?

— Oh no, no, di nessuna urgenza. Ma non vi è proprio ragione di trattenermi. Voi due filate di nuovo, e deliziosamente, il più perfetto amore e non ho alcuna ragione per restare fra voi a recitare la parte di terzo incomodo!

— Tu devi rimanere ancòra con noi, mormorò la sorella.

— Bene, bene, ribattè Loredano; ne riparleremo. Una decisione non è poi così urgente. Per ora me ne vado a prendere un po' di sole a Villa Pamphili. Vieni anche tu, Giuliano, a fare questa passeggiata?

— Volentieri.

I due uomini infilarono i soprabiti; da un vaso di fiori presero ciascuno una rosa arancione, la infilarono nell'occhiello.

— Se vorrai uscire, diceva Giuliano alla moglie, bevendo a sorsi brevi il caffè bollente che il domestico aveva portato in quel momento, se vorrai uscire con me, alle cinque ripasserò a prenderti. Va bene?

— Grazie, amico mio.

Si baciarono. Beatrice sentiva una grande calma nel cuore. L'addolorava però il pensiero della partenza del fratello, l'idea che ella sarebbe rimasta senza il suo sostegno e la sua guida in un momento così difficile. Gli si avvicinò, gli prese le mani:

— Non partirai così presto, è vero?

— Partirò il più tardi possibile, sorellina, rispose lo scrittore.

I due uomini uscirono, accompagnati dai bambini fino nel vestibolo. Beatrice si avvicinò alla finestra, vide Giuliano e Leonardo uscire dalla casa: guardò le loro alte, maschie ed eleganti figure allontanarsi in quella gloria di sole; li vide salire in una carrozza scoperta che passava.

— Sembrano due fratelli, pensò.

I due ridevano forte nella carrozza, che nuovamente passava al trotto sotto le finestre della casa. Le loro mani si sollevarono per salutare ancòra Beatrice. Beatrice gettò loro dei baci. La carrozza scomparve. Ella rimase alla finestra ad aspirare il profumo delle spalliere di rose maggioline, ad inebriarsi a quel tepore ed a quella gioia di primavera. Poi si ritrasse. Chiamò _Miss_ Margaret, l'aiutò a vestire i bambini per la passeggiata al Pincio. Accompagnò loro e la _Miss_ fino alla porta di strada. Poi, come li ebbe visti scomparire all'angolo della via, risalì in casa canticchiando una canzonetta francese:

«_Allons, ma belle, au beau pays_» «_Où l'oranger fleurit. . . . . ._»

Nel gabinetto da lavoro di suo marito scrisse qualche lettera, poi sfogliò dei giornali illustrati giunti al mattino. Come le tre e mezza suonavano, ella passò nella sua camera, infilò un abito da passeggio, in velo religioso grigio perla con piccole passamanterie in argento e guarnizioni di seta dello stesso punto di colore. Abbigliandosi, cantava. E la cameriera non cessava di meravigliarsi per quella sua insolita gaiezza. Beatrice si guardò allo specchio, lungamente; poi, compiaciuta, andò ad attendere che suo marito la venisse a prendere nel gabinetto da lavoro di lui. Prese sul tavolo un giornale comparso il mattino con un vivace articolo di Giuliano e incominciò a leggerlo. A momenti i suoi occhi sorridevano, come le sue labbra. La primavera le diffondeva vivamente e dolcemente nel cuore quel soffio di gioia e di ebrezza. L'amore di suo marito ora più espansivo e l'esser libera dalle tristi apprensioni di un tempo le consentivan quella gaiezza. Un odore di fiori saliva dal giardino per la finestra aperta ed era dolce e spossante come una carezza.

L'orologio suonava le quattro e mezzo, quando il domestico entrò. Aveva sul vassoio una lettera:

— Hanno portato questa lettera. È giunta da stamane, ma per errore è rimasta in basso fino ad ora.

Beatrice la prese. La rozzezza della carta ed il carattere a lei ignoto della sopraccarta la meravigliarono. Fece cenno al domestico di uscire. Un oscuro presentimento passò gelido nel suo cuore. Esitò. Ma poi scosse la testa e si disse che era una sciocca apprensione pensare che quella modesta lettera potesse recarle del male. Quelle saggie riflessioni non impedirono che le sue mani fossero tutte tremanti nell'atto di lacerare la sopraccarta. Ebbe appena scorse le poche righe vergate da una mano febbrile che ella cominciò a tremare tutta, il suo volto s'impallidì di un pallore di morte, due lacrime, che avevano il silenzio inesorabile della disperazione, le spuntarono dai cigli. La denunzia era innanzi a lei.

Il dolore, che per tanti giorni aveva tentato di aprirsi un varco nella sua anima, ma che era stato respinto da tanti rosei ottimismi, irruppe finalmente in tutta la sua cieca brutalità. Fu così repentino il passaggio che l'anima della povera donna soffriva dalla gioia di un minuto prima all'ineffabile schianto presente, che per un poco Beatrice seguitò a ridere di un riso straziante, che altro non era se non spasimo di nervi esasperati. La crudele certezza era innanzi a lei. Il suo sospetto era da troppo dissimulato nel suo cuore sotto l'apparente fiducia, perchè le fosse possibile il minimo dubbio su la veridicità di una denunzia siffatta, anche se di un anonimo. Una sensazione di squallore — la sensazione di un uomo che veda rovinare una casa intorno a sè e resti per miracolo nell'aria sul sostegno di un unico e fragile muro — s'impadroniva dell'animo della tradita. L'umiliazione di essere posposta ad un'altra l'avviliva, la sua dignità di madre e di sposa si ribellava alla menzogna cui aveva dato fede ed ai baci mendaci cui ella ignara si era docilmente prestata. La terribile crisi di dolore che doveva gettarle addosso in venti minuti dieci anni di vita non le lasciava pensare chi potesse essere quell'anonimo delatore. La denunzia era così precisa nel suo laconismo spietato! La dolorosa riprese il foglietto per rileggerlo, per averne un aumento di spasimo, l'esacerbazione del suo dolore. Allora ella lesse la seconda frase: che Claudina Rosiers restava a Roma per lui. Le lacrime più cocenti le discesero lungo le guancie. Ella girava per la stanza come folle, inciampando nei mobili, rovesciando oggetti, brancicando con le sue mani convulse il grazioso abito ch'ella aveva poco prima indossato sorridendo, con la innocente civetteria di piacere all'infedele. A che era valsa, dunque, la sua vita di onestà? Tutti i suoi sacrifizii, tutte le sue rinunzie, che cosa avevano apportato di frutto, se non le era risparmiata quella atroce spartizione di carezze con un'ignota, con una donna qualunque? Il ribrezzo invadeva tutto il suo essere, distendeva i suoi viscidi tentacoli intorno al cuore affranto di lei.